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La sfera bianchiccia aveva pulsato tutto il santo giorno, senza un istante di requie. Nemmeno una nuvola a oscurare il cielo, per offrire qualche frammento di frescura alle genti disidratate da quei raggi malefici. Il sole lo si narra ai propri figli come entità giallastra. In realtà al bambino che abitava quella villa particolarissima chiamata Palagonia appariva color colla sporca, sfocato come un ritratto preso di sfuggita. Quel corpo celeste gli ricordava un’enorme piovra che dirama i raggi come fossero tentacoli, scaraventati in ogni angolo della Terra. Gesto di supremo disprezzo per i disgraziati che vi abitano.

Era il 1921 e a Vittorio era stato detto che di lì a poco di anni ne avrebbe avuti otto. Almeno fino all’arrivo di un’altra strana festa chiamata “compleanno”. Ma quegli otto “cosi”, gli anni, mica se li sentiva addosso. In nessun modo. Pensando ai cambiamenti impercettibili sui volti del padre e della madre. Magari sfogliando il calendario, foglietti su foglietti che si disperdevano fra tappeti e scrivanie di casa. All’epoca delle elementari non riusciva assolutamente ad avere un qualsiasi rapporto con quella cosa chiamata Tempo. Che voleva dire <<avere otto anni>>? Lui non possedeva nulla di così indefinibile come <<degli anni>>.

Vivere era un altro discorso: le corse a scapicollo per il parco della villa, la durezza nell’imparare a imparare, a maneggiare per ore intere oggetti quali libri e penne e matite e quaderni e lavagne e gessetti, lavarsi per bene prima di desinare con tutta la famiglia la domenica e nelle feste comandate.

Otto anni! S’immaginò otto scatole in cui mettere tutti gli oggetti che aveva tenuto in mano fino ad allora, le facce delle persone conosciute, le parole sentite – no, quelle erano davvero milioni e anche più – i luoghi in cui era stato, gli animali con cui aveva giocato, o semplicemente carezzato. Ecco: quegli otto cassetti avrebbero formato una grande credenza, la sua vita fino a quel momento. Poi, nel tempo a venire, s’immaginava che i decenni avrebbero formato una casa interamente arredata, dove poter fare quello che gli adulti chiamano “morire”. Fosse giunto agli ottantacinque anni avrebbe avuto ottantacinque cassetti. Quindi, una casa tutta sua in cui potersi improvvisamente addormentare per sempre. Almeno la nonna così gli aveva raccontato la morte. Ma a pensarci bene, come diavolo avrebbe gestito fino a ottantacinque cassetti, stipati di roba tipo ricordi e oggetti e fotografie e documenti? No, decisamente troppo. Magari avrebbe fatto metà, una quarantina di ripiani ben pigiati di tutte le preziose cianfrusaglie depositate attorno a lui. Come spazzature sulle spiagge sporcate da nottambuli avvinazzati.

Gli spazi in cui muoversi, respirare, camminare, correre erano insolitamente vasti per un picciriddu (* nella Bagheria fra anni Dieci e Venti, prevalentemente frastagliata fra misere casupole e qualche catapecchia. Con la sola eccezione di una ventina di magioni nobiliari o ville di vacanze di altoborghesi palermitani (oltre a un paio di piemuntisi (** : fra le prime era compresa proprio Villa Palagonia.

Una volta che Vittorio si avviò verso la prima giovinezza le dimensioni del giardino si uniformarono grosso modo a quelle di un piccolo parco dove passeggiare e conversare tranquillamente. Ma fino all’adolescenza la sensazione che lo dominava era quella di due mondi ben distinti, una disomogeneità che non finiva di stupirlo e affascinarlo. La Villa si riduceva, nell’abitudine quotidiana, al piano terreno e a un paio di stanze del primo. Il rimanente costituiva terreno di conquista, non meno del giardino circostante.

Le stanze non abitualmente frequentate le andava scoprendo mentre cresceva in anni e curiosità; lo interessavano come luoghi chiusi, quasi sottratti alla luce del giorno e al tempo degli umani, preferiva ancor più il verde e il marrone e il grigio di piante e sterpaglie, i viottoli calpestati da tutte le scarpe dei D’Alessandro/Castronovo, le specie esotiche di vegetazione, la lontananza dello sguardo verso l’edificio che la notte ospitava i sogni e gli incubi di quell’avventuroso bambino.

Ad attrarlo erano anzitutto i mostri, decine e decine di statue collocate all’apice delle mura che cingevano per centinaia di metri il complesso di villa e giardino. Creature abortite da una fantasia malata, fra orrido e sghignazzo. Erano state ideate dal principe di Gravina durante la costruzione del maniero al centro del paese di Bagheria, fra il 1715 e il 1737.

All’ingresso del salone principale campeggia la scritta riferita al noto “salone degli specchi”:

<<Specchiati in quei cristalli e nell’istessa
magnificenza singolar contempla
di fralezza mortal l’imago espressa>>

Chiedere cosa volesse dire la parola fralezza a chiunque entrasse per la prima volta in quelle stanze tardo barocche era lo spasso preferito dallo Zu Fefé (al secolo Ferdinando Castronovo), il burlone di famiglia, fratello della madre di Vittorio. Pochissimi arrivavano alla corretta spiegazione – fragilità – ma molti ci giravano attorno, o facevano finta di ricordare, o sparavano a casaccio ma convinti. E il perfido Fefé si divertiva un mondo lì per lì a dar loro ragione; salvo, poco prima che i visitatori si congedavano, sbattere in faccia l’esatto significato, con relativa figuraccia e spesso saluti di frettoloso imbarazzo.

La villa era stata eretta dal principe il cui nome completo era Ferdinando Francesco I Gravina Cruyllas principe di Palagonia. Lunghezza abituale per la nobiltà nel corso di secoli e secoli. Eppure qualche spirito acuto vi leggeva un omaggio al barocco ancora imperante, almeno nel Sud di un’Italia a quei tempi inesistente sulle carte.

È al nipote del padrone di casa, Ferdinando Francesco II, che si deve la bislacca e inquietante realizzazione delle duecento statue. Oggi ridotte a sessantadue. Non per nulla il nipote del principe era soprannominato Il negromante. Non fece in tempo ad assistere alla rivoluzione francese e agli sconvolgimenti napoleonici nel Regno dei Borboni. Il materiale usato per le figure mostruose è calcarenite, roccia sedimentaria formata da particelle calcaree delle dimensioni di granelli di sabbia.

La famiglia dei Gravina Palagonia si estinse e la villa venne acquistata nel 1885 dal nonno materno di Vittorio, il ricco notaio Castronovo.

Lo zio Fefè così mattacchione era però stato capace di dedicare quasi tutta la vita allo studio delle tradizioni siciliane, fra folclore e architettura, gastronomia ed etnologia, arrivando a essere una vera e propria autorità in materia. Per eccesso di stravaganza sfruttò molto meno la possibilità d’insegnare di quanto avrebbe potuto; furono infatti una quindicina le offerte da prestigiose università italiane, perfino europee, che piovvero. Soprattutto a partire dal suo lavoro più noto, uscito nel 1905 e presto tradotto in sette lingue. Riuscì a imparare a memoria un passo dal Viaggio in Italia di Goethe, per poi recitarlo ai malcapitati. Gli stessi che dovevano anche subire quello che in famiglia chiamavano ‘u babbiu da fralizza (1. L’autore del Werther visitò la villa nel 1787 e così ne scrisse, come con voce stentorea provvedeva a informare zio Fefè tutti i nuovi arrivati:

<<Per trasmettere tutti gli elementi della pazzia del principe di Palagonia, eccone l’elenco. Uomini: mendicanti dei due sessi, spagnuoli e spagnuole, mori, turchi, gobbi, deformi di tutti i generi, nani, musicanti, pulcinella, soldati vestiti all’antica, dei e dee, costumi francesi antichi, soldati con giberne e uose, esseri mitologici con aggiunte comiche (…) Bestie: parti isolate delle stesse, cavalli con mani d’uomo, corpi umani con teste equine, scimmie deformi, numerosi draghi e serpenti, zampe svariatissime e figure di ogni genere, sdoppiamenti e scambi di teste.

Vasi: tutte le varietà di mostri e di cartocci che terminano in pance di vasi e piedistalli. Immaginate tali figure a bizzeffe, senza senso e senza ragione, messe assieme senza scelta né discernimento, immaginate questi zoccoli e piedistalli e deformità allineate a perdita d’occhio: e proverete il penoso sentimento che opprime chi si trova a passare sotto le verghe di questa follia.>>

Un’aria di follia ha pesato per decenni dalla morte del principe e del nipote, uno più squinternato dell’altro. Così come per altrettanto tempo ha resistito la leggenda popolare che imponeva alle donne di non soffermare un solo istante lo sguardo su quelle laide e farsesche immagini, se non volevano rischiare di abortire o peggio, di partorire figli altrettanto mostruosi.

Ma nello stesso tempo il principe edificatore di quel gioiello di stravaganza piazzato al centro del paese era da molti considerato un vanto per il Regno in termini d’intelligenza politica e cultura, abilità diplomatiche e generosità verso i poveri e i diseredati.

Per completare il quadro, a fine ‘800 il famoso psichiatra Emil Kraepelin s’interessò alle statue ritrovandovi un legame con i disegni realizzati da suoi pazienti affetti da catatonia. Inserì perfino la fotografia di una statua nel primo volume del suo celebrato trattato di psichiatria.

Fu dunque in un simile ambiente, popolato da mostri di calcare e da parenti originali, stravaganti, qualcuno proprio matto da legare, che crebbe il bambino dai capelli rossi come il fuoco di un vulcano in miniatura.

 

* ) bambino

** ) lett. piemontesi, s’intende tutti gli italiani da Firenze in su (termine in uso fra 1860 e primi ‘900)

1 ) lo scherzo della fralizza