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Vittorio si trasferì a Palermo con circa metà della numerosa famiglia D’Alessandro nel settembre 1927. A Bagheria le scuole si fermavano alle medie inferiori: quindi per frequentare licei e istituti tecnici, ragioneria e magistrali ci si doveva trasferire o viaggiare ogni giorno sulla tratta Bagheria-Palermo.

Il quartiere in cui avrebbero vissuto i loro anni palermitani era il popolare e già semi-centrale Corso dei Mille, vialone che dalla stazione conduce ancora oggi fin quasi al centro storico. L’intitolazione a Garibaldi e alle sue giubbe rosse provocava da sempre le ire della nonna materna che li definiva sprezzantemente

<<na manica i scassapagghiari 1>>

E nessuno si era mai opposto a tale rozza visione della storia patria; visto soprattutto che, ancora in piena belle époque, non erano pochi i siciliani che consideravano il Regno d’Italia “matrigna” patria.

A sbarcare nella capitale isolana furono in totale cinque membri del nutrito clan di Villa Palagonia: la signora Castronovo in D’Alessandro, le figlie Agata e Pia, i figli Giuseppe e Vittorio. Con la preziosa, quasi vitale, doppia aggiunta delle fantesche di casa Lia e Mimma. Mentre la cinquantenne Pina accampò la scusa del caldo e del freddo umidi che a suo irrevocabile giudizio avrebbero da sempre infestato la ex Palermo felicissima; oltre alla sua età ormai avanzata. Scuse invero ridicole: anzitutto la città non era certo aliena dal flagello dell’aria pregna di umidità, ma sicuramente in ciò tale e quale al paesone bagherese; inoltre, spacciare 50 anni come “età avanzata”, anche nel 1927, sfiorava il ridicolo. <<Manco ci fossimo trasferiti sul Monte Bianco o nelle grotte di Postumia>>, sentenziò il primo giorno la padrona di casa con malcelata amarezza. La maniera come cucinava donna Pina nessuno in famiglia era capace di emularla, nemmeno alla lontana. E i piatti gustosi e nutrienti rappresentavano da sempre uno strumento per fare star più buoni i ragazzi attutendone le turbolenze adolescenziali.

Scendendo dal treno tutti e sette il secondo lunedì di un settembre – che aveva esordito con un caldo africano – si trovarono nel bel mezzo di un quasi uragano da Paese tropicale.

<<Beddamatri 2che fortunale>>, mormorò Pia facendosi bella con quel termine da bollettino meteorologico radiofonico.

<<Vorrai dire s-fortunale, guarda che fregatura tutta quest’acqua>>, replicò Pepito con sarcasmo.

<<Zitti e scendete tutti i bagagli, fino all’ultimo sacchetto e borsetta, veloci>>, comandò la madre.

Si trattava di una mezza dozzina di valigie, bauli, borse e sacchi vari. Il grosso, con i mobili strappati via da Palagonia, era in viaggio su un grosso camion FIAT, preso in affitto a un prezzo segreto. Ma a quanto si sussurrava equivalente a parecchie centinaia di lire. Eppure ,le comodità per molti dei D’Alessandro – ancor più per i Castronovo – valevano i sacrifici più esosi.

Una fiumana oscena faceva galleggiare i piedi vecchi, giovani, maschili, femminili, infantili. E ogni paio di scarpe s’infradiciva dopo pochi metri di cammino degni di un Gesù anni Venti sulle acque.

Di trascinare valigie e pacchi manco a parlarne: la capo famiglia in seconda (il dottore di casa avrebbe approvato) dispose che tutti si caricassero sulle spalle un “collo” – come li chiamava usando con malcelata fierezza la terminologia ferroviaria. Né Pepito, né Vittorio ebbero voglia di sparare facezie su quel termine: i pochi neuroni ancora asciutti erano impegnati nel percorrere, nel più breve tempo possibile, quel piccolo infido mare di acqua piovana, immondizia, fango e un paio di topi annegati che fissarono i ragazzi con sguardo istupidito.

Dopo una ventina di minuti di arrancare nell’acqua nerastra e fredda, senza ombra di una carrozza o di un taxi, arrivarono mezzo assiderati e stanchissimi al portone del palazzetto dove avrebbero trascorso i successivi anni Venti e Trenta. Il secondo piano era raggiungibile senza troppa fatica di scale – bagagli a parte. La porta di casa si aprì con un cigolio a singhiozzo.

La casa consisteva in un appartamento di ben 200 metri quadrati in pieno corso dei Mille, con annessa terrazza che correva per quasi tutta l’estensione delle stanze. Le finiture erano certo ben lontane da quelle raffinate dei palazzi ottocenteschi di viale della Libertà – da sempre il salotto palermitano; ma muri, pavimento e servizi apparivano solidi, mentre lo spazio era più che sufficiente, anche se erano in sette persone.

Certo, venne subito rimpianta una serie di privilegi da “castellani” bagheresi: anzitutto il parco, così vasto e rigoglioso. Quindi l’androne, gli alberi, la cappella di famiglia, la cancellata. E soprattutto, per i due ragazzi, la teoria di 68 mostri e sgorbi semi umani che ornavano le mura tutt’attorno la villa settecentesca.

La mancanza della dimensione paesana, invece, sembrava che non la piangesse nessuno. Dopotutto, la città che nel 1921 ospitava già ben 393 mila abitanti – a fronte dei miseri 21 mila di Bagheria – prometteva tesori che il paesone d’origine poteva sognarsi per il successivo paio di secoli. Spazio a tinchité 3, impianti sportivi come Dio comanda, cinema, librerie e biblioteche, strade quasi infinite, voci e rumori che anche senza radio in casa tenevano compagnia di giorno, e a volte pure la notte. Oltre ai negozi, alla gente che si poteva conoscere, italiani di continente e stranieri non difficili da incontrare.

Il traffico come nozione di status caotico urbano era ancora lontanissimo da venire (almeno di lì ai quarant’anni successivi).

Eppoi c’era nell’aria un qualcosa d’esotico legato al porto, ai marinai che gironzolavano per la città, ai bastimenti carichi di prodotti che in paese stentavano a sbarcare. Il fascino inspiegabile che esercitavano i negozi con la scritta grande e a caratteri esotici: COLONIALI. Erano intesi come prodotti provenienti dalle italianizzate Libia, Isole del Dodecanneso, Somalia italiana, Eritrea – cui si sarebbero aggiunte nel ’36 l’Etiopia e nel ’39 l’Albania. Per poi essere polverizzate nella sbigottita, felice, difficilissima estate 1945.

I primi giorni la madre e le due “assistenti domestiche” – come orgogliosamente si definivano con gli estranei – erano impegnatissime nel sistemare per tutta la grande casa ogni tipo di vestito e soprammobile, piatto e posata, biancheria e cappellino, libro e disco, mobile e fonografo (dalla villa avita vennero traslocati ben tre fonografi).

Quindi furono delegati a far la spesa i due ometti di famiglia, non prima di venire redarguiti sul doversi comportare da D’Alessandro/Castronovo.

Ogni volta che c’era da caratterizzare positivamente aspetti peculiari del consesso familiare, la coniuge del primo titolare della condotta medica di Bagheria e dintorni accoppiava i due cognomi; come si mettono insieme due piccioni affinchè volino meglio e portino presto a destinazione un messaggio importante. Se invece s’imponeva la necessità di rimarcare i difetti della tribù patriarcale, ecco che senza alcuna remora Maria Castronovo soffiava via il proprio marchio di famiglia da quello del dottore, ascendenti e discendenti inclusi, come una sorridente aerea matrona volteggia fra tavoli e poltrone di casa spolverandoli con impagabile leggerezza.

Giuseppe e Vittorio scappavano a gran velocità per la missione approvvigionamenti, spesso senza il chilometrico biglietto delle “robe da prendere”, oppure privi del denaro necessario. La genitrice si guardava bene dal correr loro dietro per le scale: riprendeva imperturbabile a fare quel che stava sbrigando, in attesa di lì a momenti del rientro, altrettanto precipitoso della fuga, dei due sbadati adolescenti. Per loro l’importante era, sempre e comunque, afferrare i giorni che passavano con l’appetito di esistere che si può avere solo a quattordici o sedici anni (l’età rispettiva del rosso e del bruno).

Negli ultimi giorni ancora liberi dalla corvée scolastica era sottinteso che Vittorino e Pepito avrebbero potuto prendersela comoda, ma senza mai rientrare oltre mezzogiorno; oltre a poter spendere qualche decina di centesimi in dolciumi o altre scemenze adolescenziali.

 

1 una marmaglia di spaccamaterassi

2 Classica esclamazione siciliana equivalente a Mamma mia!, anche se con un riferimento possibile alla Vergine Maria

3 a volontà

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