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Scortati da un insegnante, i ragazzi di ogni classe si diressero verso la rispettiva aula. I maschi nelle ali sinistra e centrale, le poche ragazze in quella destra. Il rapporto era di circa cinque studenti per studentessa: nel 1927, nell’Italia insulare, sotto il fascismo e in un liceo scientifico era già un mezzo miracolo che il 20% circa degli allievi fossero femmine.

La classe di Vittorio, la 1^ sezione D, si trovava al secondo piano, giusto la prima del corridoio. Il pavimento in linoleum riluceva come se per tutta la notte un manipolo di efficienti donne di pulizia si fossero rovinate la salute a tirare tutti i locali a nuovo – facendo dimenticare che l’edificio era stato eretto negli anni Settanta del secolo precedente, a poco più di un decennio dall’Unità d’Italia.

Il gruppo era relativamente esiguo, formato da sedici studenti. L’età normale di frequenza del primo anno era quattordici ma due ragazzi ne avevano uno di meno; mentre uno era già ripetente per la seconda volta, dunque sedicenne. Si trattava di Gino Sacco, un mezzo malandrino alto un metro e ottantacinque, pesante oltre un quintale tutto muscoli, baffi e barba abbastanza folti e neri come Hans, il cane del capo bidello. Anzi, come lo stesso Vittorio avrebbe presto avuto modo di sperimentare, il bipede e il quadrupede sembravano lontani cugini per la bonarietà nella vita quotidiana. Se presi in giro senza esagerare facevano finta di non accorgersi: Gino continuando a tirare di pallone (sua passione primordiale e assoluta), Hans correndo qua e là sempre con la coda in forsennato ondeggiare. Ma guai a oltrepassare l’invisibile linea di sopportazione, o se uno dei due percepiva un pericolo o una minaccia. Perché allora si scatenavano colpendo senza pietà il colpevole e facendo di tutto per salvare la persona in pericolo. E senza pensare minimamente al rischio che loro stessi potevano correre.

La mattina iniziò con una breve quanto surreale scenetta: uno dei due tredicenni venne spedito in segreteria e ivi rimproverato aspramente dall’inflessibile capa segreteria. Il malcapitato con la testa evidentemente persa dietro a chissà quali pensieri, o più probabilmente sogni d’essere altrove, non solo aveva sbagliato classe ma addirittura liceo e specializzazione. Venne infine accompagnato da un bidello al vicino liceo classico Vittorio Emanuele III. Ma le risatine di alcuni che in classe avevano trovato irresistibile il plateale triplo sbaglio del ragazzino vennero immediatamente zittite con un semplice rumorosissimo colpo di bacchetta sulla cattedra a opera del temibile professore di latino.

Aldo Sinagra aveva almeno tre motivazioni assai consistenti per deambulare fiero e sorridente per tutto il liceo, malgrado il metro e cinquanta scarsi che lo affliggeva dai 17/18 anni. Quando la statura si era inspiegabilmente sottratta al proprio dovere di avanzare almeno di un’altra quindicina di sofferti centimetri. Anzitutto si trattava del più severo professore dell’intero istituto; aveva poi alle spalle la bellezza di trentacinque anni di cattedra – ovvero dal remoto 1892, regnando Umberto I e appena dieci anni dopo la scomparsa di Peppino Garibaldi, con Verdi impegnato nelle ultime composizioni e Crispi già preso dalle beghe politiche. Per di più era il braccio destro di Reverdito con la pluridecennale qualifica di vice preside. Infine, insegnava latino, assieme alla matematica il vero terrore di ogni scuola post elementare d’ogni angolo sperduto d’Italia per qualsivoglia alunno, dal più geniale al più irrecuperabile. In effetti la bacchetta se la portava appresso anche in bagno ma dovendola usare si e no un paio di volte per anno scolastico. Giacchè la sua semplice vista, per di più nelle nodose mani del titolare di quello sguardo d’infinita cattiveria era la doppietta che avrebbe steso chiunque, compreso il mastodontico Gino.

Ottenuto in pochi secondi il silenzio tombale da lui prediletto il vice preside guardò a lungo negli occhi uno per uno i quindici studenti che costituivano la ben poco densa popolazione di quella 1^ D in versione 1927. Sembrava una vettura non abbastanza dotata di cavalli per marciare a pieno regime. I ragazzi si guardavano spaesati ma con minime torsioni del collo per non farsi bersagli di quel temibile professorucolo dagli occhiacci spiritati che ne facevano subito dimenticare la statura trascurabile.

Quindi, con gesto imperioso della mano che impugnava ancora la bacchetta fece sedere tutti.

<<Quattro sono i pilastri del mio insegnare. Ordine, disciplina, studio alla Leopardi – ovvero, <<matto e disperatissimo>> – rispetto A-S-S-O-L-U-T-O dell’autorità. A cominciare da quella di…?>> e si sedette aspettando la risposta da qualcuno che avesse la faccia di azzardarne una.

Vittorio ebbe questo ardire, senza sapere nemmeno bene il perché. Si era ricordato proprio in quel momento che in terza media gli esperimenti migliori in chimica erano proprio quelli in cui si buttava a corpo morto, tutta sensibilità e zero riflessione. Ed era raro che si sbagliasse. Il fatto che in quell’aula semivuota si trovasse non più alle bonarie medie bagheresi, e che per di più avesse davanti il terrore fatto persona dell’intero Cannizzaro, furono come due molliche che un malato in preda a 40° di febbre malarica sbatte via con un gesto automatico della mano sudaticcia.

<<L’autorità vostra, signor professore vice preside>>, recitò con riproduzione del tono marziale assunto pochi minuti prima da Reverdito.

Sinagra lo guardò con un leggero innalzarsi di sopracciglia e senza dir parola abbozzò un sorriso accompagnato da un applauso silenzioso in tre tempi.

<<S-E-D-U-T-I>>, l’ordine rimbombò con potente efficacia e venne prontamente eseguito.

Non erano pochi gli studenti che pensarono di essere capitati in una classe preparatoria ai rigori dell’Accademia militare di Modena, anziché in un liceo pubblico. In realtà, se qualche altro docente poteva gareggiare con Sinagra in durezza e spirito soldatesco, gli altri erano sostanzialmente impegnati a insegnare e suscitare un minimo d’interesse negli allievi. Oltre a una manciata di professori e professoresse che davano anima e corpo alla scuola, istituzione in cui credevano profondamente.

Anche nella sezione D vi era una rappresentanza statistica significativa di tutte quelle tendenze caratteriali e professionali.

Il resto della prima ora con Sinagra trascorse nelle solite pratiche d’esordio d’anno scolastico – dall’appello alle tre/quattro domande rivolte a ciascuno dei presenti.

Alla fine il docente se ne uscì con una frase che Vittorio proprio non si aspettava:

<<E prima di chiudere questa ora con voi, vi raccomando una cosa. Cominciate a crescere e mi auguro che almeno qualcuno di voi brillerà di un’intelligenza più che normale, magari con una vita d’interessi di cultura e non solo di calcio e gonnelle. Però di una cosa non voglio M-A-I che si parli qui dentro: di … politica>>.

La parola venne quasi sussurrata, eppure fu intesa perfettamente da tutti i presenti. Tanto che il figlio del dottor D’Alessandro per un attimo vide benissimo Sinagra come primo attore in un famoso teatro di prosa, magari alle prese con un Pirandello (autore ormai ben affermato) o uno Shakespeare. Non aveva mai sentito un non attore modulare così efficacemente la voce.

Una mano si alzò con visibile scarsa convinzione. Dalla cattedra fu fatto segno di alzarsi e parlare.

<<Ma nemmeno un commento a qualche vittoria del fascismo, camerata professore?>>.

Vittorio non aveva ben identificato il possessore di quella vocetta metallica e anonima.

<<Ragazzo, sei forse affetto da sordità?>>

<<No di certo, camerata professore>>.

<<1° ho pronunciato la parola P-O-L-I-T-I-C-A. Verooooo?>>, Sinagra alzò la voce ma senza strafare.

<<Siiiii>>, rispose intimorito ma all’unisono il gregge adolescenziale.

<<2°: piccolo cerebroleso, io non sono il camerata di nessuno. Meno che mai il tuo. E non ti azzardare più a chiamarmi diversamente da P-R-O-F-E-S-S-O-R-E>>

<<Scusatemi, professore. Non … farò più … di chiamare … cioè>>, il ragazzetto passò dalla moderata spavalderia di chi crede di aver preso l’insegnante per il verso giusto, allo smarrimento più sconfortante. Tanto che non riuscì a concludere la promessa con parole di senso compiuto.

Sinagra sorrise facendo intravedere il piccolo trionfo che gli brillava fra incisivi e canini, lucenti di dentifricio post colazione.

Quando si alzò tutti scattarono all’inpiedi ricordando un plotone di ulani agli ordini dell’ex Kaiser Guglielmo II (a ormai nove anni dall’abdicazione dopo la sconfitta nella Grande Guerra).

E il professore di latino si permise perfino una bonaria raccomandazione:

<<Bravi, ottima prontezza. Ma per me alzatevi solo quando entro, non anche quando esco. Così farete anche meno rumore. Una buona giornata>>

<<Grazie, professore>>, la risposta risuonò in una tonalità indicativa di un sollievo in cui si mischiavano la meraviglia per l’esonero dall’alzarsi a fine lezione e il cambio d’insegnante. Era convinzione comune quanto d’acciaio, che fosse pure toccato a Belzebù tenere le successive due ore di lezione sarebbe stato assai più umano del terribile Sinagra.

Vittorio si trovò a conversare all’inizio con un po’ di esitazione, poi con sciolta simpatia, con il compagno di banco.

<<Non mi convince fino in fondo ‘stu Sinacra cà>>, affermò deciso. La storpiatura del nome di un docente veniva ripetuta come da copione forse plurisecolare, primo rimedio sperimentato dagli allievi per ridimensionare il sacro terrore provocato da un tipo come Sinacra.

<<In che senso?>>, chiese il compagno di banco, grattandosi perplesso il mento già vagamente ombreggiato di barba.

<<Ma guardalo: prima si comporta stile ammiraglio o generale d’armata davanti alle truppe schierate per partire in guerra. E poi fa capire chiaro e tondo che non solo non vuol sentire nemmeno la parola POLITICA, ma che per di più non è iscritto al partito. E manda a farsi fottere quel cretino del nostro compagno definendolo “cerebroleso”>>.

<<E che minchia vuol dire?>>

<<Cerebroleso?>>

<<Anche il tuo ragionamento sul partito e la politica. Vuoi dire che uno così dovrebbe essere un fascistuna chi cugghiuna? 20>>

<<Esatto. Mi sembra contraddittorio. A meno che non ci voglia depistare>>

<<Depi?>>

<<Farci credere una cosa anziché un’altra. Essere non fascista, o addirittura anti-fascista, così poi ci controlla meglio>>

<<Ma tu quantu minchia liggi? Mai sintutu un picciutteddu comu a nuatri parrari accussì eleganti e anticchia complicato 21>>

Vittorio produsse un sorriso a dieci carati sentendo un tale complimento in dialetto.

<<Vittorio che legge tanto>>, si presentò stringendogli la mano in modo solenne.

<<Michele, piacere>>.

Michele Pastore era figlio di un piccolo proprietario terriero di Alia, paese abbarbicato sulle montagne circostanti Palermo. Il fine settimana tornava dai suoi, tanto per la scomodità di orari della corriera, quanto perché ai genitori veniva comodo affidarlo agli zii paterni che avrebbero esercitato un buon controllo. Se in fondo era un bravo picciotto, tuttavia non era alieno da alzate di testa come giocare d’azzardo nei vicoli, bere anche mezza dozzina di bicchieri di vino rosso, tentare di sollevare qualche sottana – sbagliando regolarmente e andando in giro per il resto della giornata con il viso da furbetto adornato da una macchia rossa, traccia del ceffone offertogli dalla proprietaria della suddetta sottana. In ogni caso erano pratiche inconcepibili in famiglie dalla piccola borghesia in su nell’Italia dell’epoca fascio-sabauda.

La prima qualità che il figlio del medico condotto notò era la trasparenza nel mostrarsi ciò che era, senza indossare maschere. Quanti in quell’ambiente da culla di futura classe dirigente avrebbero parlato di <<linguaggio complicato ed elegante>> e chiesto cosa volesse dire <<cerebroleso>>?

Vittorio se ne rese subito conto e non mancò altrettanto presto di apprezzare Michele e la sua semplicità, a volte perfino naif. Tra lui e Gino non sembrava poi essere capitato tanto male.

Ma occorreva sempre tenere gli occhi aperti, come aveva gli aveva ben raccomandato Pepito, dotato di quell’accortezza che i due anni in più, oltre al carattere, ne facevano il punto di riferimento costante per il rosso fratellino, a volte con la testa per aria. Un anticipo delle imminenti capacità di filosofare (al triennio superiore) che ne avrebbero segnato il futuro professionale.

Seguì una discreta boccata d’aria con una simpatica professoressa di matematica e scienze che aveva ogni tanto il vizio di addormentarsi in piena lezione o ascoltando l’interrogazione di un allievo alla lavagna. Soffriva di quella che in seguito si sarebbe indicata in neurologia come “narcolessia” – alla quale, negli anni Venti, non c’era alcun rimedio. Per fortuna i crolli duravano si e no un minuto. E visto che la docente si mostrò una brava donna fin dal primo giorno, in quelle pause i ragazzi ripassavano o si scambiavano qualche barzelletta, senza trascendere nell’usuale baccano di una classe momentaneamente priva di sorveglianza.

L’ultima ora si svolse in palestra, fra esercizi alla corda, alla spalliera svedese, un tempo di partita a pallavvolo. Il titolare di educazione fisica si presentò con alcuni sbadigli, qualche pacca amichevole sulle spalle, testa immersa nel giornale (“Corriere della sera”, essendo milanese doc). Quando qualche studente annunciava che avevano terminato la serie di esercizi assegnati, borbottava distratto un

<<Alle spalliere o, se non vi va, palloni medicinali>> e si reimmergeva nella lettura del quotidiano, come un sacerdote che prepara scrupolosamente l’omelia della domenica.

Giustamente Gino commentò soddisfatto che

<<U prufessuri unni voli manco a brodo i travagghiari 22>>

La campanella suonò alle 12.30 e la medesima fiumana di ragazzi e ragazze che era approdata quattro ore e mezza prima nell’istituto, fece il percorso opposto in maniera abbastanza composta.

Vittorio salutò calorosamente i due nuovi amici che abitavano vicino, in zona porto, e si avviò all’appuntamento che aveva concordato qualche giorno prima. Proprio al centro di piazza Massimo, sulle scalinate del teatro omonimo lo aspettavano Eleonora e Mirko Baldi per andarsi a mangiare un piatto di pasta in una trattoria del quartiere fra il capolavoro del liberty palermitano e via Cavour.

La signora Castronovo sembrava abituarsi a questa nuova doppia amicizia con i ragazzi bolognesi. Pochi giorni dopo il primo incontro aveva chiesto di conoscerli – per la serie, <<la prima impressione è sempre la più veritiera>>, come amava ripetere spesso.

E in effetti quanto il ragazzo si era dimostrato un piccolo cavaliere, congedandosi dalla moglie del dottore addirittura con un ben eseguito baciamano, tanto la ragazza si era prodotta in un’efficace versione di adolescente cordiale ed educatissima. Tanto da lasciare Vittorio alquanto perplesso. Si trattava di un’attrice sopraffina o di una versione in gonnella di dr. Jekill/mr. Hyde? Lo avrebbe appurato ben presto, visto che la rappresentazione lo aveva lasciato turbato.

Quanto ai genitori dei due fratelli, avevano organizzato un invito a merenda per quel pomeriggio. Per una volta che il cavaliere del lavoro Luigi Baldi si trovava a Palermo e per giunta non in ufficio, lui e la signora non potevano lasciarsi sfuggire l’occasione di conoscere finalmente quel “ragazzo rosso”, come ormai veniva chiamato in quella famiglia, bolognese, raffinata e un tantino eccentrica.

La cartella appoggiata sulla schiena ma tenuta stretta dal pugno destro, la camicia semiaperta per il discreto caldo di mezzogiorno, uno stuzzicadenti che saltellava da una mascella all’altra – come aveva visto fare sia a Gino che a Michele – il “ragazzo rosso” se la prese con gran calma, visto che l’appuntamento con i bolognesi era alle 13.15. Il loro liceo classico lasciava scappare tutti mezz’ora più tardi dello scientifico. E anche così Vittorio arrivò alle belle scalinate del Massimo che era da poco scampanata la una postmeridiana.

Qualche impiegato di uffici del centro storico si muoveva con frenesia, uscendo da una tavola calda o da un ristorante, ma più spesso entrandovi. Gli orari mediterranei erano resi ancora più elastici da quel tepore vagamente sciroccato da primissimi di ottobre.

Per il resto l’atmosfera era sonnolenta, le strade morbide, le autovetture tranquille e poco numerose. I passanti e le massaie si muovevano pacifici e distaccati. Il passaggio di un’elegante Isotta Fraschini, nera nella parte alta e grigia in quella bassa, non destò particolare attenzione. A parte qualche urletto di un gruppo di ragazzini, visibilmente mariuoli del quartiere. La scuola rappresentava una curiosità esotica che nulla aveva a che fare con loro.

 

20 fascistone con due palle così

21 Ma tu quanto diavolo leggi? Mai sentito un ragazzetto come noi parlare cosi elegantemente e un po’ complicato

22 Il professore non ne vuol sapere di lavorare