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Vittorio si sedette a metà della gradinata da dove poteva godersi una vista che spaziava fin quasi verso il fondo di via Cavour, all’altezza dell’austera sede sicula della Banca d’Italia.

I carretti erano numerosi a mostrare le merci, tra frutta e verdura, pesce e carne, parcheggiati uno accanto all’altro fra lo spiazzo di fronte il teatro e il rinomato chiosco, ideato dal medesimo Basile che aveva partorito il Teatro Massimo.

In quel momento il ragazzo fu pervaso da una leggera ondata di consapevolezza del vivere in una città per lui tanto nuova quanto antica, prestigiosa ed elegante. Cosa che non poteva certo dirsi del paesazzo di Bagheria, cui lo legava comunque l’affinità più potente e irrazionale fra tutte: quella di nascita.

Stava cogliendo il chiosco in tutta la propria sapienza architettonica fin de siècle quando fu investito in pieno viso da un paio di tappi per bottiglie di vino. E scoprì subito la malandrina Eleonora dietro un lampione che nella sua immagine slanciata non sarebbe servito da nascondiglio manco a un sottile fachiro magistrale digiunatore.

Lei era lì, a fissarlo, con il già ammirato sorriso ladro, un tailleur grigio allietato da un foulard in stile parigino e un basco, anch’esso da tabarin francese. Vittorio si trovò senza accorgersene a sillabare fra sé e sé la parola

<<Bellissima>> che nessuno era lì a raccogliere sulle imponenti scalinate vuote. 

<<Hai detto qualcosa?>>, gli chiese lei a muso duro appena la raggiunse al lampione.

<<No, perché?>>, rispose lui. L’imprevista domanda lo fece sentire come fosse stato pescato a rubare dal portafogli paterno. Divenne un po’ rosso in viso; più del solito.

<<Niente. Vuol dire che ho scoperto un’altra tua caratteristica affatto particolare>>.

<<Quale sarebbe, sentiamo>>. Aveva riacquistato un po’ di sicurezza.

<<Che parli da solo, come i vecchietti rimbambiti. Per giunta in mezzo a una piazza>>.

La ragazza non lo guardava nemmeno in faccia ma s’intravedeva dal viso preso di tre quarti che stava sorridendo.

<<Beh, adesso ho raggiunto una coetanea altrettanto rimbambita>>.

Si guardò velocemente intorno, mentre non c’era nessuno nello spiazzo antistante il teatro, e solo tre o quattro passanti davano loro le spalle aspettando il tram all’inizio della via Maqueda.

Eleonora in quel momento lo fissò dritto negli occhi e gli diede un leggero schiaffo. Lo sguardo che aveva Vittorio lo lesse come una paura anticipata di cosa sarebbe successo di lì a un attimo.

Infatti Vittorio trasse un profondo respiro, il più silenziosamente possibile per darsi un coraggio che non sapeva di avere.

Quindi le diede un bacio immerso in uno strano tempo che fu soltanto loro, di quei due adolescenti nella Palermo di quel bizzarro e caldo inizio autunno 1927. La realizzazione del più intimo contatto mai prodottosi fra Eleonora e Vittorio avvenne in un cinematografico rallenty, fra sguardo e avvicinamento del viso di lui a quello di lei, accompagnato dal socchiudersi delle palpebre, labbra che si sfiorarono. Il respiro era tranquillo in entrambi. Il ragazzo non sentiva più alcun rumore esterno a loro due, come fossero in una piccola caverna invisibile agli altri, rappresentata dai loro corpi magrolini e ancora in attesa di crescere. Ma i due innamorati, improvvisi ciascuno a sé stesso quanto all’altra, non potevano assolutamente aspettare. Crescere insieme poteva anche essere un progetto vissuto nel meraviglioso tempo a venire; ma neanche a questo pensavano. Forse non ci pensarono mai, con un granello di quell’imprevedibile saggezza mai attribuita dai saccenti adulti ai superficiali adolescenti.

E poi le mani di lui che scivolavano sulle spalle di lei e poi risalivano, come in un lentissimo spolverare il cappotto morbido di quella ragazzina che della morbidezza rappresentava l’essenza estrema. Da Vittorio mai conosciuta, mai nemmeno vagamente immaginata in una possibile esistenza, lì a quattro passi dalla sua.

Quindi distacco e occhi rivolti altrove in cerca di un calmante all’emozione e all’imbarazzo che lasciò entrambi senza voce per un minuto o due.

Colto dall’esterno, da un qualsiasi passante affrettato e in cerca di un piatto caldo sarebbe sembrato un casto bacetto fra ragazzini condannati dall’epoca a galleggiare ancora sulla scia della raggelante etica tardo vittoriana. Baciarsi per strada era roba da quartieracci popolari e da sottobosco equivoco. Figurarsi per due quattordicenni ben vestiti e visibilmente studenti usciti di scuola. 

Non era stato quello che si chiamava già allora “bacio alla francese” ma una versione di quello eschimese. Soltanto che al posto dei nasi erano state le labbra ad appoggiarsi le une sulle altre, sovrapporsi per poi scivolare, risalire e strofinarsi ancora. Se era durato pochi secondi tutto questo avventuroso esplorarsi anatomico, alla fine a Vittorio ronzavano le orecchie e avrebbe ben potuto essere già sera, il sole fuggito via per un appuntamento altrove, le calme ombre pre notturne di un’estate ostinatamente aggrappata ai fogli di calendario già defunti nel regno oscuro della carta straccia.

Invece erano semplicemente le 13.20, ancora in attesa di Mirko. Chissà che non li guardasse dall’angolo di una stradina di fronte, magari invidioso di quella manciata del tutto imprevedibile di assoluta intimità dei quattordici anni.

La gente camminava per i fatti propri, profumi e odori delle cucine in bettole popolari e ristoranti dignitosi e case circostanti galleggiavano nell’aria, sicuri che nulla li avrebbe scacciati almeno per un paio d’ore, signori assoluti delle narici di tutti i passanti del quartiere e degli sfaccendati ai balconi. Tutti in attesa di soddisfare quell’erotismo particolare e antichissimo che vive di palato e lingua, esofago e intestino, olfatto e gusto.

Le rare automobili private e qualche taxi, un paio di bus e tre carrozzelle con turisti esaltati si davano il cambio, gettando vaghe ombre sui marciapiedi in pausa pranzo.

<<Ci sei ancora?>>, chiese lei prendendolo per un braccio.

Lui la guardò e la vide soffusa, con il sole che andava e veniva a seconda di come si posizionava. Lei oscillava leggermente, si grattava una guancia, masticava una caramella. Visibilmente nervosa, forse eccitata, desiderosa di chissà quali confessioni. Vittorio avrebbe voluto chiederle come si sentiva, se fosse stato un capriccio che avrebbero entrambi dimenticato fra i quaderni riempiti di esercizi e conservati in uno scaffale nel giro di un paio di mesi.

Invece lui percepiva che quel primo tocco dopo mezzogiorno, in quell’esordio scolastico e liceale a un tempo sarebbe rimasto per sempre. Con il loro incontro in cui per la prima volta le labbra non avevano pronunciato parole ma si erano aggrappate le une alle altre, come una piccola reciproca infinita ancora di salvezza dai dolori del farsi grandi. Baciare come rocca inespugnabile di gioia del farsi grandi.

Gli occhi di lei per lui da quel momento potevano mutarsi in un altro sguardo sul mondo, finalmente comprenderne la lingua segreta, l’altra vita non dopo o accanto a quella che svolgevano ogni giorno: semplicemente quel medesimo vivere ma tutto in una luce diversa, colori finalmente intensi e pieni, il daltonico che riesce adesso a godere dell’arcobaleno del giorno e della notte.

E al medesimo modo gli occhi di lui per lei.

Possibile che tutto questo fosse apparso silenzioso, senza alcun terremoto o stravolgimento del cielo, dovuto esclusivamente all’annuncio della vita altra incarnato in un bacio?

Era forse questo quello che riempiva da duemila anni poemi e quadri, animava romanzi e scatenava guerre, generava figli e costruiva tombe vicinissime l’una all’altra?

Amore, lo chiamavano. Da parecchi anni Vittorio lo conosceva di nome, ne aveva sentito l’effetto su visi di familiari e amici, le pance improvvisamente gonfie di zie e cugine più grandi, lo aveva ammirato recitare a teatro e al cinematografo, ascoltato musica da esso ispirata e studiato poesie a scuola.

Ma iniziare, forse, a viverlo era altra realtà.

Con la testa sovraccarica di sensazioni come una strada che esplode per troppa gente di mille culture e lingue e Paesi il ragazzo al primo bacio s’incamminò con la ragazza, anch’essa al primo contatto di labbra, verso l’incrocio fra via Cavour e via Maqueda.

Il viso di Vittorio non era rosso, nemmeno pallido, non sudato né infreddolito. Era forse quello il viso di un quasi adulto, si chiese emozionato. Chissà cosa pensava la coetanea al suo fianco, condividendo l’identico bisogno di silenzio di parole. Quella manciata di secondi, vissuti in un tempo che per la prima volta non era oggettivo ma soltanto loro e perciò assoluto, frammenti di tempo di coppia volati via con le bocche sovrapposte e i respiri intrecciati e gli occhi chiusi, eppure avvinghiati anch’essi, al di là delle palpebre scioltesi come carta velina in una pozzetta d’acqua piovana.

Vittorio camminava respirava pensava voltava la testa leggermente, il tutto senza sapere più nulla, apprendimento di essere vivente messo all’improvviso fra parentesi illegibili ma superflue. Ogni frammento del vivere da quel momento non avrebbe potuto fare altro che andare avanti per conto proprio assieme a tutto il resto, senza calcoli né paure né pensieri né domande. Un unico fiume di persone e oggetti e animali e piante e luce e buio e giorni e notti. Lei e lui.

Da lì intravidero dopo pochi minuti di silenzio assoluto fra loro il terzo componente di un ormai rodato trio di amici, lanciati verso un futuro d’imprevedibile vitalità.

Il fratello di lei sembrò notare qualcosa sui volti della sorella e dell’amico. Che fosse immerso nell’inspiegabilità quel qualcosa, lo faceva brillare di luce ambigua. Si decisero velocemente per una pizzeria in una stradetta, traversa della lunga e seriosa via Cavour. Un bettolone lungo e largo, con dentro e sulla viuzza accatastati decine di tavolini e sedie di paglia malamente intrecciata. Divorarono quasi in silenzio una pizza ciascuno, tranne Vittorio che ne fece fuori una e mezza, con una fame che raramente l’aveva posseduto con tale energia.

<<Com’è andata con il primo giorno di scuola?>>, chiese Vittorio con la bocca da cui penzolava ancora una filatura di formaggio fuso.

<<Non essere banale, suvvia>>, lo rimbeccò acidamente una Eleonora scura in volto. Per lui era l’ultima abitatrice di quella città stratificata da mille popoli che lo potesse colpire verbalmente. Dunque, peggio che con uno schiaffo.

Mirko le diede quella che in città chiamavano ‘na mala taliata 22 e raccontò all’amico per sommi capi di nuovi compagni di classe e professori, quaderni con i primi appunti e discorsi retorici. Lui, comunque, si era trovato abbastanza bene.

La sorella destinata ad altra classe, come indicato dai genitori per questioni di reciproca indipendenza dei figli, non raccontò nulla. Si limitò a fissare il gelato alla fragola che si andava squagliando malgrado l’assenza di sole nel vicoletto e la temperatura fresca. Sembrava evitare apposta gli occhi di colui che mezz’ora prima l’aveva avvinta nella prima esplorazione fisica di un altro essere umano formato adolescente maschio, fino al momento prima etichettabile nella tipologia di “amico”.

Mirko e Vittorio chiacchierarono di fumetti e di un paio di film con Tom Mix ammirati l’anno precedente, quando ancora non si conoscevano. E fecero perfettamente finta che la terza presenza non esistesse affatto. Il ragazzo di villa Palagonia sentì una sottile linea di solidarietà tutta maschile da parte di Mirko; quasi un silenzioso rimprovero alla figlia dei medesimi genitori che trattava in malo modo o evitava platealmente un solo frammento di sguardo di Vittorio. L’ormai fraterno amico meritava il tipico serrar le fila fra sodali maschi contro qualsiasi traccia di ostilità da genti o animali, minacce terrestri o della Storia.

<<Andiamo?>>, ordinò Mirko ad Eleonora più che proporre.

<<No, io resto ancora un po’. Voi andate pure. Ci si vede più tardi>>, mormorò lei senza nemmeno alzare lo sguardo né salutare Vittorio. Ben sapendo che ognuno tornava a casa propria e che non si sarebbero rivisti per alcuni giorni, con i primi impegni scolastici che attendevano tutti e tre i neo liceali.

Il piccolo D’Alessandro fece per andare, mentre il giovane Baldi rifilò la seconda occhiataccia alla sorella e girò rabbiosamente sui tacchi raggiungendo l’amico.

Sulla strada verso casa – si separarono a metà percorso, in piazza Politeama – l’uno raccontò all’altro del bacio come inatteso momento d’intensità, della sensazione d’essere cresciuto di un paio d’anni in dieci secondi, della dolcezza inafferrabile uscita fuori da quella ragazzina.

E gli confidò che sperava e temeva a un tempo che quel passo fosse il primo verso un accidentato ed esaltante percorso, forse chiamato amore. Il primo, il più assoluto, potente. Un ponte sospeso sull’abisso dei giorni a venire: e Vittorio non sapeva se avrebbe avuto gambe sufficientemente agili e forti per traversare quel ponte mano nella mano proprio con lei.

Sapeva però di essersi già arreso alla bellezza indecifrabile di quell’essere di un metro e sessanta, tutta carattere e sguardo d’attesa per una vita degna di sé.

Vittorio D’Alessandro bagherese e Mirko Baldi bolognese si salutarono per la prima volta con il doppio bacio sulla guancia, come tutti i compari siculi che si rispettino.

 

22 Una brutta occhiata