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La città si estendeva sotto gli occhi del ragazzino ormai prossimo ai quattordici (compleanno il 28 ottobre 1927). Quell’intrico di vie e stradine, piazze e parchi, edifici austeri e palazzi burocratici, con masse di facce sconosciute contribuirono in breve tempo ad archiviare nel ripostiglio del tempo irrecuperabile i giochi avventurosi. Il sonnolente paesone d’infanzia e prima adolescenza era stato l’unico set possibile per quegli splendidi e serissimi riti collettivi di passaggio verso altri luoghi e volti della vita. Vittorio cominciava a sentire, prima ancora di comprenderne il senso, la propria crescita fisica e mentale.

<<Ma come stai crescendo, beddu mio …>>

<<Beddamatri, ma chi è, spicasti tuttu nsemmula?4>>

<<Come passa il tempo, un ometto stai diventando>>

Sempre più spesso, quando la mezza famiglia tornava in paese per un fine settimana con l’altra mezza, l’adolescente dalla capigliatura rossiccia veniva tempestato da parenti e amici con simili amenità, rendendolo subito insofferente. Il tempo che passava, il corpo che si andava trasformando erano affari suoi: di cosa s’immischiavano i vari zio X o zia Y, il paziente Tizio o il venditore Caio… Uno dei rarissimi ceffoni che ricevette dalla madre – che d’abitudine faceva tranquillamente a meno di simili metodi – se lo beccò in piena faccia quando, all’ennesima banalità di una conoscente bagherese, se ne uscì con un

<<Affari miei, signora. L’avvertirò quando sarò spicato a du metri5 >>

Sul momento la signora Castronovo si limitò a fulminare il figlio più piccolo e a mormorare due parole di scuse; ma la conoscente scoppiò in una simpatica risata che chiuse la parte pubblica del piccolo “incidente”.

Una volta a casa, però, ci fu la veloce quanto lapidaria parte privata con uno schiaffone che planò sulla guancia destra di un Vittorio più perplesso che spaventato. Con una vaga impronta manesco-materna in viso chiese all’autrice del fulmineo malrovescio:

<<Ma se la signora si è pure messa a ridere?!>>

<<Lei si, io invece no. Chiaro? Incidente chiuso. Vieni ad aiutarmi in cucina>>, replicò asciutta come nulla fosse accaduto. Maria Castronovo in D’Alessandro da sempre possedeva il dono di non coltivare rancori o farsi il sangue marcio.

Attorno alla loro casa si distendeva una cintura di negozi e bottegucce, più qualche bancarella – peraltro mal tollerata dallo sbirrame questurino. Ancor meno dai fascisti che a volte gironzolavano in zona Corso dei Mille, Stazione, Via Maqueda, truci, ridicoli e fannulloni, sempre in tre o quattro.

Anzitutto si distingueva fra i piccoli commercianti il pizzicagnolo salumiere e altro ancora don Cucino. Lo strano nome derivava dal vizio di chiamarlo <<Cucino>>, ovvero cugino, a causa del nome Pierbaldassarre, lunghissimo e quasi un gioco di parole. Si sapeva che il padre del suddetto era alcolizzato di lungo corso e le malelingue (forse azzecandoci) mormoravano che perfino quand’era andato all’ufficio dell’anagrafe palermitana per registrare il figlio numero … (si diceva nel quartiere si pirdiu u cuntu ‘i figghi di stu allitrato 6) era inebetito dal solito paio di litri di vinaccio scadente consumati prima di sera. Quindi, eccolo il risultato: nome assolutamente improbabile e ridicolo.

In Sicilia il termine cucino si appioppa amichevolmente a persone di cui non si ricorda il nome o per sottolineare un vago affetto pronto a essere sciolto alla prima sciroccata regalata dall’Arabia Felix. Visto perciò che nessuno si fidava a chiamarlo “Pierbaldassarre” e che il medesimo nessuno trovò mai un plausibile nomignolo, rimase proprio cucino. Ma la nomea poteva esser tale solo se caratterizzata rispetto alla vastissima folla palermitana di cucini di tutti i quartieri: perciò si cominciò a chiamarlo Don Cucino. E tale rimase dal 1916, anno in cui piombò in corso dei Mille, dopo il militare (non lo si poteva certo definire “guerra”, avendo vegetato per un anno e mezzo al distretto militare di Milano, per poi farsi congedare per sospetta fuddìa7). Sospetta la malattia, ma certissima la raccomandazione potente per farlo tornare a casa. Il padre infatti, era tanto avvinazzato quanto assai ammanicato ai palazzi romani grazie ai trascorsi di consigliere regionale dei giolittiani. E fino al 1976, per la bellezza di sessant’anni avrebbe continuato a servire prosciutti di Parma e torrone, pecorino romano (autentico) e affettati ungheresi (falsi). Spirò beato addormentandosi nella pausa pranzo su un enorme salame appena arrivato da Modica, passando dalle braccia di Morfeo allo yacht di Caronte.

Nel 1927 don Cucino era un trentino simpatico, gran mangione e chiacchierone. E teneva una spiegazione per ognuna di queste tre <<carezze della vita mia>>, come le chiamava.

La simpatia era la prima carta da visita di un onesto negoziante, intendendo il modo di accogliere un cliente: <<’a putia avi a esseri u salotto di clienti, ci anno a stari bbonu 8>>. Pur essendo un “bottegaio” – come modestamente teneva a essere considerato – assai preciso e perfino puntiglioso, per prima cosa insegnava ai picciotti ‘i putia 9 l’assoluta cordialità e buona educazione. Salutare, sorridere spesso ma non troppo, usare sempre le espressioni <<prego, desiderate? figuratevi, a vostra disposizione, servo vostro>>. Con alcuni giovanissimi apprendisti ebbe naturalmente il suo da fare.

Il mangiare molto e bene le medesime mercanzie che esponeva con quotidiana fierezza sui banconi del negozio dimostrava visivamente a tutti che come don Cucino riusciva a essere – tondo, morbido, panzuto ma non troppo, con le guance vagamente rosate (vendeva anche ottimi vini) – così poteva diventare chiunque, anziano e giovane, bimbo e maturo, uomo e donna. Il ritratto della salute lo si diventava essendo cliente fedele del suo negozio. In quegli anni le femmine piacevano prevalentemente tonde e pienotte, con le curve matronali o, per i più “coltivati” alla Rubens. Non per nulla, giunti che furono gli anni Sessanta la gran maggioranza dei maschi isolani dai trenta in su mostrarono quasi ribrezzo verso il modello lanciato dal ‘64/65 in poi, soprattutto dalla scatenata Swinging London: le varie Twiggy e Shrimp, Verushka e la nostrana Barzini erano respinte con epiteti quali <<canna ‘i stenniri, sifilitica, picciriddu 10>>. La donna felliniana era dura a morire nell’immaginario dei trentini/ottantini e oltre se di schiatta sicula.

Quanto poi alle chiacchiere, facevano parte del rendere le frequenti e a volte estenuanti code per raggiungere l’agognato bancone e il liberatorio <<desiderate?>> per l’appunto meno estenuanti. Non era rarissimo che si trovasse apparentemente per caso – ma quasi sempre grazie alla sagacia del padrone di casa/bottega – l’argomento che appassionava più o meno tutti i clienti: in quei casi il ritmo in bottega prendeva un tono più rilassato, le persone discutevano e si dimenticavano per cinque-dieci minuti del resto delle compere o faccende varie da spicciare. Allora don Cucino per primo si godeva una sorta di balletto scivolando dal bancone alla cassa, da questa al retrobottega e poi di nuovo davanti ai clienti o fiondandosi ma al rallenty sul marciapiede lungo il quale, nella lunghissima stagione non invernale, esponeva un vero ben di Dio di mercanzie.

Qualche volta gli veniva perfino la gana d’inventarsi una sorta di quiz o sparava qualche ricordo di picciottello – l’arrivo, per esempio, della famiglia imperiale germanica allo splendido Grand Hôtel Villa Igea. Naturalmente non poteva spingersi più indietro del 1902-3. Ma capitava che un vecchietto o una signora sessantina ricordassero ad alta voce un avvenimento risalente a seconda metà Ottocento. Un coro muto di bocche semiaperte e orecchie spalancate si abbeveravano come un’orda di disperati nel deserto di mezzogiorno.

Si distingueva in particolare il cavaliere Miccichè la cui data di nascita sbandierava lui stesso con orgoglio sorridente (malgrado la remota latitanza di almeno una decina fra incisivi, molari e compagnia dentale). Essendo nato nel paleolitico 1840 riusciva senza problemi a ricordare personaggi del potere borbonico al tramonto e ancor meglio l’arrivo dei Mille a Palermo, fra la battaglia di Ponte dell’Ammiraglio e gli scontri nel centro (che nella primavera/estate 1860 “storico” non era ancora).

Un giorno Vittorio, inviato di fiducia di mamma Maria per una spesa davvero speciale (importanti ospiti bagheresi a cena), trovò il coraggio di chiedergli cosa pensasse della famosa (in famiglia) definizione dei garibaldini come “spacca materassi”, a detta della borbonica bisnonna. Il ragazzo era alquanto timido con le persone così anziane – unica eccezione era stata l’amato nonno materno. E quando il sorridente 87ino gli rispose confermando in pieno l’impressione, trattandolo per di più da adulto, senza quell’accondiscendenza che Vittorio non sopportava, questi pagò, salutò e se ne uscì fiero e contento, saltellando come uno Charlot palermitano per andare a riferire il tutto a casa.

 

4 Mammamia, ma che succede, sei cresciuto tutto in una volta?

5 quando avrò raggiunto i due metri

6 si perse il conto dei figli di questo avvinazzato

7 lett. pazzia

8 la bottega dev’essere il salotto per i clienti, ci si devono trovare bene

9 ragazzi di bottega

10 canna da stendere – sifilitica – ragazzino, nel senso di poco femminile

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