Il piccolo Vittorio dai dieci anni cominciò a essere sempre meno piccolo. L’altezza dei genitori era del tutto nella norma per i tempi e la latitudine: Natale sul metro e sessantacinque, Maria poco meno di uno e sessanta. Ma tutti e quattro i figli maschi si svilupparono fra ben oltre le dimensioni paterne. Vittorio, poi, già diciottenne superava e di parecchio l’intera famiglia, sia la ristretta che l’allargata, con i suoi centottantadue centimetri. Ben presto i nipoti e parecchi altri picciriddi del paese lo chiamarono ‘u giganti.
In particolare aveva guadagnato velocemente varie decine di centimetri nella fase adolescenziale. E i parenti, che in occasione di feste e altre ricorrenze sciamavano da paesi o anche da regioni lontane, lo salutavano con il classico
<<Vittoriuzzo beddu, spicasti tuttu ‘nsemmula! 8>>, esaltandolo per l’improvvisa elevazione del corpo verso chissà quali spazi iperurani.
Papà Natale accennava un vago sorriso di superiorità medica rispetto a simili banalità, mentre a mamma Maria brillavano gli occhi di orgogliosa partecipazione.

Vittorio in età scolastica era sempre stato diligente e sveglio. Sul piano del comportamento, invece, era una sorta di Giano bifronte in miniatura. Quando si trovava da solo o in mezzo agli adulti era inappuntabile, sorrideva e aiutava in casa, parlottava compitamente con gli anziani e scherzava con gli adulti più alla mano. Ma se solo appariva sullo sfondo qualsiasi essere umano compreso fra i cinque/sei e i quattordici/quindici anni si scatenava. Se l’amico o il cugino o il ragazzino di quartiere era di carattere agitato e scavezzacollo (come si diceva allora) Vittorio si dava da fare per non essere assolutamente da meno; se invece vedeva che il compagno occasionale si mostrava timido, gentile o sulle sue, era lui stesso a svegliarlo per portarlo a <<mala strada>>, come diceva mamma Maria, subito pronta alle contromisure.
Il fratello maggiore Vincenzo, essendo della classe 1901, era troppo grande per giocare con Vittorio; come anche Angelo, di due anni più giovane. Ma con Giuseppe correvano dopotutto solo quattro anni di differenza – quando il primo aveva dodici anni, il secondo ne aveva otto. Si poté dunque creare un’alleanza che in poco tempo divenne un legame praticamente impossibile da sciogliere.
Il soprannome non era usanza frequente fra i D’Alessandro, manco per i Castronovo; ma nel caso del figlio nato nel 1909 e destinato a diventare un grande ricercatore medico e igenista venne presto l’idea di chiamarlo Pipitto, poi modificato in Pepito. Nessuno fu mai in grado di spiegare quando, perché e chi avesse partorito una tale idea: l’ascendenza del secondo nomignolo appariva di sapore spagnolesco. Ma anche questo aspetto, dopotutto, galleggiò sempre nell’incertezza.
Quanto poi all’ulteriore passaggio Pipitto > Pepito, oltre che esserci buio pesto sull’origine, fece anche arrabbiare Clotilde che sarebbe diventata a metà anni ’30 la fidanzata, quindi la moglie del soprannominato. Lei mostrò sempre un attaccamento coriaceo al primigenio Pipitto e non mancò mai, fino al suo ultimo giorno di vita, di correggere chiunque impiegasse il disprezzato Pepito
Fin quando il cucciolo di famiglia era troppo delicato da coinvolgere nei giochi e nei guai che Vincenzo e Angelo combinavano, Pepito cercava di adeguarsi ai ritmi forsennati dei due fratelli più grandi. Erano infatti a capo di una banda di quartiere di una ventina di ragazzi e ragazzini, a cavallo fra elementari e medie (oltre a un paio di allegri evasori dell’obbligo scolastico, concetto a quei tempi relegato ai manuali di educazione). Il folto gruppo si dilettava a giocare a calcio o alla guerra. Fin lì tutto normale; a parte qualche chiassata che veniva tollerata, soprattutto in estate, fra vacanze scolastiche e ondate di caldo che innervosivano un po’ tutti a Bagheria. I problemi esplodevano per altri passatempi assai meno innocenti. Dall’andare sulla spiagge di Aspra o Mongerbino per spiare nelle capanne dove donne e ragazze si cambiavano per nuotare o prendere il sole, alla caccia ai cani randagi (magari qualcuno infettato dalla rabbia), dal fumare le prime sigarette a dieci anni all’ubriacarsi il sabato pomeriggio.
I risultati non si fecero attendere: fra il 1908/09 e la fine del decennio successivo, oltre la metà della manica di burdellari 9 bagheresi finirono davanti al commissario di Pubblica Sicurezza, passarono almeno una o due notti in guardina (se già adolescenti), e ricevettero decine di giornate di sospensione da scuola. Mentre ben quattro di loro dovettero ricorrere alle cure del medico per irritazioni più o meno gravi della pelle del culetto ripassato dal bastone o dalla cintura paterni.

La prima volta che Pepito scoprì quegli armadi murati, sporgenti e attraenti come le forme di una donna moltiplicate lungo tutta la cucina, fu un pomeriggio del primo anno di pace. Condividi il Tweet

Ben lontani da simili eccessi Vittorio e Pepito ben presto occuparono alcuni spazi della magione neoclassica: i preferiti erano ovviamente il grande parco, i misteriosi corridoi al primo e secondo piano, oltre alla cucina. Questa era ovviamente il regno quasi invalicabile delle donne di casa – che fra madre, figlie, zie, nonna, cugine e donne di servizio costituivano un agguerrito nugolo di cuciniere, ciascuna specializzata in un genere di pietanza. Ma si trattava di un locale molto grande, col soffitto più alto fra tutte le stanze del piano terra: e soprattutto dotato di armadi sporgenti. Questi costituirono presto una speciale palestra per il ragazzino e il fratello, ancora bimbetto ma già sulla scia del più grande.
La prima volta che Pepito scoprì quegli armadi murati, sporgenti e attraenti come le forme di una donna moltiplicate lungo tutta la cucina, fu un pomeriggio del primo anno di pace. Giuseppe stava navigando spedito verso i dieci anni, mentre Vittorio ne avrebbe compiuti sei nel lontano ottobre. Una domenica pomeriggio di pioggia, a ridosso della Pasqua 1919, particolarmente rigida per una terra quasi africana, i due picciriddi nell’ora di siesta erano liberi dal guinzaglio genitoriale. L’intera Palagonia piombava in una sonnolenza che riduceva allo stato liquido qualsiasi essere vivesse in quei locali settecenteschi. Anche i bambini erano costretti a “coricarsi” e dormire, o comunque a far silenzio. Il tempo si ritirava in sé stesso per un frammento impalpabile di fronte ai millenni umani. Saloni e corridoi, giardino e cappella, androne delle carrozze e locali pulizia, ogni ambiente sembrava calare la testa sul petto e abbassare le palpebre. Ricordavano una banda di messicani scivolati in frammenti di assoluto, al di là del tempo postprandiale.
Fra i chiaroscuri delle imposte socchiuse si producevano ronzii delle più differenti intonazioni e coloriture e armonie e ritmi. Se ci s’immagina che fossero i maschi, magari gli anziani, a far danzare l’aria attraverso le narici con tale maestria, a potersi aggirare in quel tepore di stufe di maiolica e qualche caminetto, si sarebbe invece scoperto quante donne, di tutte le età, perfino bambine, si dilettavano inconsapevoli nell’arte del soliloquio nasale.
Fu dunque in quel mondo, sospeso nell’ultimo fotogramma prima della cerimonia del sonno postmeridiano, in attesa di riavviare l’eterno filmato del vivere, che i due “mariuoli” (come li chiamava lo zio Adolfo senza mai offrir loro una carezza, nemmeno guantata) si avventurarono, forse per la prima volta, nelle “cucine”. Il plurale regalava un tono quasi da palazzo principesco: quando in realtà era un unicuo, seppur vasto e alto stanzone, che non mancava di nulla. I due piccoli D’Alessandro si dilettarono ad aprire armadi, ante, ripostigli, cassetti, facendo l’inventario di tutto ciò che contenevano. Si trovarono così alla presenza di centinaia di pezzi, fra posate bicchieri pentole tegami scolapasta brocche bottiglie spremiagrumi. Sembrava l’antro di Long John Silver de “L’isola del tesoro”, con tutto il ben di Dio saccheggiato dagli sgherri pirateschi alle flotte malcapitate.
Poi, il temerario Pepito si arrampicò sulla parte più alta dello stanzone culinario, appoggiandosi alla teoria di armadi a muro, scrostati e color crema sporco. Alcuni erano percorsi da ragnatele e schizzi di remoti passati di pomodoro o verdure finiti là sopra, magari decenni prima, quando nemmeno i genitori dei due esploratori erano ancora nati.
Quindi, il fratello più grande di Vittorio provò ad aggrapparsi alla prima anta: stranamente quella resistette offrendo all’avventuroso adolescente un rollio assai piacevole che lo sbatacchiò fra chiusura e lato opposto, costituito dal muro. Nel giro di pochi minuti ecco che l’abile Pepito era già in grado di dominare quel misterioso ma semplice marchingegno, di farlo dondolare come fosse un Tarzan allevato nella piccola giungla di Villa Palagonia.
Il piccolo Vittorio assisteva allo spettacolo a bocca aperta, ancora in mano l’ultima brocca censita; per un pelo non la fece cadere in terra in mille pezzi. Probabilmente nessuna delle donne di casa si sarebbe accorta della mancanza, fra qualche centinaio di suppellettili: ma si sarebbe svegliata di soprassalto mezza famiglia, cogliendo in flagrante le due pesti casalinghe. Per loro fortuna la brocca rimase saldamente in mano al cucciolo di casa, estasiato dalle circonvoluzioni del fratello ma comunque attento a non fare il minimo rumore. Quanto all’anta dell’armadio non produceva altro che un sottile cigolio ricordando il quieto rollio di una nave vecchia di tre-quattro secoli. Magari nello stile di quelle raccontate da Stevenson, già fra le letture preferite dello scaltro e colto dodicenne Pepito.
Appena scoccarono le quattro pomeridiane lo show artigianale venne saggiamente interrotto dai due protagonisti che subito s’industriarono nel ricollocare al proprio posto le oltre duecento stoviglie e affini.
Quando entrò la cameriera Assunta rimase sbalordita nell’ammirare l’ordine perfetto che regnava grazie ai due fanciulli. Chiamò mamma Maria che a sua volta non credeva ai propri occhi, ancora insonnoliti.
<<Ma siete stati voi?>>, chiese quasi in un sussurro di perplessità.
<<Certo, mammina, volevamo farti una sorpresa, te la meriti proprio>>, rispose Pepito con un sorriso a trentadue denti, accompagnato dall’assenso della testa di Vittorio.
Vennero quindi premiati con l’esonero dai compiti domenicali, considerando anche che l’indomani era giorno di festa.
Se Vittorio era timido e alquanto rispettoso dell’ordine familiare, Pepito quasi gareggiava con il fratellino in bontà e ossequio all’autorità di casa.
In realtà, appena si allentava la vigilanza o era lontano dagli sguardi occhiuti delle donne D’Alessandro e Castronovo, si mostrava per ciò che era: un adolescente malato di avventure e desideroso di violare in segreto qualsivoglia regola di educazione e cautela.
Quanto a Vittorio, all’inizio cercava di calmare gli istinti scatenati del fratello cadetto: ma nel giro di qualche minuto finiva sempre per farsi contagiare da un pomeriggio di anarchia sparsa per il magico universo della villa settecentesca.
Come nel caso, tutt’altro che raro, di visite al parentado distribuito nei paesi vicini o a Palermo: spostandosi in carrozza o in treno, i genitori con contorno di ziame vario praticamente svuotavano la magione per un’intera giornata. Il paio di cameriere rimaste a sorvegliare i picciriddi venivano facilmente corrotte con un po’ di soldi o la promessa di venire aiutate nel disbrigo delle faccende domestiche. Se il “rosso” (il più piccolo dei due fratelli) era già capace di pulire per bene un paio di saloni in un’ora, il castano preparava ottime pietanze. Non si riuscì mai a capire l’origine di una tale bravura in un preadolescente siciliano dei primi anni Venti del ‘900. Pepito si limitò sempre a dire di essersi sciroppato l’intero Artusi in prima media; ma ben pochi gli credettero. Le malelingue della famiglia allargata sostenevano che, malgrado l’appena sbocciata pubertà, il già esuberante ragazzino aveva sedotto una diciottenne che veniva a far da balia a due neonati di una nipote dello Zu Fefé.
I divertimenti spensierati, quanto esaltanti, non crearono mai alcun problema, dato che i terribili fratellini si attennero sempre a tre regole:

– terminare i giochi un’ora prima che tornassero gli adulti di casa;
– mettere una delle donne di servizio a guardia del giardino, con la scusa di farle pulire un po’ il sentiero d’ingresso e i locali di portineria;
– rimettere anche il più piccolo oggetto esattamente nel posto in cui si trovava abitualmente.

Il caos però non poteva che prodursi, prima o poi.
Il giorno stabilito dal Padreterno – come per decenni ripetè mamma Maria – fu un venerdì di fine gennaio 1921. I pargoli avevano undici e sette anni, il grosso della famiglia era andato a un battesimo seguito da ricevimento in quel di Palermo, mentre un temporale memorabile imperversava sull’intera Sicilia occidentale. In quei giorni, in continente le squadracce fascista avevano totalizzato una ventina di assalti a sedi di partiti, sindacati e giornali, ferendo trentasette persone e uccidendone due – un sindacalista ventenne della CGIL e un cinquantenne del nascente Partito Comunista d’Italia in congresso a Livorno. Ben altri accidenti stavano abbattendosi nell’ormai naufragata Italietta giolittiana, già vincitrice della guerra mondiale.

Dopo essere saltati da un armadio all’altro, aver ballato a piedi nudi sul tavolone di quercia al centro della cucina, essersi prodotti in esercizi circensi con posate e piatti vari, Pepito pensava di concludere in bellezza con un’ultima “saltata” della teoria di armadi a muro. Senza che i due bambinacci lo sapessero si era però prodotto un cedimento del legno nella grande anta centrale – un tempo massiccio ma ormai crepato, fra sbalzi di temperatura, vapore acqueo di tonnellate di pasta e altre pietanze cucinate nell’arco dei decenni fra Ottocento e Novecento. Non contando poi gli strattoni imposti dal peso crescente e oscillante del terribile Pepito, sempre più incontenibile. La violenza che ci metteva nel mettere a dura prova le strutture della cucina lo avrebbero fatto subito assumere come esperto collaudatore in una grande industria meccanica a Detroit. Qualche anno più tardi avrebbe potuto gareggiare con il mitico Johnny Weismüller, olimpionico di nuoto e interprete di Tarzan al cinema.

Al momento più imprevisto e di massimo sfogo fisico, peraltro conclusivo di quello scatenato pomeriggio invernale, l’armadio centrale venne giù. Sembrava fosse stato vomitato con inimmaginabile furia dal muro perimetrale della grande cucina, che non tollerava più di ospitare quelle assi ormai marce e scomposte. Il boato, dissero poi alcuni testimoni, si sentì perfettamente nelle case vicine alla Villa, malgrado l’inverno e il tempaccio imponessero la chiusura di qualsiasi finestra nel giro di chilometri. Il povero Pepito sembrava inghiottito dal crollo di calcinacci e legno, fra stoviglie a pezzi e posate lanciate a metri di distanza. Una brocca lanciata contro la parte opposta ebbe la potenza di mandare in frantumi il finestrone centrale che cadde in gran parte addosso al povero Vittorio. Quando entrarono in cucina le due giovani inservienti, accorse quasi subito, restarono per lunghissimi secondi letteralmente ibernate da paura, freddo, pioggia che schizzava furiosamente dall’esterno, vento gelido a oltre settanta chilometri orari, in mezzo a centinaia di pezzi di calcinacci e legno, vetro e ferro, terracotta e vasellame d’ogni genere, colore e forma. Quindi la diciottenne Lia si mostrò coraggiosa nel tirar fuori il ragazzo più grande, fortunatamente stordito e con qualche ecchimosi, ma per il resto integro. Al contrario, Mimma, la trentenne, impiegò un paio di minuti per riprendersi dallo sconvolgimento di quella scena di guerra casalinga.
Il possibile dramma era invece il bambino che giaceva svenuto, con un taglio alla gamba destra, dal polpaccio fino alla coscia. Era immerso in una pozza di sangue che si allargava a vista d’occhio con inquietante velocità.

Per puro caso sopraggiunse da una casa vicina Felice Gerbasi, studente del sesto anno di medicina, in quei giorni alle prese con il penultimo esame prelaurea – dunque già quasi dottore. Era stato svegliato di soprassalto in un momento di sonnolenza, dopo notti di due/tre ore di sonno seguite da giornate di quindici/sedici ore di studio “matto e disperatissimo”, come diceva con leopardiano orgoglio. Da lì a sette anni sarebbe toccato proprio a Pepito, ormai trasformato in Giuseppe D’Alessandro, ricevere il testimone di quelle sessioni di lavoro, chino su testi di migliaia di pagine dell’universo anatomico, fisiologico, istologico dell’animale uomo.
Gerbasi si rese subito conto delle gravi condizioni del piccolo di casa. Riuscì a bloccare con non poca fatica il flusso del sangue: il taglio era tanto lungo quanto profondo. Dopo un esame veloce ma accurato appurò che il resto della situazione non era preoccupante: una dozzina di piccole ferite, tre ecchimosi, una mano verosimilmente fratturata. Per di più, per la paura, Vittorio si era fatto la pipì addosso.
<<Assai frequente e del tutto normale in un bambino di sette anni, fra dolore e spavento>>, come spiegò con tono sicuro il giovane laureando.
Concluse con orgoglio già professionale che sicuramente il ferito ce l’avrebbe fatta: ma era fondamentale acchiappare una carrozza e condurlo immediatamente all’ambulatorio del paese. Cosa che si riuscì a fare velocemente grazie all’aiuto di un paio di vicini che abitavano in piazza Garibaldi, su cui affacciava l’ingresso principale di Villa Palagonia. Dopo ulteriori cure, venne trasferito in uno degli ospedali palermitani meglio attrezzati.
Passarono dieci giorni e finalmente Vittorio fece ritorno nella grande famiglia che lo accolse come un eroe coperto di medaglie, di rientro da un lontano fronte. Non si parlò mai più dell’incidente: ma solo dopo che suo padre gli fece promettere di non farsi più prendere dai giochi scatenati di quel “folletto matto” del fratello maggiore.

Per alcune settimane Vittorio non seppe come e dove fosse stato ripescato il suo terribile consanguineo. Infatti, il pomeriggio del caos in cucina Pepito, appena rimessosi in qualche modo in sesto – la marea di calcinacci gli aveva in realtà procurato soltanto tagli superficiali e un paio di ecchimosi – vegliò il fratellino fino all’arrivo dell’auto di Gerbasi. Quanto a lui, afferrò di gran carriera un paio di vestiti e una cinquantina di lire ripulendo in tal modo il comò in cui si tenevano i soldi per le urgenze. Quindi baciò appassionatamente la sua zita segreta – la cameriera 18enne, in lacrime per quella fuga – e si diresse al cancello correndo come un matto. L’atmosfera ricordava la partenza di un esploratore in rotta verso lande pericolosissime, dunque dall’improbabile ritorno.
Fu così che Pepito si diede alla macchia per nove giorni e nove notti, girando per le campagne, rigorosamente a piedi per evitare le poche corriere o carrozze. Le automobili, poi, erano ancora più rare: nel 1922 erano appena quarantunmila in Italia e qualche centinaio in tutta la Sicilia.
Camminava la notte, di giorno nascondendosi in grotte o nella più alta vegetazione. Si nutriva di pane, cacio, verdure, insalata, a volte comprati, quasi sempre offerti da famiglie di contadini incontrati nei campi. Nessuno ne profittò, avendolo subito identificato per un fuggitivo da qualche casa di patruni: e se questi non meritavano certo di essere aiutati (per esempio a ripescare un figlio che si era tolto il guinzaglio di casa), non per questo si sarebbe mai pensato di far del male a un ragazzino di quell’età. In tale spirito si coglieva a piene mani la sottile ma intensa etica popolare: la stessa, in fondo, che ha sempre condannato a morte gli assassini di bambini, una volta in carcere.

Intanto a casa Vittorio rifletteva ogni notte prima di prendere sonno – con difficoltà e spesso abitato da incubi mai avuti prima. Si era fatto trascinare in qualcosa di grande e ne attribuiva la responsabilità proprio al fratello. Ma nello stesso tempo si faceva parecchie domande che gli procuravano un imbarazzo e un rimorso come fossero piccole fastidiosissime pustole sulla pelle rossiccia.
Era finito addirittura in ospedale per dieci giorni, mentre Pepito si era dato alla macchia. Non sapeva cosa fosse più grave: ma percepiva una specie di aurea di eroismo di cui godeva il fratello maggiore. Mentre il minore era profondamente combattuto fra invidia e ammirazione. Già a scuola gli era capitato due o tre volte di provare un simile impasto di sentimenti che regolarmente lo facevano soffrire. Era come muoversi nella nebbia, improvvisamente calata sul paese da chissà dove e come e perché, confondendo strade, sentieri, piazze, edifici. Moralmente, considerando la morale di un ragazzino grossomodo decenne negli anni Venti, sapeva di non riuscire a decidersi. L’invidia era qualcosa che veniva condannata, sia a Villa Palagonia che fra i banchi di scuola. Piuttosto s’insegnavano la forza, la virilità, l’odio per i nemici, da insegnanti che quasi mai avrebbero osato partire per un’ipotetica guerra. Mentre si ammirava il Duce, i quadrumviri, gli eroi delle guerre romane, Cesare per primo; per non parlare dell’assoluto Augusto, il cui culto iniziava a primeggiare nell’Italia fra primo e secondo fascismo, dagli anni di non facile stabilizzazione al prosieguo di arrogante e cieco regime. Eppure, lui, ancora ragazzino ma ormai stufo di esserlo, quindi di venire considerato tale dai “grandi”, restava incerto, colpevolmente esitante, fra invidiare e ammirare il fratello. E a proposito di adulti, si convinceva sempre più che proprio con quel gesto di fuggire chissà dove, Pepito si era come trasformato nel “signor Giuseppe D’Alessandro”. Dunque un adulto, autonomo, capace di prendere una decisione così coraggiosa come quella di abbandonare casa e famiglia. Lui, invece, rimaneva sempre e dolorosamente Vittorio; per qualcuno addirittura “Vittorino”. Decise di dare una veloce svolta al suo modo di comportarsi, di vivere, di stare con gli altri. Da quei giorni in poi in effetti modificò perfino gestualità, postura, mimica. Meno risate, andatura dritta e decisa, sguardo sicuro e a perfino voce più scura. Tanto che in quel periodo Angelo ebbe modo di accorgersene e gliene parlò, accusandolo di “recitare da adulto”, cosa che era ancora ben lontano dall’essere diventato. Vittorio se ne ebbe tanto a male dall’aggredire il fratello forte, sportivo e con ben dieci anni in più. Angelino lo trattò come un elefante di buon umore considera una zanzara che gli ronza intorno. Gli bastò una presa e una forte risata per smontare tutte le velleità belliche del cucciolo di casa. Vittorio, quel pomeriggio, sparì in un remoto sgabuzzino umido e freddo del secondo piano, dibattendosi fra lacrime di rabbia, riflessioni filosofiche e accessi di tristezza apparentemente senza rimedio.
Sarebbero stati i mesi successivi a fargli capire che bisogna seguire la natura, senza anticiparla: piuttosto, il desiderio di maturare va coltivato poco a poco, discretamente e nei propri pensieri. Non certo nelle posture viriloidi e negli sguardi da ridicolo guerriero in calzoncini e con la barba ancora di là dal crescere. Più che invidia, il suo percepire Pepito venne da allora ispirato semmai al confronto, all’esempio, cercando di restare sé stesso. Vittorio arrivò a vergare un quaderno intero intitolato Alla ricerca di mé stesso. L’unico a cui ne avrebbe in seguito affidato la lettura sarebbe stato negli anni del liceo palermitano il suo professore di filosofia.

Quanto a Pepito, venne subito sguinzagliata una pattuglia di Regi Carabinieri: c’era in famiglia un lontano zio – addirittura generale di divisione dell’Arma – che si diede un gran da fare per ripescare il remoto nipote in preda a furori da Robinson Crusoe di campagna. Per di più, per un intero fine settimana si mobilitarono quattro cugini, dotati di un camioncino mezzo scassato e una nuovissima moto tipo side-car. Frono proprio il motociclista e il suo aiutante a identificare in un mucchietto di stracci con dentro un ragazzino placidamente addormentato il cuginetto scassa-cucine, adagiato su un campo di grano in provincia di Girgenti (l’odierna Agrigento). Dopo essersi accertati che stesse bene e congratulatisi con lui per gli oltre duecento chilometri percorsi a piedi, venne riportato a casa senza storie. Dove lo accolsero i genitori, ciascuno con un ceffone seguito da abbraccio. Distribuiti con eguale quanto profondo trasporto.

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