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I genitori avevano spiegato brevemente a Vittorio il volo in cielo e le possibili destinazioni: l’ascesa al Paradiso se si era stati boni cristiani. Altrimenti, se si trattava di gente tinta 1, allora toccava il precipitare nell’Inferno. Il Limbo e il Purgatorio gli vennero risparmiati in attesa di studiarli alle medie e al liceo, grazie a un certo messer Durante Alighieri.

Il parroco, don Fernando, annoiò per anni i ragazzini del catechismo con tutti i dettagli possibili e immaginabili dell’Inferno per i peccatori. Invece, sul Paradiso dei beati si limitò a qualche cenno.

Una volta Vittorio gli chiese educatamente come mai si soffermasse quasi esclusivamente sull’Inferno, le pene, le torture eterne, le fiamme e le altre diavolerie.

<<Vedi beddu miu 2, se vi spiegassi come “funziona”, per così dire, l’eternità per i beati, perdereste … come posso dire … la spinta a vivere virtuosamente, ecco. Lo fareste solo per star bene in eterno e non per seguire i comandamenti di nostro Signore>>

<<Magari avete anche raggione, padre. Però accussì u catichisimo fussi chiù picca camurriusu3>>, intervenne l’immancabile Ciro, vivacissimo e linguacciuto bimbetto di nove anni. A dispetto del nome e dei genitori napoletani, era nato a Porticello, poi cresciuto fra Aspra e Bagheria. In compenso, se voleva riusciva a mandare chiunque a quel paese in stretto dialetto dei Quartieri Spagnoli.

Il prete prima gli mollò un ceffone. Quindi si degnò, con un sorriso pacificato, di spiegargli che raggione andava pronunciato e scritto con una sola g, si diceva catechismo, il dialetto lo poteva usare solo lui, maestro di religione, e non certo loro. Che sennò non imparavano mai l’italiano. Infine gli tirò un orecchio; e con lo stesso sorriso gli ingiunse di non permettersi mai più di definire camurria l’ora del suo catechismo.

Ciro se ne tornò al banco, orgoglioso e con la guancia rossissima. Solo a fine lezione volò via in bagno a piangere come il bambino che dopotutto era; non prima, però, di aver controllato che non ci fosse nessuno nei paraggi.

Vittorio lo attese per una decina di minuti; lo vide riapparire fresco come una lattuga appena condita con olio, aceto, sale, pepe.

Erano diventati amici per la pelle sin dal primo giorno di scuola, tre anni prima. Lo scugnizzo aveva perso un anno per cattiva condotta. In prima elementare aveva gettato un’intera boccetta d’inchiostro addosso alla maestra chiamandola per di più faccie ‘ndrocchie 4. Se all’inizio venne condannato a una settimana di sospensione, quando con una certa fatica si riuscì a tradurre l’insulto napoletano, vennero convocati i genitori e il direttore didattico decise su due piedi di espellerlo per il resto dell’anno scolastico. Il che equivaleva a una bocciatura.

Nunzio Ferrante, il padre dello scavezzacollo, impiegò una giornata intera a catturarlo e riempirlo di botte. Infatti, Ciro saltò letteralmente di gioia alla notizia che da quel ventitré novembre e fino al primo ottobre dell’anno seguente sarebbe stato praticamente in vacanza. Quando il papà cercò di bloccarlo riuscì a scivolar via dalla stanza del direttore, come un pesce strafottente verso il proprio pescatore.

Per il resto della mattina, quindi il pomeriggio e la sera, non pochi bagheresi poterono intravedere un bambino che volava come una scheggia per strade e vicoli, inseguito dopo un mezzo minuto da un giovane sulla trentina, rosso come il fuoco e affannato di rabbia e sudore.

Poco prima di mezzanotte il padre riuscì finalmente a catturare un Ciro ormai stremato e distratto in una stradina buia e a riportarlo a casa, dove gliene diede di santa ragione. Il bimbo finì addirittura al pronto soccorso di Palermo con due denti rotti, una caviglia slogata e un braccio fratturato. Ma nessuno osò sporgere denuncia, essendo ben nota la fama di camorrista di Ferrante, scappato in Sicilia per sfuggire alla vendetta di una banda rivale per il controllo del Rione Sanità – contrabbando di sigarette, prostituzione, ricatti e affini.

Per i successivi tre anni Ciro fu mandato a lezione proprio da don Fernando. Imparò velocemente a scrivere, leggere e far di conto – per secoli le basi della formazione primaria. Troppo spesso l’unica richiesta. Tanto era irrequieto, quanto d’intelligenza fulminea. Sotto sotto il maestro privato lo ammirava; ma al contempo cercava di non fargli montare la testa e di tenerlo a bada – operazione quest’ultima che sovente rappresentava una vera e propria “ordalìa” per il povero sacerdote campagnolo.

La prima volta che Ciro venne accolto a villa Palagonia si trovò trasportato in un’altra dimensione. Da quando aveva imparato a leggere si limitava a due attività primarie: le scorribande con il manipolo di ragazzini di cui era capo indiscusso; e ore di lettura rapite fra Sandokan e Il Giannettino, Tom Sawyer e le avventure marine di Jules Verne. Era quindi inevitabile che il grande giardino sarebbe stato la foresta di Mompracem, le scalinate che portavano agli appartamenti padronali vette da conquistare ai nemici, mentre aggirarsi nelle immense stanze poteva portare dritto dritto nelle fauci di Dracula conte di Transilvania.

1 malandrino, mezzo delinquente

2 bello mio

3 così il catechismo sarebbe meno scocciante

4 faccia di puttana

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