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Pochi numeri civici dopo il negozio di don Cucino (che negli anni s’ingrandì fino a occupare dal 25 al 31, con ben quattro locali e relative vetrine), si trovava la bottega del pescivendolo Tano Macrì. Un malmostoso quasi sessantino, scuro di sole come un arabo, sempre con mezza sigaretta fra le labbra (per lo più spenta, essendo malato di enfisema polmonare che a sessantacinque anni l’avrebbe ucciso in malo modo). Di esibita schiatta calabrese, parlava un curioso misto tutto suo fra i due dialetti. Ma quando s’arrabbiava l’espressione perenne e indistruttibile era solo una:

<<Un mi rumpiri i ghiommara, cosa lorda>>,

che la più parte dei maschi traduceva regolarmente con la sicula avvertenza

<<Un mi scassari a minchia, arrusu>>.

In effetti la traslazione dialettale non poteva dirsi impeccabile, dato che i genitali maschili venivano espunti a favore dell’illustre citatissimo membro. Minchia di qui e minchia di là lo si sentiva dire, gridare, strombazzare tutto il santo giorno, senza nemmeno dovervi prestare troppo orecchio, fra interni familiari e portoni, strade e negozi. Per di più il moderato cosa lorda era stravolto nell’assai greve arrusu (reso assai bene con pigliainculo, 44 anni più tardi dallo Sciascia de Il giorno della civetta).

Vittorio e Pepito, assai curiosi anche di fatti lingustici, scoprirono ben presto che si trattava di una cattiveria contro Macrì dipingendolo più volgare di quanto non fosse. Bastava il suo perenne malo carattere (che peraltro raramente raggiungeva picchi socialmente intollerabili) a renderlo inviso a parecchi, soprattutto femmine facili a scandalizzarsi – come risultava dovere civico a quei tempi.

Un paio di botteghe più avanti la ben nota Pinedda gestiva la merceria ereditata dalla nonna ormai ultra novantina – ma sempre in discreta forma. Ormai aveva perso la vista da una decina d’anni riuscendo comunque e sempre a tenere sotto controllo la nipotina: non certo per sua incapacità nel tenere i conti, o curarsi della merce, trattare bene la clientela o rispettare gli orari di apertura e chiusura. Su questi aspetti della professionalità da negoziante la povera Pinedda era del tutto irreprensibile, capace, educatissima, malgrado la giovane età.

Il probema che l’affligeva era in realtà doppio, come un coltello a due lame che le si agitasse ogni maledetto giorno nel corpo attraente. A parte la pelle che tendeva a screpolarsi facilmente, soprattutto in inverno (non era ancora il tempo delle efficaci creme apparse in commercio mezzo secolo più tardi), per il resto la pigmentazione scura, i tratti fini del viso contrappuntati da labbra carnose, gli occhi d’un profondo nero (a ricordare i misteri di un antro di montagna millenaria), una vocetta intonata sulle note più alte, la snellezza non priva di forme ai fianchi e al seno, offrivano il panorama di una ragazza a dir poco deliziosa e anche particolare. La ferita che la faceva soffrire s’identificava con sé stessa coincidendo con la dimensione esteriore, il corpo. In special modo la sua lunghezza, o meglio brevità.

Vittorio e Pepito quando la videro la prima volta, nello stesso giorno del loro sbarco in corso dei Mille, la soprannominarono con arguzia e un certo tatto “la breve”. Quando invece tutto il quartiere alle spalle la chiamava “a curta”. E tra brevità e “cortezza” ce ne correva; lo sapeva lei stessa il cui udito finissimo, che tutto captava, sembrava compensare le membra accorciate e il torso minuto raggiungendo notoriamente appena il metro e trentacinque.

Se la nonna con antica modestia raggiungeva i 155 cm, la madre svettava – si fa per dire – sui 165. Dunque, presenze femminili più che dignitose, considerando la latitudine e il periodo storico del tutto alieni da donne che, come oggi, svettassero frequentemente ben oltre il metro e settanta. Il caso, la malnutrizione o chissà che demone mediterraneo avevano invece infierito su quel corpicino mantenendolo poco dissimile fra l’età infantile e il resto della sua peraltro lunghissima esistenza. Tanto che arrivata a cent’anni, con lucidità quasi intatta, amava celiare spesso sorridendo <<corta certo, ma non di vita>>. L’attenzione concentrata nello studiare prima, nel lavorare poi l’aveva distolta da un’attività per gli altri silenziosa e naturale: crescere.

Senza nemmeno accorgersene un caldo giorno di giugno del 1923 – all’alba del fascismo che peraltro rimase remoto per un altro paio d’anni dall’orizzonte dei siciliani – Pinedda si ritrovò ad avere diciott’anni e a lavorare nel negozio di mamma (ormai defunta) e nonna. Le si spalancarono file infinite di giornate pietosamente trascorse in quei pochi metri quadrati, con il pezzetto di marciapiede dove prolungare l’esposizione delle mercanzie. Giorni su giorni, 365 x … beh, almeno una cinquantina d’anni se si fosse mantenuta in buona salute. Non osò contare quante migliaia fossero. Anche i giorni feriali, festivi, di possibile malattia o qualche funerale e matrimonio familiare, furono risucchiati nel conteggio come succulenti bocconi di carne o pesce, gettati via confusi nella marea immensa degli altri andati a male. Futuro equivaleva a minaccia, pensò quel caldo giorno di giugno; ma poi corresse il pensiero come fosse davanti a una lavagna e al posto della parola minaccia scrisse condanna. E il gessetto che usò era color rosso sangue.

L’unica sua consolazione in quel sostare in negozio per anni e anni, come su una spiaggia senza mare, erano i maschi. Uomini di ogni fattura e provenienza sociale, belli e brutti, ragazzi e vecchietti, arrapati e romantici, colti e analfabeti.

A guardarla per un solo istante ci si chiedeva sbalorditi come un simile soldo di cacio di donnetta – pur assai carina nei tratti – potesse attirare tanti umani con i pantaloni, la giacca, la sigaretta fra le labbra, spesso dotati di baffetti alla Valentino: sul finire della sua lunga vita, segnati diligentemente su decine di quadernetti a righe, da scuola elementare e con grafia da dodicenne, ecco un’infinita teoria di nomi e cognomi – a volte soprannomi, se esistevano – età (magari approssimativa), durata del rapporto e data precisa (ora, giorno, mese, anno). In questo Pinedda era di una scrupolosità maniacale, inconsapevole emula di un mix fra Don Giovanni e Leporello, con frasette mezzo sicule al posto dei versi di Da Ponte, un vago sfondo di tarantelle e stornelli popolari anziché le melodie mozartiane.

Il mistero di quel corpo in scala ridotta, il quasi nanismo e il viso di bambinetta, la voce stridula e la mente persa dietro le ossessioni da catalogo di svelti, confusi accoppiamenti da retrobottega, faceva smarrire la razionalità di qualunque risposta. Di fronte alla trentina d’anni di coiti consumati nel tanfo di stantio del negozietto, nel silenzio delle ore serali o nel caldo di pomeriggi estivi o ritmati dalla pioggia scatenata d’autunno, chiunque si arrendeva immaginando chissà quali virtù possedute dalla donna-bambina. In realtà una sola era, e sarebbe sempre stata, quella che lei stessa chiamava “l’attiranza” degli uomini verso di lei: il calore, la passione, la dedizione assoluti che metteva in ogni rapporto. Come se tutti gli uomini fossero un libro tendente all’infinito, su cui lei scriveva di una dolce carnalità, viatico per un paradiso sotterraneo, invisibile eppur vero.

Da quanto sussurravano ogni tanto i pochi che confidarono la consumata “malefatta” con Pinedda, possedeva il dono di far sentire assoluto l’uomo che si trovava anche per soli dieci minuti fra le sue braccine da preadolescente definitiva, regalando l’impressione di essere Ercole, Ulisse, Mandrake, perfino il Duce. Il maschio di turno che dopo l’amplesso usciva all’aria aperta proveniente da quella piccola spelonca di mercanzie e orgasmi, sudore e gomitoli di lana, vestiti gettati con eccitata fretta sul pavimento di mattonelle invecchiate, quell’uomo si sentiva l’eroe del giorno, dimentico all’improvviso di ogni umiliazione subita dalla misera esistenza. Quasi una mano invisibile e misericordiosa avesse passato un panno morbido e immacolato sulla fronte fradicia di problemi quotidiani e ferite antiche, cancellando ogni pur lieve traccia di sofferenza.

Poi all’improvviso accadde che in un giorno d’autunno del 1955, all’età di 50 esatti, la quasi nana ormai sopravvissuta all’ingresso nella mezza età, chiuse definitivamente la saracinesca: non quella del negozio, che avrebbe maneggiato ancora a lungo, ma del suo trafficato organo sessuale. La mano immacolata che aveva cullato qualche migliaio di petti villosi e spalle stanche evaporò come una pozza d’acqua fresca all’ineluttabile sole di Ferragosto. Restarono ancora per anni i mormorii della gente, i ricordi, le malelingue e poco altro, a galleggiare svogliati nell’aria di quartiere. Su tutto ciò Pinedda si mostrò sempre capace di passare sopra, piccola infinita regina di un’ombra passeggera, capace di offrire più tenerezza in quelle mezz’ore di retrobottega che non in interi matrimoni di luminosa apparenza.

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