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Gli spazi urbani della seconda sede dei D’Alessandro sedussero da subito il piccolo di casa. Le prime tre settimane, ancora senza scuola, gli offrirono il tempo di girare in lungo e in largo. L’importante era andare in bicicletta, come voleva la mamma: fare sano movimento, risparmiare il tram, evitare incontri poco raccomandabili per strada (sulle due ruote Vittorio sapeva essere un autentico fulmine). E ovviamente desiderio materno mai fu così entusiasticamente condiviso dai figli.

Pepito, però, raramente accompagnava Vittorio. Ancora prima d’iniziare il liceo e conoscere i nuovi compagni, l’intraprendente sedicenne aveva già stretto le sue amicizie con coetanei del quartiere. In specie con quella che divenne da quasi subito il suo primo grande amore. Vittorio lo copriva, in quei casi, raccontando a casa che l’aveva incontrato con la banda di corso dei Mille – quando invece Pepito aveva trascorso l’intero pomeriggio fra le braccia della sua bella. Il futuro medico igenista e virologo era così geloso e riservato che per mesi nessuno ebbe mai modo di conoscere la misteriosa fanciulla: l’unica cosa di cui il fratello minore venne messo a conoscenza fu l’età, diciotto, dunque due più di Pepito. Manco il nome sapeva. Una sottile rabbia si stava impossessando del fratellino, scatenata dall’invidia, dalla domanda sorda sul perché l’altro si e lui invece no, dal mistero sulle capacità seduttive del fratello che dopotutto era di appena due anni maggiore. Ma poi le folli corse in bici, il girare per ore e ore lungo le lunghe strade trafficate (almeno in confronto a quella che ancora chiamavano “casa”), gli svuotarono la testa, come una spiaggia da tempo invasa da leoni marini e all’improvviso fattasi deserta e bianchissima. 

Mentre volava per la prima volta lontano dal suo quartiere, spingendosi a chilometri da casa, quella nuova, il ragazzo dai capelli fulvi non pensava a fumetti o romanzi o film d’avventure. Non aveva bisogno di riferimenti, tantomeno d’ispirazione per immaginare di trovarsi altrove e vestire i panni di qualche eroe. La città che si distendeva davanti ai suoi occhi umidi d’emozione e sudore gli bastava e avanzava per illuminare la fantasia con un sole sufficiente per una vita intera.

Superata la zona di Corso dei Mille si ritrovò lungo un’arteria ancora più lunga, a congiungere la stazione centrale con il cuore storico della “piccola metropoli”, quale gli appariva. Nella sua ingenua inesperienza di viaggi e mondi altri Palermo si presentava come un’ipotesi in scala ridotta di Parigi o Roma, Londra o New York. Ma ben presto le dimensioni lo sopraffecero gioiosamente e delle altre capitali occidentali, ben più estese, Vittorio, ciclista affascinato e curiosissimo, non ebbe alcun bisogno.

I palazzi spagnoleschi gettavano le loro ombre sulle strade lastricate nel ‘700 o anche nel ‘600. Le carrozze erano quasi più numerose delle automobili: ci sarebbero voluti gli anni del secondo dopoguerra, la ricostruzione e il boom 1958/62 per invadere con le quattro ruote le arterie barocche di una Palermo mai pronta per modernizzazione e palazzoni, inquinamento e traffico.

Ma nel 1926 tutto ciò era ancora da venire e perfino da immaginare – se non si era dei Le Corbusier, Wright o Sant’Elia.  E Vittorio non lo era di certo, incapace di rispondere se gli avessero chiesto cosa mai fossero l’urbanistica o l’architettura pubblica. Gli edifici a quattro e più piani tirati su nei due/tre secoli precedenti erano lì a parlare retoricamente di epoche e dominazioni e lingue e aristocrazie e splendori elitari, ormai impolverati e cadaverici. Come un immenso cimitero elegante eppur decrepito costruito in superficie, anzi in verticale, al posto delle viscere terrene accoglienti ossa e teschi degli umani che furono.

Per la prima volta in vita sua trovava strade dove il sole non osava depositarsi – proprio come in molte vie newyorkesi, aveva letto in un bel libro di viaggi regalatogli dal padre per la promozione in prima media. Ricordava di aver provato quella sensazione di “piccolo buio”, come gli venne in mente di chiamarlo, in occasione della prima visita nella capitale dell’isola un paio d’anni prima. Adesso era tutto diverso: non doveva rientrare a Bagheria, al termine della giornata, ma nella grande casa cittadina di Corso dei Mille.

S’intristì un pò: non per l’assenza di fratelli e sorelle maggiori, ma per quella del padre. L’avrebbe reincontrato solo dopo parecchie settimane, alle feste dei morti e del 4 novembre, con le scuole chiuse e una manciata di giornate in cui riassaporare le corse nel parco di Palagonia, la polvere che a volte si sollevava sospinta da un vento ideale per evocare un deserto dove guerreggiare con gli amici d’infanzia.

Ma in quel momento era giusto perdersi per le strade ombrose, lastricate di pietre spagnolesche e francesi e borboniche e infine savoiarde. Anche la viabilità urbana era a strati, costruita e rappezzata e ammodernata a poco a poco dai secoli altrui.

Città a strati, multilingue, iperdominata, supercolonizzata, espropriata dalla nascita, eterogovernata. Si ossequiavano monarchi mai nati lì, sempre piovuti da altri cieli, inferiori perché privi di quel sole magnifico, naviganti su altri mari non certo grandi e belli come il Mediterraneo dei siciliani. Tutta la loro terra era loro, eppur stata di altri, non condivisa ma occupata. Come in un gruppo di ragazzi amici per la pelle se ne insinua ogni tot anni un altro, manipolo estraneo di facce mai viste, parlanti lingue sconosciute, eppure subito impegnati a fare leggi proprio per la loro terra e i suoi abitanti, per loro siciliani.

Ma allora cosa diavolo voleva dire essere siciliano? Ogni tanto Vittorio s’inorgogliva e si turbava a pensare queste storie, a interrogarsi sulla propria identità insulare – certo ancora non sarebbe stato capace di esprimersi con questi termini. Il pensiero si stava evolvendo e maturava, grondando idee, a volte rabbia; spesso con un bel punto interrogativo che si stendeva sulla sua facciuzza adolescenziale, ricordando una tovaglia mai vista prima a coprire le sue efelidi, fonte di tenerezza per la madre.

Ed eccolo adesso passare a un altro fiume di lastroni con ovunque tracce di decenni di carrozze rinascimentali, barocche, neoclassiche, postnapoleoniche, belle époque. Il Viale della Libertà, parola per lui magica, promessa di spazi tutti finalmente suoi, vita guidata con le sue mani che crescevano in forza e destrezza.

L’eleganza quasi austera delle costruzioni a segnare la grande distanza dalle epoche precedenti che avevano generato i palazzi di Via Maqueda e Via Ruggero Settimo. Nel vialone dove sembrava esserci un vento diverso, una luce più intensa, gli edifici erano vicini nel tempo, fra seconda metà Ottocento e anni Dieci, dagli ultimi tempi dei Borboni all’estrema calma prima delle trincee di Verdun e della disfatta di Caporetto.

Aiuole e doppio marciapiede, a destra e a sinistra della via vera e propria; famiglie a passeggio con carrozzine infantili e cani al guinzaglio, pezzi grossi del Partito in orbace a pavoneggiarsi e spargere baciamano alle signore deambulanti al sole di primo autunno; frotte di ragazzi liceali intruppati a divorare croccanti o suggere gelati faraonici; coppie di ragazze a braccetto, cappellini stile caschetto o qualche basco, un paio perfino con il bocchino che entrava e usciva da labbra rossettate, vogliose di sguardi maschili, quanto timide nel produrli come ombre incerte verso gli abiti eleganti di giovanotti dai contorni eccitati ma strafottenti.

La guerra, in realtà, era fuori da qualsivoglia orizzonte mentale o romanzesco nel cuore dell’Italietta fascista e tragicomica, che stava nutrendo silenziosamente i muscoli da mostrare nelle tappe verso il suicidio – il 1935 abissino, il ’37 spagnolo, il ‘40/45 mondiale. E in effetti in quella Palermo non più “felicissima” come lo era stata fino a una dozzina d’anni addietro, non si poteva però fare altro che sperare che il Ducetuseilaluce nato a Predappio nel 1883 dopo Cristo avrebbe dato la vita per una Patria di luminoso progresso, splendore, forza, prestigio.

 

Giovinezza, giovinezza,

primavera di bellezza

 

si cantava a squarciagola per le adunanze comandate o spontanee. Anche nelle ore in cui il piccolo di casa D’Alessandro/Castronovo scorazzava in totale libertà a chilometri di distanza dalla neo magione di Corso dei Mille poteva capitare d’incrociare plotoni di balilla o giovani italiane, militi della MVSN (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) da poco istituita o reduci dal Piave illuminati d’italica gloria. Le gole tirate come fossero galli sulla via dell’essere strozzati e bolliti alla domenica, visi rosso fuoco, occhi quasi fuori dalle orbite, uno sforzo che spesso pareva spontaneo, quasi che le orecchie del padrone di Palazzo Venezia e di Villa Torlonia potesse ascoltare fino a mille chilometri di distanza e controllare chi stonava, chi balbettava a voce afona come nei film muti (ancora per pochi anni), chi si distingueva per maschia prontezza e fascistissimo entusiasmo. Premiando i secondi e fustigando i primi con paterno autoritarismo. Si baci la mano del padre/padrone, soprattutto se e quando vi mena: giacchè è solo con i segni delle fustigazioni che crescono i muscoli e si forma il carattere. Questa la base comune di tutte le frattaglie di pedagogia sparse per l’Italia littoria.

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