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Nel mezzo secolo incastonato fra Unità ed entrata nella guerra mondiale emigrarono quattordici milioni di persone. In totale, nell’arco di un secolo (1861-1960) espatriò l’equivalente dell’intera popolazione censita al momento dell’unificazione: ventitre milioni.

Nell’ultimo scorcio dell’era giolittiana, però, cominciarono qua e là a spargersi speranze di una lotta meridionale, e siciliana in specie, contro miseria e analfabetismo, sottosviluppo e banditismo. Professori universitari e docenti di liceo, giornalisti e professionisti, agrari illuminati e borbonici, monarchici e repubblicani si ritrovarono a confrontarsi, più spesso ad accapigliarsi, anziché sui temi classici delle belle femmine, delle tasse o della vecchiaia, piuttosto su questioni politiche, demografiche, economiche. Alcune mogli non riconoscevano quasi più i mariti dai discorsi che sembravano improvvisamente appassionarli. Bruciavano sguardi, essiccavano gole, si distribuivano raucedini e silenziosi innalzamenti di pressione, mentre madri premurose raccomandavano ai figli ardimentosi di tenersi alla larga dall’arena politica, se volevano far carriera e metter su famiglia.

Addirittura, fra il 1907 e il ’15 si assisté al fenomeno del parziale rientro di alcune centinaia di migliaia di emigrati nei decenni precedenti, attratti dal falso miracolo di un Sud in riscossa da due millenni di tenebre di miseria e orde di colonizzatori in vena di saccheggi.

Ma già con l’ondata retorica della guerra di Libia una mostruosa fetta del bilancio pubblico fu deviato nell’impresa di assicurare anche all’Italietta giolittiana il proprio “posto al sole”, accanto ai grandi imperi coloniali europei. Ed ecco che la delusione planò ancora una volta sulle rocce bruciate per cinque-sei mesi ’anno dalla palla di fuoco, facendo rialzare i vari tassi di disoccupazione e bilancia dei pagamenti, deprimendo nuovamente tanto il PIL (che si cominciò a calcolare già nel remoto 1861) quanto gli sguardi di speranza.

Negli anni fra l’armistizio di Vittorio Veneto e la marcia su Roma, nel Centro-Nord del cosiddetto “continente” si assisteva alle lotte feroci fra sindacalisti, operai, socialisti, anarchici da un lato, latifondisti, industriali, fascisti dall’altro; oltre a reggimenti di Carabinieri, Gendarmi, Regio Esercito che navigavano a mezza costa fra cauta astensione e non rara simpatia per lo schieramento fascio/padronale.

La Sicilia invece rimase pressocché estranea, preferendo appassionarsi (seppur con levantino distacco) a lotte contadine e vicende di mafia, episodi alterni di siccità e carestia, campieri assoldati dai grandi agrari per tenere la faccia dei coltivatori diretti a filo d’erba, le bocche cucite, le braccia impegnate a produrre pi i signuri 10. Il sistema per far andare soltanto le briciole dei ricavi ottenuti dai raccolti a chi lavorava ogni giorno, da lunedì a domenica, dall’alba al tramonto, senza far studiare i figli (costava e dovevano lavorare) era un sistema rodato da secoli, anzi da millenni. Tranne qualche scapestrato del PSI o della CGIL o delle leghe anarchiche – che ben presto avrebbe pagato caro la propria fuddia 11 – per il resto le genti di Sicilia procedevano a capo chino, come unica immensa mandria, schiena curva, braccia e collo color tabacco, pelle esposta al sole, spietato nel renderla arida e scorticata.

In quella terra di millenaria rassegnazione, abitata da sguardi ironici e menti svuotate di volontà, il fenomeno fascista attecchì pochissimo Condividi il Tweet; quantomeno non prima del 1923. Le uniche squadre dotate di camion sgangherati, energumeni disoccupati e frustrati reduci dalle trincee, che armati di manganello e mazze pestavano contadini e operai “sovversivi”, esistevano esclusivamente nelle terre a oriente, fra Ragusa e Siracusa.

Quanto a Palermo, nel novembre ’21 risultavano ufficialmente un migliaio d’iscritti al locale Fascio di combattimento. Non è un’ironia della storia che i loro primi caduti – Mariano De Caro (Misilmeri) e Domenico Perticone (Vita) – fossero a opera della mafia.

Forse solo un siciliano d.o.c. può percepire lo strato d’impermeabilizzazione che il carattere isolano offre contro la mentalità fascista di marca italica. Come si fa, anche solo a pensare, che possano convivere nello stesso esemplare d’umano da un lato le pose da macho, le corsette alla Starace, i gridolini stile Eia eia alalà, accettare le ridicole veline di regime e obbedire agli ordini più genocidi dei “camerati alleati” nazisti, ossequiare la pletora di gerarchi ladri e salvatori di figli dal fronte e imboscati in divisa; dall’altro lato, l’ironia spalmata a piene mani in barzellette anti Stato (di qualsiasi colore e fede), furbizia millenaria e genialità nell’inventare a ogni nuova legge cento nuovissimi inganni, distanza siderale dalle retoriche guerresche, peggio ancora dall’infamia antisemita.

In una sola immagine, è impossibile sovrapporre il mascellone volitivo e lo sguardo truce del maestro elementare di Predappio alla faccia di pietra antica, abbronzata e indecifrabile, arsa di diffidenza, solida come roccia mediterranea, del contadino di Ragusa, del pescatore di Mazara del Vallo, del pescivendolo di Aci Trezza. Il senso del confronto fra centinaia di migliaia di soldati mandati a morire di gelo e pallottole in Russia, sui monti d’Albania, bruciati a cinquanta gradi a El Alamein, e milioni di civili prigionieri delle città bombardate. Il tutto mentre il ventotto aprile 1945 decine di gerarchi criminali di guerra cercavano di scappare verso la Svizzera come ratti, con i cappotti e le valige piene di gioielli e dollari e oro e titoli di Stati esteri – a cominciare dal maestro di Predappio, travestito da tragicomico soldato della Wehrmacht. Quel confronto, specchio della retorica oscena che ha divorato un Paese intero per ventitre anni, gli italiani che forse meglio di tutti l’hanno capito, in tutta la sua portata, sono proprio i siciliani.

L’unico episodio di ferocia squadristica svoltosi a Bagheria rimase impresso nella memoria dei ragazzi e delle ragazze D’Alessandro. Vittorio compreso, già undicenne.

Il ventotto ottobre 1924 il secondo anniversario della “Marcia su Roma” cadeva in un periodo difficile, il più pericoloso nei cinque anni intercorsi dalla fondazione dei Fasci di combattimento. Il dieci giugno il più coraggioso deputato dell’intero Parlamento italiano, dopo l’ennesimo discorso contro il fascismo, venne rapito, spintonato in un auto, pestato a sangue e fatto sparire. Fu solo il 16 agosto che il cadavere del socialista veneto Giacomo Matteotti fu ritrovato dal brigadiere dei Regi Carabinieri Ovidio Caratelli, che si godeva una licenza passeggiando con il cane lungo la Macchia della Quartarella, un fitto bosco a soli ventotto chilometri dalla capitale.

Nell’allora piccola Bagheria (ventunomila abitanti nel 1922) non mancarono alcuni malumori: se il fascismo, come si è detto, non aveva ancora granchè attecchito, c’erano invece decine e decine di socialisti, comunisti, sindacalisti, qualche anarchico, liberal democratici, monarchici. E poi tanti semplici boni cristiani, come dicevano i due parroci che si alternavano nella conduzione di parrocchia, catechismo e insegnamento religioso a scuola.

Oltre al rummuliarisi12 della maggior parte dei suddetti, ci furono tre ragazzi fra i venti e i venticique anni che tantu boni cristiani, secondo i due sacerdoti, non erano affatto, visto che si trattava di un comunista e due anarchici. Rispettivamente: Ciccio Butera, ventun’anni, studente al terzo anno d’ingegneria meccanica all’università di Palermo; Ferruccio Li Calzi, venticinque, bracciante a Bagheria; Felice Mirabella, ventitre, calzolaio a Palermo. Cosa fecero di tanto scandaloso i tre? Ebbero l’ardire di collocarsi nel centralissimo corso Butera, giusto alla frequentatissima uscita dalla messa domenicale delle undici. Il tutto a pochi giorni della scoperta del cadavere di Matteotti.

Quella domenica, come innumerevoli altre, la famiglia D’Alessandro Castronovo era presente al completo. L’intero contenuto umano di Villa Palagonia si era dunque sorbito l’omelia sonnolenta, a volte inframezzata da sprazzi di declamazioni degne di un ex attor giovane, ormai circonfuso dal tramonto dei giorni. Tranne Vincenzo, spedito a trovare un prozio a Torino, gli altri tredici abitanti di una delle principali residenze settecentesche bagheresi erano tutti schierati lì, fra il sorridente e l’annoiato, intenti a solcare le interminabili scalinate della chiesa matrice.

Per un pelo Ciccio Butera non fece ruzzolare la povera zia monaca di Palagonia – da sempre nota in famiglia come a Zazzà – la cui discesa dalle suddette scale sdrucciolevoli era resa ancor più sofferta dall’abito monacale. Arrivando il suddetto quasi a pulire i marciapiedi, evidenziava che, dopotutto, anche le non poche religiose distaccate in famiglia svolgevano un ruolo di pio sostegno nel rendere le strade linde.

Il giovane Butera era lì con tanto di bandiera rossa ed effige del neonato PCd’I (Partito comunista d’Italia – sezione Antonio Gramsci, caso forse unico di sezione intitolata al segretario generale allora in carica!).

Gli altri due giovani recavano la bandiera rosso-nera con un’enorme A cerchiata e la sigla FAI (Federazione anarchica italiana) – circolo Malatesta di Palermo.

I tre sovversivi cominciarono a recitare la seguente litania, con l’elenco completo dei rapitori-assassini del deputato di Fratta Polesine (Rovigo):

 

Amerigo Dumini

Albino Volpi

Giuseppe Viola

Augusto Malaria

Amleto Poveruomo

Cincu figghi i’buttana p’ammazzari Matteotti

Cinqu armati contro uno sulu, nu Lungotevere Arnaldo da Brescia

Chi beddu curaggiu chi fu ‘u deci di giugno

Cincu figghi i’buttanaaaaaaaaa 13

 

La “a” finale dell’appellativo veniva ritmicamente strascicata come si fa nella cosiddetta abbanniata, il gridare con vivacità la mercanzia che si vuol vendere.

La folla di fedeli ormai vomitata per intero dalla chiesa riempiva scalinata e marciapiede, lambendo perfino la strada su cui passavano rade carrozze. Persino l’automobile scoperta del cavalier Terlizzi, primo industriale di Bagheria, ricco sfondato e ateo impenitente.

I più grandi fra i ragazzi D’Alessandro osservavano con un misto di curiosità giovanile e sconcerto trattenuto dalle convenienze sociali. Pepito e Vittorio guardavano a bocca aperta, mentre Pia moriva di fame e scongiurava la mamma di tornare a casa.

La sceneggiata durò almeno una ventina di minuti, prima che i tre, sciagurati o coraggiosi o candidati al suicidio, dovettero darsi alla fuga da centometristi all’arrivo dei gendarmi. Non si riuscì ad arrestarli visto che nessuno si era prestato a fare la spia. Una cosa è tenersi alla larga dalla politica: un’altra è fari ‘u cascittuni15, fra le massime vergogne per un siciliano d.o.c. L’onta per le autorità fasciste e sbirresche fu tremenda visto che si trattava di centinaia di bagheresi che avevano riconosciuto benissimo tutti e tre i ragazzi – Mirabella era anch’esso loro compaesano, trasferitosi nel capoluogo di regione per lavorare a bottega dallo zio ciabattino.

Ma a due anni dalla “marcia su Roma” il fascismo si avviava ormai a farsi regime. Nel biennio 1925/26 le “leggi fascistissime” (leggi eccezionali del fascismo) avrebbero costruito uno Stato monolitico e autoritario, centralista; nel 1936 perfino coloniale. La polizia aveva un proprio settore politico che diveniva via via più efficiente, mentre il Tribunale Speciale comminava migliaia di anni di carcere duro e confino a centinaia di oppositori politici.

Dopo mesi di ricerche infruttuose, il nuovo capo della polizia Arturo Bocchini ebbe la geniale pensata di fare arrivare a Palermo il famigerato questore Oreste Li Causi (nessuna parentela con il futuro dirigente comunista Girolamo). Partito dalla lontana e provinciale Ragusa con la maturità scientifica aveva conseguito ben tre lauree fra Milano e Roma, nel frattempo entrando in Pubblica Sicurezza, direttamente nei ranghi dirigenziali. Si era dimostrato un segugio di raro acume e infinita ostinazione; tanto da diventare il più giovane vice questore d’Italia, nel 1912 a Torino. Dodici anni dopo sbarcava a Palermo con il titolo di questore capo appena quarantottenne, fascista convinto e feroce inseguitore di sovversivi.

Nel giro di una sola settimana riuscì a scovare “i tre di Corso Butera”, com’erano ormai soprannominati. Si erano rifugiati in campagna, in tre diverse province: due giravano perfino con capelli d’altro colore e perfette barbe posticce. Nemmeno i loro parenti più stretti sapevano dove si trovassero. Eppure non ci fu niente da fare: il questore capo Li Causi non ebbe il minimo problema a scovarli tutti e tre nello stesso giorno, a decine di chilometri di distanza l’uno dall’altro. Si venne poi a scoprire che una spia ci fu. Peggio, un infiltrato dallo stesso dirigente di PS: certo Saro Busacca, un passato da picchiatore durante gli studi (poi interrotti) di legge a Bologna. Venticinquenne, alto oltre il metro e ottanta, muscoloso, rudimenti di arti marziali e ottimo cecchino, si guadagnò la fiducia dei tre ingenui sovversivi, per poi offrirli su un piatto d’argento al suo gran capo a Palermo.

Non furono dieci o quindici anni di carcere duro il destino dei “tre di Corso Butera”. Si vennero infatti a incrociare alcune condizioni per offrire all’opinione pubblica una punizione esemplare: da far passare la voglia per anni e anni di esprimere la benché minima critica al regime.

Anzitutto, la crisi Matteotti venne superata a partire dal vigoroso discorso di Mussolini del tre gennaio 1925.

Poi ci fu il rialzar la testa dell’area più oltranzista del PNF, guidata da Roberto Farinacci: l’avvocato e giornalista di Cremona pretese che per alcune settimane venisse lasciata briglia sciolta alle mai liquidate squadracce del triennio 1920/22. Per questioni di delicati equilibri interni al partito, nonchè fra partito e regime, il duce dovette accettare, seppur a malincuore (e non certo per spirito di moderazione).

Infine, i paralleli processi di consolidamento del partito, d’infiltrazione capillare dei fascisti più convinti nei gangli della Pubblica Amministrazione, e di rafforzamento dello Stato dal profilo di giustizia, polizia e forze armate, politica economica creò uno spazio di manovra ampiamente letale a chi voleva esercitarsi nello sport della repressione più spietata.

Un esempio tragico fu la cosiddetta strage del giorno di San Cataldo, nella primavera dello stesso 1925. A Mirabella, Li Calzi e Butera, sulla via del trasferimento verso il carcere palermitano dell’Ucciardone per il processo ormai imminente, venne tesa una trappola. Il cellulare con due agenti, seguito da altri due in motocicletta, si fermò a un distributore di benzina in località Aspra, pochi chilometri da Bagheria. Dal nulla sbucarono cinque uomini che, immobilizzati senza alcuna difficoltà i quattro agenti, spinsero in una Lancia Lambda i detenuti. Si fece notare in seguito che l’auto era lo stesso modello usato per il rapimento di Matteotti; che il trasferimento avrebbe dovuto essere del tutto segreto; che appena quattro agenti per tre detenuti (per giunta così “scottanti”) era una dotazione semplicemente ridicola per il trasferimento. Ma naturalmente si trattò di semplici voci sotterranee, presto evaporate come sudore al tiepido vento autunnale.

La Lancia si diresse in corso Butera, dove si fermò. I cinque uomini scesero dall’auto trascinando i tre compagni di lotta. Adesso il quintetto si era mascherato con cappucci bianchi dotati di due buchi in corrispondenza degli occhi – il che li faceva assomigliare in modo inquietante a membri del Ku Klux Klan, che peraltro nella Sicilia del 1925 nessuno conosceva (salvo forse qualche ben informato emigrato in terra statunitense).

Quel giorno per puro caso Vittorio era l’unico minorenne della villa che non fosse a scuola. La madre lo stava accompagnando a casa dopo una dolorosa visita dal dentista. L’undicenne era mezzo stordito dall’anestesia, al risveglio dalla quale si era ritrovato orfano di due denti. Per di più avrebbe dovuto marciare per diversi giorni a furia di orride pastine in brodo, senza toccare un grammo degli amati dolci. Era dunque in uno stato d’animo fuori dell’ordinario, nel senso peggiore del termine.

All’improvviso, lui e la signora D’Alessandro si trovarono in mezzo a quella rappresentazione che così procedette anche davanti ai loro occhi. Via via più orripilati i materni; sul momento perplessi quelli filiali.

La lentezza dell’operazione diede il tempo di radunarsi a decine e decine di persone, sbalordite dalla strana scena. Mirabella, Li Calzi e Butera furono piazzati esattamente nel luogo del corso in cui mezza Bagheria sette mesi prima li aveva visti recitare l’inno contro i boia di Matteotti. Quindi, dal baule dell’auto vennero tirati fuori manganelli, bastoni; perfino una mazza da baseball (trovata chissà dove).

I cinque mascherati non dissero una sola parola. Con ordine si diedero il cambio: due sorvegliavano corso Butera e la folla che vi si era radunata, mentre gli altri tre si alternavano con un colpo di manganello o di bastone o di mazza sul capo, la faccia, le gambe, le braccia, il torace dei tre disgraziati. Si capì ben presto che si trattava di una feroce, lenta, sistematica esecuzione – non certo di una bastonatura che in genere durava pochi minuti, seppur con ferocia. Si voleva dimostrare senza ombra di dubbio che, come dopo il sole viene la luna e poi torna il sole, così chi osava attaccare il regime sarebbe stato, con la massima pacatezza e impunità, pestato fino a morirne.

I minuti passavano e già i corpi di Mirabella e Li Calzi non davano più alcun segno di vita; tuttavia i colpi proseguirono ancora per un pò. I tratti dei loro volti erano ormai irriconoscibili, ridotti a maschere di un osceno carnevale. Un ghigno sorridente era stampato sulla bocca deturpata di Mirabella. Li Calzi aveva perso quasi tutti i denti, caduti come grandine giallastra sul marciapiede in un giorno di raro inverno siculo. I cadaveri si muovevano a ogni ulteriore colpo ricevuto.

Con Butera, invece, fu molto più difficile arrivare al dunque. Proprio lo studente, il più mingherlino, colto e di ottima famiglia, alieno dalle fatiche del lavoro manuale, resisteva con inspiegabile ostinazione. Il viso era ormai una poltiglia rossiccia e marrone, gli arti fratturati più e più volte, vari denti saltati, un occhio penzolante che ricordava uno di quegli orsetti di peluche gettati in una discarica da genitori di bambini da tempo cresciuti.

Finalmente sembrò che l’agonia fosse conclusa anche per lui. Allora il più alto e massiccio dei cinque aguzzini ebbe la sfrontatezza di togliersi il cappuccio, guardare in faccia gran parte dei paesani e poi nell’occhio sano del quasi immortale studente d’ingegneria. Sperava si fosse accasciato senza più respirare: ma chinatosi per una verifica in tal senso, ecco che ricevette uno sputo da un Francesco Butera inspiegabilmente votato all’immortalità. Un mormorio si levò dalla folla, che fino a quel momento era stata scossa soltanto da qualche isolato pianto di donna. Busacca si guardò in giro come cercando non si sapeva cosa. Dopo un minuto passato a setacciare l’intero scorcio della lunga strada centrale di Bagheria, sussurrò all’orecchio di uno dei suoi sgherri. Questi si diresse senza correre verso un mucchio di pietre di un cantiere di restauro della chiesa del Seicento. Sollevò a fatica un masso di alcune decine di chili e lo trascinò nel punto in cui si stava svolgendo l’orrida rappresentazione. Lo posò con una certa delicatezza sul marciapiede e fece un paio di passi indietro, il petto agitato dal fiatone. Busacca intanto venne riconosciuto da più di una delle persone che nelle prime fila subiva lo spettacolo di bassa macelleria. Con calma e un grande sorriso stampato sul viso dai tratti quasi animaleschi, il poliziotto sollevò da terra il pietrone, si girò di centottanta gradi, venendosi a trovare esattamente con le punte dei piedi che sfioravano la testa già martoriata di Butera. Quindi, guardatosi intorno, mostrato per bene a tutti i presenti il masso e sollevatolo in aria a circa un metro, lo fece precipitare sulla sua vittima. Senza scagliarlo: semplicemente aprendo le mani e lasciandolo cadere per forza di gravità. Per fortuna la pietra era sufficientemente grande da coprire ciò a cui si ridusse la testa dell’ultimo dei “tre di corso Butera”.

In quel momento Maria Castronovo, assieme ad altre donne, crollò sul marciapiede come uno straccio scivolato da una finestra. Vittorio non sapeva cosa fare: non aveva mai visto la madre preda di una forza misteriosa che la lasciasse gettata in un angolo, incapace di muoversi, aprire gli occhi, parlare. Proprio come adesso lei stava lì, accasciata su sé stessa fra i mattoni rossicci del marciapiede di Corso Butera.

Essendo la moglie del popolare e amatissimo medico condotto del paese venne immediatamente soccorsa da decine di braccia. Un aiutante del panettiere di zona, forte come un toro, se la caricò sulle spalle, manco fosse stata una leggera coperta di mezza stagione.

Si diresse verso villa Palagonia, che distava si e no cinque minuti, portandosi dietro il piccolo. La manina rossiccia era del tutto scomparsa in quella nerastra e impolverata, degna di un Mosè michelangiolesco di sicula origine. Spesso Vittorio si girava per guardare l’orrida conclusione di quel sabba, imprevisto e unico in tutta la storia di Bagheria. Rito pagano grondante sangue e miseria umana che galleggiò per mesi nella memoria diurna, e soprattutto nella dimensione onirica del piccolo D’Alessandro.

I cadaveri vennero lasciati dove si trovavano, non senza ricevere uno sputo ciascuno. Il quintetto di torturatori risalì in auto e si allontanò con assoluta naturalezza. Il primo nucleo di forze dell’ordine giunse dopo parecchi minuti.

Quando la Lancia Lambda sparì dal fondo del corso si materializzarono tre donne, indicate da alcune voci come le madri dei tre assassinati. Disposero i due corpi accanto a quello di Ciccio Butera, come a omaggiarlo per la tenacia sovrumana con cui aveva resistito al martirio. Poi si sedettero sui gradini della chiesa, giunsero le mani in preghiera e non si mossero più fino all’indomani mattina. Nessuno osò cercare di convincerle a tornare a casa. Vennero lasciate pagnotte di pane, cacio e salame, vino e acqua, tre cuscini e tre coperte.

L’indomani mattina, all’uscita dalla messa, le tre madri “vedove di figlio” – come alcuni dissero per riempire il vuoto di una parola che indichi una donna che perde un figlio – si rialzarono, raccolsero il cibo neanche toccato, i giacigli non usati e si diressero ognuna a casa propria. Non senza essersi abbracciate tutte e tre.

Per il mese successivo non le si vide mai pronunciare una sola parola, né per strada, né a casa. Quanto ai quattro della banda non se ne scoprì mai l’identità. Si sospettò che fossero venuti dal continente e lì ritornati.

La sera di quell’orrida giornata Vittorio venne sorvegliato dalla madre, preoccupata delle reazioni di quel ragazzino dodicenne alla vista di violenza e sangue mai visti prima in paese; per giunta con tale crudeltà e impunità.

Per cena venne servito pesce con pomodoro a fette lunghe e succose. Risultato: a Vittorio sembrava che dalle fette colasse il sangue del pesce, compagno di sventura dei tre torturati e assassinati poche ore prima. Rimase per lunghi minuti a fissare il piatto senza un movimento del corpo, né del viso: come se a tavola avessero invitato Dracula in persona e gli sedesse accanto terrorizzandolo.

Maria Castronovo fece un segno con gli occhi e il mento al marito: il dottore si alzò, fece una carezza al piccolo e se lo portò nello studio, richiudendosi silenziosamente la porta alle spalle. Alla domanda accennata di Vincenzo

<<Ma che sta …>>

<<Nenti, zittuti e mancia *>>, replicò la padrona di casa con tono inequivocabile.

Intanto, nel suo studio medico il dottor D’Alessandro, non senza difficoltà e con grande dose di pazienza paterna riuscì infine a farsi raccontare quel che la moglie gli aveva subito descritto appena rientrati a casa nel pomeriggio. Cosa che accadeva assai di rado, il ragazzo scoppiò in un pianto violento che gli agitava il corpo in modo che il padre non aveva mai visto. Ricordava un alberello schiaffeggiato con crudele piacere da un maestrale assassino. Evocò le pietre, il sangue, il modo che gli ricordava una rappresentazione teatrale. Pochi mesi prima, infatti, la sua classe si era recata in teatro a Palermo, allo splendido Massimo in stile liberty, dove si erano appassionati a un’edizione del Riccardo III di Shakespeare. Ma quello che aveva davvero sconvolto Vittorio era stata la fine di Ciccio Butera con la testa schiacciata dal pietrone. L’ormai anziano medico riuscì temporaneamente a consolare il figlio con le parole giuste che nessuno sentì mai ripetere: e in una famiglia così numerosa e siciliana si trattava di un piccolo miracolo. Dopotutto si era trattato di una sorta di consulto medico padre-figlio, legittimamente avvolto dal segreto professionale.

Il ragazzino riuscì a tornare a tavola e a ripulire l’intero piatto di spaghetti con aglio, olio, formaggio. Era la prima volta, e fu anche l’ultima, che mamma Maria si preoccupò di cambiare pietanza per uno dei figli: sapeva ben distinguere fra capricci e sofferenza.

Quella notte, stanco per la giornata sconvolgente, Vittorio crollò sul letto come un cucciolo di leone colpito da freccia intinta in un potente sonnifero.

Fu una notte altrettanto indimenticabile del giorno che l’aveva preceduto. Nell’unico sogno di cui serbò traccia – fra i diversi incubi che presero violento possesso della sua mente e del suo corpo – si trovava in un’immensa piazza, tagliata esattamente a metà. Un lato era accecante di sole, l’altro buio come una cava di pece. Così come immersi nella luce si trovavano migliaia di compaesani, una folla mai vista, forse superiore allo stesso numero di abitanti di Bagheria; laddove nella metà notturna non vi era anima viva. Vittorio si trovò a essere raddoppiato, vedendosi contemporaneamente su entrambe le metà dello schermo; gli sembrava, infatti, di essere a cinema. Nel corso della caldana così strangolata di luce che si faticava a vedere la gente era immobile, muta, teoria infinita di statue vestite di nero. Uomini con la coppola, il vestito a lutto, la camicia bianca, la cravatta grigio scuro, il bottone nero sull’asola della giacca o la fascia, sempre nera, al braccio – come si usò per decenni come traccia di un grave lutto familiare. Donne senza trucco, un velo nero di pizzo a coprire interamente il volto, gonne ampie che ricordavano le ali di un pipistrello. Di bambini non vi era traccia e in apparenza nemmeno di anziani. Tutti sembravano avere la medesima età, uomini e donne: orrido congresso all’aperto di gemelli partoriti a migliaia dagli stessi genitori, dei o diavoli. Guardando meglio Vittorio si accorse con una sottile angoscia che i maschi avevano tutti l’identica faccia dello sbirro assassino. Una piazza tagliata a metà, inondata di sole, con centinaia e centinaia di donne velate e altrettanti Saro Busacca: tutti immobili, colonne di marmo di un tempio maledetto. All’improvviso il primo Busacca oscillò e inclinandosi con lentezza insopportabile ricadde lateralmente facendo cadere il successivo e questo a sua volta quello dopo. Era una fila infinita di birilli che cadevano uno a uno al ritmo di un mostruoso rallenty. Quando tutti si trovarono a terra, rompendosi come pupazzetti di ceramica, le donne si strapparono il velo mostrando non un volto umano ma un teschio, dalle cui orbite vuote colava un liquido tra il giallo e il rossastro, mistura di pomodoro, sangue, piscio, lacrime. Intanto emettevano un suono come un belato osceno, ripetitivo, pieno di vibrati che facevano tremare i palazzi circostanti. Cominciarono a piovere pietrosi, ciascuno dei quali schiacciava uno degli scheletri donneschi, frantumandoli con scricchiolii sinistri. Contemporaneamente, nel lato notturno della piazza non succedeva nulla e nulla si vedeva né si udiva.

Vittorio si risvegliò con un urlo che fece sobbalzare Angelo e Giuseppe. Per fortuna agli altri piani non avevano sentito nulla, e quindi poiché furono i due fratelli a consolare il cucciolo. Gli dimostrarono grande affetto, come mai prima né in seguito sarebbero stati capaci di fare. Proprio come se si prendessero cura di un cucciolo tremante, offeso da umani dominati dalla ferocia di serpi.

Saro Busacca fece carriera in polizia e giunse al grado di commissario capo. Nel 1926 sposò la figlia del federale di Palermo, poi sottosegretario alle Colonie.

Quando gli americani liberarono Palermo, il ventidue luglio 1943, un gruppo di sei donne apparve l’indomani proprio in corso Butera dove si era svolto l’eccidio di diciotto anni prima. Trascinavano un uomo di mezza età, in divisa da dirigente di polizia. La folla che si radunò in poco tempo mormorava dubbiosa. Ci pensò la signora Mirabella a spiegare che si trattava di Saro Busacca. Aggiunse che loro erano le madri, due fidanzate e la sorella dei tre assassinati del 1925. Gridò che erano lì solo per farsi giustizia, senza la ferocia e la lentezza che invece ci avevano messo i boia. Le tre madri tirarono a sorte. La signora Li Calzi ricevette una pistola che appoggiò dietro la nuca di Busacca. Il pianto disperato dello “sbirro” venne interrotto da uno sparo. Tutti si fecero il segno della croce e in pochi secondi la folla si dileguò in assoluto silenzio.

L’omicidio venne presto archiviato come regolamento di conti seguito alla liberazione dell’isola dai nazifascisti.

10 per i signori

11 follia

12 borbottio di disapprovazione e lamentela

13 Cinque figli di puttana per uccidere Matteotti

Cinque armati contro uno solo sul Lungotevere Arnaldo da Brescia

Che bel coraggio fu quello del dieci giugno

Cinque figli di puttanaaaaa

15 Fare la spia

* Nulla, muto e mangia

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