Sebbene Vittorio fosse apparso nel mondo in un tempo in cui le fotografie erano ormai diffuse nelle famiglie piccolo borghesi come la loro, l’uso dell’apparecchio fotografico fu comunque raro fra i D’Alessandro. Come anche fra i Castronovo, i Tedesco e rami acquisiti vari.

Ma nel marzo 1920 ci fu l’occasione di celebrare il trentesimo del matrimonio di Natale e Maria: a entrambi piacevano quei due numeri tondi, l’anniversario senza definizione (nozze non più d’argento, non ancora d’oro), raramente festeggiato. Dunque, i padroni di casa si concessero la visita in villa di un professionista dei ritratti fotografici che si portò dietro una splendida Hasselblad svedese, formato classico sei per sei, con tutti gli accessori allora disponibili. Era presente tutta la famiglia in formato allargato, come le foto che vennero prese quel giorno.

Vittorio aveva sei anni, mentre fratelli e sorelle si distanziavano di due anni a salire: fino ai grandi Vincenzo del 1901 e Anna, eccezionalmente solo di un anno più vecchia.

Vari furono gli scatti dedicati a diversi gruppi, famiglie complete, singoli. Non poteva certo mancare, giusto alla fine di quella giornata memorabile, l’immagine di tutti gli abitanti di Villa Palagonia. Perlomeno i vivi e vegeti in quel primo dopoguerra.

I D’Alessandro erano dieci, lo Zu Fefé Castronovo aveva moglie e due figli; c’erano poi la citata zia monaca (misteriosamente indicata con il titolo di ‘A Zazzà, a cui lei per prima teneva assolutamente), il nonno materno ormai ottantacinquenne, la cugina Filippa orfana dei genitori, le due cameriere e la capo domestica – la severa e incorruttibile Pina. In realtà era l’unica che abitasse regolarmente in villa, mentre Lia e Mimma andavano e venivano. Dunque, un bel totale di venti persone.

La foto finale dà un’idea molto rappresentativa delle fattezze dei membri della nutrita compagnia familiare di paese, anno 1920 dopo Cristo; infatti il fotografo fu bravissimo a cogliere i tratti di ciascuno dei soggetti, quanto magistrale nell’uso del colore – per allora notevole primizia. Soprattutto nel cuore di una Sicilia in gran parte allo stato brado rispetto ai contagi della modernità.

Soffermiamoci sui dieci D’Alessandro in modo da poterli quasi avere davanti, con visi, stature, corpi, sguardi.

Natale è il capostipite dell’ottetto di figli (oltre al ricordato neonato deceduto a pochi giorni di vita): nella foto è un sessantunenne, essendo nato l’anno precedente la spedizione dei Mille. Malgrado abbia messo al mondo due figli che raggiungeranno il metro e ottanta (Pepito e Vittorio), il medico condotto di Bagheria non arriva ai centosettanta centimetri. Soltanto il figlio piccolo sarà calvo come il padre, che indossa però un paio di mustacchi le cui punte umetta ogni giorno con il sego; per poi arrotondarle facendo far loro un paio di giri su sé stesse. Come se si fosse ancora nell’Ottocento in cui, dopotutto, il dottor Natale ha vissuto i primi quarantun’anni. Per poi sbarcare, forse di malavoglia, nel secolo delle due guerre mondiali, della Shoah e dell’atomica, fino alla bomba H e ai prodromi del rock’n’roll – senza peraltro averne la minima idea. Gli occhi sono particolarmente intensi senza essere brillanti, guardano come fossero già pronti per un attento esame clinico del fotografo. Il naso è quello che si definisce con educazione “notevole”, carnoso e di discrete dimensioni, senza tuttavia potersi definire un “nasone”. La forma è abbastanza allargata al livello delle narici, la punta è regolare e il setto un po’ arcuato. La postura è caratterizzata da una certa curvatura delle spalle, frutto del chinarsi per lunghi decenni sui corpi più o meno malandati di qualche migliaio di pazienti. Naturalmente indossa un completo giacca e pantaloni scuri, camicia bianca e cravatta marrone. Nulla di allegro, quanto normale per un adulto della piccola borghesia di paese, nella Sicilia a due passi dalla “marcia su Roma”. Lavora ancora, sebbene dopo i sessanta si entri già nella vecchiaia: è un tempo nel quale, se si muore a sessantacinque nessuno trova nulla da ridire, se non correre al funerale indossando abiti neri e sguardo di circostanza.

Maria Castronovo nata nel 1865 è donna che tiene a far intendere di essere stata un tempo di aspetto piacevole. Peraltro, la bellezza in senso classico non appartiene al gruppo familiare di Palagonia: così come all’opposto, non si può dire che qualcuno dei suoi membri avrebbe fatto fortuna come attrazione mostruosa da festa di paese. Nessuno proprio bello, ma tratti più o meno regolari: semmai si fa affidamento assai più su carattere, personalità, intelligenza, cultura di cui nessuno deficita – malgrado Giuseppe, Angelo e Vittorio ne siano i più dotati.

I capelli di mamma Maria sono di un candore canuto che farebbe il suo bell’effetto ancor più in un’immagine in bianco e nero. Si vede che è appena stata dal parrucchiere apposta per la seduta fotografica, mentre ha scelto con cura un vestito decisamente anni Dieci; i pochi anni di distanza si noterebbero, pensando alla radicale rivoluzione nella moda femminile, se ci si trovasse a Parigi o New York. Ma in Sicilia tutto cambia, nel bene e nel male, con una lentezza che fa pensare a un pianeta a parte, rappresentato dal Mediterraneo e dalle terre da esso accarezzate. Non manca una lunga collana di perle che spicca come i capelli. Lo sguardo è un misto indefinibile di coscienza del proprio ruolo di matrona di otto figli delle più diverse età e una tenerezza che il correre del calendario e le stature in crescita dei ragazzi e le preoccupazioni e la guerra (con la fine del “mondo di ieri” in versione sicula) non hanno granché scalfito.

Anna è la primogenita. Forse orgogliosamente consapevole del proprio ruolo, più sovente rivestito da un maschio, cerca di svettare dalla sua altitudine non trascurabile per una femmina all’alba del terzo decennio del secolo XX. Chi conosce una bella foto di Maria Castronovo versione anni 1880/90, con tanto di pretenziosa cornice vittoriana, nota subito la notevole somiglianza madre-figlia. Unica nota leggermente sbarazzina in Annuzza è costituita da un cameo color rosso raffigurante un cerbiatto in fuga, forse evocazione esibita di non meglio chiarite pulsioni avventurose.

Vincenzo è un diciannovenne conscio della propria ardimentosa consistenza fisica. Non bello, sguardo di sfida, seppur attenuata da ottima educazione, fronte rilassata di chi non si è mai affaticato sui libri – consegue il diploma di ragioniere a fatica e grida caserecce, alla bella età di ventidue anni,– muscoli temprati da svariati sport, consapevolezza di saperci fare, e anche parecchio, con l’altra metà del cielo. Tratto, questo, comune ad Angelo. Eppure Vincenzo sposerà una gran brava ragazza che resterà vedova neanche quarantenne. Amalia condurrà fino alla soglia degli ottantacinque una giudiziosa esistenza da cardiopatica, dotata di bastone per aiutare la gamba sinistra malmessa.

Angelo è tarchiato: diciassettenne ha già i capelli pettinati all’indietro e i baffi folti che lo accompagneranno perenni per i successivi settantadue anni di vita agiata e moderatamente felice. Anche lui pratica sport, seppur con meno costanza di Pepito e minor foga di Vincenzo. Sarà ancora estremamente agile in tarda età, capace, ben oltre i settanta, con una breve corsetta di saltare al di là di una sedia senza nemmeno sfiorarla. In tutte le foto e spesso nelle riunioni familiari Angelino sfoggerà un notevole paio di occhi, illuminati da un brillio accompagnato da un vago sorriso ironico. Quasi un look facciale da inglese, pensando al suo trasferimento per oltre vent’anni a Londra.

Irene e Agata avrebbero condiviso la seconda parte della vita nello stesso grande appartamento di via Tasso a Palermo, allevando il figlio di Anna, Giuseppe. La grande studierà da ragioniera, nutrendo due passioni inusuali per una brava impiegata d’ufficio commerciale: la lingua latina (oltre a francese e inglese) e i romanzi gialli, tanto da leggerne svariate migliaia. Quindicenne è ancora di piccola statura e tale resterà, tratti sgraziati, carattere deciso ma capace di inaspettate tenerezze, soprattutto verso i bambini.

Agatina non giustifica il diminutivo rimastole attaccato fino alla fine dei suoi lunghi giorni. A tredici anni è già fra i primi della classe in terza media: quindi nessuno in famiglia si meraviglierà della precoce vincita del concorso a cattedra per insegnare proprio alle scuole medie inferiori. La figlia intermedia dei D’Alessandro si dibatterà perciò fra storia e letteratura, temi d’italiano e traduzioni dal latino, geografia ed educazione civica. Segaligna, naso appuntito e sguardo sicuro di sé; anche lei di aspetto tutt’altro che attraente. Eppure, capace di farle ronzare intorno almeno un paio di buoni pretendenti: inutilmente. Forse perché è sempre stata attirata dal godersi il relativo buon stipendio da professoressa in viaggi, concerti agli “Amici della musica” di Palermo, ricevimenti con lunghe partite di poker e canasta. Anche lei sarà capace d’immersioni letterarie sempre con la sigaretta accesa. Il nipote Giuseppe che terrà in casa fin da piccolo – resta orfano ad appena un anno – capirà presto quale fosse il gioco dei ruoli fra le due sorelle: il loro cucciolo chiamerà Agata “papà” e Irene “mammà”. La professoressa pervicacemente impermeabile alla semplice ipotesi di mettere al mondo figli.

La differenza d’età di due anni fra le sorelle era sempre stata pressoché impercettibile per loro, unite da una sotterranea affinità che le portava anche a scontrarsi, ma in modo da non ostacolare la convivenza dai quarant’anni fino alle due lunghe vecchiaie. Entrambe sarebbero infatti giunte alle soglie dei novantatre/novantaquattro, sventolando, assieme ad Angelo e alla più piccola Pia, la bandiera della longevità dei D’Alessandro. Rimase ad aleggiare nei decenni successivi il mistero su quanto invece avrebbero vissuto l’altra metà dei fratelli, scomparsa più o meno in tempi prematuri.

Di Pepito abbiamo già cantato le gesta da Tarzan e vagabondo per le campagne della Sicilia orientale. In quella che resterà per definizione come LA foto ufficiale di famiglia ha undici anni: ma l’espressione è già quella da adulto, come dalle fondamenta e un paio di semplici mura s’intuisce la forma di un edificio. Gli occhi sono quanto di più vivace si possa vedere fra i dieci esemplari di D’Alessandro in versione 1920. Il sorriso brilla quasi sfrontato; negli anni si muterà in efficace strumento di seduzione collettiva. Non è un caso che il cervello, di caratura decisamente superiore alla media, ne spiegherà i successi clinici e scientifici; mentre la personalità da leader e le maniere da anfitrione sociale lo condurranno alla cattedra giovanile, alla carica di preside di Medicina e al trionfo del triennio da Magnifico Rettore dell’Ateneo palermitano, pur nei difficili anni 1969/72.

La penultima della folta nidiata, Pia, adesso ha solo nove anni: il rosso dei capelli e gli occhi azzurrissimi li condivide con Vittorio. Nei viaggi all’estero entrambi verranno spesso apostrofati dagli indigeni in qualche lingua scandinava o in inglese, sembrando in tutto e per tutto sgorgati proprio da quelle lande. Non c’è ancora traccia del suo carattere da caserma: avrà modo di sfoderarlo ogni giorno con i due figli, che infatti diverranno uomini educati a un freddo sorriso e alla distanza dal prossimo. La vita s’incaricherà di confermare l’autoritarismo e la durezza di Pia facendole sposare un elegante ufficiale dell’aeronautica: fra i due il militare sarà sempre lei, mentre il marito – cugino di primo grado – si mostrerà di natura affettuosa e simpatica, sempre disponibile ai rapporti umani e alle nuove conoscenze. In particolare se femminili.

Infine Vittorio, sulla foto prossimo agli ancora imberbi sette anni. La posa è quasi sull’attenti, verosimilmente immedesimato nell’ennesimo gioco di soldati, inquadrati su qualche fronte di battaglie e avventure degne di Salgari. Il naso è già riconoscibile nella futura evoluzione: quando da giovane qualche amico in grande confidenza lo sfotticchierà indicando quel “pomodoro per respirare” il suo proprietario si unirà sinceramente alle risate degli amici. La bonarietà si unirà alla fermezza su questioni importanti, politica e solidarietà, rispetto delle minoranze e galanteria con le donne, impegno nelle imprese tanto intellettuali quanto fisiche. Il pedagogista di casa sarà presto diviso fra canottaggio e filosofia. Magro ma avviato sulla strada di una snella muscolatura, per ora i capelli brillano, mostrando come il colore rosso fuoco possa assurgere ad autentica piccola forza della natura. Lentiggini, postura slanciata e occhi azzurri come un estivo cielo di Scandinavia ne fanno un ragazzino dalle fattezze davvero inusuali (proprio come la sorella Pia) in un’estesa famiglia abitata da esemplari relativamente comuni.

La composizione del nucleo e la solidità di rapporti resteranno intatti fino alla fine degli anni Trenta. Poi, nel giro di appena cinque anni ecco la partenza di Angelo per Londra nel ’38, la scomparsa di Anna nel ’39 causa parto e quella di Vincenzo nel ’43 colpito da una bomba alleata in un campo di prigionia vicino Dortmund.

Per Natale e Maria sopravvivere a ben due figli e alla quasi ventennale assenza di un terzo si farà duro mestiere quotidiano, incupendone, ma non troppo, il corso della vecchiaia. Il tempo provvederà, come il Mediterraneo, a scalfire le punte più aguzze del dolore, lasciando che l’acqua lambisca appena i ricordi, levigandoli come solida pietra angolare.

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