fbpx

Pedalando con tranquilla energia il quattordicenne andava passando in rassegna tutte le più belle villette di viale della Libertà, quasi tutte venute al mondo nella ricordata “Palermo felicissima”, fra ultimi 10-12 anni dell’Ottocento e anticamera dell’entrata in guerra dell’aprile 1915. Nei pressi della Statua della Libertà, nella novella piazza Vittorio Veneto, il ciclista con alle spalle oltre quindici chilometri, incontrò due quasi coetanei, un lui e una lei, anch’essi piazzati orgogliosi sulla rispettiva bicicletta.

Si squadrarono un paio di volte girando attorno alla grande statua, spazio aperto del tutto ideale per girare in piena gioia a due ruote. Se Vittorio faceva giri in senso orario, si ritrovava regolarmente i due in linea opposta, incrociandosi a nord e a sud del grande cerchio di solenni mattoni grigiastri. Quindi, all’improvviso cambiò direzione, subito seguito in senso opposto dalla coppia dai sorrisi beffardi. Si stava creando una complicità fra i tre, semplicemente perchè senza dire una sola parola non tanto il ragazzo quanto la coetanea aveva messo due o tre volte alla prova lo sconosciuto dai capelli rossi sul piano del coraggio, della velocità, nonchè dell’abilità. Il giovanissimo neodomiciliato nel lontano corso dei Mille se la cavò più che bene. Eppure non tradiva alcuna plateale soddisfazione: come se fosse capace di ben altre acrobazie ciclistiche, dimostrate con la massima semplicità da un tipetto ben più maturo della sua età. Oppure ostinato a dimostrarlo.

Vittorio da ormai un paio d’anni era diventato, quasi all’improvviso, sensibile all’estetica femminea. E l’esemplare fra i 13 e 15 anni che incrociava ogni paio di minuti a rispettive folli velocità si notava: non poteva non notarsi. Nella sua vita il ragazzo dai capelli rossi avrebbe sempre coltivato attrazione non per le bellone o bonazze che dir si voglia: come giustamente sentenziava il ben più navigato Angelo, delle biddazze 11 un tipo intelligente finiva giocoforza con lo stancarsi. Solo le donne belle nel modo tutto loro, assoluto, originale come un brevetto ogni volta uscito fuori dal dio da millenni intento a progettare le meraviglie femminili d’ogni epoca, solo loro riuscivano ad attrarre Vittorio.

E alla ragazzina su di un corpo magro ma non scheletrico, dalle giunture veloci e qualche pizzico di muscoli in erba che la facevano volare sulla bici, quel dio aveva adagiato con assoluta cura una testolina dai capelli ondulati, neri come il mare nelle notti invernali, raccolti in un vago crocchio ormai sulla via della distruzione grazie ai colpi di vento da tutte le direzioni.

Un viso di strana forma ovale su cui si erano incastonati due occhi verdissimi, quasi che il sole fosse diventato all’improvviso verde dai raggi infiniti. Il taglio era vagamente orientale, con ciglia lunghe e il vezzo a volte di stringere quegli occhi immersi in una remota vegetazione umana. Forse, pensò il ciclista dalle tante efelidi rosa pallido, avrebbe dovuto portare gli occhiali, se non avesse peccato di sprazzi di narcisismo, chissà.

Il sorriso non l’aveva ancora visto a 32 denti ma soltanto in qualche guizzo di labbra tirate un pò indietro. Giusto un dispetto, una smorfia a far desiderare che lei sorridesse, eppure non le andava affatto.

Sebbene la vita del quattrordicenne bagherese non fosse fino a quei primi caldi giorni di settembre 1927 riempita di visi donneschi, poteva già dichiarare a sè stesso di sapere che quel viso lì, quello che lo fissava, lo sbeffeggiava, lo esplorava incuriosito era del tutto intenso di sbarazzina dolcezza, d’intensa furia, d’orgoglio adolescenziale. Forse d’incoscienza del proprio splendore d’imminente giovane donna.

Chissà, si chiese lui, se lei percepiva da qualche parte che avrebbe vissuto all’ombra fortunata e difficile di un Potere raro, da gestire con cura attenta: il Potere d’influenzare gli uomini con il suo solo apparire, dominarli svuotandoli d’ogni forza e autonomia, da un attimo all’altro mutati da moderni guerrieri moderni fra reticolati e carri armati e guerra mondiale, in fantocci avidi solo degli sguardi di lei, gocciolando umilissimi dalle sue labbra inumidite e perverse, larve nelle sue mani da dea dell’universo maschio. Forse erano solo fantasie inesauste di Vittorio, instancabile lettore, mentre lei era lontana anni luce dalle prime pagine di un qualsiasi manuale di strategia seduttiva.

Il ragazzo era simile a un mitteleuropeo dai capelli castani, qualche efelide anche lui, corporatura discretamente robusta, occhi azzurri appena diluiti in un biancore d’inesprimibile provenienza. Si muoveva sicuro e silenzioso, tanto che più di una volta Vittorio se lo trovò alle spalle capitato chissà come. Potevano essere fratello e sorella? Perché no?, pensò. Forse gemelli … come diavolo si diceva? Eterozo… che rabbia non ricordare l’ultima lezione di biologia e anatomia delle medie bagheresi. 

Finalmente, dopo forse mezz’ora di ghirigori disegnati invisibili sull’impiantito austero di quel monumento alla Patria, il più piccolo della congrega D’Alessandro si fermò, come l’estremo fotogramma di un film conclusosi senza preavviso. Scese lento e deciso dal trespolo a due ruote, scivolò con studiata lentezza lungo il muretto, seduto a gambe diritte si accese una sigaretta che gli aveva dato Pepito per sfidarlo a fumare, aspirò a occhi socchiusi di goduria. In realtà era una semplice strategia per cercare di non far vedere un paio di lacrime prodotte da una tosse tenuta a bada con enorme difficoltà. Ma sembrava che i due non l’avessero scoperto nelle sue false fattezze di prossimo adulto – grazie anche ai diversi metri che ancora li tenevano lontani.

Come se avesse dato il segnale, anche i due ipotetici fratelli si fermarono, anch’essi di botto, scendendo di bici e anche loro avvicinandosi al cono d’ombra sul monumento dove godersi un discreto venticello.

Passò almeno un minuto d’orologio per potersi guardare in cagnesco in santa pace nel silenzio di quel pomeriggio settembrino. Passava un’autovettura o automobile (come le si chiamava allora) ogni cinque o dieci minuti; più spesso qualche autocarro per le consegne a domicilio, vezzo che i benestanti cominciavano ad adottare proprio negli anni post conflitto mondiale. Tanto per mostrarsi immersi nella pace e nel benessere – loro, non certo della massa.

Il venticello di vago scirocco, caldo ma in fondo tollerabile, scompigliava i capelli della ragazzina. E lei non finiva di stregare il ragazzino rosso, grazie a quell’impasto indecifrabile di capigliatura nera come pece sparsa generosamente e occhiate di un verde da giardino inglese paracadutato in piena Sicilia. Vittorio non si chiedeva nemmeno cosa gli piacesse in lei: non riusciva ad articolare una parola sensata nella propria testa occupata interamente da quel nero e da quel verde e dagli sguardi che si formavano. Come un impressionista fonde due colori e ne ottiene un intero arcobaleno, fino allora mai visto.

<<Allora cosa ci fai qui?>>, chiese il ragazzo forse fratello con un incedere di sguardi fra curioso e diffidente.

<<Giro>>, replicò asciutto lo sconosciuto.

<<Ma non sei di queste parti>>

<<No. E allora?>>. Vittorio aveva articolato appena un terzo delle parole dell’altro ragazzo. Ottenendo molto più effetto.

<<Ssssi … certo ….>>, l’altro quasi biascicava. Era anche arretrato di qualche centimentro appoggiandosi al muro.

Mai prima d’allora il ragazzino di Villa Palagonia si era mosso con tale circospezione e al contempo lasciando sospesa nell’aria una vaga minaccia. Quel <<e allora?>> echeggiava il palermitano <<picchì, ‘c’è cosa 12?>>, che molti malacarni 13ti buttavano addosso se solo facevi la domanda sbagliata.

<<L’interessante è che non ci siano problemi>>. Una voce conciliante e sorridente era uscita fuori da quella bocca sottile, esangue, con il labbro superiore leggermente cosparso di peluzzi biondi – mistero al momento insondabile in una mora assoluta.

Quella bocca che Vittorio non pensava tanto a baciare quanto a socchiudere per poi passarle l’indice destro fra i denti, la lingua, sul palato. Sentire il tepore, il sapore delle sue cavità senza fondo era ciò che lui sapeva gli avrebbe turbato il sonno, già quella notte stessa. Si chiese se non desiderasse affrettarsi a casa, cenare di gran carriera per gettarsi a letto e sognarla. Chissà come e dove e con quali colori. Senza che gli interessassero, almeno per il momento, età, nome, indirizzo, scuola, famiglia, gruppo sanguigno.

Gli bastava quello spettacolo inesprimibile che aveva davanti. La ragazzina che si faceva palcoscenico di sé stessa: e il suo unico spettatore dai capelli rossi appena un po’ lunghi, qualche ricciolo annoiato depostosi sulla fronte, sarebbe potuto rimanere tutta la sera e la notte e ancora e al di là del Tempo a guardarla. In tutta quell’intensità senza parole, con pochi gesti, sguardi perfetti nella loro indecifrabilità.

<<Parli proprio tanto, eh? Bisogna quasi cacciarti un panno in bocca. Altrimenti …>>, aggiunse lei.

<<Come ti chiami?>>, le chiese lui. L’altro ragazzo stava zitto, come se avesse perso l’uso della lingua.

<<Eleonora. Eleonora Baldi>>. Fra lo scandire il nome e poi nome-cognome era passata impercettibilmente dalla ritrosia a un orgoglio domestico.

<<Emiliana?>>

<<Bravo, hai orecchio per i nomi o è solo un caso?>>, si stupì.

<<Abbi fede>>. Vittorio quasi non credeva a quel che gli usciva di bocca. Affioravano nell’invisibile condotto testa-lingua frasi ed espressioni prese da un miscuglio di Salgari e Agatha Christie, Verne e Karl May, il “Salgari tedesco”. 

 

11 Belle ragazze

12 Come dire a brutto muso: <<hai qualcosa da ridire?>>

13 Letteralmente, malacarne. Giovane teppistello, spesso poi “maturato” nella mafia o nella criminalità comune.

Se ti è piaciuto questo capitolo condividilo con i tuoi amici o lascia un commento sotto. Grazie