Man mano che gli anni si accumulavano come pratiche archiviate in polverosi scaffali, il nonno si manteneva tanto dritto come un albero secolare, quanto circonfuso in una crescente nebbia di percezioni parole ricordi inesplicabili misture di passato/presente. Proprio nel novembre del 1922, mentre da Roma cominciava a farsi sentire il nuovo governo di avventurieri in camicia nera, il vecchio Castronovo novantunenne (nato nel remoto 1831), esordì un giorno lamentandosi, profondamente perplesso, di non sentire più da parecchie settimane la sua Rosa. Essendo la moglie defunta il giorno di Pasqua 1902 la famiglia riunita a pranzo non fece una piega. Ma il silenzio diplomatico ebbe il potere di fare imbestialire il vegliardo. Come nessuno dei ragazzi e bimbi D’Alessandro avevano mai avuto la ventura di conoscere nonna Rosa, così non erano mai stati testimoni d’incazzature del di lei vedovo.

<<Ma chi schifiu ‘i famigghia site?16 Io mi lamento che la mia Rosa è sparita e vuatri fate comu si nenti fussi.17 Ahhhhhh?>>, e cacciò un lungo urlo, quasi a evocare la protesta di un lupo rimasto senza preda per nutrirsi.

<<Nonno, ma che gridate a fare? Vi sentiamo, sapete?, vi sentiamo>>, lo rassicurò Anna sorridente, alle prese con l’amatissima crema di fragole. Difatti, uno sbafo le abbelliva il mento a mò di pizzo rossiccio.

<<E quindi?>>, riprese il nonno.

<<Quindi che?>>, intervenne un po’ scocciata la figlia.

<<Che pensate di fare?>>

<<Ma riguardo a cosa?>>. Maria Castronovo smise di bere il caffè e fissò il padre trapassandolo con uno dei suoi rari sguardi che avevano il potere di calmare i più infernali fra i suoi figli, il trio Vincenzo, Angelo e Pepito.

<<Alla mia consorte legittimaaaaaa>>.

Il viso del nonno s’infuocò per un istante. Era incorniciato da una barbetta folta: ma soltanto nel congiungere la base di un orecchio alla punta del mento per risalire verso l’altro orecchio, baffi rasati e guance glabre. L’insieme ricordava un vecchio marinaio che pubblicizza una marca di whisky scozzese. Anche gli occhi azzurrissimi e i folti capelli bianchicci come neve sporca contribuivano a un effetto straniante per essere quello di un vecchietto siciliano al centodieci percento. In ciò confermando il sapiente equilibrio nel mischiare diversissime etnie millenarie, eppure accomunate dal sole più impietoso della penisola italica.

<<Ma la tua consorte è morta da esattamente vent’anniiiiiiii>>, gli contro-urlò con sorridente esasperazione l’energica zia detta ‘A Zazzà. Ufficialmente apparteneva alla Chiesa cattolica apostolica romana, inquadrata nell’ordine delle clarisse. Ma era da anni e anni dispensata dal dimorare in convento, con l’incarico di occuparsi dei vecchietti del paese, sotto il profilo compagnia, evangelizzazione, accompagnamenti verso l’estremo momento. Svolgeva tali incarichi con serietà degna di un revisore di conti nello spulciare i libri contabili di una prestigiosa banca.

Né l’età, né il grado esatto di parentela, o la provenienza erano conosciuti dalla maggior parte dei parenti, stretti e allargati. Si diceva che solo Maria Castronovo fosse a conoscenza di qualche aspetto dell’esistenza passata della zia monaca: comunque questo poco che sapeva l’avrebbe tenuto per sé fino alla scomparsa della zia e di sé stessa. Quindi, il mistero che avvolgeva le vesti talari di quella donna senza identità rimase tale per sempre.

Quando si aggirava per i saloni, le stanze, i corridoi intricati del palazzo, o fra le palme e i giardini nel parco di Villa Palagonia recava con sé un’atmosfera indefinibile. Per di più indossò sempre un paio di occhiali da sole, neri come pece, senza mai toglierli; nemmeno in giornate temporalesche che costringevano i comuni mortali a tenere le luci accese. Nessuno le vide mai gli occhi: per i bagheresi avrebbe potuto benissimo essere cieca; addirittura priva dei bulbi oculari. Bambine e ragazze ne avevano una sorta di sacro terrore, mentre anche i ragazzini più inclini a scherzacci e guai se ne tenevano alla larga senza parlarne mai. Evidentemente la vergogna di farsi mettere in soggezione da un’improbabile monaca senza età e dal viso semicoperto da velo ottocentesco e occhiali da sole degni di un agente segreto, prevaleva sull’orgoglio e l’intraprendenza di adolescenti esibizionisti e ribelli.

All’urlo della Zazzà il nonno sembrò calmarsi; o almeno far buon viso a cattivo gioco. Dopo un minuto di silenzio assoluto, durante il quale si sentirono solo le mascelle sgranocchiare pane con marmellata e le labbra ingurgitare caffelatte, il vegliardo se ne uscì con un’idea mai sentita prima in famiglia:

<<U sacciu io zoccu avemu a fari: ‘na bedda seduta ‘i spiriti 18>>, propose con un sorriso che evidenziava il rapporto di uno a tre fra denti e buchi in bocca. Una delle cause del suo eloquio non sempre cristallino.

<<Eh va beh, va, a facemo ‘sta seduta ‘i spiriti>>, accettò subito la zia monaca aggiustandosi sul naso la montatura dalle lenti nere come il fondo di una bara.

<<Zazzà, ma chi site fodda? Gli date pure retta?! Questa è la villa D’Alessandro/Castronovo, in caso non lo sapeste. Mica la dépendance di via Pindemonte>>, replicò mamma Maria. Il fatto che avesse pronunciato una frase in siciliano ed evocato il doppio indicativo familiare erano due prove inequivocabili che era molto infastidita dalla proposta del nonno; sicuramente più dalla Zazzà che sembrava andargli allegramente appresso. Del resto, qualsiasi occhio esterno trovandosi schierato davanti   quel bislacco gruppo familiare, avrebbe identificato senza esitazione i due soggetti più eccentrici proprio nel nonno Castronovo e nella zia monaca. Facendoli sicuramente felici e orgogliosi. Per i non palermitani e limitrofi: via Pindemonte ospita da tempo immemorabile l’ospedale psichiatrico più grande della Sicilia.

<<E perché ti scaldi, Maria bedda? Chiamiamo la Saracina e facciamo fare a lei>>.

<<Cooosa? Quella strega pazza furiosa? Zazzà, ma fatevi un bel bagno caldo e una doccia fredda che vi passano codesti formicolii alla testa>>, protestò Maria.

<<Si, Marì, macari ‘na pocu fodda c’è 19. Però a trattare queste faccende la più brava di Sicilia è. Tu lo sai, tutti lo sanno. Così almeno il nonno l’anima in pace si mette. Si fa una chiacchierata cu l’anima ‘i so muggheri e un sinni parra chiù 20>>

<<In effetti ostinato com’è il nonno, capace che ci murritia ‘i cabbasisi pi sei misi 21>>, osò interloquire Pepito, divertito lui solo dalla rima e dalla parolaccia (almeno in quei tempi ancora post-vittoriani).

Con velocità insospettabile in una donnetta piccola e avvizzita come la suora, un potente ceffone planò sulla guancia del ragazzino.

<<Puliziati a vucca quannu parri, vastasuni 22>>.

Lo sguardo di mamma Maria approvò il gesto repressivo della zia; malgrado la madre di Pepito non amasse alzare le mani. Il ragazzino trattenne con ammirevole orgoglio le lacrime finché ebbe il permesso di alzarsi per andare a giocare in giardino.

Finalmente parlò il padrone di casa approvando laconicamente la proposta del nonno. A patto che non si sapesse in giro e che fosse la prima e ultima volta che la Saracina metteva piede a Palagonia.

<<Sono pur sempre un medico, un operatore di scienza, anche se modesto. Non voglio avere nulla a che fare con quella strega da manicomio. Se lo avesse chiesto qualcun altro avrei detto NO. Chiaro?>>

Il silenzio-assenso dei familiari presenti a tavola sigillò la questione. Il nonno si alzò e prima di allontanarsi diede una carezza alla crapa nuda del proprio genero, che si scostò infastidito.

La Saracina era chiamata così per l’inquietante somiglianza con un’araba: capelli corvini e ricci, lunghi fin quasi all’attaccatura delle gambe, occhi di nerissima vivacità, pelle scura come di chi passa la propria intera esistenza al sole mediterraneo, bassa statura intorno al metro e mezzo.

<<Un metro e tanta voglia di crescere, ah, ah, ah>>, aveva scherzato alle sue spalle un noto latifondista di Ragusa che veniva spesso per affari a Palermo, Bagheria e dintorni. Chissà come, la sfottuta giunse alle orecchie levantine della maga. Ed ecco la vendetta sui tre figli di quel proprietario terriero che allora preadolescenti smisero d’un tratto di crescere. Da ventenni misuravano tutti intorno al metro e cinquanta, proprio come la fattucchiera. Tenendo conto che i genitori dei tre disgraziati quasi nanetti erano ben oltre il metro e ottanta lui, metro e settanta lei.

Un altro episodio rafforzò la leggenda nera della Saracina. Un brigadiere di pubblica sicurezza aveva osato condurla in commissariato per sospetto di magia nera, fatture e pratiche affini a pagamento (ovviamente tutte non dichiarate al fisco). Il suo avvocato, forse il massimo principe del foro di tutto il Meridione, giunse in piroscafo apposta da Napoli, interrompendo un processo importantissimo e rischiando un’ammonizione dal presidente del tribunale partenopeo. Il che dà la misura del timor panico che incuteva quella formidabile maga. In pratica passò solo un giorno e una notte in una cella tutta per sé, lauto pranzo offerto dal commissario capo, che era andato a omaggiarla assicurandole che <<tutto verrà senz’altro chiarito al più presto>>.

Una volta libera, la Saracina si occupò del povero brigadiere, ottimo investigatore – pienamente appoggiato dal commissario, ma non dal questore, nè dal responsabile del commissariato di zona. Nel giro di sei mesi morì di crepacuore la madre del sottufficiale di P.S., il figlio perse un occhio in uno stranissimo incidente mentre giocava con altri coetanei: mentre la moglie venne licenziata in tronco e denunciata per furto (poi assolta ma mai riassunta) rimanendo disoccupata per il resto della vita lavorativa.

Dunque, fu un simile personaggio che si pensò di convocare come regista di una seduta spiritica per accontentare nonno Castronovo, ormai in preda ai mali dell’estrema vecchiezza neurologica. Quella che divenne presto una vera e propria operazione segreta comportò che col proprio calesse il dottor Natale, facendo finta di andare in giro per le sue normali visite a domicilio, in realtà andasse a prelevare la spiritista a un angolo della strada per Ficarazzi. Luogo lontano dalla casa della donna, che per di più si era truccata e vestita così bene che di primo acchito nemmeno il dottor D’Alessandro riuscì a riconoscerla.

Una volta giunti a Palagonia – ovviamente di sera, col favore del buio e le strade vuote – il calesse si fermò nell’androne al centro esatto della villa. La seduta si tenne al primo piano, in una stanzetta in fondo, in modo da non farsi notare dagli altri numerosi abitanti della dimora settecentesca.

Quanto ad Anna e Pepito, gli unici ragazzi presenti alla colazione in cui il nonno pretese la seduta, il giorno stesso vennero espressamente convocati nella stanza dei genitori – accadimento così raro da attribuire già un crisma di serissima ufficialità all’udienza materna. Vennero abilmente redarguiti e al contempo allettati con la promessa di un bel regalo ciascuno se avessero mantenuto il segreto sulla manifestazione spiritica per il resto dei loro giorni. Contenti e intimoriti nella giusta misura l’obbediente ragazza e il ragazzino ribelle giurarono addirittura su una preziosa edizione secentesca della Bibbia, tramandata di madre in figlia nel ramo femminile dei Castronovo e in quel tempo appartenente a mamma Maria.

Alla seduta parteciparono soltanto la Saracina, il nonno, Maria e ‘A Zazzà. Ulteriore misura di cautela familiare.

La stanza era quasi un bugigattolo, utilizzato per decenni come sorta di ripostiglio in cui conservare gli abiti da indossare in occasione di feste e anniversari. Il vago odore di muffa mischiato al veleno anti tarme stagnava nell’aria di rinchiuso; si trattava di un locale interno senza nemmeno una finestrella che affacciasse sul parco. Ma pareti, pavimento e porta erano alquanto ben tenuti. Sul soffitto campeggiava per di più un elegante affresco di stile secentesco con Diana cacciatrice su sfondo campestre; quasi l’avesse dipinto un allievo di Claude Lorrain.

Un tavolo giusto per quattro persone, con quattro sedie cigolanti vennero sistemate a stento nell’angusto vano.

La Saracina, che lungo tutto il tragitto non aveva spiaccicato parola né salutato nessuno, appena seduta ebbe la faccia tosta di pretendere il pagamento anticipato. Maria mise mano alla borsetta e dovette uscirne la bellezza di cinquanta lire. Si consideri che nel 1920 il salario medio annuo degli italiani era di duemilaottocento lire, mentre quello mensile di un docente di liceo si aggirava sulle ottocentocinquanta lire. Le banconote vennero contate due volte dalla maga, che poi le fece sparire in un batter d’occhi in qualche anfratto dell’ampia veste che indossava.

Fra i presenti soltanto Maria aveva già assistito ad altre due “prestazioni professionali” dell’inquietante fattucchiera. In quelle occasioni era abbigliata come la classica lettrice della mano ed esperta in tarocchi: con tanto di enormi orecchini e foulard in testa e sciarpa multicolori – tutti di sapore zingaresco – intenso eyeliner a disegnare due occhiacci malefici, bocca con rossetto a forma di cuore e spessa coltre di cipria giallastra sulle guance pienotte, oltre a una dozzina di anelli a coprire quasi tutte le dita deformate da probabile artrite.

La discendente del notaio Castronovo, il ricco bagherese che aveva acquistato nel secolo precedente la villa, stentava a riconoscere la medesima maga levantina nella figura fredda, distaccata, quasi anonima che aveva davanti in quella stanzetta, remota da orecchie e sguardi familiari indiscreti.

La zia monaca aveva indossato una delle sue più efficaci espressioni di circostanza: quella che lei stessa chiamava <<la postura da ispirata>>, occhi socchiusi, gesti lenti, bocca cucita come fosse sordomuta, di tanto in tanto un’alzata di capo verso il cielo. Forse rivolta al suo datore di lavoro.

La porta venne chiusa a doppia mandata e con un panno alla base si coprì la fessura per evitare che penetrasse luce all’esterno. Si tennero accese solo quattro candele, disposte ai quattro punti cardinali: dunque a novanta gradi l’una dall’altra. In corrispondenza di ciascuna di esse si sedette ognuno dei partecipanti: disposizione diretta con pochi gesti e ancor meno parole dalla regista della serata. Dopodiché i presenti vennero messi in contatto nel modo classico: toccando la punta del mignolo del compagno alla propria destra. Gli occhi rigorosamente chiusi, vietata la minima interruzione, silenzio assoluto con diritto di parola solo per la Saracina.

Appena prima d’iniziare lei stessa avvertì che al minimo problema creato da uno dei partecipanti se ne sarebbe andata, tenendosi i soldi e facendosi riaccompagnare direttamente a casa. La voce usciva roca e leggera, imprevedibile nella sua eleganza e del tutto priva di accento. Come se provenisse da un’attrice dotata di dizione perfetta. Improbabile accoppiamento fra corpo dell’inquietante maga e voce della divina Eleonora Duse.

Dopo un paio di minuti di silenzio e immobilità assoluti il tavolo cominciò a dar segni di vita. Prima un colpetto a sinistra, poi un’oscillazione a destra. Quindi un roteare di qualche centimetro in senso antiorario.

Ancora silenzio e immobilità. Dopodiché, dalla Saracina uscì un lamento, all’inizio flebile, quindi via via più acuto. Come una sirena del porto di Palermo che annunci l’entrata di un naviglio importante. Ancor più inquietante di prima era la sensazione che corpo e voce della maga fossero scisse, appartenenti a due persone diverse. Perturbante inconciliabilità fra suono e immagine.

<<E tu chi sei? Tu … Sii, tu che mi spingi … ti sento respirare alle spalle>>.

La Saracina avrebbe potuto vincere il primo concorso nazionale come annunciatrice radiofonica all’appena costituita E.I.A.R. (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche), tali erano la loquela raffinata, la dizione impareggiabile, lo stacco fra le parole. Ma lungi dal ridurre il tutto a una sorta di pièce teatrale d’alto livello, al contrario rendeva l’atmosfera ancora più sardonicamente paurosa. Come se Maria, il nonno e la zia monaca fossero stati invitati in qualche antro del demonio. Magari incarnatosi nello stesso tavolo di noce laccata posto al centro della seduta.

<<Fiorella contessa di Villafranca in Castronovo sono>>, rispose un’altra voce completamente diversa. Eppure la smaliziata Zazzà, l’unica che avesse il coraggio di fissare ogni movimento della Saracina, avrebbe giurato davanti a Gesù di Nazareth in persona che tale voce provenisse sempre dalla Saracina. Come se quella stranissima femmina possedesse un primigenio juke-box da cui fare uscire dieci, cento, mille diverse emissioni di fiato umano.

<<Chi sei? Ripeti, se hai coraggio>>, quasi la minacciò la fattucchiera non mostrando alcun timore.

<<Fiorellaaaaa Villafrancaaaa in Castronovoooo. Ma che, sorda sei?>>, replicò quasi gridando il presunto spirito.

<<Ah … e chi me lo garantisce che tu sia proprio lei?>>, continuò a provocarla la Saracina.

<<Adesso ti faccio vedere io. Dunque … tre cose di cui soltanto quell’imbecille del mio vedovo qui presente è a conoscenza. Va bene, maga dei miei stivali?>>

<<Siamo tutto orecchi, contessa>>

<<Primo, sua madre quando si arrabbiava con lui bambino lo chiamava Mimmuni ‘u vastasuni; secondo, esattamente a cinque centimetri dal capezzolo destro ha un neo grande e altri due piccoli quasi attaccati; terzo, il padre di Mimmo non è morto d’infarto ma d’indigestione per i troppi dolci mangiati in una volta sola. Ovvero diciassette cannoli all’età di ottantasette anni. La vedova, quindi la madre di Mimmo, quindi mia suocera, si vergognava troppo della golosità del marito e preferì sempre parlare d’un banale attacco di cuore. E i figli, gli unici a conoscere la verità, furono costretti a mantenere il segreto>>

La zia monaca pensò divertita che come fantasma era una gran chiacchierona.

<<Beddamatri 23, Fiore, tu sei? … pi davero 24?>>, si commosse il nonno. E come sempre gli capitava, quando le emozioni lo dominavano, si mise a starnutire.

<<Diciassette starnuti, ‘stu cugghiuni 25comu i cagnoli ‘ca mannaru me patri a fari a canuscenza ‘i San Pietro 26>>. All’improvviso, pur con la stessa intonazione di voce, l’anima di donna Fiorella cominciò a inserire qua e là parole in dialetto. Perfino una parolaccia. Se nel 1920 sentir dire cugghiuni a una donna dell’estrazione nobiliare della contessa di Villafranca era a dir poco scandaloso, spostato il tutto a metà Ottocento sarebbe stato sufficiente per una visita da un primario di psichiatra.

<<Ma Fiore, come parli? Amore mio>>, piagnucolò il marito.

<<Non chiamarmi Fiore, i diminutivi non li ho mai sopportati. Tu scurdasti, ah 27? E poi amore un corno>>

<<Ma che ti succede … manco tu mi pari? 28>>

<<Eh, bravo. Infatti … proprio un’altra sembro. Invece sono semplicemente quella che ero quando tu non c’eri, e non c’erano manco i tuoi familiari, né le scimunite di amiche del circolo. Sono com’ero al naturale, ecco … senza recitare>>

<<Recitare? Ma che stai dicendo?>>

Il dialogo fra vedovo e moglie defunta da vent’anni adesso procedeva con surreale naturalezza. E senza nemmeno più l’intervento della maga che si limitava a fare da portavoce dall’oltretomba.

La china che prese la discussione avrebbe sicuramente appassionato Luigi Pirandello che proprio in quegli anni aveva ormai trovato la propria voce drammaturgica e narrativa più matura, discettando di essere e apparire, identità e maschere.

<<Recitare, recitare, caro il mio maritino così longevo. Ti sento in forma – vederti non posso, sai com’è? Ah, ah, ah….>>. E lo spirito se ne uscì con un’orribile risata, di una volgarità da far accapponare la pelle pensando da dove sembrava provenire.

In quel preciso momento si sentì un piccolo tonfo. Era il nonno che si era accasciato sulla sua porzione settentrionale di tavolo. Con la massima tranquillità la zia monaca gli controllò il polso, gli toccò la fronte e il collo.

<<Nenti fu, s’addummisciu. Troppu strapazzu di sentimenti pi un vicchiareddu 29>>

<<Allora si prosegue>>, intimò la Saracina con voce cavernosa che non ammetteva replica.

<<Meglio che si addorme, il consorte mio>>

<<Perché meglio, contessa?>>, chiese la maga.

<<Eh, con quello che vi racconto adesso… E mi raccomando, di contargli tutto al cugghiuni, quannu s’arruspigghia 30>>

<<Non mancheremo, contessa>>

<<Allora, so che vi ha raccontato tante cose belle di me. Magari anche vere, non dico di no. Però … però, manca, come dire …. il succo, il bello della storia di me e di lui. He he he….>>.

Dopo la risatina si fece un mezzo minuto di silenzio. Tanto che a un certo punto la Saracina provò a evocarla nuovamente.

<<Si, si, che mi chiami a fare, fattucchiera dei miei stivali? Ca sugnu 31. Mi stavo accendendo una sigaretta e tirando qualche boccata in santa pace … si fa per dire, ah, ah, ah … allora ‘u me vicchiareddu, il vedovo mio diletto ah, ah, ah …   s’addummisciu 32, lo scanto 33 di quello che potrei dire di lui non lo resse, delle sue incapacità come uomo e marito. E invece è di me che adesso vi voglio parlare. Non parlo con nessuno da … vediamo un po’ … crepai nell’anno del Signore 1900 tondo tondo, ecco, giusto vent’anni….>>

E così il monologo proseguì ancora per un bel pezzo conducendo i tre presenti verso il lato nero della vita di quello spirito femminile proveniente dall’Ottocento, dalla sua morale ipocrita, immerso nella recita di una vita borghese, accanto a marito e figli che, si capiva, non aveva mai amato. Il nonno per sua fortuna restò privo di sensi fino alla fine dell’inquietante riunione.

Si scoprì che la nonna da giovane aveva esercitato quello che la morale nascondeva sotto lo pseudonimo di “mestiere più antico del mondo”. Per di più la contessa non si era astenuta da rapporti con altri uomini: nemmeno dopo le nozze con colui che le aveva portato in dote il titolo nobiliare, che l’aveva amata dissennatamente, che in quel momento illuminato da quattro candele cardinali giaceva, vecchietto novantenne, svenuto in un pirtuso 33 della villa. Assieme a tre parenti che adesso lo capivano ancora meno di sempre. L’unica differenza fu che dopo le nozze, per la nonna Castronovo si trattò non più di clienti ma di amanti. E fu così abile da non farsi mai scoprire. Con la scusa di una zia e una nonna cui far visita – in realtà defunte da anni – andava ogni settimana a Palermo, da sola, in calesse, a trovare l’amante. Questi cambiava circa una volta l’anno, dato che qualsiasi uomo, dopo un certo tempo, le veniva <<maledettamente a noia>>. Come raccontò divertita la voce che sembrava uscire dalle sembianze “normalizzate” della strega che conduceva la seduta spiritica.

Alla fine fu mamma Maria a chiudere, per così dire, la comunicazione. Non ne poteva più di sentire simili porcate da quella che, dopotutto, era pur sempre stata sua madre. Anche se si comportò <<come un’attrice e una cagna in calore>>. Sentir parlare così Maria Castronovo, gran signora, colta ed elegante, di ottime letture e poliglotta, madre affettuosa di otto figli e perfetta “castellana” – come la si sarebbe definita in Inghilterra – fece un certo effetto alla, peraltro disillusa, zia monaca, gran conoscitrice di come va il mondo ben al di fuori di Ave Maria, rosari, annessi e connessi.

La Saracina fu riaccompagnata a casa da Natale, con la minaccia di essere sbattuta in galera per una buona decina d’anni se solo si fosse azzardata a un semplice accenno con chiunque su quella incredibile serata.

La Zazzà e Maria, intanto, risvegliarono delicatamente il nonno e lo accompagnarono a letto. Nel mentre gli raccontarono cosa aveva detto la contessa. Il vegliardo fu ben felice di sapere da figlia e cognata quanto il fantasma dell’amata moglie pensasse a lui con tanto affetto e desiderio di ricongiungersi prima o poi. Il nonno, peraltro, a scanso d’equivoci tenne a precisare <<poi, il più poi possibile>>, con tanto di toccamento delle parti basse. Gesto che ebbe il potere di strappare uno dei rarissimi sorrisi mai emersi sulla bocca raggrinzita dell’impagabile Zazzà.

16 schifo di famiglia siete

17 voi fate come se niente fosse

18 Lo so io cosa dobbiamo fare: una bella seduta spiritica

19 forse un po’ pazza lo è

20 con l’anima di sua moglie e non se ne parla più

21 rompe le scatole per sei mesi

22 pulisciti la bocca quando parli, gran maleducato

23 Mammamia

24 ma veramente?

25 questo coglione

26 come i bastardi che mandarono mio padre a fare la conoscenza di San Pietro

27 te lo sei dimenticato

28 neanche tu mi sembri

29 Niente, si è addormentato. Troppo strapazzo sentimentale per un vecchietto

30 al coglione quando si risveglia

31 sono qui

32 s’addormentò

33 spavento

33 buco

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