Vittorio non poteva certo annoiarsi in mezzo a quel perenne caravanserai familiare, il fascino della villa e del suo parco, oltre al paese, a suo modo non del tutto sonnolento.

La Storia, invece, per una ventina d’anni (o quasi) andò in letargo; a eccezione d’un paio di visite sull’isola del duce con folto e variopinto codazzo al seguito, gli echi della guerra d’Etiopia e l’altisonante “conquista dell’impero”, nello stesso 1936 la guerra di Spagna, e la roboante dichiarazione del dieci giugno 1940.

Ma a metà del successivo decennio lo stesso ragazzino, ormai giovane uomo, si sarebbe reso conto in prima persona di quale aria si respirasse nella “Roma imperiale”, nei quattro-cinque anni di zenith del consenso al maestro elementare di Predappio e al suo regime. Fra fez e “sabati fascisti”, adunate e ricordi di pestaggi 1919-25 con manganelli e olio di ricino, quindi voci di gas lanciati sui poveri abissini e “selvagge” ingravidate a forza, bombardamenti in terra di Spagna, per la prima volta in compagnia dei nazisti.

Il fascismo in Sicilia, dunque anche a Palermo e provincia, fu vissuto da tanti come l’ennesimo cambio di casacca e un nuovo ritratto da appendere in uffici pubblici e scuole. Andando ancora più indietro nel tempo, come non mancava occasione di concionare al bar centrale di corso Butera don Calò Rappisi,

<<Cominciammo con Fenici e Greci, di seguito Romani e vari Barbari, poi gli Arabi e i Normanni, i francisi e i spagnoli, quindi i piemuntisi cu di curnutazzi ‘i Crispi e Giolitti e la loro cornutissima guerra mondiale>>. Nella quale Rappisi aveva perso ben due figli e tre nipoti di primo grado.

<<E l’ultimo curnutazzu in ordine d’arrivo è chistu cavaleri Binitu Muzzolini>>

<<Mussolini, se mi consente, don Calò>>, lo correggeva qualcuno le prime volte in cui si lasciava andare a quel pericoloso comizio fra bar e strada.

<<No, no, beddu miu. Vidi cà dissi propriamenti Muzzolini. Picchì fa i cosi a muzzo. O si ti piaci chiussai, a cazzu! 34>>, rispondeva invariabilmente don Rappisi, incurante delle conseguenze. Difatti, venne arrestato la bellezza di diciassette volte, con periodi di detenzione che variarono fra cinque e trenta giorni. Mai di più. Le amicizie potenti, l’essere uno dei notabili più in vista di Bagheria, l’essere nato nel lontano 1850 – dunque già settantino al tempo della “marcia su Roma” – furono tutti fattori che concorsero a fargliela passare relativamente facile.

E alla fine, con l’arrivo del famoso “prefetto di ferro”, il dottor Cesare Mori, suo buon amico dai tempi del lungo soggiorno di don Calò a Roma, venne semplicemente lasciato blaterare. Bastava che si limitasse a quella sua “versione” della storia di Sicilia che abbiamo appena sentito. Senza aggiungere altri deliri sovversivi. E lui, che era convinto antifascista della prima ora, ma tutt’altro che scemo, accettò silenziosamente. Infine morì nel 1931, tranquillo nel suo letto, mandando al diavolo perfino il parroco che, incautamente, aveva tentato di accompagnarlo nell’estremo viaggio.

 

Sin da piccolo Vittorio fu uno dei pochi coetanei in paese ad appassionarsi alla lettura – anche se nell’ambito borghese era un po’ meno raro che in quello contadino e operaio. Soprattutto amava sentire suo padre che, con voce grave e sguardo inghiottito dalle pagine, gli leggeva gli amati romanzi di Emilio Salgari o di Robert Louis Stevenson. Anzitutto, rispettivamente, Il re del mare e L’isola del tesoro.

Il primo gli aveva fatto conoscere il notissimo romanziere piemontese come essere misterioso, capace di raccontare storie incredibili di pirati e tribù di assassini, donne fatali come la “perla di Labuan” e avventurieri in stile Yanez. E quando il colto ziu Fefé gli spiegò che Salgari non solo non conosceva l’Estremo Oriente di cui narrava, ma che non aveva nemmeno mai messo piede fuori dal regno d’Italia, la stima per il prolifico autore divenne stellare. Da adulto Vittorio avrebbe amato i quadri di Gauguin sol perché gli evocavano l’incanto dei Mari del Sud.

Quando lui stesso giunse al termine del Re del mare fu diviso dalla capacità salgariana di sigillare una storia, lasciando però quel giusto spiraglio sufficiente a far impazzire dal desiderio di riprendere subito la lettura del romanzo successivo. Un anticipazione su carta della mefistofelica abilità dell’”industria culturale” nel titillare spettatori televisivi a restare incollati ai vari serial.

 

La Tigre della Malesia stette un istante pensieroso, poi rispose:

<<Mompracem ormai è perduta, ma a Gaia sono i nostri prahos e i nostri uomini e là abbiamo amici devoti. Conducetemi in quell’isola, se non vi rincresce. Fonderemo una nuova colonia lassù, lontani dalle minacce degli inglesi>>.

Poi, dopo un’altra breve pausa, continuò:

<<Chissà che non ci rivediamo un giorno nell’India. Da tempo accarezzo un sogno>>.

<<Quale?>> chiesero Tremal-Naik, Darma e sir Moreland.

Sandokan fissò i suoi sguardi su Surama, quindi rispose:

<<Tu sei figlia di rajah e t’hanno rubato il posto che ti spettava. Perché non daremo a te, fanciulla, un trono da dividere con Yanez, che diverrà fra breve il tuo sposo? Ne riparleremo, mia buona Surama>>.

 

                                                 FINE

 

La terribile ultima parola stampata era tutto ciò che nel Vittorio di otto, dieci, dodici anni possedeva la forza evocatrice di silenzi, deserti, decomposizione. Da adulto si sarebbe chiesto più volte come potessero semplici parole scatenare in lui, nemmeno adolescente, simili reazioni interiori. Roba da psicoanalisi infantile ante litteram. Ma in quegli anni ancora d’ignoranza di cose freudiane e junghiane si era ben lontani da tali profondità d’indagine.

Proprio quando Vittorio stava per chiudere il libro con rabbia rumorosa, ecco che a guardar meglio quella meravigliosa, e a un tempo sofferente, ultima pagina recava una nota di due righe che faceva intravedere una speranza che tutto sarebbe continuato. Che riprendere altrove non significava se non una piccola pausa: tempo di comprare il libro annunciato, come stendhaliana e rinnovata promesse de bonheur:

 

 

Le avventure dei personaggi di questo romanzo continuano con Alla conquista di un Impero, il VI romanzo del <<Ciclo dei pirati>>

 

Il ragazzino dai capelli rossi pensò subito che se Impero era stato stampato con la I maiuscola si doveva sicuramente trattare di una terra così smisurata che non sarebbe certo bastato un solo altro volume per raccontarlo, ma chissà quanti altri. E poi sapeva già – chissà come – che i numeri romani indicavano “cose importanti”, simili ai volumi di un’enciclopedia o alle leggi dello Stato. Forse glielo aveva spiegato uno dei fratelli.

E poi, avrebbe mai potuto, lui così curioso del mondo e delle genti, continuare a vivere senza sapere come si sarebbe costruito l’impero di Surama e Yanez, con l’aiuto determinante della “Tigre di Mompracem”, lanciato in nuove folli imprese d’Oriente?

Per sua fortuna la lettura era molto incoraggiata in famiglia; per di più in un’epoca in cui le prime radio non erano ancora diffuse. Figurarsi la TV che sarebbe apparsa in poche migliaia di case inglesi e tedesche nella seconda metà anni ’30; e solo fino al primo settembre 1939.

Inoltre, Vittorio si distingueva già alle elementari come molto bravo, spesso fra i primi in classi di trenta allievi. Non che si ammazzasse di studio a casa; il segreto era seguire attentamente le lezioni in classe. Nel tempo libero si faceva invariabilmente trascinare da quello scavezzacollo di Pepito. A volte andava anche a cinema assieme a Vincenzo o Angelo. Per Natale, Capodanno e Pasqua, poi, erano tutti e quattro i fratelli D’Alessandro ad andare in una delle due sale di Bagheria per godersi un bel film. Al Golden i western e i romantici, mentre al Baghdad proiettavano gli avventurosi e i polpettoni storici – soprattutto medioevali o romani antichi, i cosiddetti peplum.

La prima volta che il bambino di sei anni fu trascinato a cinema dai genitori era l’autunno 1919: era appena disponibile con titolazione italiana il mega film Birth of a Nation del genio David W. Griffith. Vittorio venne realmente “trascinato”, con grande stupore dei suoi che speravano si sarebbe divertito. Invece a casa urlò e tirò calci, senza però piangere, attività in cui indulgeva raramente. Dice di aver paura delle ombre al buio e le risate o le grida o i pianti del pubblico.

<<Ma guarda che non ti stiamo mica portando a veder sbranare le bestie feroci. È come un teatro di ombre e luci, con una signora che suona belle musiche al pianoforte. Vedrai che in due minuti ti sarai dimenticato la paura; dopo cinque minuti ti sentirai risucchiato dalle immagini, dal ritmo, dall’azione>>, lo incoraggiò Natale.

<<Ma cosa fanno queste ombre, babbo? È proprio come voi dite?>>

<<Certo, Vittorio beddu, io parlo di ombre; in realtà è … come dire …. ecco, le fotografie che si muovono, una dopo l’altra>>.

Il povero medico condotto, tanto buono e paziente, si rese conto, davanti al sorriso divertito di sua moglie che osservava la scena, di essersi cacciato in un guaio. Mettersi in testa di spiegare il cinema al proprio bambino di sei anni che non ne aveva idea. Si era in un’epoca in cui la Sicilia restava ostinatamente attaccata a pezzo di mentalità ottocentesca: come un bruco che per metà è rimasto tale e per metà già farfalla, ma non riesce ancora a spiccare il primo volo.

Quando più tardi Vittorio si sedette sul sedile morbido d’imbottitura del Golden, sala ben più comoda del popolare Baghdad, si guardò intorno. Gli occhi ruotavano a trecentosessanta gradi, la bocca semiaperta e qualche mugolio nel passare da una colonna falso antica al velluto del proscenio, fino alle facce degli spettatori. Alcuni li riconosceva: il fornaio o il farmacista, la famiglia di qualche compagno di prima elementare. Eppure, complice l’occasione incomprensibile e l’atmosfera di luci, stucchi, seggiole che si aprivano e gente che vi si sedeva pesantemente, le facce note erano al contempo diverse. Era conoscere ma non ri-conoscere, avrebbe pensato vent’anni dopo grazie alle intense iniezioni di Hegel e Gentile somministrate nelle grandi aule della spagnolesca via Maqueda, sede dell’Università palermitana.

Un ragazzino di cinque-sei anni più grande passava con una guantiera poggiata sul petto e fissata al collo con una cordicella. Vi si trovavano leccornie di vario genere, gelati e cioccolatini e croccanti e caramelle e bon bon assortiti. La mamma gliene voleva offrire un pacchetto ma il figlio era troppo concentrato a lavorare di occhi e orecchi per pensare alle papille gustative. Sapendo quant’era tremendamente goloso, Maria sussurrò all’orecchio peloso di Natale

<<Mi pare che si stia lasciando sedurre da ‘stu benerittu cinematograffo 35>>. Per lei era solo la seconda volta che vi si recava.

<<Ragione c’hai, mia diletta; a parte cà ci mittisti ‘na effe i superchio 36>>

<<Ah…>>, replicò una signora D’Alessandro in Castronovo infastidita dall’errore commesso. Ma si consolò pensando che la prima <<machina di ombre cinisi ca s’annacano o scuru 37>>, come l’aveva subito soprannominato la perplessa zia Amelia, non aveva mai costituito un’attrazione per lei e suo marito. Malgrado il quasi quarto di secolo di vita che stava già per compiere la machina.

Il direttore della sala volle offrire come prima parte dello spettacolo domenicale tre cortometraggi risalenti ai primi anni di storia del cinema. Fra i quali il celeberrimo La grande rapina al treno, il primo western in assoluto, risalente al 1903. In appena undici minuti si dipana un’intera storia ambientata nella mitica terra di cow-boy e indiani e sceriffi e carovane e Colt e Winchester. Molti spettatori non l’avevano mai visto e all’uscita pensarono che quell’Edwin Porter doveva essere un piccolo diavolo di genio, dopo aver letto nei titoli di testa che di quel cortometraggio fulminante era regista, attore principale, sceneggiatore, co-soggettista, coautore della fotografia e produttore. Non sapevano che negli anni del muto era normale svolgere cinque o sei funzioni sul set, in un’industria ancora imberbe in cui tutti dovevano saper fare di tutto. Per di più è un’opera che impiega per la prima volta tecniche per i tempi assolutamente mirabolanti: scene colorate a mano, riprese all’aperto anziché negli studios, montaggio composito, perfino quello incrociato: in sostanza, due scene venivano mostrate in contemporanea pur svolgendosi in luoghi diversi. Vittorio non avrebbe più dimenticato quegli undici minuti; come tutto l’incredibile pomeriggio.

Lo spettacolo iniziò con i primi tre “cortissimi” dei fratelli Lumière: L’uscita dalla fabbrica Lumière, L’arrivo del treno alla stazione di La Ciotat e L’annaffiatore annaffiato. Dunque, le prime immagini al cinema che Vittorio vide furono proprio quelle che avevano sconvolto gli spettatori parigini nel dicembre 1895. In soli quarantacinque secondi decine e decine di persone escono dalla fabbrica degli stessi Lumière. Il portone a doppia anta viene aperto e come da un’enorme balena di mattoni e cemento escono donne con vestiti strani, sopra un grembiule bianco e cappelli enormi. Qualche uomo giovane è in bicicletta, un paio scherzano fra loro, quasi tutti sorridono, probabilmente felici di aver finito il lavoro, almeno per quel giorno.

Il bambino rimase paralizzato, non mosse un solo muscolo per tutta la proiezione; tanto che all’uscita venne colpito da un dolorosissimo crampo al polpaccio destro. Ma non gli uscì un solo lamento, come fosse sotto l’effetto di un potente analgesico.

Impiegò pochi secondi per capire che quelle immagini erano donne e uomini. Ma non in foto, fermi, immobili com’era lui, divorato dalla fascinazione e dal mistero di ombre e luci mischiate da un mago. Erano in movimento, si muovevano, camminavano, sorridevano, alcuni guardavano dritto verso di lui. Si, gli occhi di quella gente s’indirizzavano proprio sul piccolo Vittorio.

<<Ma si muovono, mammà, si muovono….>, sussurrò, già educato a comportarsi bene in un cinematografo.

<<Eh già. Vedi che spettacolo?>>, e gli diede una lunga carezza d’incoraggiamento sui capelli corti e rossicci.

Poi, guardando meglio, si rese conto che non erano persone in carne e ossa, ma, per l’appunto, immagini. Fascinose, strane, lontane e vicine a un tempo. Ma pur sempre immagini.

Terminata la proiezione chiese se dovevano pagare per vedere tutto di nuovo. Natale sorrise con gli occhi a moglie e figlio. Una volta tanto, al posto della parola italiana NO, emise quel particolarissimo suono che in siciliano vi corrisponde perfettamente. A bocca semiaperta, la lingua infilata fra le due arcate dentarie striscia sul palato ritraendosi velocemente verso l’interno della bocca e produce un risucchio. Ne esce fuori una specie di nzu, accompagnato dall’immancabile gesto secco del capo verso l’indietro.

Fu così che ‘u picciriddu russu 38 visse il colpo di fulmine per il cinema. E vi restò felicemente abbarbicato per tutti i restanti sessantaquattro anni di vita. Natale e Maria si sentirono un po’ come una coppia di cupidi di paese che avevano svezzato il figlio più piccolo.

Gli esiti furono da subito imprevedibili. Seguirono infatti visite al cinema al ritmo costante di una volta a settimana per anni e anni, lungo tutta l’infanzia e l’adolescenza. All’arrivo della maggiore età, poi, il piccolo di casa aumentò la razione a due o tre volte a settimana. Quando conobbe la futura moglie, di film ne aveva visti qualche migliaio. Se si metteva a parlare di cinema si poteva star sicuri che si passava direttamente dalla cena alla colazione senza nemmeno accorgersene.

 

 

 

 

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