fbpx

Fatta marcia indietro, raggiunti i due nuovi amici, in un paio di minuti di pedalate tranquille, al ritmo misterioso di quel qualcosa che ormai stagnava nell’aria, arrivarono in un’elegante parallela di viale della Libertà. Al 20 di via Ricasoli si stagliava una palazzina con giardino attorno, un po’ arretrata rispetto alla strada. Vittorio fu prima distolto da quattro automobili di ottima marca; parcheggiate in una strada breve e non larga era davvero simbolo di benessere, forse di lusso. Sicuramente inconsueto per una Palermo versione 1927.

Poi contò i piani, quattro: l’ultimo era anch’esso arretrato rispetto agli altri, come lo era la palazzina rispetto alla via. Un tocco forse di eccentrica eleganza che comunque il ragazzo non mancò di ammirare.

Non si sentiva una voce, nessuno era affacciato a finestra o balcone o ballatoio; mentre nella via non transitava anima viva, umana o animale che fosse.

Altro mondo rispetto al popolare Corso dei Mille, con la sua anima di suk post borbonico, zoo umano a cielo aperto ove nessuno era più remoto pensando al lindore e alla asettica distinzione di quella mitteleuropea Via Ricasoli. Ed essendoci giunto in velocipede, era giusto che Vittorio se la cominciasse a godere, pasticcini e thé freddo e giardini e silenzio autunnale e ospiti accoglienti.

Avrebbe incontrato di lì a un istante il mondo di Eleonora, vi sarebbe penetrato dal portone principale, quasi condotto per mano da lei medesima, senza fargli domande, rimuovendo ogni idea di quartiere e condizione sociale, giusto per un pomeriggio emerso dal nulla di quella città ancora per lui quasi sconosciuta. Che adesso offriva senza alcun perché proprio a quel ragazzo, rossicio, impolverato, di un quartiere popolano, anzi di un paesazzo anonimo fuori città, quella scorza di Mitteleuropa d’anteguerra, coincidente con il minuscolo regno domestico dell’alto borghese Eleonora.

Varcato il cancello di ferro lavorato con figure di sapore medioevale e che a Vittorio fece pensare semmai all’ingresso da castellani di sei-sette secoli prima, compiuti una manciata di passi in mezzo a piante e strisce di erba tagliata con cura, la portineria si presentava come tipica opera da architetto seguace dello stile floreale, il Liberty assai amato dalla borghesia italica di venti-trent’anni prima. Volute di ferro grigiastro e vetro verde avvolgevano il soffitto e si spegnevano sulla parte alta delle pareti giallo canarino. Abat-jours assai elaborati emanavano una luce soffusa, quasi ci si trovasse nell’anticamera di una raffinata dama piuttosto che in un’anonima portineria di palazzina urbana.

L’ascensore era ovviamente la più elaborata possibile cabina in ferro battuto e ebano scuro, vetro smerigliato e velluto alle pareti e sul pavimento. La targhetta ben leggibile indicava in DUSE la ditta.

<<Uno dei più antichi in Italia>>, si vantò Mirko con vago rossore.

Raggiunto il quarto piano, ultimo della costruzione, Vittorio si trovò di fronte a un pianerottolo che attutiva ogni passo grazie a un tappeto rosso scuro che ricordava un laghetto di liquore per stordire ogni visitatore che avesse osato avventurarsi fino a quelle altezze domestiche.

La porta di casa venne aperta dalla mano leggera e diafana di Eleonora. Vittorio non aveva mai visto ragazzini della sua età cui venissero affidate le chiavi di casa. E sarebbe stata la prima di una serie di tracce di educazione Baldi che in tanti avrebbero letto come <<scandalosa>> nell’anno V dell’Era Fascista e sotto il pontificato di Papa Ratti. Per di più la casa risultò da subito svuotata dei proprietari, visto che i ragazzi si misero a scorazzare lanciando urletti decisamente urticanti per padiglioni auricolari di borghesi timorati di Dio.

<<Fatemi capire, siamo soli?>>, si guardò intorno l’ospite ammaliato dall’atmosfera fuori dal tempo che sembrava regnare in quel grande appartamento.

<<Esattooooo, chérie>>, gli urlò in faccia un Mirko trasformato da umile scudiero della ragazzina sua padrona in temerario cavaliere del tutto fiero della propria indipendenza.

<<I nostri guardiani sono via a Roma per tutto il lungo week-end. O fine settimana che dir si voglia>>, mormorò strascicando le erre moscie e sbattendo le palpebre una Eleonora che si atteggiava a Pina Menichelli o Lyda Borelli.

<<Un’autografo, o mia femme fatale?>>, Vittorio ripetè quanto letto in un romanzo francese che furoreggiava in quei mesi e che si passavano appassionatamente tutte le sue quattro sorelle. Fors’anche la madre, adusa a più austere letture.

La ragazza corse tutta rossa di sudore ed eccitazione verso il fratello strepitando,

<<Ma hai sentito, Mirkuzzo tesoro, la richiesta del nostro ospite?>>

<<E ti ha chiamato femme fatale!>>, aggiunse il ragazzo con una prolungata strizzaza d’occhio rivolta a entrambi.

In effetti l’eleganza che sin dall’ingresso aveva avvolto il giovane D’Alessandro poteva rendersi del tutto credibile come appartamento abitato da una diva del cinema muto anni Dieci/Venti. 

Superato un ingresso quasi austero formato da specchio antichizzato, cappelliera e appendiabiti, un tappeto verdognolo e due sedie vellutate rosso scuro, si penetrava in un soggiorno ampio, luminoso, di svariate decine di metri quadrati. Affacciava sul giardino interno al cortile; sul terrazzo lungo quasi quanto un’altra grande stanza i proprietari avevano ricavato abilmente un vero e proprio jardin d’hiver. Le piante erano centinaia, tutte ben curate e dotate di targhetta con tanto di nome latino e italiano, come Vittorio incuriosito non mancò subito di notare. Il ragazzo era assolutamente stordito dallo splendore e ancor più dalla capacità unica di quegli ambienti di non esagerare mai nel mostrarsi di una bellezza fuori dal tempo.

Sembrava non tanto di essere catapultati quindici/venti anni all’indietro, quanto che il periodo Liberty, floreale, Jugendstil non fosse mai iniziato né tramontato, ergendosi come una sorta di Tempo assoluto, capace d’impregnare morbidamente di sé ogni oggetto, dominando con voluttà e senza la minima arroganza. Un soffice perenne monopolio di gusto e arredi, d’idea di abitazione e concetto dello spazio da vivere.

Il ragazzo non si era mai minimamente interessato di architettura o arredamento: ma di quel tempio pagano colse all’istante l’impalpabile superiorità rispetto a qualsiasi altra magione esistente sulla Terra. Il 1927 con i suoi quattro miseri numeretti si scioglieva sotto una pioggia invisibile eppur battente, lasciando lo spazio a una parola che poco a poco si faceva decifrare come SEMPRE.

Mirko si era eclissato annunciando di volersi addormentare una mezz’ora nella <<vasca per le abluzioni>>, lasciandoli liberi di deambulare per le stanze: tenendosi però <<ben lontani>> dalla suddetta sala da bagno.

Eleonora aveva depositato i suoi occhi su Vittorio e non lo aveva più abbandonato: come uno specchio che rifletteva la meraviglia del giovanetto su quegli splendori abitativi. Lo sguardo di lui sugli ambienti era il doppio kafkiano di quello di lei su di lui. E il rimbalzare di sensazioni emozioni bellezza sorpresa fra loro due era come un continuo infrangersi di ondate oceaniche su due rocce gemelle.

La sala da pranzo era costituita da un tavolo enorme da 14 o 16 posti, incastonato fra un muro affrescato e una teoria di finestre protette da pesanti tendaggi sovrapposti che lasciavano filtrare una luce timida.

A seguire, lo studio del padre, costituito da un’enorme libreria che girava a 360° con le due uniche interruzioni della porta d’ingresso di vetro smerigliato e di una finestra che dava direttamente su via Ricasoli. I vetri dovevano essere doppi dato che non s’infiltrava alcun rumore. Il silenzio di case come quelle è ormai ricchezza perduta da decenni, fra il traffico e l’isteria collettiva, in quei tempi morbo ancora sconosciuto.

I libri erano posti in un ordine preciso con apposita targhetta di legno al centro del bordo di ogni scaffale: si andava dalla letteratura tedesca e italiana a quelle inglese e statunitense, per poi passare alla musicologia e al teatro, filosofia e storia, arrivando perfino ai primi libri sul cinematografo e sulla fotografia. Di scienze esatte nessuna traccia apparente, particolare che fece sorridere il quattordicenne già onnivoro lettore ma non certo di biologia o matematica, in classe da lui appena tollerate.

Dietro il ragazzo l’onnipresente figlia dei padroni di casa che non diceva una parola, limitandosi ad accompagnarlo come fossero due timidi visitatori di un luogo sacro agli Dei, da non turbare nemmeno con un colpo di fiato.

Dall’altro lato del corridoio centrale s’immaginava l’esistenza delle tre o più camere da letto, padronali e per gli ospiti. Idea che Eleonora confermò senza aggiungere altro. Vittorio possedeva l’educazione di concludere la visita senza comprendere i locali più intimi e ritornò nell’ampio soggiorno. Sul tavolo laterale, accanto al terrazzo, troneggiava un grande apparecchio radio dotato di un numero mai visto di stazioni. A Bagheria solo un lontano zio di secondo grado possedeva qualcosa di paragonabile: Vittorio aveva visto la mega radio solo un paio di volte in occasione delle rare visite che in famiglia si facevano al parente acquisito in tempi dimenticati.

<<Piace la casa?>>, squittì con vocetta acuta la ragazza, mentre ogni tanto s’insinuava un canto d’amore o di guerra intonato assai bene dal fratello impegnato nelle sue occupazioni in vasca.

<<Mai vista una simile. Stupenda. Ma chissà se te ne rendi vagamente conto>>, la punzecchiò Vittorio che si era semisdraiato su una poltrona giallognola d’inconsueta morbidezza.

<<Perché dici così, ragazzino?>>, gli rispose lei piccata.

<<Ma non so, la … come si chiama in francese? Aspetta … ehm sì, la nonchalance con cui ti ci muovi scivolando da un locale a un altro>>.

<<Cosa vuoi che ti dica? Ci sono nata, è l’unica casa in cui abbia vissuto con continuità. Sarà pure leggerezza, abitudine: ma ti giuro che se dovessimo traslocare, così, senza avviso né spiegazione, comincerei a uscire di senno e in un batter d’occhio la mia seconda casa diverrebbe l’Istituto di via Pindemonte 15>>. 

<<Esagerata, dai, ma non mi dive, mia cava, non potvei mai cvedevci>>. Vittorio adesso tentava la strada del prenderla in giro, del burlarsi di lei per capire se cominciava a tenerci un po’ a lui. Se si fosse arrabbiata o scocciata voleva dire di si; in caso contrario l’indifferenza di quell’affascinante ragazza lo avrebbe spinto ritornare a casa alla velocità di un Girardengo in erba. 16

<<Ti diverti a prendere in giro il prossimo che ti ospita cordialmente in casa propria dopo manco mezz’ora che ti conosce. Cos’è, una protesta perché non abbiamo ancora dato da mangiare al picciriddu?>>. Il tono era definibile come “contrariato” e veniva prodotto da una gola sovrastata da un viso rosso di rabbia.

Bene!, si disse soddisfatto il picciriddu, sembra che stia facendo centro con la picciuttedda. 17

<<E dai, non ti scaldare per un po’ di sivo – sai che vuol dire?>>

<<No e non mi riguarda>>. Eleonora sembrava incartarsi nella sua prevedibilità di figlia di ottima famiglia, offesa per un banale sfottò da parte di un coetaneo che sembrava un incrocio fra un mezzo selvaggio calato da chissà quale malo quartiere e un adolescente capace di guizzi di sensibilità e cultura. Lo aveva visto muoversi fra le maree librarie paterne con confidenzialità del tutto inabituale in un 13/14enne quale sembrava.

<<Quando agli scemi della mia età o poco più viene la ridarella e la voglia di prendersi un po’ gioco di certe persone ecco che a Palermo diciamo che gli è salito il sivo, c’acchianò ‘u sivo. Come l’arrivo di una piccola tempesta cerebrale che fa dire cose cretine e farne altre inopportune>>.

<<Con certe-quali persone?>>

<<Nessuna in particolare. Chiunque potrebbe capitarci in queste situazioni. Anche un generale d’armata o un monsignore o il nonno più severo del parentado. La vittima è del tutto casuale, stai pur tranquilla>>

<<Mah, sarà>>

<<Non sarà. È così, fidati>>, la rassicurò serio.

<<Ti faccio un caffè?>>, gli chiese la ragazza dopo un lungo silenzio. A Vittorio quella sospensione delle parole non diede alcun fastidio; anzi, chiuse gli occhi lasciandosi andare a quell’atmosfera da palazzina fuori dal tempo e dal mondo ordinari.

<<Non sto mica dormendo, mi rilasso>>

In quell’appartamento grande d’eleganza e vuoto di adulti, il ragazzo di corso dei Mille s’immaginò che fossero Eleonora e Mirko i padroni di casa. Adesso stavano ospitando un loro vecchio amico piombato lì dalla provincia palermitana. Giocare a fare i grandi gli era sempre apparso ardimentoso; soprattutto se si diventava per un pomeriggio guerrieri, generali o imperatori. Ma raggiunti i quattordici anni si stava accorgendo di desiderare per la prima volta di premere il freno, di avere molta meno fretta di crescere. Dire la verità, essere sinceri, rimanere sé stessi era sempre stato per lui una dote assoluta. Gli sembrava – lo aveva verificato con tante persone – che dire e fare le cose con coerenza caratterizzava solo due categorie di esseri a due zampe: bambini e vecchi.

Nell’anno di grazia 1927 Vittorio si accorse, a pochi giorni dall’inizio del ginnasio e liceo nella capitale isolana, che si stava consumando la prima delle età della dimensione umana sincera, onesta, diretta, senza compromessi. Poi sarebbero arrivati qualcosa come 35-40 anni di bugie e recite, adattarsi e cavarsela, come tutte le infinite greggi di uomini in giacca e vestito completo, donne in gonna e sporta della spesa o sempre più a correre verso l’ufficio, la fabbrica, il negozio dove lavoravano.

Quindi, anche se fosse sbarcato sulla soglia della vecchiezza in buona salute fisica e con la testa ancora funzionante – vecchiezza che allora iniziava già intorno ai sessanta – chissà come si sarebbe sentito. Come avrebbe potuto riabituarsi a dire le cose come stanno, proprio nel modo in cui lo diceva quarant’anni prima?

Mettere davanti allo specchio del Tempo Vittorio adolescente e  Vittorio quasi-vecchio gli faceva venire in mente un dipinto che lo affascinava sin da bambino. Si trattava di un piccolo affresco che illuminava un muro di una stanzetta del primo piano di Villa Palagonia, un ambiente che per mesi restava chiuso. Rappresentava un fanciullo che traversava un fiume tenuto per mano da un vecchio alto e ancora forte. L’acqua arrivava a metà del petto glabro del ragazzo, mentre sfiorava poco sotto l’ombelico l’anziano nocchiero. Gli erano da sempre sembrati parenti stretti quelle due figure contadinesche o pastorali, forse nonno e nipote. Il naso forte e un po’ aquilino, gli occhi azzurrissimi e le labbra strette in un vago broncio d’orgoglio e impegno nello stare al mondo senza potere né ricchezze, la statura che s’indovinava notevole e muscolosa. Le due età più belle della vita incarnate nella medesima persona. Lo aveva perfino scritto in un tema in prima media: elaborato che aveva lasciato di sale la professoressa di lettere. Dopo avergli dato il primo dieci della sua carriera di scolaro aveva perfino voluto incontrare i genitori per decantare le doti letterarie del figlio più piccolo.

Sembrava che il crescere, il diventare presto adulti, fare l’università e il militare, imparare a corteggiare una donna e a guidare l’auto (due attività che i fratelli più grandi, Vincenzo e Angelo, equiparavano, suscitando le reprimende di madre e sorelle) improvvisamente Vittorio le volesse allontanare da sé, cancellare dalla propria prospettiva di vita. Diventare un soggetto di quadro o di fotografia o di fotogramma di film, eternizzando l’intero flusso delle persone che si muovono, delle cose che accadono, degli animali a zonzo per le strade, il traffico, la Storia, la Vita. Fermarsi per sempre, farla finita con quell’apprendistato verso la diplomazia, il venire a patti con studio, lavoro, società, Stato.

Ecco i pensieri che quasi aggredivano Vittorio giusto in quel pomeriggio molle di pigrizia e morbido come la poltrona in cui era sprofondato nell’inguaribile eleganza liberty style di casa Baldi, dietro la statua della Vittoria, all’inizio di Viale della Libertà. Davanti agli occhi di Eleonora così impossibili da raccontare. E proprio perciò i più belli mai visti, prima e anche dopo. Quello sguardo irriducibile a parole sembrava avere l’immane forza silenziosa di dispiegare l’esistenza futura di Vittorio nei decenni a venire. L’azzurro di quelle iridi annunciava tutti i mari che avrebbe traversato, le acque in cui si sarebbe tuffato, l’ostinato splendore oceanico che prima o poi avrebbe scoperto in un pomeriggio californiano o in un rigido inverno britannico.

Quando ripresero a parlarsi Eleonora e Vittorio si gettarono in racconti reciproci di estati passate, storie di famiglia, memorie di qualche avo. Dopo un po’ si aggregò anche un Mirko profumato di essenze orientali, in accappatoio di fragrante verde e capelli arruffati in mille direzioni.

All’improvviso si accorsero che erano le sette passate. Proposero al loro nuovo amico di restare a cena: Eleonora, davanti alla faccia perplessa del ragazzo rossiccio, assai goloso e un po’ viziato sul piano della tavola imbandita, lo rassicurò dichiarandosi buona cuoca, ottima allieva della madre e sperimentatrice di sfiziose tentazioni.

<<Avete il telefono immagino?>>

<<Certo, per chi ci hai preso? I segnali di fumo li abbiamo messi da parte dai tempi di Caporetto>>, lo rimbeccò Mirko, fingendosi offeso. <<Avverti pure tua madre, su>>.

Il ragazzo raramente si era sentito così diviso sul fronte dei desideri: da un lato era abbastanza raro mangiare fuori casa; e quando capitava da amici del cuore delle elementari o delle medie tutto veniva organizzato prima, quasi mai all’ultimo momento. Poi era la mamma del compagno di scuola presso cui era invitato che avvertiva con un messaggio portato di corsa da qualche picciutteddu sempre disponibile per un paio di centesimi a fare da postino volante. Il telefono a Bagheria era ancora una risorsa quasi da signori. A Palagonia fu installato solo nel 1920, soprattutto per le esigenze professionali del dottor Natale. Figurarsi a Palermo, appena arrivati da Bagheria, invitato all’improvviso in una casa sconosciuta e svuotata di adulti, regno assoluto di tre adolescenti. Oggi si aggiungerebbe anche <<in piena maturazione ormonale>>. A quei tempi ci si poteva pensare ma in ben altri termini e con rassicurante trascuratezza.

D‘altro canto la compagnia era simpatica e incuriosiva non poco il piccolo di casa D’Alessandro; era una prima volta e a quell’età le prime esperienze possedevano sempre una caratura pressocché irresistibile; inoltre, quella casa lo stava stregando e sapeva che ci rarebbe ritornato più e più volte. E poi, Eleonora. O si sarebbe dovuto dire: anzitutto Eleonora. Vittorio non riusciva a essere lucido davanti a quel nome. Ecco perché lui stesso si spiegava il suo modo di fare un po’ da ragazzaccio di strada contaminato da modi borghesi e finezze da studioso lettore sognatore. Non lo sapeva semplicemente perché non poteva ancora saperlo, a quattordici anni.

L’incarnazione tridimensionale di qualche giovanissima Madonna rinascimentale partorita da un Raffaello innamorato e carente di commissioni, cittadina italica suddita di Re Vittorio Emanuele III di Savoia, quattordicenne nata a Bologna e domiciliata a Palermo da quell’estate 1927 anno VI E. F., imminente iscritta al Regio Liceo-Ginnasio Giuseppe Garibaldi, quell’Eleonora Baldi abitante in via Ricasoli 20, piano IV, interno 12, sarebbe presto stata la ragione prima non solo di un invito a cena da accettare a costo della vita stessa, di una passeggiata, o di un’intera estate fra cavalloni e olii solari e castelli di sabbia da progettare e perfino da realizzare. Eleonora Baldi aveva tutte le carte in regola per diventare la ragione prima dello stare al mondo del suddetto Vittorio D’Alessandro. Ma non in quella prima serata imprevedibilmente trascorsa fuori casa.

Infatti, stranamente la signora Castronovo non ebbe granchè da obiettare, a patto che il piccolo di casa fosse ritornato in bus e non più tardi delle ore 23. Scorazzare nei dintorni di mezzanotte nella grande città in bici era pericoloso e <<disdicevole>> – aggettivo di grande fortuna negli anni Venti presso le migliori famiglie della borghesia italica.

Eleonora guadagnò nel breve spazio di quella telefonata fatta alla mamma del suo nuovo amico un credito a dir poco enorme da parte dell’abitualmente avaro Vittorio. Capacità da attrice nello spacciarsi, con Maria Castronovo, per la signora Maria Luisa Baldi Castoldi. Accerchiata dal sorrisetto complice del fratello e dallo sguardo estatico di quello strano e seducente ragazzo, ricco di efelidi e dagli occhi di un azzurro inesplicabile.

 

15 Da tempo immemorabile indica l’Ospedale psichiatrico di Palermo

16 Costante Girardengo fu un ciclista professionista attivo dal 1912 al ’36, vincendo due Giri d’Italia e un gran numero di prove su strada. Il primo grande campione italiano di questo sport e vero mito per milioni d’italiani fra Belle Époque e guerra d’Etiopia.

17 Ragazzetta