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Il primo mercoledì di ottobre fu il primo giorno di scuola. Solo che non si trattava né della prima elementare, né della prima ginnasio inferiore, ma della prima liceo scientifico a quattordici anni quasi suonati – li avrebbe compiuti il 28. Dunque, non riusciva a spiegarsi quell’amaro in bocca, la difficoltà a deglutire come se fosse afflitto da raucedine, il non aver quasi chiuso occhio la notte.

Ma soprattutto rendersi conto, appena uscito di casa, di non aver pensato a Eleonora da diversi giorni. Da quando si erano conosciuti erano passate due settimane, nel corso delle quali si erano visti pressocchè ogni giorno – se si eccettuano le domeniche, consacrate a famiglia e religione, almeno a casa Baldi. Corse in bici, gelato a piazza Verdi o a piazza Politeama, cinematografo, due volte perfino il bagno a Mondello, che il piccolo dei D’Alessandro cominciava a conoscere come LO stabilimento balneare per definizione dei palermitani. 

Eppure, dopo queste intense frequentazioni, anche se mai da soli ma sempre scortati dal fratello, quella mattina difficile, avvolta nell’imprevedibilità, la mente del ragazzo era del tutto occupata dal come si sarebbe trovato a scuola, dalla nostalgia quasi improvvisa per le medie bagheresi e i compagni bagheresi e lo studiare bagherese. Come se provenisse da un’altra nazione, lingua, cultura; perfino da un’altra epoca. E quella maledetta mattina dovesse fare i conti con una ben differente geografia, temporalità, genere umano.

Il tempo sembrava aiutarlo con una giornata che si annunciava tiepida, né calda, né freddina, con un venticello definibile brezza di fine estate che gli scompigliava allegramente i capelli un po’ troppo lunghi per l’epoca. Da pochi mesi doveva perfino farsi la barba due o tre volte la settimana; novità epiteliale di cui andava assai fiero e nella tradizione di famiglia. Sia Vincenzo che Angelo meno che diciottenni avevano seguito il padre nell’adornare il balconcino di pelle che incombeva sul labbro superiore con un bel paio di baffi: Vincenzo li scelse sottili alla John Gilbert (star hollywoodiana che mandava in immediata pre cottura erotica milioni di donne occidentali), mentre Angelo copiò i mustacchi ben più larghi, lunghi e folti di Natale D’Alessandro – in questo particolare e in altri irriducibile seguace delle mode coltivate nell’Italietta giolittiana 1900/15.

Il vento leggero gli accarezzava le guance fresche di dopobarba, mentre sentiva un po’ stretto il vestito, un completo grigio di buona fattura ereditato dai tre fratelli maggiori e ancora seminuovo.

La borsa sottobraccio era riempita di colazione (un panino imbottito – già allora l’uso di parole straniere cominciava a essere scoraggiato dalle autorità del Fascio), matite, pennino, un quaderno, inchiostro chiuso ermeticamente per la paura che si rovesciasse nella camminata, portamonete. Gli scippatori erano di là da venire, non prima degli anni Settanta.

Il neo liceale si sentiva strano, inadeguato. Del resto non pochi parenti e amici di casa capitava lo apostrofassero da un annetto a quella parte con espressioni che si riassumevano nella sicilianissima

<<Vittò, e chi facisti? Spicasti tutto nsemmula, beddamatri 18!>>

Si facessero gli affaracci loro, manica d’impiccioni – pensava fra sé e sé, quasi sperando che dal grugno che esibiva di fronte a tali apprezzamenti sulla sua crescita adolescenziale gli impiccioni si sarebbero ritirati in buon ordine, nel quartiere chiamato mi fazzo sulu l’affari mia 19.

Impiegò una buona mezz’ora per arrivare al “Liceo Scientifico Cannizzaro”, sito in pieno centro città. Ma quella lunga passeggiata lo aiutò con imprevista efficacia a ridurre la tensione. Dopotutto che cosa si doveva aspettare? Non certo di finire come un sovversivo in camera di sicurezza in Questura, torturato da sgherri che lo accusavano di aver attentato alla vita del Ducetuseilaluce.

Come Anteo Zamboni a Bologna. Appena l’anno prima il ragazzo di un anno più grande di Vittorio aveva provato a far fuori Benito Mussolini da Predappio, 1883, di professione Capo del governo del Regno d’Italia, segretario di Stato, ministro dell’Interno, deputato del Regno d’Italia, fondatore e capo del Partito Nazionale Fascista, presidente del Gran Consiglio del Fascismo. In totale il suddetto Mussolini avrebbe subito attentati da sei persone – fra le quali una inglese e donna, Violet Gibson.

Le foto del quindicenne bolognese di famiglia anarchica erano apparse fugacemente sul “Popolo d’Italia” (primo quotidiano nazionale, fondato dallo stesso Duce) in quanto raccapriccianti; ma Vittorio aveva fatto in tempo a vederle bene, lontano dallo sguardo di Maria Castronovo che glielo avrebbe di certo impedito. L’incauto e suicida Anteo si era mutato in un ammasso di carne e ossa pronto per le foto e l’autopsia. Una nutrita massa di esaltati fascisti guidati dal capomanipolo Leandro Arpinati e dal capitano degli Arditi milanesi Albino Volpi si era letteralmente scagliato sull’adolescente con una sfilza di armi d’ogni tipo: calci e coltelli, sputi e pugni, manganelli, tirapugni di metallo e perfino una roncola. Il cadavere sembrava svuotato di 4/5 del sangue che aveva circolato rosso fuoco e caldo per quindici anni. Il viso era tumefatto, i capelli impregnati di sangue e sudore, la bocca semiaperta in cerca di un po’ di ossigeno, gli occhi spalancati in una fissità d’infinita tristezza. Più che angoscia, il fu Zamboni emanava un sentore di abbandono, di stupore inconsolabile per essere stato schiacciato dalla violenza di tanti adulti ubriachi di gioia nel ridurre a mucchietto di ossa e sangue e orina e carne colui che aveva azzardato puntare un’arma e sparare al Ducetuseilaluce.

Il mitico Zu Fefé aveva già insegnato al piccolo Vittorio come e perché odiare il maestro elementare di Predappio, ex sindacalista, ex pacifista, ex socialista, ex emigrato politico in Svizzera. Per Vittorio non sarebbe mai stato un problema sapere da che parte guardare, negare il consenso, crescere e studiare per rafforzare quella prima fiamma pre-adolescenziale che aveva acceso in lui e in Pepito lo stravagante zio, ostinato amante della libertà e dell’eguaglianza, della giustizia sociale e dell’indipendenza di pensiero.

Immerso nei pensieri bagheresi a Vittorio quella mezz’ora o poco più di passeggio spedito era sembrata fin troppo breve: fosse dipeso da lui se la sarebbe fatta a piedi almeno fino a Mondello, una decina di chilometri e oltre. Ma <<il dovere chiamava>>, come amava ripetere la zia monaca quando i bambini facevano i capricci fingendosi malati per saltare una giornata di tortura scolastica.

Eccolo dunque davanti al cancello del Cannizzaro, alta e pomposa inferriata decorata con forme floreali alternate a teste di leone la cui origine gli apparve inspiegabile.

Decine di ragazzi e ragazze affollavano l’androne con tettoia che conduceva dentro l’istituto. Naturalmente nel 1927 la penisola italica era ancora afflitta da una relativa lentezza nell’alfabetizzazione; figurarsi se si poteva parlare di “scuola superiore di massa”, come sarebbe stato dagli anni ’60 in poi. Il liceo, anche per decisa volontà del ministro della pubblica istruzione del 1923/24 rappresentava un bastione aduso alla cooptazione nella classe dirigente di chi proveniva dall’alta e media borghesia. Per tacere dell’aristocrazia, i cui figli spesso indulgevano ancora nella nullafacenza con professori casalinghi quanto prezzolati, in quell’epoca potentemente classista – a dispetto degli stolidi proclami fascisti. Il ministro onorevole professor dottor Giovanni Gentile da Castelvetrano (Trapani), il filosofo del regime fascista fino ai primi anni Trenta (quando sarebbero cominciati il declino e la conseguente messa da parte) tenne terribilmente a rafforzare la scuola superiore come estremo fortilizio ove concentrare i migliori per ceto e studi, poi avviati all’università e ad alcune fra, le ottime posizioni professionali ed economiche. Il tutto in una società ancora profondamente agricola come l’Italia guidata da cinque anni dal Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini.

Non era raro incontrare genitori maschi in pompa magna per scortare figlio o figlia nel primo giorno di scuola: ovvero, uomini maturi e di mezza età in divisa fascista – della Milizia, del Partito o perfino degli Arditi. Come si trattasse di un campo di addestramento o dell’Accademia militare di Modena, anziché di un serissimo liceo scientifico. Per qualcuno sarà pur stato un compenso per l’indiscutibile primato gentiliano del classico, ancora più duro a morire sulle marmoree scalinate della “Rivoluzione Fascista” del 28 ottobre 1928, anno VI E. F.

Vittorio non pensava assolutamente in questi termini. Semmai aveva la testa dirottata su altre due entità: una mentale e libresca come la matematica, che non era mai stata il suo forte; l’altra assolutamente di carne e ossa e cartilagine e risa e corse, ovvero i compagni di classe. Che tipi erano, che rapporti avrebbero costruito con lui e lui con loro? Avrebbe rimpianto gli amici di Bagheria o la complicità immediata con i nuovi avrebbe allontanato i vecchi sempre più nel calendario gettato nell’immondizia della vita già vissuta?

In fondo, considerando la bravura in molte materie scientifiche – anzi, in tutte tranne la matematica – non era poi stata del tutto folle l’idea di Natale di spedire il figlio più giovane al rinomato “Cannizzaro”. Il diretto interessato non si era certo opposto: forse per ignavia, o perché non riusciva a vedere direttamente le conseguenze su quel mistero temporale chiamato “vita futura”.

Alle 8.25 suonò una tromba per l’ingresso ufficiale nelle aule. Sembrava di essere sulla soglia di una caserma lustrata a nuovo in vista della visita di chissà quale alto papavero di regime o della Real Casa. E invece era molto più modestamente il primo giorno di scuola di una piccola massa di vocianti e perplessi ragazzi (di sicuro lo erano le matricole dei 13/14 anni). E fra costoro un ragazzetto con una timida spruzzata di efelidi poco al di sotto di un bel paio di occhi azzurri e pensierosi.

Dal balcone della presidenza, al secondo piano, si affacciò quello che il solito genitore bene informato indicò ammirato e a bassa voce come il cavalier professore Giulio Maria Reverdito, preside del “Regio Liceo Scientifico Cannizzaro”, notevole latinista, originario di Pordenone. In camicia nera, ma senza berretta con il ridicolo pon pon nero, la punta lucidissima degli stivaloni che spuntava qua e là dalla ringhiera, impettito, sguardo penetrante che oscillava con intollerabile lentezza a destra e poi a sinistra, per ricominciare a 180°, Reverdito sembrava l’incarnazione dell’accoppiata che presto sarebbe diventata uno degli emblemi più conosciuti del regime: <<Libro e moschetto, fascista perfetto>>. Sembrava altissimo: e in effetti doveva esserlo visto che i cinque o sei professori maschi alle sue spalle, rendevano bene l’idea del pastore che porta a spasso un gregge mansueto e a capo chino.

Tirando su con il naso e socchiudendo un attimo gli occhi spiritati, come per trovare un’ispirazione che illuminasse quella giornata densa di significato, avvicinò la bocca dalle labbra carnose al microfono verde militare, approntato per l’occasione. Doveva aver cominciato a parlare ma non si sentiva nulla tranne un leggero fischio di consistenza metallica. La bocca si era mossa per parecchi secondi, quando uno degli insegnanti alle spalle del Golia in camicia nera e orbace avvicinò cautamente la propria bocca all’orecchio destro di quell’ennesima controfigura del Ducetuseilaluce – il Paese ne era ormai fin troppo ricco.

Reverdito si fece visibilmente rosso e agitandosi urlò distintamente di aggiustare subito il guasto. O ci sarebbero stati problemi per <<i responsabili dello spettacolo>>. Disse proprio così, mentre Vittorio cominciava a rilassarsi e anche a divertirsi dentro di sé, pur mantenendo la postura impettita di tutti i coetanei, fino ai diciottenni di quinta liceo.

A quel punto da chissà quali e quanti folli nascosti sulla terrazza (corrispondente al quarto piano, come calcolò il nostro eroe) venne fatto srotolare un immenso lenzuolo. Sui circa dodici/tredici metri per sei/sette apparve perfettamente visibile una scritta, vergata curiosamente alternando una lettera in vernice nera con una rossa. Si trattava di una filastrocca il cui effetto risuonò come una bomba, malgrado tutti la leggessero solo con gli occhi:

 

Caro Giulietto, coglione perfetto,

anche quest’anno avremo Reverdito

lodevole preside scimunito.

Festeggiamo con grida di gioia

Senza dimenticar Maria la troia.

 

Conoscendo tutti il nome completo del dirigente scolastico friulano e fascistissimo, Giulio Maria Reverdito, il risultato era un distico completo in onore della fantasia anagrafica dei genitori del malcapitato. In effetti, nei tre anni di direzione del prestigioso istituto era quasi raddoppiato il numero di bocciati, si era proceduto ad arrestare e inviare al Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato ben diciassette minori e due maggiorenni condannati a un totale di 350 anni di carcere o confino per reati di antifascismo e attentato all’integrità della Patria. Dunque non c’era che l’imbarazzo della scelta nell’indovinare chi fossero gli ideatori, organizzatori e realizzatori della comica beffa. Per tacere poi dei non pochi screzi e scontri tutt’altro che rari con alcuni docenti che non tolleravano quel misto di spocchia, arroganza, untuosità verso il PNF che costituiva il carattere di Reverdito.

Sempre dal terrazzo si udirono un paio di sonori pernacchioni e numerosi passi di corsa,. Dal che s’indovinava ancor più temerarietà e numero discreto di teste calde nel portare a termine quell’impresa memorabile. Tutta Palermo ne chiacchierò per almeno un paio di settimane.

Quanto a Reverdito, lungi dal farsi intimidire o dal vergognarsi, dopo pochi minuti si riaffacciò, impettito come prima e senza mostrare il minimo apparente contraccolpo per il fattaccio ancora caldo.

Gonfiando il petto e sporgendo la “volitiva mascella”, così apostrofò gli astanti – nell’ordine di un paio di centinaia – servendosi di un altro microfono lucido di efficienza e italica tecnologia:

<<Genitrici e genitori, stimati colleghi, cari ragazzi, CAMERATI tutti>>, l’ultima qualifica era risuonata a tono assai più elevato accompagnato da un gesto di sottolineatura e inequivocabilità.

<<Mi pregio assumere per il quarto anno scolastico di fila la responsabilità … direi l’oneroso onore, della direzione di codesto Regio liceo. Per chi occupa ancora queste aule sarà familiare l’impegno che mi posi tre anni or sono: rendere, cioè, impareggiabile fucina di talenti e guardiani del nostro Regime codesto Regio liceo. Talenti i pochi, diciamocelo con maschia franchezza, in grado di dar lustro a questa italica patria comunità, sul solco incomparabile della romanità, trapassando dal fosco Medioevo allo splendente Rinascimento – non certo per casualità, interamente italiano – su su fino alla vittoria risorgimentale del 1861 e alla definitiva affermazione sugli Imperi Centrali nel 1918. Per giungere al completo giro e al nietschiano eterno ritorno verso la nostra epigrammatica culla dell’intera civiltà: ovvero ROMAAAAA>>.

Il nome della città capitale risuonò simile a una sirena della contraerea, tanto da attirare i guaiti delle decine di cani del quartiere, fra randagi e casalinghi. Qualche sorriso si aggirò per pochi secondi nel cortile strapieno di gente.

La voce era una perfetta sintesi di tutte quelle che brillavano già allora e avrebbero in seguito brillato, fra EIAR (la radio di Stato appena costituita) e i rinomati cinegiornali LUCE del successivo decennio. Intorno al 1936/38 si sarebbe potuto benissimo scambiare l’ugola “fascistissima” del preside Reverdito con quella di un annunciatore dei suddetti enti: da Mario Appelius (il più coriaceo e virilone) a Guido Notari (sue le cronache olimpiche da Berlino agosto 1936), fino a Vittorio Veltroni (che condurrà la radiocronaca della visita di Hitler a Roma nella primavera del 1938). Una sapiente alternanza di messaggi astuti e forza di puro acciaio, sviolinate entusiastiche e maschia energia.

Dopo altri sproloqui infarciti di <<potenza intellettuale fusa in muscolare superiorità>>, <<manipoli di fascistissima gioventù>>, reverenza alle autorità presenti – cominciando dal federale di Palermo e dagli augusti legionari (era perfino arrivata una delegazione degli esaltati fiumani del 1919, chissà perché e chissà da dove), incrociando le braccia e flettendo la mascella che sembrava fatta di moplen ante litteram, il preside così concluse l’arringa:

<<E quindi, camerate e camerati tutti, il nostro dovere si conferma scolpito nel romano marmo della linea di civiltà cui c’ispiriamo da ventisei luminescenti secoli: dalla Roma di Augusto a quella di Benito Mussolini, onoriamo la nostra fascistissima patria con muscoli temprati e cervelli levigati. Giovani soldati di oggi e legionari del domani. Saluto al Duceeee, a noiiiiii>>.

L’urlo finale sembrava destinarlo a qualche reparto cittadino di rianimazione tanto era paonazzo il viso. 

 

18 Vittorio, e che hai combinato? Sei cresciuto tutto in una volta, madre santa!

19 Mi faccio solo i fatti miei