L’istituto scolastico di Bagheria intitolato a Francesco Crispi comprendeva sia classi elementari che medie; fatto raro in quei tempi. Il responsabile amministrativo risultava, quindi, contemporaneamente direttore didattico (a capo di una scuola elementare) che preside (medesima funzione in un istituto di formazione medio inferiore).

L’aspetto ridicolo era che il maestro Ugo Mirra teneva al secondo titolo ben più che al primo, e per due motivi: il prestigio maggiore dell’essere “preside” e l’averlo conquistato pur non essendo laureato. Malgrado fosse un fascista convinto e iscritto della prima ora (fine 1919), pochi sospettavano raccomandazioni politiche. Sicuramente non chi lo conosceva di persona.

In realtà il direttore/preside Mirra (di origini venete ma a Palermo dal lontano 1890) era al di sopra d’ogni sospetto dal profilo competenza e serietà. L’ultima ed estrema testimonianza – purtroppo per lui – è rappresentata dal rifiuto di promuovere all’esame di licenza media quel piccolo idiota delinquente del figlio unico del podestà di Palermo. Francesco “Cicciuzzu” Li Calzi era stato inviato dal padre in quel di Bagheria, dopo ben tre bocciature fra elementari e medie. Il dirigente fascista era convinto che con un preside grande attivista del PNF il figlio avrebbe beneficiato della licenza media come una lettera arrivava a destinazione (parliamo ovviamente delle Regie Poste Italiche, non certo delle successive). Invece, trovandosi alle prese con un teppista, capace di sommuovere una decina e oltre di compagni nel classico “far casino”, pestare diversi ragazzi, rubar loro oggetti e soldi, l’integerrimo direttore/preside bocciò senza alcuna pietas fascista l’ormai irrecuperabile diciassettenne, pargoletto del podestà del capoluogo regionale. Questi ottenne immediatamente l’annullamento dell’esame, la sua ripetizione in settembre (con sicura promozione). Non pago del risultato, per vendicarsi dell’incauto dirigente scolastico, s’inventò di sana pianta un ammanco contabile a carico di costui. La vigliacca invenzione contro un uomo che del servizio allo Stato – crispino prima, quindi giolittiano, infine mussoliniano – aveva fatto una ragione di vita, procurò al povero Mirra due anni di prigione nella remota Bolzano, il licenziamento in tronco, l’espulsione con ignominia dal partito, infine un bel cancro al colon che lo fece morire a soli cinquantasei anni, solo come un cane e senza un soldo. Il funerale dovette essere pagato dal comune.

Le scuole riunite “F. Crispi” ospitarono praticamente tutti i figli del medico condotto bagherese.

Vittorio frequentò con quasi dodici mesi d’anticipo, fra gli anni scolastici 1918/23 per le elementari e 1923/26 per le medie. Dopodiché, si trasferì da alcuni zii a Palermo per frequentare il “Liceo Scientifico Cannizzaro”, fra il ’26 e il ’31. Ma di questo parleremo in seguito.

Le prime classi, fra i cinque e dieci anni, ospitarono un Vittorio in lenta crescita, comportamento modello, timido ma sveglio e capace di difendersi dai compagni prepotenti, senza tuttavia esagerare.

Pur non appartenendo all’alta borghesia, i D’Alessandro si collocavano nella classe media – termine allora usato solo dai pochissimi che erano stati in Gran Bretagna o negli Stati Uniti; o che almeno avevano consuetudine con qualche quotidiano o settimanale di quei Paesi. Lo zio Fefé non per nulla aveva proprio il vezzo di usare termini come middle, upper, lower class, attirandosi le amabili prese in giro della sorella Maria che conosceva la lingua forse anche meglio del fratello, preferendo però parlare come “mamma le aveva insegnato”.

I fratelli maschi si distinsero da subito rispetto alle sorelle nello scegliere le amicizie possibilmente fra figli di pescatori e carrettieri, piccoli negozianti e contadini, braccianti e disoccupati occasionali. Nessuno ne fece mai una questione di Stato in casa; né papà Natale, né mamma Maria potevano essere anche vagamente sospettati di classismo. Piuttosto erano le zie, in particolare ‘A Zazzà e la moglie di Fefé ad avere spesso da ridire sui “pezzentelli” frequentati dai nipoti. L’orrido termine suscitava regolarmente le ire di Ferdinando, colto e sinistrorso abitante di Palagonia.

Abbiamo accennato all’inizio di questa storia all’amicizia profonda che legò per anni e anni Vittorio al coetaneo di origini napoletane, Ciro Ferrante. Dividevano il banco negli ultimi due anni di elementari – quando Ciro passò dalle lezioni private di don Fernando alla regolare scuola pubblica. Se dal punto di vista della preparazione era diventato bravissimo e capace di seguire concentratissimo la lezione, a casa si permetteva di non studiare più, avendo così il tempo di scorazzare indisturbato per il paese e nei dintorni. Padre, madre e i due fratelli già maggiorenni, infatti, erano super impegnati col negozio di fornaio gestito dal signor Ferrante, e nella macelleria diretta dalla di lui signora.

Vittorio, dal canto suo, studiava, per carità; semplicemente mai oltre il necessario, giusto per essere promosso – magari con alcuni sette e un paio di otto. Era il classico bambino, poi ragazzo, così descritto: <<è sicuramente sveglio, ma non s’impegna come potrebbe>>.

Maria si sarebbe anche potuta arrabbiare; ma preferiva lasciare al marito gestire tutte le questioni scolastiche della ben numerosa figliolanza. Natale fu sempre un padre molto tollerante e comprensivo, del tutto alieno dall’infliggere punizioni.

Chi diede davvero filo da torcere furono in fondo soltanto Vincenzo e Angelino: mentre le ragazze erano tutte studiose (Anna forse un po’ meno). Quanto a Vittorio e Pepito, sarebbero entrambi approdati addirittura alla docenza universitaria.

Il primo pomeriggio, proprio dopo pranzo, anziché andare a riposare, il piccolo della villa preferiva fare i compiti, in modo completo seppur superficiale. Quindi, verso le cinque, se non passava alle amate letture, usciva. Fuori dal pesante cancello della villa lo aspettavano Ciro e un gruppetto di altri tre o quattro ragazzini. In inverno rientravano dopo un paio d’ore, in genere dopo essere andati al cinema o aver scorazzato per il paese in bicicletta a tutta velocità. In estate, invece, s’attardavano fino all’ora di cena negli ozi balneari, in genere ad Aspra o Mongerbino, raggiunti in bicicletta. A volte ai famosi “Bagni Virzì” in quel di Ficarazzi, ben più lontani e da raggiungere in torpedone.

In classe per tutti i cinque anni di elementari gli allievi ebbero come maestra la signora Lucia Perticone, donnetta di Siracusa, ormai prossima alla pensione, sorda da un orecchio e assolutamente accondiscendente. Piena di nipoti (anche lei aveva avuto otto figli) era spesso distratta da diversi problemi e impegni della sua enorme famiglia.

Qualche guaio arrivò, invece, nel passaggio alle medie, notoriamente spesso delicato. Figurarsi, poi, per alcuni soggetti esaltati nell’illudersi d’essersi fatti improvvisamente “adulti”. E figurarsi ancor più considerando che qualche insegnante era veramente, come si dice nel palermitano, un beddu spicchiu 39.

Fra lettere e latino, scienze e applicazioni tecniche, disegno ed educazione fisica, religione e inglese il corpo insegnante della piccola scuola poteva contare su sette professori per quattro classi. Ecco i due che suscitavano le reazioni più aspre e a volte divertite.

La professoressa di matematica si presentava come un metro e mezzo compatto, muscolatura da slava, occhi di taglio vagamente orientale, pelle giallognola, capelli color rame. Si portava dietro una scia di tanfo d’armadio chiuso da anni. Pinuccia Franzitta era giunta, chissà come, al termine della sua lunga carriera, avendo vinto il concorso per insegnante di ruolo nel remoto 1885, un anno dopo la laurea in matematica a Napoli. Si pensi che a laurearsi in Italia quell’anno furono appena cinque donne; e soltanto due vinsero la cattedra nelle scuole medie inferiori del Regno. E di questo la professoressa Franzitta mostrò sempre una luminosa consapevolezza, a controbilanciare in qualche modo miracoloso la propria figura che sembrava uscita dai primi film di fantascienza, quelli del geniale francese George Meliés.

Per di più il suo modo di parlare era a tratti incomprensibile, aggiungendo tranquillamente frasi e termini del tutto inventati; sempre che non avesse in casa un folle consulente linguistico che glieli suggerisse. Nel corso di esperimenti di fisica elementare parlava del <<brocco di ghiaccio>>; nella risoluzione di complesse espressioni matematiche a opera di una brillante allieva sottolineava con entusiasmo <<e infatti noi proprio tutto dobbiamo sottragghiare>>; mentre s’inalberò quando uno studentello s’azzardò a trovare una dimostrazione alternativa a quella indicata dal programma, ingiungendo allo sventurato di <<non prendere strade storte e minorte>>. Per la cronaca, lo studente si chiamava Ettore Majorana e se non fosse sparito nel nulla appena trentaduenne sarebbe stato riconosciuto come più geniale del Nobel Enrico Fermi.

Vittorio doveva frenare le risate quando assisteva a simili aborti linguistici, diventando ancor più rosso di quanto non fosse già, fra capigliatura e colorito. Una volta la mitica Franzitta lo vide frenare con difficoltà il riso e se ne accorse contemporaneamente. È il caso di chiarire, infatti, che nel suo caso le due azioni spesso non coincidevano. A volte sembrava passare davanti a certe situazioni senza apparentemente rendersi conto di cosa vedeva con gli occhi. Quella giornata divenne invece memorabile: fra il cattivo umore con cui si era alzata dal letto, il tempo orribile che l’aveva fatta cadere in una pozzanghera schizzandole il vestito in modo indegno, l’essersi presentata con i capelli in aria e un tacco rotto – rivelandola ancor più tappa di quanto non fosse già. Quindi, alle dieci e cinque esatte, mentre una bravissima studentessa spiegava il secondo principio della termodinamica e la professoressa aveva sparato un’osservazione delle sue, accadde che al buon Vittorio uno dei più scatenati fra i compagni sussurrò un commento idiota. Era una di quelle sparate alle quali fuori da scuola, a casa, o giocando fra gli amici non si presta attenzione più di quel tanto. Ma in classe, quando sei già stanco per due ore di lezione della più pesante matematica, la notte hai dormito male per la paura di essere interrogato, poi scopri che quel giorno ti sei salvato, beh, tutto complotta per farti esplodere senza tuttavia poterlo fare. E quindi ci si deve trattenere, ridendo ancor di più, diventando rossi fino a scoppiare; magari si deve trattenere anche la pipì che per istinto si farebbe direttamente in classe, davanti a tutti, perché non la si controlla più. Ecco, accadde esattamente tutto questo al povero Vittorio; non ce la fece a fermare il flusso urinario che schizzò oltre il banco, arrivando a lambire il bordo della gonna franzittiana, già di un grigiastro fangoso, diluito in pioggia sporca di marciapiede bagherese. Il risultato fece esplodere la suddetta connetta, malridotta a causa dell’orrida mistura di sfortuna, rigidità invernale, maleducazione e incontinenza di un allievo. Venne chiamato il direttore/preside che ebbe il suo da fare a calmare l’isterica docente, mai vista a memoria d’umani in un simile stato di agitazione. Si cercò di rintracciare il dottor D’Alessandro: che però era da qualche parte in paese o nei dintorni per il consueto giro di visite in calesse, col fido cavallo Tobia. Il figlio più giovane di villa Palagonia inizialmente si spaventò per la reazione esagitata della signora Franzitta. Ma poi riconsiderò velocemente la propria condizione: dopotutto era forse colpa sua se quella donna maledetta straparlava, se il gran minchione di Federico gli aveva fatto quel commento demenziale all’orecchio, se lui aveva reagito con un attacco di ridarella incontenibile, presto supportata da una crisi urinaria ancor più incontrollabile? No di certo, si rispose in silenzio. Quindi scoprì di essere stato trattato in modo ignobile da quella grannissima buttanazza 40 di “Franz”, come alcuni chiamavano la più che stravagante cattedratica di scienze e matematica. La conseguenza fu perciò la seguente: il rosso tredicenne si alzò, fissò in faccia la donna senza una parola, altrettanto silente se ne uscì dalla classe, dalla scuola e, nel giro di una mezz’ora di camminare di buon passo, anche dal paese. Venne ritrovato la sera in una bettola innominabile di Ficarazzi, frequentata da pescatori e carrettieri: quasi ubriaco, straparlava imitando la famigerata professoressa in mezzo alle risate fino alle lacrime e ai lazzi degli avventori, almeno una trentina, che si divertivano da matti a vedere quel ragazzino visibilmente di buona famiglia, rosso come un sacco di peperoni di un metro e mezzo circa, allitrato 41 di passito, a ballonzolare e straparlare in modo assurdo. Fu la sorella più grande, Anna, ad andare a prelevarlo: gli fece una cauta ramanzina, l’abbracciò, si mise a piangere commossa e lo fece salire sulla Fiat guidata dal fidanzato. Vittorio, invece, era felice e spensierato, orgoglioso della propria prestazione cabarettistica in cui si era prodotto con tanto successo in un localaccio fra i più malfamati dell’intera provincia.

A casa venne accolto da un potente ceffone di sua madre e da un vigoroso

<<A letto senza cena e domattina facciamo una bella chiacchierata noi due>>, da parte paterna.

Com’era prevedibile, però, la mattina dopo, finita la colazione, dallo studio in cui si erano rinchiusi Natale e Vittorio D’Alessandro, filtrarono una lunga serie d’incontenibili risate. Il piccolo si era prodotto nel bis dello spettacolo, questa volta davanti a suo padre che uscì dopo una mezz’ora asciugandosi le lacrime. E quando la moglie provò a fulminarlo con uno dei suoi famosi sguardi intrisi della più intensa riprovazione, l’effetto fu di far nuovamente scompisciare il medico che salì sul calesse e si allontanò continuando a ridere da solo. Lo si sentì fin dal fondo del viale.

 

39 un bel tipo

40 grandissima puttana

41 ubriaco

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