L’infanzia e l’adolescenza di Vittorio comprendeva scuola, giochi con gli amici, letture, cinema, musica, la graduale scoperta della villa e del giardino come mondi incantati, diversi e complementari.

E poi, c’è da aggiungere la prima “educazione politica”. Difficile dire se l’espressione fosse più esagerata per l’età o il regime fascista che tutto aspirava a controllare e ogni voce dissenziente a reprimere. Eppure, in famiglia ci fu chi s’incaricò di spiegare come funzionava il grande mondo, quello al di fuori del piccolo chiamato, sin dal ‘700, Palagonia. E questo qualcuno di famiglia spiegò il complicato funzionamento con passione e pazienza, trovando le parole giuste; soprattutto, quel che più conta, sincere.

‘U Zu Fefé aveva vissuto per undici anni fra Lione e Torino, le uniche due proposte di docenze universitarie che aveva improvvisamente deciso di accettare nel 1910, per poi abbandonarle nel ’21, facendo ritorno a Bagheria dove visse, come si dice in questi casi, per il resto dei suoi giorni.

Negli undici anni di fuga alternava due settimane in Francia e due in Italia, divertendosi un mondo a guidare la Mercedes Benz che aveva personalmente acquistato direttamente in Germania, guidandola da Stoccarda a Torino senza sosta, impiegandoci un giorno e mezzo. Si trattava di una Simplex modello 40/45 PS, prodotta fra il 1902 e il ’10; dotata di una cilindrata di 6786 cm3 e 45 CV sviluppava una velocità massima di 80 km/h. Per i tempi un vero lusso, che in famiglia venne considerato senza mezzi termini una <<cosa di foddi>>.

Una volta sola l’eccentrico zio ebbe l’ardire di viaggiare da Torino a Genova, per poi farsi caricare l’auto sul piroscafo e sbarcare a Palermo, attirando l’attenzione estatica di centinaia di curiosi al porto. Quasi sicuro che fosse il prima a compiere tale impresa.

Per non parlare del suo arrivo a Bagheria, in un tempo in cui le automobili in paese e dintorni si contavano ancora sulle dita di non più di tre o quattro mani. La zia Saridda, consorte del viaggiatore, era stata lasciata a vegetare in quel di Palagonia per tutti gli undici lunghi anni di lontananza. Riguardo alla partenza solitaria di Fefé si discusse per decenni sulla versione autentica: Saridda sostenne sempre che il marito non le aveva manco chiesto di accompagnarla. Mentre lui protestava a gran voce di averglielo offerto due volte, la seconda nientemeno che in ginocchio – manco volesse chiederle di sposarlo una seconda volta. <<Che una era già fin troppo>>, non mancava di aggiungere lei piccata.

In ogni caso, quando la scoppiettante vettura color nero con fregi dorati e grossi fari trasparenti fece il trionfale ingresso nel lungo viale che dal cancello conduce al cuore della villa, inghiottendo chiunque e qualsiasi cosa nel misterioso scuro androne, tutti i quattordici dimoranti di Villa Palagonia (quindici con l’ardimentoso autista) attorniarono il bestione a quattro ruote. Era la prima autovettura a entrare nel parco, mentre le pochissime auto che giravano in paese erano di palermitani facoltosi, o quantomeno benestanti.

I figli maschi dei D’Alessandro furono naturalmente i più affascinati dal simbolo per antonomasia di modernità, seconda sola all’aeroplano sul piano della fascinazione e della potenza onirica a occhi aperti. Se i più grandi Vincenzo e Angelino l’ammiravano con competenza tecnica (vera o inventata che fosse l’importante era comunque esibirla), i più piccoli Pepito e Vittorio le ronzavano attorno, considerandola forse più una bestia feroce ammaestrata da chissà quale misteriosa abilità di Zu Fefé. Il ragazzino ci salì solo dietro ripetuti inviti del proprietario e il bambino lo seguì: non prima di aver constatato che non succedeva nulla di male. Anzi, il mondo circostante, anche a vettura ferma, acquistava un colore diverso. Se non altro per la possibilità di andarsene in qualsiasi momento, portati via da quell’affare con le ruote.

Quando poi adulti e fratelli maggiori si ritirarono in villa per festeggiare l’avventuroso zio, i piccoli restarono seduti sul morbido sedile, imbottito come una poltrona, liberi di fantasticare chissà quali imprese. Magari arrivare fino in Cina o caricare l’auto su un enorme transatlantico per poi sbarcare sulle isole dei Mari del Sud, di Stevenson e Salgari e Conrad, girando in lungo e in largo sulla Mercedes Simplex modello 40/45 PS. Pepito s’immaginò seduttore della più bella fanciulla, figlia del re di quell’arcipelago, che volentieri l’avrebbe data in moglie al viaggiatore occidentale. Per il non ancora adolescente Vittorio le fantasie, invece, furono più infantili, ignorando i turbamenti della futura complicata pubertà.

A un tratto il fanciullo dagli occhi blu decise che avrebbe voluto lo zione tutto per sé per parecchi giorni; per ascoltare tutte le sue storie su quell’auto, sul viaggio da Stoccarda a Bagheria, su Lione e Torino, vere grandi città conosciute solo grazie ai libri. E cosa c’era di meglio se non bloccare per qualche giorno proprio quel mezzo che aveva riportato Fefé fin lì, dopo anni di lontananza?

Senza dire nulla al fratello che faceva ancora finta di guidare girando come un forsennato il grosso volante rivestito di legno marrone chiaro, il picciriddu per una volta superò in diavoleria e destrezza il terribile fratello. Aprì quella specie di enorme coperchio sopra il motore nel modo meno rumorosamente possibile: davanti ai suoi occhi si presentò un concentrato di trenta o quaranta pezzi di metallo, ghisa, ferro e un paio di cinghie di gomma. Non sapendo dove mettere le mani decise di osservare per qualche minuto con calma, manco fosse una massaia intenta a scegliere con silenziosa attenzione il genere di pesce o formaggio più fresco e meno caro. Gli occhi gli caddero infine su quella che più tardi si rivelò essere una delle candele. La tolse dal contenitore che la ospitava e con gran cautela se la infilò nella tasca sinistra della giacchetta di velluto nero. Essendo questa di una taglia superiore – per poter durare un paio d’anni, come spiegò la madre al momento dell’acquisto – dall’esterno non si notava nemmeno un rigonfiamento creato dal pezzo rubato.

Per tutta la serata, per i ragazzi fino alle dieci passate, lo zione brillò con la consueta capacità d’intrattenimento. Vittorio si divertì un mondo, bevendo letteralmente i racconti dei viaggi spassosi e di alcune strambe avventure; e giurò a sé stesso che avrebbe passato altre giornate così intense ad ascoltare a occhi spalancati u Zù Fefé che raccontava e raccontava senza sosta.

La sera a letto faticava a prender sonno: immaginava di fuggire con l’automobile ziesca, con tanto d’impermeabile di pelle lungo fin quasi alle caviglie, guanti, occhialini e cuffia con copriorecchie a inguainargli la testolina avventurosa. Eccolo che traversava l’Italia intera, dopo aver passato lo Stretto di Messina su un piroscafo, mentre gli venivano incontro in un’unica immagine tridimensionale le brulle campagne calabresi e i lupi della Sila che gli auguravano buon viaggio, le mandrie di bufali della Campania gli lanciavano etti di profumata mozzarella strizzandogli l’occhio, dagli acquedotti romani antichi sgorgava acqua minerale a dissetarlo, fino alle Dolomiti del Trentino sulle quali riusciva ad arrampicarsi per poi ridiscendere dal lato austriaco. Nel centro di Vienna, proprio all’ombra della cattedrale di Santo Stefano faceva salire una ragazzina deliziosa che parlava dialetto austriaco con vago accento siculo. Gli sorrideva con occhi di azzurra profondità mai vista, circonfusa dagli svolazzi di sigaretta turca che sfuggivano dal lunghissimo bocchino bianco e avorio. Nel giro di due mesi avevano traversato quattro deserti, sei passi d’alta montagna, dodici Paesi europei, arabi e asiatici. Arrivati all’inizio della Muraglia Cinese, Vittorio novello Kubilai Khan offrì alla consorte imperiale austro-cinese tutti gli ottomilaottocento chilometri. Il loro amore, gli sussurrò lei con un sorriso da ottava meraviglia del mondo, sarebbe durato cento volte l’intero percorso a piedi, andata e ritorno. Abbandonata la fedele auto, si arrampicarono sui bastioni e iniziarono la prima del centinaio di camminate mano nella mano. Quando il vento glaciale del Gobi soffiava leggero intrecciava i capelli rossi di lui e i biondi di lei fondendoli in una tonalità color infinito.

Quando nel tardo pomeriggio dell’indomani il fratello di mamma Maria si decise a rimontare sull’auto per salire sul traghetto diretto a Genova, si congedò dai familiari con il consueto sorriso smagliante. Ma al momento di accendere il motore con la manovella, indispensabile a quei tempi, dopo ben venticinque tentativi scrupolosamente contati da Vittorio dovette levarici mano 46, come si dice in siciliano. Non c’era verso di farla partire. A quel punto, dal sorriso smagliante lo zio era passato a un rossore di tale intensità da ricordare l’Etna in procinto di vomitare tonnellate di lava e lapilli sui disgraziati paesi abbarbicati sulle pericolose pendici.

Ormai era tardi per far venire da Palermo un meccanico. L’indomani l’intera mattinata se ne andò solo per trovare una delle pochissime officine automeccaniche allora esistenti nel capoluogo regionale. Per di più, le prime due non disponevano di nessun tecnico in grado di mettere mani su una Mercedes: solo Fiat o Citroen, al limite Isotta Fraschini o Bugatti. Solo nel terzo garage trovarono un quasi ragazzino che si dichiarò entusiasta di occuparsene. Lo zio manifestò tutta la propria diffidenza al pensiero di dover affidare la sua meravigliosa creatura meccanica a un essere da poco uscito dalla fase di poppante. Ma lo scrupolo di visitare altre due officine, nella speranza di trovare un meccanico di Mercedes allo stato di adulto fu inutile. Dopo l’ora di pranzo giunsero a Palagonia – erano partiti con il traballante furgoncino antidiluviano del sindaco di Bagheria, che miracolosamente si era fermato solo due volte fra andata e ritorno.

Il ragazzino in tuta azzurra sporca di grasso e olio tenne subito fede all’impegno: nel giro di un minuto capì il problema accorgendosi che mancava proprio una delle candele. Vittorio, che non si perdeva un solo istante di tutta quell’avventura da lui provocata, faticò a non rosseggiare come la gonna zingaresca indossata dalla bella Lia, facendo girare la testa ai di paese.

E quando il meccanico imberbe spiegò con competenza e serietà, più uniche che rare in un soggetto maschile di quell’età, che ci sarebbero volute non meno di due settimane per ricevere il pezzo da Milano, se non addirittura dalla Germania, ecco che il figlio cadetto dei D’Alessandro/Castronovo decise di riparare subito alla malefatta, offrendosi con spaventata convinzione per la meritata punizione. Quando uscì dalla tasca della stessa giacca di due giorni prima la maledetta candela, che aveva addirittura ripulito e rimessa a nuovo, lo sguardo di Ziu Fefé mostrò un combattimento interiore di rara intensità. Da un lato la rabbia per quelle trentasei e passa ore trascorse a sbattersi fra il paese e la città, girando una mezza dozzina di officine, e dover riprenotare il piroscafo, e telegrafare all’Università di Torino annunciando rammaricato i probabili giorni di ritardo, e costringendo il preside della facoltà a trovare un sostituto per le lezioni; dall’altro lato il sollievo quasi primitivo di chi, attendendosi di soffrire la fame per giorni e forse settimane, viene improvvisamente fatto accomodare a una tavolata stracolma di ogni ben di Dio di pietanze, tutte solo per lui. E in pochi secondi prevalse proprio il sollievo sulla rabbia. Per cui il corpicino di Vittorio, dopo un blando scappelloto che gli smosse in testa appena qualche ciuffo rossiccio, fu semi-stritolato in un intenso e commosso abbraccio di quel colosso dello zione (alto ben al di sopra del metro e ottanta).

Pepito guardò con malcelata invidia il fratellino che dopo aver combinato un simile guaio veniva addirittura abbracciato dal bonario fratello della mamma – capace, quando voleva, di adirarsi in maniera a dir poco “temporalesca”.

46 lasciar perdere

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