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Passò addirittura una settimana senza vedersi né sentirsi. Vittorio non ebbe alcuna voglia di scendere al bar sottocasa per telefonare ad Eleonora. Del resto, anche cercare Mirko gliela avrebbe dolorosamente ricordata.

Doveva sentirsi come? Non lei ma lui stesso. Giacchè come forse la gran maggioranza dei suoi coetanei e oltre non pensava più di tanto a lei, a come si sentisse. Magari confusa o impaurita. Cogliere l’altro come doppio diverso da sé stessi non era certo operazione per adolescenti maschi nella Sicilia anni Venti.

Ma la ferita c’era: e col passare dei giorni e delle notti, spesso insonni, Vittorio si rendeva conto che era l’assenza a farlo soffrire. Non l’orgoglio maschile offeso, né il non sapere come sarebbe andata a finire quella manciata di secondi in cui avevano davvero volato sul mondo restando attaccati al marciapiede sconnesso e barocco di piazza Massimo inizio ottobre 1927.

Trascorse una seconda settimana, giungendosi dunque a metà inoltrata di quel primo decisivo mese. Ben più dal profilo esistenziale che strettamente scolastico. Anche se fu proprio nell’ambito liceale che giocoforza Vittorio s’immerse, visto che da via Ricasoli il silenzio permaneva infrangibile.

L’amicizia con Gino Sacco (il sedicenne bocciato già due volte) e con Michele Pastore, il compagno di banco di Alia crebbe velocemente. Non certo a discapito di Mirko, con cui anzi ci fu uno scambio di alcuni bigliettini che loro pomposamente amavano definire alla latina epistulae. Vittorio non gli chiese e non ottenne alcuna nuova dalla sorella. Per l’abitante di corso dei Mille i due coetanei di via Ricasoli rappresentavano due entità separate, seppur prossime. A volte li chiamava Scilla (lei) e Cariddi (lui), o Castore e Pollucia – modifica del secondo nome che dilettava molto Eleonora.

Proprio la sera del giorno in cui con Michele e Gino si misero a giocare a pallone nel cortile del “Cannizzaro”, subito dopo la fine delle lezioni, ricevette una lettera. Gliela consegnò con ammirevole discrezione la madre, appena rientrata da una visita a una conoscente. Non fece alcuna domanda preferendo andarsi a fare una veloce doccia, sudata e bagnata di pioggia com’era in quel curioso inizio di serata immerso nel tepore semipiovoso. Non si riusciva a capire dove accidenti volesse portare i quasi trecentomila palermitani quella meteorologia capricciosa. I più smaliziati nel quartiere parlavano di tempo curnutazzu, lamentandosi per la pioggerella a tratti incessante, perfidamente cullata da quel caldo che spesso faceva salire a trenta gradi la temperatura. Manco si fosse in luglio. Gli abitanti della città, del resto, amano abbastanza discettare di vicissitudini atmosferiche: sempre che non si esageri, pena l’esacerbare il carattere già non facilissimo della massa di abitatori della capitale isolana.

La partitella era stata divertente, con un paio di cadute per ciascuno dei due amici, causa le pozzanghere. Proprio l’unico a restare fermo sulle gambe fu Vittorio, silenziosamente ammirato da Gino e perfino da Michele – più restio a lasciarsi andare a entusiasmi verso altri bipedi umani.

Fu dunque con un’ottima disposizione di carattere che gli piombò addosso quella busta giallastra, con il francobollo effigiante Vittorio Emanuele III, il “re sciaboletta”, in casa odiato da parecchi – tanto D’Alessandro che Castronovo – per la primaria responsabilità nell’aver concesso l’incarico di primo ministro a Mussolini e rifiutata la disponibilità di Badoglio a far piazza pulita delle camicie nere in un solo pomeriggio. Ma c’era ancora tempo per arrivare all’ignominia della firma dei decreti per le leggi razziali dell’autunno 1938. Fu quello il momento in cui finalmente il dottor Natale si decise a ripudiare il “Savoia fellone”; mentre negli anni Venti era impossibile parlarne male in sua presenza. Tanto che a diciott’anni suonati il comunista Angelino si beccò addirittura un potente ceffone dal padre per aver sparlato del monarca, definito senza alcuna circonlocuzione “pezzo di merda coronato”. Perfino Maria Castronovo non disse nulla contro l’ardimentoso figlio e disapprovò platealmente lo schiaffone del marito alzandosi da tavola mentre si pranzava. Un atto d’imperdonabile sedizione se l’avesse compiuto chiunque degli otto membri della ciurma filiale. Ma a opera di sua moglie, provocò un velo di triste imbarazzo sul volto stanco del medico condotto che se ne andò a consumare il pasto da solo nel proprio studio.

Vittorio quella sera preferì aspettare di leggere la missiva, della quale intuì subito la mittente. Aveva letto un paio di volte la scrittura di Eleonora, riconoscendola immediatamente e con un sobbalzo alla regione del pericardio. Forse divenne rosso ma non ebbe certo la testa di guardarsi allo specchio.

Dunque, anche lui si fece la doccia, seguendo le tracce delle abluzioni materne. Che l’acqua calda fosse già terminata non gli diede alcun fastidio; come se volesse godersi un piccolo castigo per una violazione etica che non riusciva a immaginare. Ma della quale percepiva la presenza fastidiosa nel suo organismo accaldato e scosso.

La fatica della partita e del ritorno a casa a piedi nella manciata di chilometri dal liceo si evaporarono in un attimo davanti al dover fare i conti con quello scritto. Non immaginò cosa avesse mai da dirgli la ragazza di una Bologna mai così remota in quelle due settimane di sofferta separazione. Da entrambi, di questo ne era sicurissimo, mentre si strofinava con il sapone e la pezzuola fin quasi a irritare la pelle del petto e delle gambe.

Quindi andò a sedersi a tavola, in anticipo sull’orario usuale di cena. Pur di poter rimandare quella della lettura. Tanto che sua madre, pur tacendo, lo guardò incuriosita. Poi gli mostrò le patate da pelare e il coltellino alla bisogna. E Vittorio procedette alla suddetta pelatura con l’ammirevole impegno di un caporale rudemente comandato in corvée cucina.

Un’oretta dopo, fra pasto e chiacchiere rade fra le sorelle e la madre, si fece quasi l’ora di coricarsi. L’indomani ancora scuola, ovvero sveglia alle 6.30. Finalmente il ragazzo si trovò solo faccia a faccia con la busta e il suo contenuto. Nemmeno una supplica al presidente statunitense Hoover, immerso nei roaring Twenties’, lo avrebbe salvato dalla lettura obbligata.

Con un coltellino da scout – regalo di un cugino che discepolo di Baden Powell lo era sul serio – tagliò con cautela la parte superiore della busta senza rovinare la dicitura del mittente. Anch’essa opera di Eleonora. Nemmeno il tempo d’iniziare a leggere e già aveva deciso di conservare la missiva per i secoli a venire.

La tirò fuori dalla busta, intuendo un vago profumo forse illusorio. Si trattava di un foglio unico di quaderno, vergato con la grafia consueta ma più nervosa del solito. Vocali strette, le “t” tagliate con forza, le doppie “s” avvinghiate l’un all’altra, come innamorati timorosi sperduti in una battaglia di trincea di dieci anni prima.

Si trattava di una quarantina di righe; non le contò ma volle almeno farsi un’idea della lunghezza. Come un tiratore con l’arco saggia la curvatura dello strumento prima di una prova olimpica, proiettando su di esso la verifica delle proprie forze, mentale e fisica.

Poi si decise finalmente a compiere l’ultima operazione che gli restava in quel momento, prima di mettersi a dormire. O meglio, a provarci. Non senza aver tirato un profondo e stanchissimo sospirone, così lesse:

 

Carissimo Vittorio,

spero davvero non ti sia crucciato troppo per il mio silenzio. Ma in realtà non so cosa pensare ##### di ciò che tu pensi di me.

 Il Carissimo gli provocò un discreto calore all’altezza dello sterno. E le cancellature gli restituirono la dimensione umanissima di quella meravigliosa fanciulla. Per la prima volta il ragazzo di corso dei Mille si chiese se non si stesse innamorando dell’autrice di quelle cancellature e correzioni. E la domanda gli risuonò in testa senza paura. Non proprio gioiosa, semmai grondante di perplessità; ma non inquietante.

Sono così confusa che mi metto a fare giochi di parole… Come avrai capito sei il primo uomo, beh, meglio dire ragazzo che mi abbia baciato. E ho sentito tutta la #### bellezza? di questo tuo gesto. Mmhhh, direi di più: è come se ti fossi gettato in mare senza salvagente. Solo che il mare ero io, come tu lo sei per me.

Incredibile pensare in che modo era iniziato quel giorno in cui ci siamo conosciuti. Discussioni fra i miei … ma sai, per sciocchezze. E poi sono partiti per il “continente”, come dite voi siculi.

Faccio una pausa nel racconto ####. Io e Mirko abbiamo tre definizioni per gli abitanti di questa strana ed estrema terra in cui siamo capitati. I siciliani sono la gente ordinaria, comune, le facce che puoi incontrare per strada, all’ufficio postale, in coda al cinematografo. Poi ci sono i sicani … sai, i remoti abitatori nei tempi pre romani – se ricordo bene la lezione alle medie. Sto invecchiando, ah, ah, ah … indichiamo con questo termine i vecchietti bonari e i vecchiacci cattivi e sepre pronti a dettar legge fuori luogo.

E infine i siculi, ovvero i coraggiosi, gli innovatori, forse i rivoluzionari, meglio ancora i rivoluzionatori. Cioè, intendo … come dire, coloro che mettono tutto sé stesso per fare in modo che il mondo migliori. Alla fine di questa confusa noiosa lettera mia ti dirò in quale categoria, sia io che Mirko ti inseriamo. Ma secondo me l’hai già compreso.

Dov’ero rimasta? Oh, ecco … dunque, i due fratelli Baldi a trottare attorno via Ricasoli, la statua e le prime propaggini del lunghissimo viale della Libertà (a Bologna non abbiamo nulla di simile). Poi, apparso all’orizzonte, come in certi film che raccontano il Far West (sarà scritto giusto? Così magari potrai prenderti gioco di me per la mia ignoranza anglofona) il cavaliere libero e intrepido si materializza (lo scrivo in rosso e ripassando tre volte l’inchiostro perché questa bella espressione me l’ha insegnata l’altro giorno mio padre, spesso noioso ma senza fallo molto coltivato, anzitutto nella loquela)….

Dio mio, come sono complicata nello scrivere …. Stai ancora leggendo questi miei… come si dice, sproloqui? … Magari sei passato a leggerti un bel numero de L’avventuroso, che è molto meglio. Mirko ne va matto. Ma forse lo sai già.

Insomma, ecco, arrivasti… e già da lontano sentivo qualcosa nell’aria – qui non prendermi in giro o m’arrabbio davvero e non ti bacerò mai più. O non mi FARÒ più BACIARE. Pensi sia la seconda cosa che ci è successa? No, credo che siamo stati entrambi. Anche se l’iniziativa l’hai presa tu.

A proposito di sbaciucchiamenti e dintorni … un giorno #### non lontano vorrei raccontarti una cosa così difficile da racco#### dire che nessuno ne venne mai a conoscenza. Eppure proprio ciò mi impedì in queste due settimane di contattarti in alcun modo. E ti giuro che furono quattordici giorni, anzi no, ben quindici furono, lunghi come mai prima d’oggi un qualsiasi giorno della mia vita lo fu.

Mi fa sentire grande tutto questo che ci sta accadendo, e anche cadendo addosso…. Grande, ma non nel senso di vedermi vecchia, nooo. Ecco: diciamo piuttosto matura, lo riscrivo in caratteri maiuscoli MATURA. È un modo forse sciocco di pensare a te, proprio al mio Vittorio che sto crescendo di alcuni anni in appena due settimane. Incredibile, ma vero!

Un’ultima volta scusa per il mio silenzio, che voglio compensare dicendoti con l’inchiostro che TI VOGLIO IMMENSAMENTE BENE. e faccia a faccia te lo dirò molto meglio, stanne pur sicuro.

Tu sei il mio SICULO PREFERITO.

Un grande bacio, come quello di Piazza Massimo ma dilungato di almeno un’ora.

 Ormai Tua Eleonora

 

Il siculo di quattordici anni rilesse ben tre volte quella lettera, mentre la testa gli si alleggeriva di ogni pensiero che potesse avere avuto in quella quindicina di giorni. Anche per lui di un’orrida lunghezza. Si accorse infatti che ogni cosa che aveva fatto si era prodotta come fosse stato in trance ognuno dei minuti di quelle centinaia di ore dall’ultima volta che si erano visti. E baciati.

Non riusciva a capire cosa avesse mai fatto di eccezionale per produrre in pochissimo tempo quelle sensazioni in quella ragazzina in quella particolare via immersa nel tempo dei trent’anni precedenti.

Pensò anche che se l’avesse incontrata all’UPIM in un giorno di folla per compere pre natalizie forse non l’avrebbe nemmeno notata. E dunque scoprì che conta anzitutto la voce e il carattere, la dolcezza e gli sguardi in una ragazza, la capacità di abitare i silenzi, la forza di liquefare paure e imbarazzi, il giocare con le parole ma mai con i sentimenti.

E adesso? Come si andava avanti? A lui sarebbe toccato di certo fare il passo successivo. Ma come? Desiderò in quel preciso momento di stupirla, ma in senso profondo.

Una serie di parole slegate l’una dall’altra gli otturarono la testa per qualche minuto, senza peraltro ridurre di un grammo l’entusiasmo quasi folle che si era impadronito di lui sin dalla prima lettura di quella lettera. Dolci, caramelle … un foulard, un mazzone di fiori, cinematografo, un chilo di croccanti … passeggiata sul lungo mare di … Mondello. Eh già, ma come fare ad arrivarci senza automobile, né motocicletta?

Poi all’improvviso si calmò. Gli sembrò di vivere gli attimi di Marc’Antonio prima della battaglia di Filippi contro Bruto e Cassio. La tranquilla convinzione di chi sa.

L’avrebbe portata a vedere un film, presentandosi …. Scrisse alcuni appunti. Proprio sul dorso della missiva. Che così sarebbe stata ancora più sua.

Poi riuscì ad addormentarsi in pochi minuti. Come mai si sarebbe aspettato. Salvo rendersi conto dell’intensità di sensazioni passategli attraverso quel corpo magro, già di un metro e settanta, il viso con la prima peluria. Naturalmente rossiccia, tocco di originalità di cui mai come in quel termine di giornata fu così sprizzante di orgoglio.

L’ultima visione galleggiante davanti ai suoi occhi dalle palpebre pesanti diverse tonnellate fu lo sguardo di lei il primo momento in cui furono vicini tanto da sentire i reciproci respiri. E lui riempirsi le narici del profumo del suo corpo magro e accaldato di bicicletta. Si addormentò cullato dalla dolcezza di quello sguardo e da una decisa erezione. In quei veloci momenti verso il sonno assoluto le due componenti sonnifere si diedero il cambio, lanciandosi occhiate felicemente perplesse.