La vittoria degli Ulani venne dichiarata esattamente alle 22.10, dopo quaranta estenuanti minuti di sudori e fiati ingrossati, muscoli doloranti e qualche sbucciatura, rabbia degli uni ed esaltazione degli altri. Pepito aveva trionfato attaccandosi alla cancellata posteriore come fosse la sua promessa sposa.

Ma la sportività tradizionale dei sudditi di sua Maestà Giorgio Imperatore da Londra a New Delhi fu confermata dalle strette di mano – pur con sorrisi tirati, tracce miste fra delusione e spossatezza.

A loro volta i D’Alessandro-Castronovo non furono da meno, offrendo un’enorme tavolata di pasticcini, gazzose ghiacciate (con l’eco del vocione del medico di casa che raccomandava di bere lentamente e a piccoli sorsi, per scansare una congestione).

I quattro capi – due comandanti e due vice – intimarono il silenzio e levarono in alto i calici. La coppia di generali avrebbero potuto, essendo ultraquattordicenni, assaggiare un mezzo bicchiere di spumante o vino bianco; ma essendo proibito a tutti gli altri prodi, come Rommel preferirono rifiutare privilegi negati alla truppa. Piccoli segni che accrescevano popolarità e rispetto verso di loro.

Quando gli ospiti sconfitti ma con le pance piene e pronti per il letto si congedarono allineati in perfetti ranghi, il padrone di casa si avvicinò agli ultimi due figli maschi e alle ultime due figlie femmine con un annuncio importante.

Dunque, voi non possedete memoria di Palermo. Condividi il Tweet

<<Dunque, voi non possedete memoria di Palermo. Infatti, vi ci abbiamo portato solo un paio di volte da piccoli piccoli, per visite mediche o per un parente molto malato. Domani si prevede temporale, e lunedì con il sole inizia l’ultima settimana di vacanza prima delle scuole. Allora vostra madre e io abbiamo deciso di andare tutti e sei nella capitale dell’isola proprio dopodomani; prendiamo il treno, pranziamo in quel ristorantino napoletano, traversa di via ….ehm>>

<<Mariano Stabile, Natale>>, lo aiutò Maria con un sorriso da Gioconda.

<<… ecco, proprio lì. Mi hanno detto alcuni pazienti che si mangia una pasta meravigliosa; poi ci sono i dolci napoletani che fanno concorrenza ai nostri. Quindi, pomeriggio di compere. Senza esagerare, però. Un libro oppure un giocattolo ciascuno. Sapete che non sono la Banca d’Inghilterra>>, come a volte si divertiva a ripetere se i ragazzi minacciavano di mandare in crisi l’economia familiare.

Dalla gioia poco mancò che il quartetto di figli juniores non sollevasse in aria il buon padre per festeggiarlo. Natale D’Alessandro era un cuore d’oro: ma nella sua relativa timidezza preferiva sottrarsi ad abbracci e baci vari, mostrando il proprio affetto con gesti concreti.

Un’ora più tardi, Vittorio e Pepito, nella penombra dalla camera da letto maschile, fra il rievocare le fasi più appassionanti della battaglia e il pregustare il vortice della “metropoli” finirono per dormire si e no un paio d’ore. Angelino era fuori a far baldoria con amici e ragazze, come sempre più spesso capitava. Mentre Vincenzo, da quando si era sposato, aveva traslocato al piano di sopra con la coriacea coniuge Amalia.

 

Prendere il treno per Palermo fu l’ideale inizio di quella giornata indimenticabile. È vero che Vittorio adorava giocare alla guerra con i coetanei tuffarsi nel cuore delle onde nella selvatica Aspra, a canottaggio dai quindici anni al club palermitano Ruggero di Lauria, uno dei migliori circoli del sud Italia. Ma, per una volta, fare un piccolo viaggio per ferrovia, con metà della fratellanza e sorellanza di casa, e con quella coppia gentile che l’aveva messo al mondo per ultimo, conoscere la “capitale” – come a volte chiamavano il capoluogo regionale – era un’occasione imperdibile non per leggere di una grande città, ma per vederla, respirarla, viverla per una giornata intera.

Alla Stazione Centrale scesero dalla carrozza di seconda classe e in pochi istanti s’immersero in una mattinata palermitana di sole di fine estate, morbido e non più spietato come quello di luglio o agosto. Il traffico era quasi inesistente rispetto all’epoca che comincerà negli anni Sessanta. Però, in confronto al massimo di animazione bagherese, rappresentato dal già citato corso Butera, arterie come le vie Cavour, Maqueda, o corso dei Mille davano finalmente l’idea di cosa volesse dire far convivere 393 mila abitanti, sparsi per quartieri larghi e lunghi un paio di chilometri o più. In un’epoca in cui Roma ne aveva 691 mila e Milano 718 mila (nessuna città italica raggiungeva il milione), mentre il tredici per cento soltanto di connazionali abitava in città oltre i cinquantamila.

A piedi si fecero una bella camminata fino a piazza Politeama; un paio di chilometri e più. Il dottor Natale era infatti un convinto salutista: in quell’epoca, che vedeva qualche palestra frequentata solo da appassionati schermidori o “pugilisti”, un paio di piscine dove si allenavano i professionisti, per i restanti comuni cittadini di una certa età i verbi più coniugati erano andare in bici o camminare. Il secondo era stato fatto proprio dal capofamiglia, sin dalla fine degli anni Ottanta del secolo precedente. Il dottor D’Alessandro, ancora studente, aveva sperimentato un paio di volte quello che si chiamava “velocipede”, ma non ci si era trovato a proprio agio. A cominciare dalla scomodità del sellino che per una settimana intera lo aveva fatto soffrire della peggiore stitichezza della sua lunga vita.

I quattro ragazzi non si annoiavano di certo, richiamandosi a vicenda appena vedevano un palazzo che li colpiva o passava una rombante autovettura, incrociavano una coppia di benestanti addobbati all’ultima moda o arrivavano nei pressi di uno dei primi “grandi magazzini”. La definizione era certo impegnativa, confrontandoli con i vari Esselunga di trent’anni dopo. Però, si ricordi che i primi due UPIM fecero la loro comparsa a Milano e a Verona fra il 1927 e il ’28, per poi diffondersi nel decennio successivo in tutt’Italia.

La famiglia di sei persone entrò, meglio, fece capolino in un progenitore dei futuri supermarket solo per rendersi conto di cosa volesse dire concentrare migliaia di capi d’abbigliamento e alimentari e articoli di profumeria e per l’igiene della casa e del corpo.

Stavano già per uscire quando una gentile e affascinante ragazza cercò di convincerli a restare e guardarsi un pò intorno. Doveva avere non più di vent’anni, l’accento sicuramente del nord. La sera, prima di prender sonno, tanto Pepito che Vittorio erano ancora stregati da quell’apparizione paragonabile alla Madonna di Loreto o a quella di Lourdes. Entrambi si dissero convinti di non aver mai visto donna più bella della commessa dell’UPIM. E da quel momento la sigla divenne per loro l’equivalente del voto dieci e lode da attribuire a una specie di star del cinema. Per loro solo Louise Brooks, Greta Garbo o Mary Pickford oltrepassavano il “livello UPIM”. Qualunque giovane o adulto di una media città italiana o straniera l’avrebbe trovata molto carina; ma da lì a impiegare il vocabolario stellare di quei due ragazzetti paesani ce ne correva.

Ciò che colpì le tre donne D’Alessandro, invece, fu l’abbigliamento e il modo di fare di quella fanciulla del continente. I capelli erano corti, “alla maschietta”, una lunghissima collana di false perle a un solo giro arredava un petto che era difficile non notare. Si chiesero che accidenti di reggiseno doveva indossare, se non un busto – senza immaginare che da qualche anno molte donne urbanizzate l’avevano ormai riposto in cantina (le più benestanti nella spazzatura).

Il trucco non era pesante ma si notava subito, con quel rossetto violaceo mai visto prima, il fondotinta scuro e intenso, la cipria generosamente annaffiata su due guance appuntite. Un viso che voleva ricordare proprio una diva di Hollywood. E ci riusciva alla perfezione. La gonna era, per i tempi ancora pudichi, scandalosamente corta; per poi cedere il passo a due calze quasi bianche e con uno strano effetto di lucido. Non si capiva se fossero di un tessuto speciale o addirittura verniciate. Le scarpe avevano tacchi molto alti e una fibbia perlomeno stravagante. Se l’avessero vista uscire al termine della giornata avrebbero anche potuto ammirare il cappellino a caschetto che si vedeva sopra migliaia di deliziose testoline femminili di Parigi e Berlino, Londra e New York.

Vittorio la fissava paralizzato come fosse dinanzi a una donna che uscita da un quadro avesse preso vita. Era abituato ad avere fra i piedi le donne di casa, le maestre e le insegnanti fra elementari e medie. E poi le varie femmine del paese che dopo 6-8 figli sfornati e una ventina d’anni di duro lavoro a casa e nei campi, una volta quarantenni ne dimostravano sessanta. I turisti a Bagheria non c’arrivavano, mentre Palermo, come detto, era una meta davvero rara. Mettendoci anche la delicata e pruriginosa epoca adolescenziale, nonché la dittatura mussoliniana con l’ipocrita moralismo, la potente influenza della Chiesa e gli Anni Venti, il tutto congiurava affinché un ragazzino dodicenne come Vittorio Emanuele D’Alessandro fosse costretto a vivere un’assoluta “perfezione della carne”, come dice la cultura ecclesiastica. Eppure, per lui quel modo di non-essere a tutto lo poteva condurre tranne che alla perfezione.

Giacchè si sentiva assolutamente imperfetto, inconcluso, interrotto come una piccola opera che un artista troppo pigro lascia a metà per andarsi a ubriacare con amici e amiche nella notte di una stolta bohème senza fine. A che servivano le donne per i non ancora uomini come lui? A rimproverare, pulire panni e biancheria, magari dare una mano nello sbrigare i compiti di matematica o altre noie esistenziali. Per il resto, le sconosciute, magnifiche nel mistero della bellezza che non svelavano di certo a un topolino come lui, erano semmai destinate ad andare a braccetto a fustacchioni come i suoi due fratelli più grandi. Grandi soprattutto proprio nelle loro imprese di conquista di cuori e visi e sguardi e corpi immersi nei profumi. Per Vittorio quelle magiche materializzazioni femminili erano come immuni da sporcizia e cattivi odori, incapaci di ruttare e far peti, controllate nel mangiare e mai violente o volgari.

Qualche giorno prima di trovarsi di fronte a quel capolavoro artistico vivente e parlante della “signorina UPIM” Ciro gli aveva spiegato che finchè si fosse ostinato a considerare la donna come essere perfetto e angelicato non ne avrebbe mai avuta una fra le braccia (<<e fra le gambe>>, aggiunse prosaicamente il terribile ragazzino partenopeo). Ma per l’amico bagherese non era ancora tempo di dargli ragione.

Vittorio venne letteralmente spinto fuori dal grande magazzino e soprattutto dalla presenza della fanciulla settentrionale. Ma anche così l’incantesimo di quella meravigliosa fattucchiera targata UPIM lo lasciò per un’oretta stordito, come dopo una bevuta epica di assenzio in una banda baudelairiana di poeti maledetti.

Il dottore, davanti alla commessa-angelo sollevò signorilmente il cappello, acquistato nel remoto 1890 ma per lui ancora perfetto, ringraziando e mormorando

<<Abbiamo visite importanti da fare. Vi auguro una buona giornata, gentile signorina>>.

Natale D’Alessandro era la bontà fatta persona, ma al contempo era dotato d’indubbia autorevolezza; una delle poche persone assolutamente rispettate in paese. Da non pochi addirittura venerato, quasi fosse una sorta di stretto collaboratore del Padreterno inviato in missione speciale in quel di Bagheria per curare e salvare vite. Ma lì a Palermo, in mezzo alla folla di passanti, acquirenti, massaie, curiosi, carrozze, taxi, autovetture, bus, carretti, calessi era un uomo diverso, a tratti felicemente sperduto. Ai ragazzi faceva impressione vedere il loro “signor padre” smarrito, con la testa che si voltava di continuo, attratto e incuriosito da mille stimoli visivi, uditivi, umani, animali, architettonici, urbani e anche incivili.

In certi momenti sembrava il quinto figlio di Maria Castronovo, che invece si manteneva distaccata e attenta a che i ragazzi non finissero sotto qualche carrozza o autovettura.

Camminavano con calma, fermandosi quando vi era qualcosa d’interessante, curioso o allettante dal profilo acquisti. In fondo, com’era prevedibile per chi li conosceva come non tirchi bensì parchi, se ne tornarono a Palagonia con una sola sporta per la spesa, seppur piena fino all’orlo.

Zigzagavano fra un’arteria e l’altra di quell’agglomerato da quasi quattrocentomila cristiani. Dalla stazione, prima di scendere verso il mare e poi lungo il viale della Libertà, andarono in su facendosi un pò di corso Tuköry – altro serpentone che dalla Centrale arriva fino a Palazzo d’Orléans.

Quindi, tornando indietro percorsero un pezzo della via Roma, per poi tornare verso il centro, passando dagli splendidi Quattro Canti di Città (c’erano anche quelli di Campagna, siti in un altro quartiere). Si tratta di una piazza relativamente piccola che unisce ai quattro lati altrettante lunghe vie: Maqueda e Corso Vittorio Emanuele. L’una, dal Teatro Massimo conduce fino alla stazione, l’altra partendo da Porta Nuova sbocca al Foro Italico, alla Cala e giunge al mare.

I palazzi erano alti e massicci, di cinque o sei piani di una volta – nel senso di soffitti alti anche fino ai quattro metri. Soprattutto nelle residenze avite della nobiltà sei/settecentesca: basti pensare a Palazzo Gangi nei cui saloni si girerà nel 1962 la citatissima scena del ballo nel film Il Gattopardo. O, per restare in tema, Palazzo Lampedusa di via Butera, che splendeva prima dei bombardamenti del 1943, occupato dalla famiglia del principe Giuseppe Tomasi.

Il sole riesce solo a insinuarsi qua e là, senza colpire nulla realmente con i propri raggi, insolentiti dall’ingombro delle costruzioni; dando a vie come Maqueda o Ruggero Settimo (fra i due teatri principali, Politeama e Massimo) un effetto quasi newyorkese. Ricordano un pò i grattacieli della metropoli statunitense – certo incomparabilmente più possenti ed elevati. Comunque, gli uni e gli altri lasciano sempre fuori la palla di fuoco su nel cielo come se tenessero un appestato alla larga dalla pubblica via.

Giunti in piazza Massimo, Pepito e Vittorio un forte <<ohhh>> se lo fecero scappare senza complimenti davanti alla maestà che giustifica il nome dell’edificio lirico-musicale-teatrale. Alle scalinate sulle quali i potenti della città potevano inscenare la propria riuscita sociale o ascendenza nobiliare. Alle sei colonne degne d’un incrocio fra tempio romano della splendida età augustea e copia del parigino Panthéon – ovviamente, amputata dell’enorme cupola retrostante.

Fu in special modo la coppia di leoni ad attirare l’attenzione di tutti i ragazzi, ma in modo ineguale: le reazioni furono indipendenti dal sesso di chi le viveva. Pepito e Agata affascinati, Pia e Vittorio intimoriti. Se non fosse stata trattenuta dalla decenza, ancor più dall’alta cancellata, la prima coppia avrebbe sicuramente intrapreso l’arrampicata fino alla criniera dei due inquietanti gattoni africani.

<<Costruito a partire dagli anni Settanta e terminato nel ’97, il Teatro Massimo è il terzo più grande in Europa ….>>, recitava a memoria il dottor D’Alessandro, che nella sua innata modestia celava invece notevole e variata cultura.

<<Minchiaaaa ….>>, lo interruppe Pepito, a sua volta interrotto da uno scappellotto di sua sorella Agatina, che manescamente vegliava sul pur minimo rischio di turpiloquio dei due fratellini.

<<… dopo l’Opéra e la Staatsoper. Dunque, vediamo … chi di voi sa dirmi dove si trovano questi altri due teatri?>>

<<E cosa vince chi indovina, padre?>>, chiese un pò sfacciata la sorella maggiore.

<<Un gelato doppio da Caflish>>, spiegò la mamma, riferendosi all’ormai prestigiosa pasticceria e gelateria fondata a fine Ottocento da svizzeri a Palermo e a Catania.

<<Doppio?>>

<<Certo. Uno normale è già previsto per tutti, un paio d’ore dopo pranzo. Ma chi sa la risposta ne avrà anche un secondo>>

<<Mah …>>, mormorò Agata perplessa.

<<Che c’hai?>>, le chiese sorridendo Pepito.

<<Niente … è che così non c’è gusto. Doppia porzione di quello che in fondo mangeranno gli antri cinque che non sanno nulla di geografia>>

<<Ah, perchè secondo te non sapere dove si trovano l’Opéra e la Statsoper equivale all’esser analfabeti in geografia. Che sciocchezza>>. Mamma Maria, persona ancor più colta del marito, si dimostrò molto meno severa.

<<Allora … l’Opéra si trova all’inizio di Boulevard des Italiens a Parigi, mentre la Staatsoper è a Vienna>>, dichiarò solennemente Vittorio tutto impettito, come se dovesse ricevere una decorazione di guerra.

<<Ma la via viennese?>>, chiese malignamente il fratello maggiore.

Il piccolo gli uscì la lingua, facendo sorridere tutta la porzione presente di famiglia D’Alessandro. A volte saltava fuori un pò di tenerezza verso ‘u picciriddu ‘i famigghia, non certo moneta corrente in quei tempi di educazione fortemente autoritaria e tradizionalista. Il “Voi” che si doveva a padre e madre, la paura di viziare i figli, la serietà assoluta che si pretendeva negli studi, farli andare a letto presto. Un modello di pedagogia pur temperata con le solite porzioni di distacco e strafottenza siculi. Ma molto più negli ambienti popolani che nella piccola/media borghesia, in cui s’inquadravano gli otto abitanti principali di Villa Palagonia.

Dopo le congratulazioni di rito, Natale D’Alessandro – che (sia detto per la cronaca) nessuno chiamò mai babbo Natale, per non cadere nel ridicolo – uscì dal portafoglio un foglietto intonso, cercò a lungo la sua stilografica, cui teneva tanto da non ricordarsi mai in quale tasca l’avesse celata. Quindi, scrisse con la sua grafia da ultra sessantenne la dicitura

<<Buono per doppio gelato per mio figlio Vittorio Emanuele D’Alessandro, in riconoscimento della dettagliata familiarità parigina e viennese – pur non avendo ancora visitate le suddette metropoli. In fede, D’Alessandro dottor Natale>>

e glielo consegnò con gesto solenne, come fosse una preziosa pergamena vergata a imperitura memoria dello studioso di casa.

 

Dopodiché toccò al tratto che congiunge i due sommi templi panormitani di musica e teatro. La via Ruggero Settimo, infatti, a salire si diparte dal Massimo e nello spazio di poco più di mezzo chilometro sbocca in un’altra magnificenza costituita dal Politeama, più vasto e meno massiccio. Almeno di primo acchito.

I portici sulla sinistra lambiscono piazzale Ungheria. Vi verrà costruito nel secondo dopoguerra il primo vero grattacielo della città sicula. I portici di via Ruggero Settimo, già allora, ospitavano alcuni dei più bei negozi di abbigliamento maschile: dagli anni Dieci ai Novanta si susseguono nomi come Barbisio e Dell’Oglio, Bellanca & Amalfi e Torregrossa.

Suonò la una e trenta, con il carico dei sei stomaci vuoti da riempire, in particolare i quattro più giovani. Il capofamiglia orientò i propri mustacchi in direzione del ristorante che aveva citato quando si erano trovati a cospetto dello splendore del Massimo. Si trattava di una bella locanda napoletana incastrata in una piccola traversa di via Mariano Stabile, perpendicolare a via Ruggero Settimo.

C’era voluto un pò di coraggio perchè Pasqualino Iuorio nel 1905 si decidesse a installare una “mangiatoia” – come ne parlava lui stesso, ma solo con i clienti più affezionati – proprio nel cuore di una capitale regionale non inferiore, per prestigio culinario, alla capitale campana. Eppure, fra gli iniziali prezzi stracciati e in parallelo pietanze in costante crescita di livello, con gli anni e i decenni divenne per la Bibbia gastronomica dell’intero sistema solare – la Michelin – la migliore oasi culinaria napoletana fuori Napoli (compresi i migliori ristoranti neworkesi, parigini e londinesi). Nel corso dei decenni la mitica Guide le attribuì una, poi due e (nel secondo dopoguerra) addirittura tre stelle.

Pasqualino conosceva fin troppo bene (purtroppo per lui) il mitico dottore bagherese: gli aveva curato tutti e quattro i figli a causa del tifo, che imperversò negli anni a ridosso della Grande Guerra nei quartieri popolari palermitani. Se il maggiore soccombette al male, gli altri tre furono invece salvati da Natale, strappandoli all’incapacità del primario di pediatria del Policlinico cittadino.

Negli anni e decenni seguenti non ci fu una volta che il dottor D’Alessandro poté mangiare e uscirsene pagando, magari la metà. Le prime tre-quattro volte aveva accettato, per poi discutere a lungo ma inutilmente con l’ostinato e riconoscente cuoco napoletano. Non metterci più piede sarebbe stato offensivo; dunque, decise di non andarci <<quasi mai>>. Che nel linguaggio del medico equivaleva a una-due volte l’anno.

La mezza famiglia D’Alessandro si trattenne per ben quattro ore, viziata e sfamata in modo impeccabile dal personale, tutto rigorosamente napoletano. Il bello, per quella persona umile e semplice che fu sempre Natale, in quel ristorantino apparentemente di poche pretese, era l’ambiente assolutamente familiare, senza salamelecchi e riverenze. I quattro ragazzi di villa Palagonia poterono visitare senza problemi la cucina, mentre la signora Iuorio arrivò addirittura a svelare una sua ricetta segretissima alla signora D’Alessandro. Raccontò che non aveva mai condiviso con nessuno i dettagli d’ingredienti e preparazione di uno dei suoi capolavori. I quali, per la cronaca, reggevano assai bene il confronto con quelli del plurititolato marito.

Usciti da quel paradiso per il palato, una seconda e più lunga scarpinata digestiva s’impose, questione di vita o di morte.

Lo splendore apparentemente senza fine di viale della Libertà, il vero salotto di Palermo, si distese davanti agli sguardi basiti dei quattro ragazzi. Mamma Maria aveva già visitato due volte la città, proprio nel massimo luccichio d’inizio secolo, facendosi cullare dalla “Palermo felicissima” dei Florio e dei grandi alberghi che ospitavano metà delle teste coronate d’Europa e parecchi magnati di mezzo mondo.

Il viale si srotolava a perdita d’occhio come un immenso tappeto persiano, calato dal cielo direttamente dal miglior laboratorio di Isfahan. Ogni venti-trenta metri un albero ben potato si drizzava, protetto alla base da un cancelletto circolare dai vertici appuntiti. La pavimentazione dei due larghi marciapiedi ai lati della strada era costituita da piccoli quadrati chiari e scuri in sapiente alternanza, a ricordare una villa romana o una strada di Pompei ben conservate.

L’arteria principale della piccola metropoli arabeggiante era traversata da carrozze e automobili, qualche motocicletta e non poche bici. Nulla di paragonabile con il congestionamento da metà anni Sessanta in poi. Tuttavia, per dei “paesanotti” dagli sguardi gioiosamente smarriti l’effetto era di un’atmosfera annaffiata di afrore alcolico da far girare la testa. Non certo quelle dei palermitani, che scivolavano lesti e un pò nervosi fra i corpi dei passanti più distaccati, come se nessuno fra quei cittadini frettolosi potesse mai mancare a chissà quali decisivi appuntamenti – d’affari, politici, d’alta società o amorosi.

Vittorio saltellava fra le piccole mattonelle che onoravano le scarpe nuove di zecca acquistate quel mattino in un bel negozio di via Roma.

Pepito, invece, era impegnato in un gioco di sguardi all’indirizzo di cappelli, gambe e tailleurs, gonne e toilettes all’ultima moda. Ma essendo ancora preda di un’età in cui sopravviveva una discreta vergogna, come solitario ma inaffondabile iceberg nel Mar di Barents, si era posizionato strategicamente alle spalle degli altri familiari. Sorelle e madre in primis. Se qualcuna di loro si guardava intorno in solerte ricerca della sagoma fraterna, ecco che finiva sempre per incrociare i furbi occhi sorridenti del futuro scienziato di famiglia. Quando madre o sorella riprendeva ‘u passio 83 cittadino, ecco che Pepito a sua volta si reimmergeva in quel gioco di adocchiamenti e dialoghi fra pupille, gustando, fino al fondo un pò amaro, la silenziosa cerimonia pre erotica.

Decisamente Palermo andava rivista, reincontrata appena possibile, penetrando sempre più in quelle infinite dimensioni di spazi inusuali, folle impensabili, rumori costanti, giorni come nottate. Fu questo il pensiero convinto di Vittorio, mentre si era appollaiato al finestrino serale nel vagone di rientro verso lo spazio dei mostri settecenteschi.

83 il passeggio

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