Curiosamente la prima composizione musicale che lo colpì profondamente, ad appena otto anni, non fu Per Elisa di Beethoven, l’aria celeberrima della Eine Kleine Nachtmusik mozartiana, o magari il coro Và pensiero dal Nabucco di Verdi. Si trattò di musica tedesca, composta in Inghilterra, in pieno Settecento, una lunga opera storica che negli anni Venti pochissimi ascoltavano in Italia. Fu nientemeno che l’intensa aria di Cleopatra Piangerò la sorte mia, dall’atto III del Julius Caesar in Egypt di Georg Friederich Händel.

Vittorio era stato trascinato a un concerto organizzato dell’associazione palermitana degli “Amici della musica” per iniziativa della prozia Vincenza Castronovo, sorella del padre di mamma Maria.

Nata nel remoto 1840 sin da ragazzina era stata cultrice di musica, pianoforte, spartiti, concerti, cene fra appassionati. Molto benestante, tanto da consentirsi di non lavorare e viaggiare andando per concerti in mezza Europa, non si era mai sposata. Conviveva con un pianista di bravura vertiginosa e di proverbiale lagnusia 84. Già a diciott’anni il suo insegnante, all’ennesimo “bidone” tiratogli dal geniale e impossibile allievo, si era rifiutato di proseguire con le lezioni. La risposta di Vincenzo Maiella fu un’omerica risata, un abbraccio calorosissimo al suo ormai ex maestro e un Grazieeeee cantato a squarciagola a mò di tenore, facendo tremare l’intero conservatorio di Venezia, sua città natale.

La sera del concerto, che si svolgeva eccezionalmente a Bagheria, nella chiesa principale, era colma di emozione per gli organizzatori. Volevano infatti saggiare il terreno paesano per vedere se vi avrebbe attecchito la passione per la musica classica, seppur ristretta a qualche decina di persone di buona cultura e qualche curioso “convertito sulla via di Damasco”.

Alla “prozietta”, come la chiamavano le decine di nipoti – provenendo tutti da famiglie assai prolifiche e tenendo poi conto delle diverse generazioni – non era risultato difficile convincere Vittorio a venire ad ascoltare. Nelle città in famiglie molto borghesi o aristocratiche era certo normale far assaggiare la musica ai figli piccoli; se per costrizione, abitudine o libera scelta dipendeva poi dal carattere e a volte dall’orientamento esistenziale dei genitori. Ma a Bagheria grossomodo la gente non se ne occupava; se non la domenica cantando in chiesa o ascoltando distrattamente un chitarrista di strada. Al massimo, alcune ragazzine erano costrette a tormentare pianoforti – o meglio “pianole” come le indicava con smorfie di disprezzo la “prozietta”.

A Vincenza Castronovo, un mese prima dell’evento che si sperava memorabile, bastò dire al pronipote di otto anni che le avrebbe fatto piacere condurlo a quella serata. E lui rispose con una sillaba, semplice semplice, che evidentemente riteneva perfetta senza necessità di spiegazioni:

<<Si>>.

E il discorso si chiuse lì fino al concerto. Per il quale il ragazzetto venne vestito elegantemente, ma senza strafare. Sia per familiare disprezzo verso ogni forma di esibizionismo, che per senso del ridicolo, trattandosi di una cosuzza nata otto anni prima, senza ombra di barba, alto appena un metro e cinque centimetri. Mamma Maria, perciò, scelse senza esitazione pantaloni grigi, mocassini marroni, camicia bianca, farfallino e cardigan nero. Nel complesso faceva una bella figura, con i suoi cespugli rossastri sulla testa ben riordinati e potati, gli occhioni azzurri da figlio di pirati del Mar Baltico.

L’eccentrica signorina Castronovo si presentò in un gran bel smoking che avrebbe riscosso approvazione unanime in un qualsiasi locale della Unter del Linden nella Berlino fra Bauhaus, Brecht e avanguardie assortite. Ma non certo nella sicilianissima e ancora post medioevale Bagheria. Per farla completa, la vegliarda aggiunse un monocolo e un lungo bocchino con sigaretta turca fumante. Alla faccia dei suoi ottantuno anni (che quasi un secolo fa equivalevano ai novanta odierni, in base alla durata media di vita) si ergeva con fierezza di sguardo e portamento nel suo metro e settanta. Altitudine che non passava inosservata per una donna della sua remota generazione.

Al braccio conduceva il piccolo nipote abbigliato nel modo descritto. Decisamente una memorabile anticipazione dello spettacolo fu proprio l’apparizione di quell’inedita coppia. Se ne sarebbe parlato fino a Palermo nei giorni e settimane seguenti.

Fra un bagliore di speranza e il rischio di una delusione degli organizzatori, con tanto di loro insistenze telefoniche a prendere biglietti su biglietti, raccomandazioni ad amici e parenti, finì che tutti i duecento posti seduti si riempirono in appena una ventina di minuti. Un altro centinaio abbondante di persone si risolse ad assistere all’in piedi.

Ma ecco che l’arciprete, uscito a fumarsi una sigaretta quando mancava ancora una buona mezz’ora all’inizio del recital, si ritrovò sulle scale della chiesa circondato da centinaia di compaesani delusi di restar fuori, capì qual’era il da farsi. Ragionando meno da prelato che da primo direttore della neonata sezione bagherese dell’associazione “Amici della musica”, pensò bene di lasciare aperte entrambe le ante del grande portone della chiesa, facendo ascoltare la musica gratis praticamente a mezzo paese. Quale strategia migliore dell’offrire chidda musica strurusa 85 alla legione di scettici. Fu così che gli spettatori superarono agevolmente il migliaio. Lo si fosse previsto appena un’ora prima si sarebbe rischiato un paio di pernacchie di sfottò.

Alle 21 spaccate – precisione inaudita per quelle contrade – la cantante, il pianista e l’orchestra poterono dare il via al concerto.

Il programma era alquanto bislacco, come osservò con divertita bonarietà l’esperta prozia. Si partiva con tre splendide arie, rispettivamente da Vivaldi, Beethoven e Schubert – notoriamente non certo compositori lirici appassionati. Quindi si passava, senza il minimo fil rouge estetico, al quinto concerto per piano di Beethoven, il famoso Imperatore. Per concludere, appunto, con una quarta aria, la citata sublime composizione händeliana.

La soprano Mita Armida Dei Pardi, aristocratica ormai sessantenne, cantante lirica quasi per hobby, fu apprezzata con entusiasmo dal pubblico neofita, passando beatamente sopra un paio di stecche e un timbro quantomeno discutibile.

Il pianista, invece, era un ventenne slavo rifugiatosi in Italia con la famiglia per sfuggire ai pogrom.

Quanto a Vittorio, aveva ricevuto solo qualche vaga indicazione sulla collocazione temporale dei compositori e un accenno alla formazione e agli strumenti. L’esperta Vincenza, in quell’occasione quasi più di persone che di musica, seppe essere discreta, mettendo da parte qualsiasi invadenza pedagogica. Avrebbe rischiato verosimilmente di allontanare il ragazzino dalla musica che ascoltava per la prima volta in quell’improvvisata sala da concerto, ma dall’acustica perfetta. Alla vecchietta, che da tutta la vita era follemente innamorata di qualsiasi entità legata al far musica, poter osservare con discreta coda dell’occhio il pronipotino e le sue reazioni, divertite, poi interessate, quindi semplicemente di estasi (al momento della conclusione a firma di Händel) equivalse a godersi dieci concerti in una volta.

Era molto affezionata a quell’ometto di otto primavere, che gli faceva a volte venire il cruccio dell’età: lei era troppo smaliziata e intelligente per farsi un minimo problema degli anni che si accumulavano sul passaporto. Era anzi meravigliata di non esser “schiattata” già da anni e anni. Quando però pensava che il suo Vittorio sarebbe cresciuto senza che lei potesse nemmeno sperare di vederlo laureato, allora un velo di malinconia appariva sul volto rugoso da cui trasparivano tracce non scalfibili dell’antica bellezza.

All’uscita dal recital d’imprevista bellezza, Vittorio tacque pensieroso. La prozia, ancora una volta, percepì che aveva bisogno di silenzio e riflessione. Arrivati a Palagonia lo salutò con l’usuale bacetto sulla fronte. Ma quando stava per risalire in carrozza il bambino tornò indietro di corsa, le ingiunse di scendere e l’abbracciò con un trasporto degno del ritrovarsi dopo mezzo secolo di separazione.

L’animo della vecchia signora, solo apparentemente coriaceo e cinico, si piegò, proprio come fece lei per immergersi in quelle piccole ma già forti braccia, rese morbide dal cardigan appena inaugurato.

Risalendo in carrozza pregò il cocchiere di attendere un minuto. Il tempo di veder sparire Vittorio nel lungo viale di villa Palagonia. Per la prima volta, però, non lo vide correre spensierato ma camminare con calma. Da lontano lo si sarebbe potuto scambiare per un uomo maturo, nano e dall’incedere riflessivo.

84 pigrizia

85 quella musica strana

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