fbpx

Trascorsero altre due settimane scivolando senza scosse né picchi particolari, come fa il tempo quando decide di lasciar vivere le genti nella loro quotidiana atmosfera intrecciata di abitudini e fatiche prive di novità.

Vittorio studiava e faceva i compiti e si vedeva con gli amici Baldi, e in particolare con Eleonora. Lunghe passeggiate mano nella mano nel centro della città, dove pensavano di non incontrare nessuno di loro conoscenza. E naturalmente li videro, da lontano o da vicino, nell’ordine: dalla parte di lei, uno zio, la madre, un’amica della madre, perfino un fratello del padre – quasi fosse piovuto espressamente da Bologna soltanto per incontrarli da fidanzatini incoscienti delle ipocrisie dell’era adulta. Dalla parte di lui: i fratelli Vincenzo, Irene e Pepito (che sapeva già tutto senza alcun bisogno di confessioni del fratellino), il prof. Sinagra – che gli offrì un sorriso sarcastico di lucente dentatura latina – la citata signora Maniscalco del primo piano e un triscugino laterale il cui essere remoto lo poneva davanti agli abitatori di Villa Palagonia alla pari con un imperatore degli Antonini o la nonna di Schubert.

Se da parte D’Alessandro il muro d’omertà familiare fu a prova di carri armati, non altrettanto avvenne sul lato Baldi. Infatti, appena rientrata a casa l’amica della signora si peritò nell’ immediato di avvertire la madre di Eleonora. E lo fece con la classica telefonata di falsa nonchalance di chi fa finta di nulla nel medesimo momento in cui sgancia una novità come avrebbe fatto il “barone rosso” dieci anni prima. Le chiese come stesse – le due eleganti signore della buona borghesia palermitana e bolognese (rispettivamente) si erano sentite giusto il giorno prima. E dunque tanto la telefonata quanto, ancor più la strana domanda appensantita da un tono di falsa leggerezza, misero in lieve allarme la destinataria. Quando poi la suddetta amica (le virgolette se le meritò tutte in quell’occasione) chiese notizie esclusivamente della figlia quasi fosse unico prodotto filiale dei coniugi bolognesi appena trapiantati a Palermo, allora scattò la contraerea con i relativi allarmi.

<<Senti, mia cara, non girare attorno alla preda come una lupa affamata. Cosa devi dirmi?>>, le disse diretta.

<<Ma nulla di particolare, mia carissima. Una lupa io? Spero tu stia scherzando perché …>>, si allarmò l’amica.

<<Non sono interessata a scherzi di alcun genere, quanto a capire, se ci riesco, il perché di codesta telefonata. Dunque, ripeto: COSA DEVI DIRMI?>>, pronunciando le ultime tre parole con insolita energia nervosa. Sembrando preludere a un possibile sfogo rabbioso cui, ogni morte di vescovo, accadeva fosse soggetta la signora Baldi, la sua confidente non richiesta si affrettò a raccontare ciò che aveva visto in centro città proprio quel primo pomeriggio.

<<E allora? Mia figlia non ha forse il diritto di passeggiare in pieno orario postprandiale, non al buio, non in stradine pericolose con un coetaneo di liceo?>>

<<Ma…>>

<<MAAAA? Non farmi arrabbiare. Perché se hai altro da dire, allora procedi>>. Sibilò con durezza la mamma di Eleonora.

<<Dio mio, che toni, carissima. Lo sai che io …>>

<<Sto ancora aspettando il resto>>.

Il tono era diventato così freddo e marmoreo da essersi abbassato di non pochi decibel. Del resto, chi conosceva la padrona di casa di via Ricasoli 20, interno 12 sapeva fin troppo bene che non era sano oltrepassare quel livello di sopportazione. Pena il trasformare la suddetta elegante e fine signora in virago da competizione olimpica.

<<Insomma … ecco, erano mano nella mano e poi … si sono anche baciati>>

<<Sulle guance?>>

<<No di certo … cioè, si, anche lì. Ma anzitutto … e per ben tre volte, sulla bocca. Non so dire se con le labbra o addirittura con la … oh Dio … con la lingua>>.

Silenzio che durò alcuni secondi nel corso dei quali il fiato della spia era pari a quello di una persona afflitta da enfisema polmonare all’estremo stadio.

<<Va bene. Non mi sembra proprio di farne un caso di Stato. In ogni caso grazie di avermi avvertito. Naturalmente verificherò con i due diciamo così … scavezzacolli romantici>>.

E se ne uscì con una risatina alla cui autenticità nessun umano sano di mente avrebbe mai creduto.

<<Ci sentiremo prossimamente, buona sera>> e chiuse senza nemmeno dare il tempo all’interlocutrice impicciona di replicare.

La madre dei gemelli era, se non proprio furiosa, quantomeno profondamente scocciata da quella telefonata. I relativi pettegolezzi che quella cretina, ostinata nello spacciarsi per “amica” – e che da quel giorno sarebbe stata conseguentemente rasa al suolo dal novero dei veri amici di casa Baldi – avrebbe sguinzagliato per mezza città come una muta di cagnacci affamati avrebbero creato non pochi problemi. Ma a chi? Si sarebbe potuto chiedere un buon numero di persone che, fra Palermo, Bologna, Parigi, Londra, Roma e Milano, conosceva la famiglia e ne apprezzava anzitutto lo spirito di mondo, l’anticonformismo in stridente anticipo sui tempi. Il vero punto dolente, una sorta di coltellino che scavava indomito nel meraviglioso petto della padrona di casa fino alla regione cardiaca, era la contraddizione. Entrarvi dentro rischiava sempre di equivalere a una prigione mentale che sarebbe durata qualche settimana, densa di umiliazione e stato quasi confusionale. Una delle realtà familiari cui maggiormente teneva, lei ancor più del marito, era proprio la potente batteria di cannoni e torme di fucilieri agguerritissimi sempre puntati contro la morale piccolo borghese, l’ipocrisia tardo vittoriana, la crociata per la temperanza. Dopotutto, si diceva anche quel tardo pomeriggio dopo la fastidiosissima telefonata di quella cretina, che accidenti mi sono sposata a fare contravvenendo all’aut-aut del duro padre se poi devo mettermi in allarme. E per cosa poi? La signora Baldi mise da un lato la guerra che fece ai genitori per potere sposare quell’eccentrico e fascinoso giovane che al ritorno sarebbe stato il suo legittimo sposo, con alle spalle decine di discussioni, scontri, minacce di essere diseredata, calunnie soprattutto di suo padre con il suddetto signor Baldi. Che fosse privo di titolo nobiliare non era certo l’ultimo indizio grave a suo carico.

Infatti la signora Baldi da signorina faceva Luisa Maria Carla dei Valzania e conti di Subbiaco. Mentre il futuro marito risuonava in un istante con il suo umilissimo Alberto Baldi. Un lungo fiato necessario a pronunciare quella elegante processione di nomi e cognomi, a fronte di un ruttino per chiamare quello screanzato incosciente.

Tutto questo e altro ancora – che galleggiava nell’amareggiata ma sempre orgogliosa memoria della giovane contessa di Subbiaco – messo accanto al bacetto, anzi, ai tre bacetti e allo scodinzolare in coppia in pieno centro palermitano da parte di sua figlia e del suo ormai amichetto del cuore … beh, l’accostamento evocava nella testa stanca di Luisa Maria eccetera alcuni aggettivi particolarmente evidenti: ridicolo, beghino, vittoriano, ipocrita, incoerente, contraddittorio. E via soffrendo e stizzendo di rabbia. In fondo non certo contro la figlia, o il ragazzino così ben educato e grazioso, men che mai con quel simulacro di virago da quattro soldi dell’ex amica ciarliera telefonica. Bensì proprio con sé stessa. Era un affare fra Luisa e Luisa. E non poteva sfuggirvi se non affrontando i due ragazzini forse innamorati.

A questo scopo decise di esporsi telefonando alla migliore pasticceria palermitana per ordinare un’affollata guantiera di paste e pastelle e bigné e altre esiziali meraviglie per assassinare diabetici. Dopodiché disse, anzi, dal tono ordinò alla figlia di far venire un pomeriggio della settimana già in corso (si era a giovedì, dunque non c’era scelta) il <<ragazzino rosso>>. La definizione usata da sua madre diede fastidio alla ragazzina figlia.

<<Guarda che si chiama V-I-T-T-O-R-I-O>>, replicò piccata. Il dare del “tu” ai genitori era uno dei numerosi simulacri apposti alla – per loro defunta – mala educazione vittoriana.

<<Ragazzinaaa? Ci sento bene, chiaro?>>. Il tono di voce questa volta era proprio inequivocabile, spingendo Eleonora a più miti consigli. Si limitò a dire che avrebbe riferito a Vittorio l’invito. Stava per dire <<la convocazione>> (come si fosse nella Regia Questura) ma si guardò bene dal mutare il pensiero in parole. La mamma era già abbastanza tesa, in un modo raramente visto dai figli. Poiché in famiglia veniva discusso tutto davanti a tutti i membri era presente anche Mirko. Il suo sguardo affilato come quello di uno sparviero in attesa di piombare sulla marmotta da gustarsi per pranzo.

A scuola, l’indomani mattina, davanti al cancello lei riferì al suo lui il suddetto invito sotto forma di aut aut. E Vittorio, che aveva già capito, accettò senza fare una piega. Per il resto della giornata scolastica non si videro più – il primo pomeriggio erano entrambi impegnati in palestra lei, con un compito d’italiano lui.

Alle cinque il ragazzino si presentò in via Ricasoli 20, piano IV, interno 12 in compagnia di una sensazione d’imminente pericolo. Pensava a un misto di processo penale, inquisizione, esame medico. Era facile prevedere che il giudice sarebbe stata la mamma di Eleonora: al di là del fatto che la maggior parte della settimana il papà era in viaggio per lavoro in mezza Italia, spesso anche in Europa, Vittorio sapeva bene dalla ragazza che in famiglia questioni relative alla vita privata dei figli erano appannaggio esclusivo e tacito della padrona di casa. A sentire la ragazza sia perché il padre manifestava tanto cordiale affettuosità, quanto scarsa presenza e partecipazione alla quotidianità quando questa si tingeva di colori scuri, scaturiti da termini come “problemi, questioni, decisioni, dubbi”.

Il primo anno di matrimonio il conte fu già estremamente chiaro come ghiacciata acqua di fonte alpina: gli bastavano (e avanzavano) le questioni attinenti il tran tran lavorativo, la delicatezza di tanti aspetti legati alla finanza internazionale, agli ardui equilibri da conquistare e poi salvaguardare nello spazio diplomatico dell’Europa post 1918. A questo punto, l’allora ragazza da poco andata orgogliosamente in sposa contestando l’accanita resistenza della coppia aristocratica padre/madre, si rese conto che forse il tanto desiderato neo-sposo non era poi questo straordinario personaggio indipendente e anticonformista. Se nemmeno voleva, e sin dall’inizio del ménage coniugale, prendere in considerazione di sobbarcarsi un minimo sostegno alla coniuge e imminente madre dei figli nella loro futura gestione, allora forse si era in minima parte sbagliata sul conto di cotanto uomo. E all’inizio fu quasi un tocco di normalità a carico del suddetto; ma in seguito di tocchi di normalità ne seguirono altri, e poi altri ancora, e poi forse anche un po’ troppi; mentre la gigantografia maritale insediatasi nell’inconscio della deliziosa giovane aristocratica emiliana veniva schizzata di escrementi da sempre più piccioni di passaggio, irrispettosi ma in fondo realisti e disillusi. Così, anche gli anni successivi furono per lei sempre più ispirati, poco a poco, a realismo e disillusione, pur mantenendo il rispetto a livelli del tutto tollerabili.

Suonando alla porta di casa – il portone l’aveva trovato socchiuso – il piccolo D’Alessandro si accorse di un lieve tremito alla mano destra. Gli accadeva sempre prima di un’importante interrogazione in classe o per una rara ramanzina a casa quando era più giovane. Sapeva che non sarebbe certo crollato e che in fondo loro due non facevano nulla di male – salvo qualche lungo umidissimo bacio da adolescenti affamati. Eppure, la sola remota possibilità di non riuscire a tener testa alla genitrice della ragazza, che ormai sapeva di amare profondamente e quasi pericolosamente, era un’immagine intollerabile.

All’ingresso trovò la stessa Eleonora, particolare che contribuì a mitigare l’ansia che lo percorreva, come un silenzioso caimano che nuota sott’acqua ma può saltare fuori all’improvviso a fauci spalancate.

Per evidente precauzione lei non lo salutò se non a voce. La signora era in cucina a preparare thè e biscotti.

Una volta in salotto Vittorio si trovò immerso in una luminosità attenuata rispetto all’abituale elegante dispendio di corrente elettrica simile al salone di una prestigiosa caffetteria.

Sprofondò nella sua poltrona preferita, leggermente cigolante, con evidenza la più vecchietta eppure accogliente come nessuna delle altre avrebbe mai potuto essere. Il pomeriggio dopo il primo bacio Vittorio si era divertito a sedere a turno e per un minuto esatto su ciascuno dei posti disponibili – fra poltrone e divano ne collaudò oltre una decina.

Dopo un minuto e passa denso di soli sguardi fra i due ragazzi, si materializzò la contessa Baldi con l’abituale fruscio della veste da casa color amaranto. Senza ombra di trucco, i capelli castani ondulati ma non ricci sparpagliati su spalle e petto con fine casualità, Vittorio si trovò ad ammirarla come mai prima. Era una donna quantomeno splendida, dal taglio degli occhi di decisa forma orientale alla pelle morbidissima senza alcun bisogno di sfiorarla, dal ritmo dato ai passi elastici alla voce velata dalle numerose sigarette divorate ogni giornata che Dio mandava in terra – tutte rigorosamente turche o egizie. Infatti se ne accese subito una. E il fatto assai strano che gliene offrisse una mise Vittorio sull’avviso di trovarsi di fronte a una signora quarantenne perlomeno turbata. Un ragazzo di quattordici anni nel 1927 fumava come fatto del tutto normale, da non meritare sguardo alcuno per strada, esclusivamente se fenomeno socialmente ristretto: dunque, se appartenente a una delle categorie ricomprese fra carrettieri e garzoni, scaricatori di porto e magazzinieri, vetturini e ragazzi di negozio con varie quanto umili mansioni. Le poteva essere saltato in mente solo se equiparava il ragazzo che sua figlia adorava al popolino ignorante e rozzo; oppure se si trovava con la mente obnubilata da gravi pensieri che certamente riguardavano loro due come coppia, seppur prematura per l’epoca.

Vittorio dunque aveva da preoccuparsi di più o forse di meno?

Cercò di essere sé stesso e mostrarsi il più possibile degno di fronte all’amore della sua giovanissima vita.

Presero il thé in deliziosa mistura fatta apposta a Ceylon e che certo in poche decine di altre abitazioni sarebbe stato possibile reperire nella Palermo di quella decina d’anni susseguenti la Grande Guerra.

Stanco per il compito d’italiano, nemmeno rientrato per pranzo a casa, consumato uno svogliato panino imbottito dal panettiere di fronte il liceo, Vittorio si sarebbe divorato due vassoi di biscotti; anche fossero stati ripieni di polvere di ferro e tabacco da masticare. Ma riuscì a dominarsi, pur di fronte a quelle cialde tiepide di cacao che sgocciolava eroticamente o ai bignè napoletani intrisi di panna e rhum leggero. Oltre che a far buona figura, era troppo curioso di conoscere il motivo di quella elegante quanto rischiosa convocazione a “palazzo” – come a volte chiamava con Eleonora la loro abitazione  elegantemente depositata in fondo al salotto di Palermo, il viale della Libertà.

Quando nel grande salone si materializzò la padrona di casa Vittorio ebbe la percezione del suo muoversi, osservare, respirare perfino, proprio da padrona di quei luoghi di raffinato silenzio.

Malgrado l’insicurezza che si sentiva ronzare nelle ossa, il ragazzo era meravigliato che solo in quel momento, dopo oltre due mesi di amicizia con Mirko e ben oltre con Eleonora, avesse l’occasione di conoscere colei che aveva messo al mondo quella morbida e dolce creatura che dentro di sé lui chiamava <<il mio amore>>.

La signora gli porse la mano che non esitò a baciare con un’eleganza, tanto inattesa quanto apprezzata dalla destinataria. La figlia restò sbalordita dal gesto: non lo avrebbe mai creduto capace di una simile etichetta da gran mondo.

La madre ebbe occasione di alzarsi alcune volte – fra portar dentro altri biscotti e dolciumi vari, rispondere al telefono o alla porta di casa. E ogni volta, osservò la figlia, l’ospite quattordicenne si alzava, per poi ripetere il gesto e restare in piedi fin quando la signora non si era nuovamente seduta.

Maria Luisa Baldi Castoldi all’inizio si fece chiamare <<contessa>>, per poi passare al più prosaico <<signora>> e infine concludere con un <<chamami Maria, magari mantenendo il voi>>. Per Eleonora, figlia dell’una e amichetta dell’altro, quel pomeriggio fu come scoprire un doppio volto inedito di entrambi. Dunque, una volta a letto faticò a prender sonno galleggiando in un mare scuro di perplessità, eppur ritmata da una consistente dose d’ammirazione per entrambi.

Fra madre e fidanzatino della figlia si svolse un gioco di astuzia e cortesia, iniziale sospetto e conclusiva stima. Malgrado a quei tempi il solo concetto di “stima” tributato da una quarantenne dell’aristocrazia finanziaria d’Alta Italia per un adolescente della piccola borghesia di paese del Sud e Isole sarebbe risuonato come un assaggio alla messa domenicale di musica dodecafonica, al posto della consueta sequela di nenie ecclesiali.

La signora cominciò a chiedere qualcosa sulla famiglia da cui proveniva il giovanetto, il paese, gli studi. Vittorio risultò un misto di precisione, dialogo esaustivo e cortese, tono rilassato. In effetti, man mano che percepiva il distendersi graduale dei lineamenti sullo splendido viso di Maria Castoldi, nella medesima misura si tranquillizzava lui stesso, pensando bene a quanto rispondeva. Si era accorto che dietro il paravento di bellezza e signorilità, si celavano vivace intelligenza e profonda conoscenza di come funziona il mondo degli umani.

Il dottor Natale venne dipinto dal figlio minore con sincera partecipazione, cogliendolo in tante sfumature di umanità e carattere poco ciarliero, spirito di sacrificio e forte personalità. Arrivò a raccontare qualche episodio di solidarietà che il medico condotto non considerava speciale, facendo per lui parte integrante della professione/missione di medico di un paese assai povero, in gran parte analfabeta, abitato quasi interamente da pescatori, contadini, manovali, disoccupati, precari.

Al termine di quei brevi quanto intensi racconti Vittorio si accorse di un paio di lacrime che galleggiavano nelle luminose pupille della padrona di casa, spinta dall’adolescente sulla via della commozione.

Eleonora, dal canto suo, non riuscì a percepire bene se si trattasse di un’abile strategia seduttiva o di un autentico trasporto da parte del suo amato. In ogni caso, l’incertezza si risolse in ammirazione verso quel misto di maturità e passione in un appena quattordicenne.

Per quanto riguardava Vittorio, si rese ben conto della propria superiorità di siciliano e paesano, ragazzo di buona famiglia e al contempo esperto della vita reale made in Bagheria, grazie ai suoi amichetti bagheresi prima, e liceali palermitani poi. A cominciare dall’apprendistato di strada esemplarmente gestito dalla coppia fratellesca Musumeci Pietro e Musumeci Carmine.

La descrizione che seguì dell’incontro fra i figli dei Baldi e il figlio minore dei D’Alessandro fu un piccolo gioiello di poesia e potenza espressiva. Tanto che la donna arrivò a chiedere al ragazzo se scrivesse racconti o poesie. Vittorio sorrise arrossendo leggermente – particolare che lo rese ancora più attraente alla coppia matre-filiale; rispose che ci avrebbe provato senz’altro, ma solo di lì a un paio d’anni ancora di letture delle opere altrui.

Ed eccoli finalmente giunti al punto più spinoso e imprevedibile di ciò che aveva esordito come interrogatorio, ormai mutatosi in chiacchierata salottiera, grazie alle insospettabili arti affabulatorie di Vittorio D’Alessandro. Il rapporto fra lui ed Eleonora Baldi, la loro giovanissima età, l’epoca non certo disposta a tollerare quasi nulla che oltrepassasse le rigide colonne d’Ercole dell’amicizia fra adolescenti di sesso opposto. Ecco il punto che lo attendeva.

Vittorio attese di capire, giustamente, dove volesse andare a parare la signorile mamma. Quindi, avrebbe aggiustato il tiro di conseguenza. Restava da vedere se lui ne sarebbe stato capace. Il solo pensarci rischiava di fargli ritornare la tremarella d’esordio. Allora s’impuntò con sé stesso per concentrarsi sulle proprie precedenti piccole vittorie. Del resto, aveva capito di <<non voler mettere nel sacco la madama>> – come suggeriva suo fratello Pepito nei risicati minuti in cui si erano parlati in tarda mattinata. Era venuto a salutarlo, un po’ preoccupato: non lo vedeva più da giorni e giorni. In quel momento Vittorio si confidò, accennando al gravoso impegno pomeridiano con la mamma della sua amica.

<<Interrogatorio in vista. Tieni duro, non negare e sii te stesso>>, si era limitato a dirgli il fratello appena più grande, abbracciandolo e sparendo di corsa fra la folla di studenti a fine intervallo. Vittorio ci rimase e nel senso migliore, visto che Giuseppe era decisamente il meno espansivo fra l’intera collezione di maschi di casa. Dunque, ci teneva a lui e non si era limitato a farfugliare dieci parole a vanvera.

<<Maria ecc…>>, come a volte Vittorio si divertiva a chiamarla di fronte ad un’Eleonora che sorrideva con aria di apprezzare, fissando negli occhi azzurrissimi il ragazzino con lentiggini e criniera rossiccia, decise di spostarsi sull’argomento tabù di quel tardo pomeriggio. Quasi le dispiaceva farsi artefice del mutamento di atmosfera, da gradevole e imprevista, in seria e a rischio cupezza, o peggio. Capì che quel ragazzo le piaceva, che sua figlia ne era pazza. E quindi sarebbe stata ben contenta, lei, donna quarantenne, di mondo, aperta alle novità culturali, anticonformista, atea, di mandare a quel paese la pseudo amica che si era permessa di telefonarle il giorno prima per spifferare del bacetto intravisto fra i due ragazzi in piena via Maqueda.

Restava da capire, o almeno provare a farsi una prima impressione, se Vittorio volesse veramente bene alla sua amatissima figlia. Se infatti <<Maria ecc…>> risultava a volte veleggiare al di sopra della mera vita quotidiana, immersa nel proprio mondo di poesia vissuta e privilegi mai esibiti, viaggi remoti e disprezzo profondissimo per quell’Italietta, giolittiana prima e fascista adesso, per i due figli avrebbe fatto letteralmente cose di pazzi per garantirne incolumità fisica e psichica, per evitar loro il massimo possibile di dolori e delusioni. Seppur al di là di una porzione minima che sarebbe servita loro per crescere non nella bambagia bensì in una realtà di benessere, mai fuori dal mondo del 95% degli umani qualunque.

<<Adesso rispondimi solo in un modo, ragazzo: con S-I-N-C-E-R-I-T-A’>>.

<Ma certo, Maria, figuratevi>>.

Vittorio aveva ripreso il viso serio e concentrato d’inizio colloquio.

<<Bene …. dunque, Vittorio, tu vuoi VERAMENTE bene a mia figlia?>>

<<Non riesce a rendere l’idea vera parlare di “voler bene”. Vi prego di non ridere, Maria. Pena l’offendermi come peggio non potreste>>.

Il ragazzo adesso fissava dritto negli occhi la sua ragazza. Proprio come la madre di lei fissava lui da un lunghissimo momento.

<<È la prima volta che lo dico. Non solo a voi, Maria, ma anzitutto a vostra figlia….>>.

Si dovette fermare qualche secondo per rifornire d’ossigeno un petto stremato dalla prova psichica che stava vivendo quel pomeriggio, in cui la sua data anagrafica sembrava essere improvvisamente spostata indietro di parecchi anni.

<<Eleonora, potrei dirti tante cose che sento per te, ripensare al nostro primo incontro, a quanto ho sofferto quella settimana di ottobre in cui non ci siamo visti e tu sembravi avercela a morte con me. Ma … niente, non ho niente altro da dirti. Se non tre sole parole, infinite eppure semplicissime: IO TI AMO>>.

Il viso doveva essere rosso vulcano perché lui aveva la sensazione che stesse da un momento all’altro letteralmente per prendere fuoco. Era così preso da ciò che aveva detto mentre si perdeva, mai come fino ad allora, su quel territorio d’infinita bellezza, al di là d’ogni parola, che era il viso di Eleonora.

<<Non c’è età se si sente davvero quel che tu hai detto a mia figlia adesso, con me qui davanti…. Mi hai fatto muovere qualcosa dentro con la tua spontaneità … che, beh, ecco… voglio dirti che sarai sempre il benvenuto qui da noi. E che se la vostra storia d’amore maturerà, e, alla faccia di difficoltà che dovrete vivere, riuscirà a proseguire nel tempo, allora potrei anche finire con l’accoglierti … quasi come un terzo figlio. Così com’è altrettanto vero che se tu dovessi per caso far del male ad Eleonora, in qualsiasi forma o per qualsivoglia motivo … allora ti strapperò la pelle centimetro per centimetro e ti farò pentire di essere venuto al mondo. E adesso abbracciami e tornatene a casa di corsa che è tardi. Altrimenti tua madre si potrebbe preoccupare>>.

Vittorio si gettò commosso fra le braccia della donna più raffinata che avesse mai conosciuto nella sua pur breve esistenza. Venne accolto per alcuni secondi in quella soffice veste da casa che si prolungava in un paio di pantaloni di alpaca – qualcosa di mai visto prima all’epoca. Un misto fra odore di pelle e profumo parigino ebbe l’effetto di stordire il ragazzo, che per un’istantanea eternità dimenticò l’esistenza della figlia da lui amata e generata da quell’antro di morbidezza profumata.

Quindi scappò via seguito da Eleonora che con un cenno d’intesa fece capire a sua madre che lo accompagnava giù al portone.

E lì finalmente si persero l’uno nell’altra in un bacio mai così voluttuoso e intenso, con gli occhi umidi di qualche lacrima particolarmente salata.

L’indomani, restarono intesi, si sarebbero visti a pranzo soli soletti alla mensa dei grandi magazzini in via Roma, la già nota UPIM da Vittorio ammirata un paio di anni prima.

Ritornare a casa in bici, traversando l’intera città, cenare parlando di chissà quali amenità quotidiane, piombare sotto le coperte: tutto si svolse in uno stato di assoluta trance. Chissà allora che il mondo dell’amore non fosse poi un’incomprensibile sterminata foresta di fantasmi che si parlavano con la lingua dei sogni, pensò Vittorio prima d’immergervisi vinto da un sonno d’acciaio che nulla e nessuno avrebbe mai scalfito.