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Il risveglio glielo diede sua madre – la sveglia era a riparare dall’orologiaio di piazza Stazione. Il caffelatte fumante per la prima volta non gli scottò il palato, mentre perfino lavare i denti fu un insolito piacere. Sbagliò calze, infilandosene una blu e una grigio scura. Fortunatamente, sia per la tinta non troppo dissimile che per la lunghezza del pantalone, nessuno sembrò accorgersene. Naturalmente la sera se ne accorsero, eccome, grazie alle risate materna e ziesca, che allietarono insolitamente l’inizio cena.

Dopo una decina di minuti di cammino riscaldato da un sole fin troppo deciso per l’ora e la stagione, fu raggiunto da un colpetto alle spalle dell’amico Gino. Per una volta si era preparato assai bene in latino. Almeno a sentir lui. In effetti era stata a trovare i suoi una zia molto brava in latino e anche in greco antico; l’aveva praticamente sequestrato da dopo pranzo fin quasi a mezzanotte costringendolo a quello che Leopardi – spesso citato dalla zia monaca Castronovo – avrebbe definito “studio matto e disperatissimo”. Ma di vagamente disperato sul faccione da impenitente del ragazzo, Vittorio non scorse alcun segno. Al di là di comprensibilissime occhiaie di chi, quella notte, aveva dedicato sin troppo poco tempo al regno di Morfeo.

Quel giorno per la prima volta il terribile Sinagra si sarebbe dilettato nella sua amatissima attività d’inquisitore di “latinorum”. Se a Vittorio non era mai piaciuto, ancora meno a Gino, sonoramente bocciato due volte grazie a matematica e latino. Ma chissà che grazie alle torture della zietta non avesse fatto inversione a U nella sua tormentata vita di studente liceale.

Una volta in aula ebbero il tempo di ripassare per una mezz’ora, fra l’anticipo che avevano guadagnato allungando il passo e il leggero ritardo nell’apparizione del loro Torquemada di classe.

Con movenze malignamente silenziose si materializzò il suddetto, senza che nessuno lo avesse sentito arrivare. I dodici studenti (due erano assenti; per sfuggire al terzo grado?) si trovavano tutti chini su libri e quaderni. Un sardonico Buongiorno risuonò metallico nella grande aula, decisamente sproporzionata rispetto al piccolo gregge di allievi. In genere costoro apprezzavano l’ampiezza, spesso spostandosi da un banco all’altro al cambio di docente. Ma in quella situazione la comodità, l’assenza dell’angustia propria di molti locali di formazione in quei tempi, veniva percepita come rappresentazione della sconfinata paura che ingenerava il prof. Sinagra dotato delle sue celeberrime severità e pignoleria.

Eppure, si produsse un qualcosa che dall’intervallo si diffuse poi in tutto l’istituto. Tanto Vittorio, quanto ancor più Gino – considerato alla stregua di un semianalfabeta – risposero quasi con tranquillità alla quindicina di domande assai puntute del docente. Il viso del vicepreside prese allora a mutare aspetto, passando da uno sguardo glaciale, sul quale avrebbero ben potuto penzolare alcuni frammenti di calotta polare, a una vaga e poi sempre più consistente disposizione dei denti e delle labbra che si potè definire, e per la prima volta dall’apparire di quel terrore fatto maestro, un sorriso.

La vera notizia che rimbombò fin nei recessi mai abitati del liceo fu che Sinagra fosse stato spinto verso i territori sorridenti dell’umano vivere. Quasi i due ragazzi fossero riusciti a fargli assumere mescalina in quantità industriale o a farlo ballare guancia a guancia con un rude marinaio sovietico. Ancor più che i pur sonanti 8 per D’Alessandro Vittorio, di Natale e 7 per Sacco Gino, di Pietro, assegnati dal docente vergati con la sua lussuosa stilografica Parker a inchiostro nero sul misterioso registro, che mai umano aveva semplicemente intravisto. Al di fuori del suo proprietario e autore.

I due ragazzi erano visibilmente sconcertati, come sospesi da quella realtà ai limiti del fantascientifico. Soprattutto Gino che ovviamente ben conosceva Sinagra e le sue infinite risorse di occhiuta severità.

Ma anche Vittorio si era ormai calato nell’atmosfera e nei riti e nelle leggende di quello che sembrava, più che un liceo scientifico della Sicilia nel 1927, un castello esoterico nella Normandia del 1300. Ebbene, quel mattino loro due erano riusciti a recitare correttamente la preghiera dei morti; il giovane D’Alessandro perfino cogliendone le più nascoste assonanze e i raffinati echi etimologici. E il gran maestro mostrava di aver profondamente apprezzato.

SIGNAGRA AVEVA SORRISO! Nella pausa si diffuse come un lampo inafferrabile questa notizia, poi seguita dai risultati ottimo di Gino ed eccezionale di Vittorio, conseguiti quella prima mattina. Da considerare che otto era di gran lunga il massimo concesso da un Sinagra particolarmente soddisfatto della preparazione di uno studente. Il ragazzo di corso dei Mille si rese conto per la prima volta in quei giorni che la lontananza da Eleonora dopotutto gli aveva fatto guadagnare potentemente la voglia di mettersi sotto con quel dannato latino. Certo non si sarebbe mai aspettato di superare di ben due punti la sufficienza: tanto lo avevano psicologicamente preparato i suoi compagni di classe e di altre sezioni, tale era la fama infame di quel torturatore da cattedra.

Festeggiarono in una trentina: tutta la classe e altri coetanei sparsi, oltre all’onore di avere ospiti due “vecchi” addirittura di quinta liceo.