L’essere umano è spesso preda di contraddizioni che rischiano di renderne opaca la coerenza e la reputazione. Era proprio il caso di zio Fefé: da un lato intellettuale, studioso e, quando gli garbava, docente universitario, mantenne per tutto il ventennio una profonda fede socialista e antifascista; d’altro canto, però, indulgeva nella passione per le belle auto e i vestiti eleganti.

Di carattere era molto coraggioso e dotato di forte personalità, oltre che di fisico imponente; motivi più che sufficienti perché la stragrande maggioranza degli uomini lo trattasse con rispetto e un certo timore reverenziale. Mentre alle spalle lo mettevano alla berlina per il suo essere al contempo politicamente di sinistra e alto borghese nel modo di vivere. Le sue scelte oggetto di quelle feroci critiche, peraltro, erano circoscritte all’abbigliamento e alle automobili. A Torino abitava addirittura in una popolare casa di ringhiera, avendo come coinquilini operai della Fiat e garzoni, meccanici e un paio di disoccupati. A Lione condivideva con un collega viennese un modesto bivani. Quanto a Palagonia, occupava due tranquille stanze assieme alla moglie, al secondo piano. Eppure, non mancavano compaesani che sparlavano del prufessuri russu, com’era soprannominato in ambienti apolitici o di destra.

Al rientro dagli undici lunghi anni d’insegnamento in Piemonte e Francia del Sud fu proprio lui a nutrire gli affamati Vittorio e Pepito di storie sul periodo delle lotte operaie torinesi. Naturalmente all’insaputa degli altri adulti di Palagonia: col regime fascista ormai in via di rafforzamento, soprattutto dopo la soluzione della crisi seguita al delitto Matteotti, figurarsi se si poteva concepire uno zio che si mettesse a raccontare per filo e per segno ai nipoti (fra gli undici e i quindici anni) di Gramsci e del “biennio rosso”, del neonato Partito Comunista d’Italia di e Ordine Nuovo, di Gobetti e della Rivoluzione Liberale.

Iniziò tutto per caso, come spesso capita con gli avvenimenti che decenni dopo mostreranno tutta la loro preziosità nel fuoco dei ricordi. Una sera d’agosto 1924 il caldo galleggiava oltre i trenta gradi, pur essendo già le dieci passate. Il grosso dei familiari si era ritirato a cercare requie nelle stanze da letto, relativamente fresche grazie alle spesse mura del XVIII secolo. Rimasero a chiacchierare del più e del meno proprio loro tre. Pepito che ne profittava di nascosto per fumare una bella Macedonia senza filtro, Fefé che si godeva un buon sigaro svizzero comprato in uno dei suoi viaggi europei, e Vittorio che mangiucchiava cioccolata, anch’essa svizzera, frutto del medesimo viaggio.

Dopo un breve silenzio in cui si percepivano soltanto i rumori prodotti dal fumare e dallo sbocconcellare, fu Vittorio a uscirsene con questa fatidica osservazione:

<<Zione, ma tu che viaggi, insegni, scrivi, soprattutto dici sempre quello che pensi, non ti sembra che ‘sto cavaliere Mussolini e i suoi, tutti vestiti di nero, con i manganelli e le bandiere col teschio e le tibie sono … una banda di viddanazzi malo cresciuti? 46>>.

Il viso ancora infantile del piccolo di villa Palagonia si fece ancora più rossiccio del normale per l’ardire di esprimersi in quel modo. La luce della dozzina di candele sul tavolo ne illuminarono anche lo sguardo che pendeva letteralmente dalle labbra del fratello di donna Maria Castronovo. Unico adulto di villa Palagonia che si facesse dare del “tu” da ragazzi e bambini.

Anche Pepito, che fino a un attimo prima se ne stava stravaccato sulla più comoda fra le chaises longues – in genere occupata dal culone di zia Amelia – si rizzò seduto, come per ascoltare comunicazioni che gli avrebbero cambiato la vita da adolescente inquieto, ancora in cerca della propria strada.

<<Bocca cucita su quello che vi dico adesso, mi raccumannu, picciutteddi 47!>>

Lo sguardo profondo dello zio fece abbassare più volte le teste dei due nipoti, che per di più giurarono unendo indice e medio della mano destra e baciandone l’interno e l’esterno.

<<Allora … >> lo zione si accese un secondo sigaro, tossicchiò e si sistemò ancora più comodamente sulla poltrona tirata fuori dallo studio di suo cognato Natale, al pian terreno. Mostrava già tutta l’intenzione di passare mezza nottata in quel caldo silenzioso parco. Avrebbero potuto benissimo trovarsi nel giardino di un grande albergo fuori Saigon o Giakarta. Luoghi ameni dove ristagnava lo stesso avvolgente umido che, alla lunga, riesce a piegare con bollori e gradevole spossatezza anche il più ostinato fra i colonialisti europei.

<<Per me Mussolini pericoloso assai è. Vi chiedo una cosa, che dovrebbe bastarvi non a dire che ho ragione, ma semplicemente a capire che è così nella realtà. A scuola, da te, Pepito, alle medie di Ficarazzi, e poi da te, Vittorio, alle elementari qui di Bagheria, sul muro dietro la cattedra del professore e quella del maestro, sono appesi dei ritratti, giusto?>>

<<Si, zu Fefé>>, risposero in coro i due ragazzi.

<<E chi sono quei “personaggi”, chiamiamoli così?>>

<<Dunque, c’è il crocifisso, quindi Gesù bambino …>> iniziò Vittorio.

<<Cristo, Gesù Cristo, ‘u fissa chi si. Gesù bambino è nel presepe>>, ridacchiò Pepito, subito zittito dall’adulto che con un gesto della mano invitò il piccolo a continuare.

<<E poi c’è il re Vittorio Emanuele III. E infine … ah, si, il presidente del governo, il cavaliere Benito Mussolini, duce del fascismo>>, impettito il piccolo omonimo del monarca ripeteva la tiritera sui titoli del dittatore, insegnata in classe fino all’esasperazione. Del resto, il maestro Vicari era un notorio fascio della prima ora: forse l’unico siculo fra i partecipanti alla riunione fondativa del Fasci di combattimento, nel 1919 a Piazza San Sepolcro a Milano. Quando lo indicavano come “sansepolcrista”, non per nulla, l’insegnante elementare era tutto ringalluzzito e si lisciava pizzo e baffi, copia di quelli di Italo Balbo, il più ammirato dei quadrunviri della “marcia su Roma”.

Quanto al nome, in effetti Natale D’Alessandro il ventotto ottobre 1913, davanti all’ufficiale dell’anagrafe, aveva avuto la debolezza di chiamare il suo ultimo figlio Vittorio Emanuele, in evidente ossequio al monarca savoiardo.

<<E bravo, Vittorino>>. Fefé era l’unico, autorizzato dallo stesso nipote, ad apostrofarlo ogni tanto con quel diminutivo. L’unica che c’avesse già provato, una zia di secondo grado, diede un puffetto a <<Vittorino>> di appena quattro anni; e si beccò un fulmineo calcio negli stinchi che la mandò addirittura stesa a terra, dolorante e urlacchiante. Vero è che il bambino venne rinchiuso nella stanza dei piccoli fino all’indomani mattina, senza merenda né cena. Ma è altrettanto vero che da quel giorno nessuno osò più chiamarlo con un qualsivoglia diminutivo. Tranne l’amatissimo Zu Fefé che era capace di conquistare qualsiasi bambino. Semplicemente trattandolo come un adulto pensante, anziché come una scimmietta cerebrolesa.

<<Allora, a voi che ve ne sembra di un uomo che si fa fotografare e poi distribuire in milioni di esemplari in tutti gli uffici, scuole, università, stazioni ferroviarie, porti, ospedali d’Italia? E per giunta accanto al re e addirittura a quello che passa per essere ‘u figghiu du Signuri>>

Se i genitori di Pepito e “Vittorino” avessero sentito il loro parente stretto parlare così di Gesù, per di più in dialetto, avrebbero probabilmente impedito per un bel pezzo i contatti fra zio e nipoti. Ma la nottata prometteva libertà assoluta di ragionamento ed eloquio per loro tre, in absentia di altri rappresentanti adulti della nutrita comarca di villa Palagonia.

In realtà allo zio non interessava affatto la sciocca propaganda, influenzare i nipoti imponendo sottilmente le sue idee. A farlo, purtroppo, ci pensavano già scuola e catechismo, spesso famiglia e parentado; e magari anche i compaesani. Certo, chiunque avrebbe portato a difesa di questi ultimi il silenzio e la presa di distanza da temi sociali e questioni politiche. Figurarsi gli “affari religiosi”. Ma sono altrettanto veri sia il proverbio <<chi tace acconsente>>, che la procedura del “silenzio assenso”, in uso nel diritto amministrativo. E come la mafia da secoli, così il fascismo si avvale proprio dell’omertà, della gente che volta la faccia dall’altra parte rispetto a ingiustizie, torti, illeciti, crimini. Per lo zio i nipoti tutti, cominciando da Pepito e Vittorio, erano preziosi quasi come fossero figli suoi.

Dunque, educare alla libertà, all’eguaglianza, alla giustizia significava contemporaneamente due cose nei primi anni Venti, in Italia e non solo: dal punto di vista dello Stato un’attività pericolosamente prossima alla sovversione dell’ordine costituito già in epoca giolittiana, per non parlare di quella mussoliniana; mentre per Fefé rivestiva il valore incommensurabile di una Bildung (formazione – gli piaceva dirlo alla tedesca, naturalmente senza che nessuno lo capisse).

Le risposte dei due ragazzini alla domanda ziesca furono le seguenti.

Pepito:

<<un cornuto accanto a una menza minchia ‘i monarca e a un rivoluzionario>>

Vittorio:

<<mah, Mussolini a me sta antipatico perché sento che tutti lo esaltano ma tanti lo fanno per finta>>

Il viso dello zio, fra sveglio viveur e acuto intellettuale, s’illuminò due volte.

<<Bravo Pepito: concordo su “cornuto” e “menza minchia”. Bella la …. >>

<<Che vuol dire minchia?>>, lo interruppe il piccolino. <<Ho provato a chiederlo due volte>>

<<A chi?>>, gli chiese il fratello.

<<Figurati: papà non mi ha risposto e mammà mi ha sgridato>>

<<E non hai più chiesto? Che fissa>>, rise Pepito.

<<Ma proprio picchì un sugnu fissa 49 che me ne sono stato muto. Si vede che è una parola che … boh, si fa peccato a dirla … se lo sapete voi grandi>> e negli occhi intensi del cucciolo di Palagonia si leggeva un certo rancore, mentre si rivolgeva all’unico adulto presente in quella strana tarda serata immersa in un’afa degna di un agosto in Maghreb.

<<E invece Vittorio ha fatto proprio bene>>, gli sorrise lo zio. E gli spiegò che in dialetto il termine indicava anzitutto il pisello e per esteso un tizio considerato scemo.

<<Ma torniamo a noi, ragazzi…. dunque, la considerazione di Gesù come rivoluzionario la trovo acuta, oltre che sacrosanta. Così com’è altrettanto intelligente quella di Vittorio che percepisce la falsità di molte persone riguardo al Duce. E perché, Pepito, vedi Cristo in questa maniera? È sicuramente farina del tuo sacco, visto che in classe il parroco vi parlerà in tutt’altro modo>>

<<Figurati, zione, ‘u parrino 50 ripete sempre le solite storie del figlio di Dio, la Trinità ecc… È un ribelle perché … perché attacca i ricchi, si mostra caritatevole, aiuta i poveri … critica il potere dei Romani. Un cristiano fatto accussì 51 non se lo merita di essere visto come uno che cerca di fare la rivoluzione?>>

<<Si, in gran parte c’hai ragione. Però state attenti a due cose. Primo, Cristo non si può dire che faccia politica, come … che so, un Mussolini, un Matteotti o un Giolitti qualsiasi. No, a Gesù interessa diffondere un messaggio di grande potenza: siamo tutti figli di Dio, e la ricchezza e il potere non scusano alcun comportamento sbagliato. I mercanti che rubano ai poveri devono essere scacciati dal Tempio. Anzi, il regno dei cieli è dei poveri e dei sofferenti, degli umili e degli ignoranti. E poi, la violenza fa parte del passato, dei metodi di potenti e ricchi. Quanta forza c’è nel mostrare l’altra guancia, nel cercare di capire il prossimo! Pensate, in un mondo di guerre e stragi, miseria e colonialismo, torture e spettacoli di gladiatori … ecco, in un mondo simile arriva un giovane barbone e capellone (mentre, come sapete, i Romani erano rasati e con capello corto) e si mette a insegnare una prima assoluta eresia, per quella civiltà ancora in parte barbara: ama il prossimo tuo come te stesso>>

<<E oggi ci vorrebbe un nuovo Cristo, secondo te?>>, gli chiese Vittorio con sguardo d’intensa attenzione e concentrazione.

<<Direi proprio di si. Non sapete quel che fanno le bande di fascisti da Roma in su>>

<<No, cosa zio?>> chiesero in coro i due ragazzi ormai dannati sulla via della corruzione antifascista.

<<Bastonature di dieci contro uno, colpi di manganello e perfino catene, olio di ricino fatto bere a forza e che fa fare la cacca subito per ore e ore …>>

<<Quindi per mettere in ridicolo l’avversario politico>>, commentò colpito il grande.

<<Esattamente. Poi distruzione di sedi dei partiti nemici, anzitutto quello Socialista. E le Camere del Lavoro, i giornali e le riviste di sinistra, cattoliche e liberali>>

<<Che sono le Camere?>>

<<I sindacati, cioè le associazioni che cercano di difendere i lavoratori>>

<<E da chi?>>, domandò perplesso Vittorio.

<<Per esempio, quando un padrone in fabbrica ti paga troppo poco o non ti fa andare in bagno a far pipì o ti licenzia senza motivo. O un proprietario di terre che maltratta i contadini che lavorano per lui, magari inquieta pure le loro mogli>>

<<Ho sentito che qualche barunazzu 52 pretendeva fino a non molti anni fa lo … aspetta, che l’ho imparato proprio ieri col professore di storia … ecco, lo jus primae noctis>>, disse Pepito tutto fiero, pur pronunciando primae anziché prime. Da buon psicologo Fefé non lo corresse nemmeno; anzi si congratulò con lui, spiegando a Vittorio quell’orrida tradizione medioevale.

Naturalmente, quando si trattò di spiegare in modo pre adolescenziale il concetto di far l’amore lo zio tanto intraprendente fu per un momento afferrato da scrupoli morali e dubbi pedagogici. Poi decise di lanciarsi, sotto lo sguardo divertito del nipote più grande.

<<E che ci ridi tu?>>, gli chiese lo zio.

<<Niente, zione, voglio solo vedere come te la cavi a spiegare le cose di masculi e fimmini o picciriddu>>

<<Picciriddu u dici a to faccia i fissa ca si 53>>, rispose piccato Vittorio.

<<Ma talia comu si fici sperto ‘u picciriddu 54>>, lo sfotticchiò l’altro.

<<Basta, siete entrambi due ragazzi cresciuti ormai. Quindi non comportatevi da quello che non siete più, cioè da picciriddi>>, li zittì Fefé con tranquilla autorevolezza.

<<Dunque, Vittorio, ascolta bene e se non capisci qualcosa interrompimi subito. Devi sapere che i bambini non nascono certo sotto il cavolo, né arrivano portati dalle cicogne>>

<<Ma certo, mi prendi per una bambinetta?>>, protestò il decenne rosso in viso.

<<Non mi permetterei mai. Però sono sicuro che nessuno ti ha mai spiegato nulla sull’anatomia e la fisiologia di maschio e femmina>>

<<Anamia e fisio cosa?>>

<<Giusto, parlerò più chiaro. Voglio dire su com’è fatto il corpo umano e su come funziona>>

<<Mizzica, lunga si fa la cosa. La facciamo a puntate come le avventure dei Beati Paoli sul Giornale di Sicilia, che dite?>>

<<No, beddu mio, intendevo l’apparato sessuale, riproduttivo. Quello per fare i bambini>>

<<Ah, tipo a fabbrica di carusi 55?>>

Fefé annuì e si fece una sana risata. Si stava appassionando. E si chiese anche se non sarebbe stato un buon maestro di scuola primaria, anziché impelagarsi undici anni negli atenei di Torino e Lione, scrivendo ponderosi trattati di antropologia ed etnologia.

In una mezz’ora riuscì per sommi capi a spiegare ai due nipoti quel che poteva considerarsi sufficiente sapere, almeno in base alla loro età ancora pre-puberale.

Il furbo Pepito sorrideva e a volte ridacchiava; ma in realtà ne sapeva circa quanto Vittorio; quindi ne profittò, bevendosi con falsa indifferenza, in realtà avidamente, fino all’ultima parola della lezione ziesca.

Quando l’inedita spiegazione, assolutamente inconcepibile per quei tempi impregnati fino al midollo di moralismo tardo-vittoriano, sembrò chiara e soddisfacente ai due figli di Natale e Maria, si erano fatte le due passate.

In assoluto silenzio i tre si diressero con le scarpe in mano verso le stanze da letto; non senza esseri ripromessi nei giorni successivi di proseguire quelle chiacchierate sul mondo, la politica, la religione. Addirittura il sesso e l’amore.

Per un paio di minuti il divertito zio Ferdinando, cercando di prender sonno, s’immaginò in qualche remoto anfratto dell’inferno inseguito da diavoli forcuti e rossi come pomodori freschissimi, condannato a eterne sedute di tortura quale perfido corruttore di minorenni e allevatore di futuri sovversivi antifascisti.

46 villani cresciuti male

47 mi raccomando, ragazzi

49 perché non sono scemo

50 prete

51 un uomo fatto così

52 baronaccio

53 Bambino lo dici alla faccia di scemo che sei

54 Ma guarda com’è diventato esperto il bambini

55 fabbrica di bambini

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