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Vestiti in perfetto lino chiaro, con tanto di “panama”, perfino guanti di capretto, ghette gialle e impermeabile lunghissimo, quasi a sfiorare il marciapiede, i fratelli gemelli Pietro e Carmine Musumeci erano quelli che nel 1968/77 si sarebbero definiti i leader del liceo. Si permettevano quasi tutto essendo figli di ricchissimi proprietari terrieri fra Godrano e Madonie – dunque una zona vastissima. Migliaia di capre e mucche, esportazione all’estero di latte e formaggi, lana e centinaia di ettari con coltivazioni delle più diverse specie. Una quarantina di fattorie, due latterie, un macello, due centri commerciali, diversi negozi in città, un’intera banchina al porto di loro proprietà e una flotta di dodici navi. E poi case a Parigi e Roma, Londra e New York, con annessi uffici commerciali, per un totale di oltre mille dipendenti. Ecco cos’era l’impero dei Musumeci and Sons, come amavano definirsi nella carta intestata e nei cartelloni pubblicitari, sulle vetrine e nelle carte da visita che distribuivano con sorridente leggerezza.

Gemelli lo erano di certo, almeno alla nascita – si raccontava, a distanza di dieci secondi esatti. Ma in realtà la loro forza era nutrita dall’eterogeneità da diciotto anni (cioè da sempre, essendo nati nell’autunno del 1909, quindi coetanei di Giuseppe “Pepito” D’Alessandro, che infatti li conosceva di vista).

Pietro Musumeci portava i baffetti sottili alla John Gilbert, parlava un ottimo inglese e francese, tanto da farsi passare per turista straniero con ragazze appena conosciute. I capelli imbrillantinati e divisi da una perfetta riga centrale sulla testa, seguendo la moda statunitense – da Paul Muni a Francis Scott Fitzgerald. Preferiva la giacca spaiata nel colore rispetto ai pantaloni alla zuava e i calzettoni, ma non disdegnava i completi scuri londinesi, possibilmente a strisce sottili bianche o grigie. Fazzoletto rigorosamente coordinato con la cravatta, fermacravatte d’oro con brillante, portasigarette d’oro, accendino d’oro. Naturalmente essendo personaggi pubblici loro e tutta la numerosa famiglia (oltre un centinaio quando si riunivano per festività o matrimoni e affini), nessuno a Palermo e provincia si azzardava a rubare alcunché.

Una sola volta qualcuno che evidentemente non sapeva con chi aveva a che fare osò rubare la Bianchi ultimo modello di Carmine e quella di Pietro. Se la seconda venne ritrovata dopo poche ore e con le ruote bucate, la prima non si rimaterializzò per una settimana.

Si raccontava in giro che il giovane fosse così arrabbiato che in poche ore aveva raddoppiato il numero di sigarette quotidiane; e visto che già ne fumava un pacchetto e mezzo, arrivò in tal modo a oltre 60 al dì.

Pepito sentì il racconto di un comune amico che descriveva il derubato con il viso rosso di rabbia, bevute frequenti per calmarsi un po’ e sigaretta perennemente accesa a un angolo della bocca. Da allora cominciarono a chiamarlo u dragu, proprio per la rassomiglianza inquietante con le creature di tante favole orrorifiche. Quando lo seppe ebbe anche la capacità di compiacersene. Voleva dire che quel bastardissimo furto almeno gli aveva accresciuto la fama – si direbbe a Roma – di trucido. A Palermo si potrebbe parlare di malacarni: ma in realtà l’intera famiglia allargata dei Musumeci era un perfetto miscuglio fra grande imprenditoria internazionale e interessi finanziari, commercio transoceanico e mezza mafioseria. Nel senso che loro personalmente non mafiavano: ma appoggi e amicizie ne avevano a sufficienza per farsi rispettare, anzi, onorare. Non era raro, in certi quartieri tipo Danisinni o Acqua dei Corsari, o Ballarò che adulti maschi e femmine si chinassero a baciar la mano al passaggio del padre dei gemelli; che a sua volta si carezzava i folti baffi, sorrideva e inclinava vagamente la testa riccia e mora giusto per mostrare a tutti quanto gli piaceva la parte del patriarca e bonu cristiano. Magari lanciando in aria con sguardo festoso centinaia di monete passategli dai suoi giannizzeri, raccolte in un turbinio di mani e gambe e urla dalle torme di ragazzini che lo seguivano. Un anticipo popolaresco di una quarantina d’anni precedente l’apparizione di Elvis e dei Beatles.

Pietro, ovviamente, ricevette una lunga lista di gente che si metteva a piena disposizione per aiutarlo a ritrovare la creatura a due ruote cui tanto teneva. E per <<mettersi a disposizione>> s’intendeva, come minimo, inviare d’urgenza a traumatologia gli autori dell’incauto furto, dopo un’impietosa sventagliata di calci e pugni. Chi l’avesse fatto sarebbe apparso subito in ottima luce a quella famiglia di mezzi “mammasantissima” d’una volta.

Ma Pietro preferì occuparsene personalmente, pur con l’aiuto di due “picciotti” domiciliati in uno dei “bassi” della Palermo più malfamata. I tre, dopo una settimana di firriarisinni 23, la Bianchi venne ritrovata in un cortile interno di una casazza semidiroccata che pareva abitata solo da cagnacci randagi e poco raccomandabili. Impolverata, con qualche schizzo di calce la bicicletta era comunque in ottimo stato. La catena d’informazioni che aveva portato al ritrovamento era complicatissima da ricostruire. Si pensi che il precisino futuro ingegnere allora sedicenne contò ben sedici passaggi di testimonianze, allusioni, mezze verità raccolte da lui e dai due schiavetti, felici come pasque mediterranee di essere d’aiuto a un simile personaggio della Palermo che più contava.

Ai due piani vicini suddetto cortile erano bivaccati (abitare sarebbe stato verbo decisamente fuori luogo) una famiglia di albanesi che non capiva una sola parola d’italiano o siciliano. Musumeci si sentì subito di escluderli dal novero dei sospettati; mentre ancora sopra trovarono un ventenne mezzo scimunito, che arrivò a vantarsi di essersi fatto una splendida <<motocicletta Bianchi senza motore>> e offrì allo stesso autentico proprietario di farsi un giro.

I due servitorelli stavano per saltare addosso all’inconsapevole candidato a un possibile omicidio – ai cui responsabili sicuramente nessuno “sbirro” avrebbe avuto il coraggio di risalire, una volta saputo chi era il derubato. Ma Pietro Musumeci si erse subito a cavaliere senza macchia e senza paura. Fece portare con delicatezza il ritardato giù in cortile ove venne radunato mezzo quartiere. Vennero addirittura fatti uscire da negozi e bar, o allontanare dalle bancarelle tutti i clienti incontrati per strada. Fatta quindi radunare una bella folla di un paio di centinaia di persone nel giro di appena un quarto d’ora – tale era la potenza evocativa del semplice cognome Musumeci – il giovane pupillo di quell’impero economico salì sulla sedia meno scassata che erano riusciti a reperire e sgranandosi per bene la voce, già di per sé quasi cavernosa, così s’improvvisò ad arringare quella piccola massa di poveracci, disoccupati e precari, massaie d’ultimo rango e garzoncelli a piedi nudi, madri di dodici/quindici figli e avvinazzati di primo mattino:

<<Vuatri aviti a sapiri cà stu curnutazzu …>>

e indicò il ventenne ladruncolo che ridacchiava mostrando almeno cinque o sei buchi nella bocca dalle gengive in stato pietoso,

<<avi ‘na simana, bonu pinsò i futtirisi a me bicicletta appena accattata, nova nova>>

Con studiata lentezza e nonchalance si accese una sigaretta “Macedonia”, ripose pacchetto e fiammiferi nella tasca esterna sinistra della giacca di perfetta sartoria, mentre non mancava di lanciare un paio di sguardi languidi alle ragazze presenti. Quasi tutte se lo mangiavano con gli occhi, vista l’esiziale fusione di potenza familiare con post adolescenziale avvenenza.

<<E viditi ca fu ‘na simana i sufferenza pi mia, un si babbia. A patente unna pozzu ancora aviri e a bicicletta è u me solo menzu i trasporto chi aiu. Ma quannu menz’ura passata arrivavi nu vostro beddu quartiere chino i mercanzie e boni cristiani chi travagghiano iornu e macari pure a notte, e mi vitti davanzi ‘stu puvirazzu, chi potti fari? Manco mi sentii di ittarici vuci i supra. E anzi, pi darici ‘na mano, pigghiai ‘na decisione. A cuminciari i dumani si nni va a travagghiari ni me patri, in uno di nostri magaseni chiù granni i tutta Paliemmo. Un vi scurdati mai, dicu MAIIII, cà i Musumeci sonnu stati e sempre saranno boni cristiani, comu a vuatri. Sulamenti cà i cose i nuatri anna a esseri sempre i nuatri. E n’atra vota un mi capiterà fra i mani un puvirazzu comu a iddu… Mi pare ca basta accussì, ni capemo. Vi saluto a tutti quanti e tanta salute e felicità da me medesimo, Musumeci Pietro, di anni sedici. 24>>

Con i toni giusti, il discorso era stato un piccolo capolavoro di equilibrio fra blandizie e minaccia, ricerca di popolarità e riaffermazione di potere.

Quanto al fratello Carmine Musumeci, si trattava di una gemellanza tutta particolare. Ricordavano l’uno accanto all’altro due figurine perfettamente eguali ma non appiccicate l’una dietro l’altra, a formarne un’unica; bensì, l’una di fronte all’altra e poi sovrapposte, per cui il braccio sinistro dell’uno combaciava col destro dell’altro, la gamba destra del primo con la sinistra del secondo e così via. A esaltare, invece che annullare, le differenze. Restava il viso come ricordo di un’identità esclusiva di neonati, presto ridotta in polvere.

Carmine era “meno” in parecchie cose, “più” in altre, rispetto al “gemello mancato”. Qualche centimetro in meno, non bello bello ma sicuramente attraente, non sveglio come l’altro ma più riflessivo, meno chiacchierone e più attento nell’esprimersi, più gentile ma anche più pericoloso. Carmine era vendetta servita lentamente, dunque più letale, quando Pietro era un concentrato d’istinto e rifiuto totale delle convenzioni. In realtà, infatti, l’operazione da segugi per ritrovare la seconda bici rubata era stata iniziativa di Pietro, quando il discorso l’aveva invece ideato e preparato Carmine. Ma solo il primo ne avrebbe potuto cogliere la forza sottile, grazie alla sua essenza interpretativa. Non per nulla, nel gruppo teatrale del “Cannizzaro”, il gemello estroverso ne era attore principale, mentre quello introverso faceva l’aiuto regista. Non il vero padrone della messa in scena, proprio perché il suo ruolo ideale era Iago, non certo Otello. L’ombra, le trame, i progetti gli si addicevano ben più che le azioni, le repliche a caldo, le rabbie accanite del fratello non uguale.

Una simile accoppiata, dati i rapporti di sconfinato affetto e lealtà reciproci, produceva un effetto travolgente in termini di compagni di classe e amici, ragazze e conoscenti. Unito tale effetto alla vera e propria potenza familiare – economica, indirettamente politica e mafiosa – il risultato era un’assoluta intoccabilità di questa coppia, posta in una specie di empireo da contemplare, impossibile da toccare con mano. Una volta Pepito aveva argutamente osservato che i Musumeci erano, anzitutto,

<<una religione, che tu accetti e ne sarai protetto e benvoluto. In caso contrario, sconterai il tuo ateismo con tuoni e vendette>>.

Vittorio cominciò a conoscerli quando si trovò a scontrarsi con un compagno di classe che ne combinava sempre qualcuna delle sue.

Aldo Tassone evocava bene con il cognome, tanto per la sua stazza non trascurabile, quanto per l’impersonare l’ideale burino romano. Veniva dal quartiere popolare di Centocelle ed era sbarcato a Palermo giusto nei giorni in cui vi giungeva da Bagheria la mezza comarca D’Alessandro/Castronovo.

Una mattina di primo inverno faceva mostra di sé una discreta teoria di cappotti e affini nella piccola classe I D. Tassone, dandosi arie da bullo ignaro del freddo, si mise a sfottere tutti quali frettolosi e <<cocchi de mamma>>.

Da notare che peraltro mancava il buon Gino Sacco, a letto con un bel febbrone, mentre l’amico di Alia era dovuto restare per dare una mano al padre nei campi semi distrutti da una precoce quanto violenta nevicata. Quindi Vittorio era privo dei due ormai usuali alleati; ma non per questo si tenne lontano dai guai – che in verità per lui non erano mai gratuiti, piuttosto rimavano con concetti quali giustizia e rispetto. Tenne dunque d’occhio il bulletto di Centocelle. Finchè questi non ebbe la brillante idea di mettersi a mirare con il cancellino immerso nel gesso ciascuno dei suddetti cappotti. Ovviamente il colore dominante era il blu o il nero che facevano subito spiccare il bianco dei gessetti.

Nessuno osò aprir bocca: i primi ragazzi, una volta colpito il proprio paletot, con un mormorio offeso si precipitavano a ripulirlo del gesso depositatosi in generosa abbondanza.

D’Alessandro invece avvertì preventivamente Tassone di smetterla. Al proprio mantello ne mancavano altri, ma già diede altruisticamente l’aut-aut. Il romanaccio fece mostra di non aver manco sentito e proseguì indisturbato nella sua strafottente attività. Alchè Vittorio lo bloccò da dietro, quasi placcandolo come si fosse in una partita di rugby. Considerando che Tassone lo sopravanzava di una quindicina di centimetri e soprattutto di una ventina di muscolosi chili, diede la sensazione di un elefante vagamente infastidito da una mosca nevrotica.

Il gigante ragazzino con uno strattone lo fece letteralmente volare addosso a un gruppo di banchi e sedie. Il rumore prodotto fu moltiplicato dall’ottima acustica della grande aula mezza vuota attirando l’attenzione di decine di abitatori del liceo. Anzitutto diversi insegnanti. Vittorio si sollevò dolorante e aiutato da un paio di compagni rossi di rabbia in viso venne scortato al piano terreno dove si trovava l’infermeria.

Dal vicino collegio femminile venne chiamato l’infermiere che si divideva fra i due istituti e un ambulatorio nel quartiere. Il coraggioso ragazzo si era provocato nient’altro che una lussazione alla spalla e una sbucciata a una coscia. Venne congedato con un certificato medico redatto da uno dei medici dell’ambulatorio, che prescrisse una settimana a casa.

Prima d’andar via il preside guardandolo negli occhi gl’ingiunse di ripetere cosa diavolo fosse accaduto. Vittorio con la migliore delle sue facce da impunito gli assicurò di essere maldestramente scivolato su un mucchietto di gesso sbriciolato.

Il capo istituto non si peritò di far capire se gli credesse o meno – assai più verosimile la seconda ipotesi. Ma non poteva fargli nulla, visto che nessuno era stato accusato di alcunchè.

Passando in classe per ritirare cappotto – rimasto intonso – e cartella venne avvicinato dal Tassone che sorridendo gli porse la mano dicendogli che l’aveva ammirato, senza aggiungere mezza parola di scuse.

Vittorio gli sibilò in quasi perfetto romanesco (imparato da romanzi gialli d’ambientazione romana che divorava avidamente):

<<Stamme a sentì, a pezzo demmmerda. Quanno ritorno vedi de fatte trovà che ce menamo ancora. Lo so che sei er doppio de me, ma me ne sbatto li cojoni: che tanto un paio de pizze per arrestatte o sviluppo te le pij, gran fijo de na gran mignotta 25>>.

Il viso del ragazzino rosso di capelli e di rabbia ebbe in qualche modo l’effetto d’intimorire il bullo di Centocelle, che si limitò ad abbozzare un vago sorriso, platealmente forzato.

Le pacche entusiaste e gli abbracci ammirati dell’altra decina scarsa di compagni lo seguirono per tutto il corridoio. Per le scale venne portato sulle spalle dal generoso forzuto capo bidello, il padrone di Hans che gli scodinzolò festoso fino al cancello. L’ambulanza lo accompagnò a casa. Per fortuna era vuota ed ebbe tutto il tempo di farsi un bagno caldo e prepararsi una credibile frottola per silenziare madre e sorelle, preoccupabile l’una e curiosone le altre.

Avere davanti a sé l’intera settimana – prevista pioggia – sotto le coperte a divorare libri d’avventure e romanzi polizieschi, sicuramente dispensato dai compiti, per aver voluto ostinatamente figurare da cocciuto piccolo eroe e conseguentemente festeggiato, senza peraltro aver denunciato il cretino di Tassone e anzi minacciandolo di ritorsioni al suo rientro. Ecco il più che soddisfacente quadro di quell’inizio mattinata, fulmineo nella sua imprevedibilità.

 

23 andarsene in giro

24 <<Dovete sapere che questo cornutazzo … una settimana fa pensò bene di fregarsi la mia bicicletta appena comprata, nuova nuova. E sappiate che fu una settimana di sofferenza per me, non si scherza. La patente non la posso ancora avere e la bici è l’unico mezzo di trasporto che ho. Ma quando mezz’ora fa arrivai nel vostro bel quartiere pieno di mercanzie e brave persone che lavorano di giorno e forse pure la notte, e mi vidi davanti questo poveraccio, che cosa potei fare? Nemmeno me la sentii di gridargli addosso. E anzi, per dargli una mano, ho preso una decisione. A cominciare da domani se ne va a lavorare da mio padre, in uno dei nostri magazzini più grandi di tutta Palermo. Non vi dimenticate mai, dico MAIIII, che i Musumeci sono stati e sempre saranno brave persone, come voi. Soltanto che le cose nostre debbono restare per sempre nostre. E un’altra volta non mi capiterà fra le mani un poveraccio come lui … Mi pare che basta così, ci siamo capiti. Vi saluto tutti e tanta salute e felicità da me medesimo Musumeci Pietro, di anni sedici.>>

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25 Stammi a sentire, pezzo di merda. Quando rientro vedi di farti trovare qua che ce le diamo di nuovo. Lo so che sei il doppio di me, ma me ne sbatto le palle: tanto un paio di ceffoni per arrestarti lo sviluppo te le prendi, gran figlio di una gran puttana.