Per una di quelle coincidenze tipiche dell’esistenza, pochi giorni dopo la lunga chiacchierata/lezione su storia, politica, sessualità a Vittorio capitò l’insperata opportunità di sperimentare quello che Marx (ancora ignoto all’undicenne futuro studioso di filosofia) indica come <<il passaggio dalla teoria alla praxis>>. Relativamente all’ultimo tema che avevano discusso; o meglio ancora, sul quale lo “zione” aveva illuminato l’ignorante nipotino undicenne. Anche se dalla scena cui ebbe la ventura di assistere, non visto, non trasse nuove informazioni su “quelle cose lì” – come le chiamavano con un certo rossore, verbale e facciale, le donne di casa.

Una tarda serata, altrettanto afosa delle precedenti in un inizio settembre di memorabile calura, Vittorio, dopo aver dormito un paio d’ore, si era svegliato letteralmente boccheggiando per il caldo stagnante. Anche se si trovava nella stanza abitualmente fresca che divideva con Pepito e Angelo. Il primo dormiva alla grande con tanto di prova solista delle sue potenti narici; contribuendo a rendere arduo al piccolo poter riprendere sonno.

Il letto del secondo fratello era invece vuoto e ancora intonso. Essendo almeno mezzanotte e pensando ai rigidi orari imposti da mamma Maria a tutti i minorenni di casa, si alzò alquanto perplesso. Magari Angelino si trovava nel parco a fumare, cercando una vaga idea di fresco. Quindi uscì a piedi nudi, con cautela mista a estrema goduria nel percepire il fresco dei pavimenti antichi a contatto con le sue estremità prive di pantofole.

Uscì dalla porta-finestra principale, quella che dal soggiorno dava direttamente sul porticato in pietra liscia, con sedie e poltrone vuote. Durante il giorno e la sera spesso vi si riuniva parte della famiglia, a mangiare o chiacchierare.

Fece qualche passo fino alla ghiaia, dove iniziava il vero e proprio giardino, cercando di captare rumori di passi o d’intravedere il fumo di una sigaretta. Ma il silenzio era solo leggermente solcato da qualche grillo in vena di sedurre una grilla in calore.

Passeggiò lentamente nel viale centrale, infilandosi un po’ a destra e un po’ a sinistra, fra alberi e piante un tempo assai fitti, poi fatti potare da suo padre anni prima. Di Angelino nessuna traccia.

La luna faticava a emergere dalla foschia giallastra, come se da qualche parte ci fosse ancora in agguato il sole, già arrogante di giorno e desideroso di dominare perfino la notte. Una copia astrale del duce italico, sempre in mezzo ai piedi – pensò il ragazzino, sorridendo.

Ritornando sui propri passi si spostò sul vialetto laterale, a destra rispetto all’ingresso. Da lì, passando oltre la facciata si arrivava alle scalinate del retro; quindi alle casupole della servitù e del giardiniere con i suoi attrezzi (in estate preferiva starsene ad Aspra e godersi ogni giorno il mare con una lunga nuotata all’alba).

Prima di girare l’angolo Vittorio si fermò: alle orecchie gli erano distrattamente giunti rumori strani. Ascoltò con la massima attenzione, sembrandogli mugolii, forse di gatti in calore. Almeno questo sapeva cosa significasse. Più o meno.

Si avvicinò meglio, attento a non calpestare rami o ferirsi i piedi con pietre aguzze.

A un tratto la luna si liberò dall’ingombrante ammasso di nuvolaglia scura illuminando qualcosa che si muoveva lentamente, ondeggiando appoggiato sul muretto accanto alla scalinata posteriore.

Avanzò ancora qualche metro e si nascose in ginocchio dietro un grosso cedro, il secondo albero più maestoso e antico del giardino. Fra l’ombra notturna e la timida luce lunare finalmente riuscì a distinguere chiaramente la cameriera più giovane, l’appetitosa Lia che con il suo modo di fare da falsa santerella faceva girare la testa a parecchi maschi in paese. I suoi fianchi procaci e le altre forme di pari generosità procuravano potenti dosi di “allupamento”, senza alcuna distinzione fra ragazzini, giovani, uomini di mezza, terza e perfino quarta età.

Il viso della ragazza, per legge ancora minorenne (pensò Vittorio, dimostrando anche con questo pensiero tutti i suoi inesperti undici anni), era strano: sospirava, chiudeva gli occhi, mugolava leggermente, ondeggiava come in una lieve danza. Il ragazzino non capiva se si controllava, stando attenta a non farsi sentire.

Si chiese poi cosa diavolo stesse facendo suo fratello Angelo, anche lui in ginocchio come Vittorio, ma con la testa fra le gambe di Lia. Letteralmente inghiottita dalle cosce di lei, non si riusciva a vedere nemmeno la nuca del fratello maggiore. Tanto che al piccolo venne per un attimo in mente l’immagine raccapricciante di un Angelo decapitato che si agitava all’altezza del bacino della ragazza.

Poi però lei si sollevò la gonna e se la strappò con inattesa violenza. Si mise a grattare e lisciare con foga i capelli imbrillantinati dell’ardimentoso giovane.

Vittorio percepì che lui non le stava facendo del male; ma per il resto non riusciva a farsi un’idea di cosa stessero combinando in quella posizione così inabituale. Un gioco non poteva essere, erano troppo grandi. Non c’erano tracce di ferite. Angelo non piangeva, nè si lamentava, continuando a muovere avanti e indietro la testa, con i capelli comicamente scomposti.

Quanto a Lia, si mise a gemere con ridicoli <<ah, oh…>>, a basso volume ma di crescente intensità, lo sguardo puntato verso il cielo, gli occhi chiusi, le mani sempre sulla capigliatura di Angelo, come a praticargli una frizione.

A Vittorio crebbe un misto di voglia di ridere, far pipì e un inizio di crampo alla gamba sinistra. Per cui si sollevò in piedi, cercò di sgranchirsi il più cautamente possibile e se ne tornò indietro. Nel giro di un paio di minuti era nuovamente a letto. Dove rimase a vegetare per un po’ in un curioso dormiveglia.

Infine, interrotto dall’ingresso cigolante del fratello seduttore, scarpe in mano e una curiosa macchia grigia all’altezza del cavallo dei pantaloni bianchi da gagà, indossati per andare a ballare assieme alla solita banda di tre-quattro amici e relative ragazze. Nella penombra un po’ schiarita dai raggi della luna ormai del tutto sgombra di nuvole si guardarono per un momento. Angelo gli sorrise in modo enigmatico, mentre Vittorio lo fissava con uno sguardo d’intensa perplessità. Con la mano destra unì le prime tre dita e le agitò sotto il mento per intendere <<ma chi minchia facisti? 56>>.

Angelo replicò facendo ruotare l’indice della destra alludendo a una spiegazione l’indomani. Gli mandò uno sfotticchiante bacino con tanto di mano aperta.

Dopo pochi istanti tre differenti ritmi, armonie e tonalità di russare si confusero fra loro, ricordando vagamente il Trio dell’Arciduca di Beethoven che Maria Castronovo tanto amava suonare da ragazza.

56 ma che diavolo hai fatto?

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