La Palermo balneare era tutto un fiorire di stabilimenti, discese a mare, locali e bar alla moda, a partire dalla belle époque fino alla fine degli anni Trenta: a Sperone, Acqua dei Corsari, Romagnolo, Bandita, Sant’Erasmo aumentava ogni anno la torma di bagnanti assetati di mare, sabbia, sole, caserecci pic-nic giolittiani, quindi fascistissimi. x

Lo Stabilimento Trieste-Virzì di Romagnolo venne fondato nel 1896 da Antonino Virzì che lo gestì per diversi anni: fino al subentrare del figlio Francesco Paolo, che a sua volta, negli anni Trenta, cedette il posto ai nipoti. Pochi mesi prima dell’entrata in guerra le strutture vennero aggiornate in muratura lungo l’arenile. Due grandi terrazze furono aggiunte nel 1939/40: una all’ingresso dello stabilimento balneare, l’altra posta sopra alcune cabine con affaccio diretto sul mare.

Il gruppo di amici composto da Vittorio, Ciro, Vanni, Milo, Totò, Saro in genere amava soprattutto gettarsi dagli scogli dei vicini Aspra, Santa Flavia, Mongerbino, località alquanto selvagge fra anni Venti/primi Trenta. I tempi, cioè, in cui il figlio piccolo dei D’Alessandro ebbe dai sette alla ventina d’anni. Ma quando ci si decideva ad avventurarsi fino alle porte della quasi mitica “metropoli”, ovvero sul litorale dopo Ficarazzi, la tappa obbligata era la frazione palermitana di Romagnolo; farsi il bagno in quel paesino, fino agli anni Sessanta, voleva dire “Bagni Virzì”.

La distanza da Bagheria era di circa quindici chilometri che uno scassatissimo torpedone copriva in quasi un’ora, con una lunga insopportabile teoria di fermate di quart’ordine. D’altronde, anche se qualcuno avesse avuto patente e automobile non si sarebbe certo trattato di un’Isotta Fraschini o di una Packard di sei metri e passa, le uniche che avrebbero potuto contenere tutti i sette/otto scavezzacolli. Erano quasi con la bava alla bocca dal desiderio di sabbia e spruzzi, rincorse folli sulla battigia e partite di pallone, castelli precari e gelati grondanti estenuante dolcezza.

Vittorio osservava la varia umanità che scendeva e saliva sul traballante torpedone. A ogni fermata il lungo bus sputava un fumo grigiastro che, ironico, offriva la sensazione di essere su un vagone ferroviario, poco dietro una locomotiva affetta da pleurite.

L’autista bestemmiava spesso con tipico accento catanese; i viaggiatori davano l’impressione di non sentire, qualcuno ridacchiava lasciando intravedere dentature incidentate, mentre gran parte delle donne mimava un rassegnato segno della croce.

Negli anni delle elementari e delle medie il piccolo D’Alessandro percepì dentro di sé un piccolo dolore, per lui prezioso, nell’incontrare qualche compagno di scuola di famiglia povera. Mentre il figlio del medico condotto aveva davanti una giornata illuminata di sabbia e giochi e nuotate e gelati ed estiva svagatezza, quei coetanei – a volte più grandi di un paio d’anni, bocciati e irrecuperabili – si avviavano verso una decina d’ore di duro lavoro in qualche laboratorio puzzolente o in una botteguccia lercia. Garzoni di macelleria o apprendisti calzolai, aiuto giardinieri o assistenti di robivecchi per il piccolo di Palagonia costituivano un esercito di Sisifo in miniatura: uomini futuri cui già da qualche anno si era spalancato, deserto privo di senso, un mezzo secolo e più – se la salute teneva – di fatica come muti ossessi, senza speranza alcuna di potersi un giorno togliere di dosso il verme solitario chiamato povertà.

Quei piccoli schiavi gli ricordavano silenziosamente che la sua infanzia e adolescenza erano, dopotutto, privilegiate. Famiglia piccolo borghese – se non altro per essere dotata di ben otto figli e per i primi vent’anni e passa nutrita dai soli proventi del medico di casa: ma posta a confronto con le famiglie dei tantissimi lavoratori poveri del paese e dintorni, appariva come preziosa isola di benessere e libertà. Se ogni tanto qualche pargolo di Villa Palagonia si lamentava di doversi alzare per precipitarsi a scuola o fare i compiti di matematica, Maria Castronovo o Natale D’Alessandro (che a volte dallo studio si affacciava in cucina per un sorso di caffè o una tirata di sigaro, fra un paziente e l’altro) ricordavano con ammirevole semplicità, mille miglia lontani da retoriche o ideologie di sorta, che erano ragazzini fortunati di poter studiare. Proprio per permettersi un giorno di recarsi a lavorare in uno studio professionale, in ufficio, a scuola o all’università: anziché consumarsi mani, braccia, polmoni, occhi nello sgobbare ancora più ore al dì per salari da miseria.

Solo con la prima giovinezza Vittorio avrebbe ampliato quel giusto memento materno/paterno in una spiegazione sociale, economica come in una speranza politica, verso una differente umanità finalmente degna e libera. Ma in fondo, la rancorosa tristezza adolescenziale che provava per destini così diversi e la presa di coscienza adulta rimasero sempre le due facce di una medesima intensa sensibilità per la specie umana di fronte alla sofferenza e all’ingiustizia.

 

A volte si aggregavano anche i più grandi Pepito, Angelo, Renato; sebbene per la gran parte della gita prediligessero appartarsi a fumare Macedonia, bere birra o passito, raccontarsi barzellette da caserma. Tutto un insieme di ozi meramente preparatori all’attività primaria cui dedicare il massimo dell’impegno e delle forze psico-fisiche: ammuccari. Il termine letteralmente tradotto esprime l’azione di muovere intensamente ‘a vucca, la bocca: dando quindi l’idea di mangiare, mordere, divorare, non tanto qualcosa, ma qualcuno. Anzi, qualcuna: una donna, alcune donne, tante, magari il più possibile nel corso della stagione estiva – fra giugno e settembre.

La linea di separazione invisibile, perciò tanto più invalicabile, era intessuta dai profumi dei corpi femminei, dagli sguardi d’intesa alternati dagli ancor più promettenti rossori dalle intelaiature dei corpetti e dei costumi – allora ben remoti dagli straccetti boccacceschi di mezzo secolo più in là. Era un muoversi con corpo e viso, un parlarsi e ancor più un intendersi con gesti quasi impercettibili quello che univa i tre grandi, fattisi ormai quasi uomini. Alfabeti e movenze, consapevolezze e finalità che nella loro diversità rispetto ai sei/sette ragazzini improvvisamente edificava una geografia di lontananza siderale. All’inizio di mattinata estiva anche solo tre o quattro anni di distacco anagrafico si mutavano in era geologica, trasformando i giovani uomini in potenti e ammirevoli esemplari di una specie, l’unica, che potesse conquistare l’altra specie fondamentale: quella delle giovani donne. E da questo gioco di sottile e poi grasso erotismo fatto di scirocco, sudate, sorrisi, carezze, ragazzini e bambini erano tacitamente esclusi.

Il fanciullo rossiccio per qualche anno dell’adolescenza si ammalò di una sorta di complesso d’inferiorità estetica. Quei capelli così simili a un rocchetto di fil di rame gettato sul pavimento di un’autorimessa, quella pelle in estate troppo delicata rispetto all’incontenibile rabbia solare, quelle lentiggini che gli sembravano caccole d’invisibili animaletti deposte sulla timida peluria lo perseguitarono intorno ai dieci/tredici anni.

Fu proprio quando s’accorse che le ragazzine non erano solo rare compagne di giochi a scuola – mai ammesse, però, nella banda di Ciro & Co. pervicacemente maschia – che si produsse in lui un nuovo doppio sguardo. Si scrutava allo specchio o s’intravedeva sui vetri socchiusi di porte e finestre spalancate per il caldo o le pulizie; e si trovava proprio strano, nel senso di straniero, piovuto da un pianeta tanto remoto quanto rosso. Fu più tardi che scoprì Marte quale “pianeta rosso” per antonomasia, allargamento della propria cultura astronomica che gli strappò subito un sorriso malinconico.

Contemporaneamente le pupille cominciarono a seguire di soppiatto, poi sempre più coraggiosamente, le andature, l’anchecciare, le acconciature, i cappellini, le risatine di quell’universo ancora a lui sconosciuto. Se non sotto forma di madre, sorelle, cameriere, cugine, saltuarie vicine di casa. Ma capì subito che quelle che riempivano la sua quotidianità, o semplicemente vi si accostavano appena, erano quasi una sorta di esseri differenti. Solo con la definitiva maturazione ormonale riuscì a tradurre quel “differenti” con asessuate, o quasi. Il vivere in un’epoca ancora pienamente vittoriana, per giunta cattolica, per di più “fascistissima”, in cui in pochi sapevano chi fosse quel professore viennese, sospetto vizioso, che si faceva raccontare i sogni dai propri pazienti sdraiati su uno strano letto damascato in stile orientale: tutto ciò stava a guardia di porte invalicabili prima di una certa età.

Gli sguardi timidi, da lontano, fingendo di mirare ad altro, la saliva che bloccava la loquela proprio davanti a uno di quegli esseri di cui si cominciava a desiderare la presenza erano gli unici segni di un codice di comportamento tacitamente accettato giacché non lo si discusse nemmeno. Solo ai “ragazzacci di strada” si lasciava più o meno fare commenti volgari, mentre la “gente perbene” si limitava a occhiatacce di riprovazione se le orecchie venivano offese da espressioni postribolari, magari condite da gestualità coerente.

La scoperta della strada per l’amore, l’erotismo, le “amicizie femminili” – termine, per Vittorio, colmo d’insondabili ambiguità – era molto sdrucciolevole e capitava spesso di rompersi una gamba percorrendola col fiato reso corto dal desiderio. Figure meschine, prese in giro da parte di amici, complessi fra i più disparati, collezioni segrete di umiliazioni, respingimenti fra il brutale e il divertito da parte di fanciulle dalla sensibilità desertica affollavano quella maledetta strada.

Studiando storia romana in seconda o terza media al fratellino di Pepito e Angelo venne in mente una scena che avrebbe raccapricciato i contemporanei pionieri della psicoanalisi italiana, i vari Edoardo Weiss, Cesare Musatti, Emilio Servadio. Il tredicenne, diligente ma non troppo, scoprì la storia della rivolta degli schiavi guidata da Spartacus: le strade imperiali per Roma, la via Giulia, Claudia, Salaria, piene di croci alte tre/quattro metri, piantate ai lati della strada, alle quali venivano collocati i ribelli catturati e ivi lasciati alle intemperie a morire di sete e fame. Proprio così a volte gli appariva il percorso verso le donne: costellato di prossimi cadaveri crocifissi dalla potenza sorniona e implacabile delle infinite virago che popolavano il mondo.

Invece l’episodio delle Sirene nell’Odissea gli fornì, poco più tardi, la provvidenziale consapevolezza della possibilità di una resistenza maschia, guardando negli occhi il duo fantasmatico e vociante che emana dagli scogli addobbati di scheletriti ometti, incapaci dell’astuzia di Odisseo. Non infliggere dolore in contraccambio, tutt’altro che la vendetta, mai picchiare una donna: piuttosto la potenza tutta maschile dello sfuggire come anguille di terra, guardandosi attorno prima di farsi eventualmente ospitare fra le braccia di una femmina. Sempre restando in piedi e con un occhio aperto.

Le gesta cortesi di seduzione alla luce del sole orchestrate dal trio Angelo, Vincenzo, Renato (peraltro ancora ragazzo) costituirono ben presto una delle massime attrazioni per la mezza dozzina di membri della banda in trasferta in quel di Romagnolo. Sapevano tutti che una volta catturata la preda dalle belle gambe e dal petto collinare (a volte proprio montagnoso) seguiva un secondo tempo riservato esclusivamente alla coppia precariamente formatasi, spesso destinata a durare lo spazio di quella giornata casuale. Ecco che allora gli anfratti fra i rari scogli o le sparizioni improvvise di uno dei tre quasi adulti con una coetanea annunciavano silenziosamente che si passava dalla rappresentazione-lezione pubblica alla piena ombra di un invisibile cartello di “NON DISTURBARE”, spesso dentro un’apposita capanna.

Mancando riviste e film “audaci”, essendo il mercato delle “foto sporche” e dei “libri proibiti” irraggiungibile per dei pischelli della Bagheria anni Venti, non restava, ai ragazzini ancora per qualche anno esiliati da quei giochi da grandi, che provare a lavorare d’immaginazione, cercando a tentoni una vaga via d’uscita visiva nei loro lubrichi sforzi di soddisfazione. Vittorio, al confronto, faticava assai meno ad evacuare l’intestino le rare volte in cui era infestato dalla stitichezza, o a tentare un arduo salto in alto o a scavalcare un terzino avversario sul polveroso campo di calcio. Cosa facevano nascosti in un’ombra inviolabile le coppie di Renato e una lei, Angelo e un’altra lei (a volte la stessa qualche giorno prima o dopo)? Quali parole, quali gesti, sguardi, sorrisi emergevano dai corpi sudati d’eccitazione? E soprattutto com’era fatta una donna, pensava ossessivo tormentando la propria immaginazione come si fa con una crosta che copre una ferita recente, forse perenne.

x Ho tratto queste dettagliate informazioni da un prezioso articolo di Adriana Falsone, Il tempo dei bagni e la storia del litorale, apparso il 29 novembre 2007 sul sito http://palermo.repubblica.it/dettaglio/il-tempo-dei-bagni-la-storia-del-litorale/1397274

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