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Una settimana dopo Vittorio rientrò quasi perfettamente guarito dalle conseguenze del volo sui banchi offertogli dal collega Tassone. Il quale ebbe la faccia tosta di accoglierlo in classe con la mano ben tesa in un saluto (non ricambiato) e in un plateale

<<A bello, ce potemo dì che è tutto dimenticato, nun te pare? 26>>

<<A bello, ma pe che mi m’hai pijato? Anvedi che ce li ho i cojoni. Ce vedemo all’intervallo e ce rimenamo, signorino che tiene a faccia come er culo 27>>

La risposta a voce calma ma decisa del ragazzo bagherese fu sentita dall’intera classe, schierata alle spalle del bullo romano. Alcuni compagni gli fecero perfino segno di ok o gli lanciarono sorrisi di apprezzamento constatando intatto quel misto d’incoscienza e coraggio che avevano gioiosamente scoperto la settimana precedente.

Le due ore d’italiano trascorsero tranquillamente, con in più una bella interrogazione del medesimo eroe di classe; con sei giorni trascorsi fra letto e poltrona aveva avuto tutto il tempo di prepararsi per benino sulla poesia del Leopardi, di cui il prof era noto appassionato, per non dire mono maniaco.

Dopo quasi mezz’ora di torchiatura se ne tornò al banco con un bel 8 ½. Anche il suddetto docente era affetto da inguaribile stitichezza valutativa, malattia ben diffusa in quel liceo, come la lue in un battaglione di legionari di stanza a Place Pigalle.

Ma, suonata al campanella e corso giù sorridente, Vittorio si rese conto che il vile Tassone si era portato dietro due sgherri. Si scoprì poi che si trattava di due cugini romani, entrambi pugili semiprofessionisti, in trasferta a Trapani per alcuni incontri di boxe. Fu immediatamente chiara l’intenzione di quel terzetto di mezzi delinquenti di mandare Vittorio al reparto grandi traumatologie della Clinica Universitaria – diretto dal noto primario Giulio Scafidi, apprezzato in tutt’Italia.

Ma anche così Vittorio, invitato dal Tassone a ritirarsi, pena

<<lunghe sofferenze che ti faranno rimpiagne a settimanella a casetta tua a farte e pippe 28>>,

il ragazzino rispose con pugno chiuso e indice alzato.

<<Ahò, e più chiaro de così? Però po nun t’azzardà a dì che nun t’avemo avvertito, a pischè 29>>, sorrise a 32 carati il Tassone. E aggiunse:

<<sempre si te resterà n’pochetto de fiato pe sparà du cazzate 30>>.

Mentre però i due ultimavano i preparativi per mandare il pischello quasi all’altro mondo, si notò movimento nella gran folla di ragazzi e ragazze che assistevano all’evento.

Un attimo prima e i tre romanacci, voltando le spalle al pubblico, si toglievano maglioni e camice, restando in canottiere che mostravano i muscoli ben torniti (in particolare quelli dei due pugilatori); un attimo dopo e pronti per la bastonatura, ecco che il terzetto si tramutò da possessori di facce sorridenti ed esaltate, in straccetti grigiastri e bocche storte e occhi spalancati. Si trovarono di fronte non più solo Vittorio: ma Pepito e i gemelli Musumeci con un paio di loro impiegati – addetti al facchinaggio di merci fra i magazzini, quindi assai dotati da madre natura in termini di bicipiti, pettorali e affini.

Era successo che Pepito, informato dell’accaduto di una settimana prima, aveva contattato subito i suoi amici. Era ormai ben nota la pericolosità del Tassone, coniugata a spietatezza e radicale mancanza di sportività. Solo lui probabilmente in tutto il liceo avrebbe potuto avere la sfrontatezza di sfidare un ragazzetto, per di più facendosi fiancheggiare da due boxeurs freschissimi di allenamenti.

In quel momento, passando da 1 contro 3, a 6 contro 3, Tassone aprì la bocca come per dire qualcosa. Ma non ne ebbe il tempo perché l’ardimentoso Pepito gli sferrò in piena faccia un destro discretamente efficace.

Nel giro di pochi minuti il trio romano si trovò a mal partito rispetto alla mezza dozzina palermitana. I due studenti messi di guardia segnalarono quindi l’imminente arrivo di Sinagra, tre bidelli e dietro altri professori.

In un batter d’occhio il trio sanguinante venne nascosto in una cantina dietro lo spiazzo dove si era svolto il duello a mani nude. Il sestetto vincitore si mise improvvisamente a giocare un qualcosa che ricordava il rugby. Nessuno o quasi lo praticava novant’anni fa: ma i soliti ben informati Musumeci ne avevano una pur vaga idea. E in effetti tale idea fu ottima in quanto l’unica che potesse giustificare le ferite, superficiali ma ben visibili, apparse sui volti e parti del corpo di Vittorio e Pepito, oltre a uno dei due impiegati della ditta Musumeci & Co. International.

Sinagra non profferì verbo: fissò con la sua occhiataccia trapanante tutti e sei i presenti, sudati, sporchi e un po’ contusi. Quindi girò le spalle dicendo

<<Tsé, rugby! E dove diavolo credono che siamo, a Londra o Nuova York?>> e sparì tirandosi dietro la piccola comitiva con cui si era precipitato nello spiazzo.

Ma la fortuna quel giorno dov’eva essere proprio dalla parte dei D’Alessandro poiché un professore supplente, molto ben voluto dal preside, aveva assistito alla scena, già dotato di precise informazioni sulla vigliaccata di Tassone e il coraggio di D’Alessandro.

C’era poi stata una soffiata ricevuta dal fratello del citato docente, vice commissario della Pubblica Sicurezza, che aveva raccontato in occasione del solito pranzo domenicale di famiglia. I due pugili amici del Tassone erano in realtà due trafficanti di cocaina di cui rifornivano il “bel mondo” e l’aristocrazia romani. Gli incontri programmati a Trapani erano una scusa per rifornirsi da una nave attraccata nel locale porto, meno controllato dai finanzieri rispetto a quello ben più importante di Palermo.

Quindi, vennero presi due piccioni con una fava. Appena suonò la fine della ricreazione due giovani in impermeabile e pantaloni alla zuava si rivelarono come sottufficiali della Benemerita. Con un potente fischietto fecero entrare non meno di una dozzina di altri “sbirri” che procedettero ad arrestare i tre delinquenti romani.

Pochi giorni dopo si seppe che i due trafficanti erano stati condannati per direttissima a dieci anni di galera e rinchiusi nell’Ucciardone (il carcere palermitano di borbonica tradizione). Mentre Tassone venne rispedito a Roma, essendo stato espulso seduta stante dal “Cannizzaro”.

 

26 Bello, possiamo dirci che è tutto dimenticato, non credi?

27 Bello, ma per chi mi hai preso? Guarda che li ho i testicoli. Ci vediamo all’intervallo e ce le diamo di nuovo, signorino che ha la faccia come il culo

28 rimpiangere la settimana trascorsa a casa a farti le seghe

29 Più chiaro di così? Però, poi, non t’azzardare a dire che non ti abbiamo avvertito, ragazzino

30 sempre se ti rimarrà un po’ di fiato per sparare due scemenze