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Vittorio percepiva quella prima immersione nelle acque metropolitane come una fulminea scuola per affrontare la città nel modo più inoffensivo possibile. Invece il tutto si stava trasformando in un successo.

La scuola lo aveva accolto benissimo, tra nuovi amici, professori da tenere a bada senza troppe difficoltà, il cane del capo bidello, paladini come i gemelli Musumeci – pur con la cautela nel gestirli la cui necessità fu lo stesso Pepito a raccomandargli.

I risultati delle prime forche caudine chiamate interrogazioni avevano prodotto risultati che se letti su un’altra cartella liceale avrebbero stupito lo stesso ragazzo dai capelli rossi, definendo un mezzo genio colui che avesse ottenuti quei voti così alti. Ma il voto migliore non fu un numero, né un giudizio o un premio: bensì quello sguardo di Sinagra dopo l’interrogazione di latino, per la prima volta in oltre un mese di routine di classe ricevere un mezzo sorriso e un vago cenno di apprezzamento con la mano. Rivolti proprio a lui, Vittorio Emanuele D’Alessandro, nato a Bagheria il 28 ottobre 1913 nella misteriosa Palagonia-“Villa dei mostri”, domiciliato in Corso dei Mille 110 a Palermo.

Ma soprattutto l’incontro con i fratelli Baldi e ancor più con la metà femminile: la splendida Eleonora, non meno misteriosa della stessa villa bagherese, teatro di un’infanzia come formazione alla vita nel suo pieno intreccio di splendori e miserie.

A casa veniva lasciato abbastanza in pace: Maria Castronovo andava con lo sguardo ben al di là delle già buone od ottime prove scolastiche, cogliendo i dettagli silenziosi, gli umori passeggeri e i racconti, indovinando gli stati d’animo di quel figlio arrivato nel suo mondo in età relativamente tarda per una donna di fine Belle Époque.

Naturalmente, pur nell’ignoranza ufficiale sulla storia con la signorina Baldi, mamma Maria aveva ben colto quel qualcosa che fa immaginare il primo amore di un figlio nell’aspro fiore dell’adolescenza. Per giunta in un’epoca nemmeno disposta ad accennare alle parole <<sentimento, coppia, innamoramento>> se riferite a persone di ceto borghese prima dei 18-20 anni.  Peggio del peggio osar parlare di sesso!

Discorso ben diverso, s’intende, nel caso di popolani ai quali, come se appartenessero a una remota tribù dai costumi misteriosi ed estremi, veniva concesso di accoppiarsi e sposarsi e filiare e diventare nonni in epoche anagrafiche altrimenti scandalose per la “gente per bene”.

Ma la mamma sapeva quando intervenire correggendo, quando invece mantenere un’immagine di sorridente imperturbabilità. Se lo scavezzacollo Pepito non avesse posseduto, a titolo di compensazione dal destino, quelle virtù di acume e capacità d’indirizzare le vite delle persone che gli stavano a cuore (e Vittorio era nella zona alta della sua classifica personale), certamente la madre avrebbe potuto preoccuparsi. Ma sapeva di poter contare doppiamente sul sestogenito: e per la saggezza degna di un ventenne, e per lo sguardo protettivo e di discreta sorveglianza che non mancava mai verso il fratello minore.

Dunque, Maria Castronovo per mesi e mesi fece semplicemente finta di non sapere nulla su quella che oggi si chiamerebbe “relazione” del figlio quattordicenne, e che allora non poteva aver nome non potendosene ammettere l’esistenza.

Giusto il giorno dopo lo scontro vittorioso contro la banda dei romanacci, la figlia dei coniugi Baldi fu avvertita dell’episodio dal fratello. Che, a sua volta, ne era venuto a conoscenza grazie a quella che fra militari di leva si chiama “radio fante”. Quelle notizie che passano veloci di bocca in orecchio, fra amici e conoscenti, coetanei o giù di lì, coloro che formano le legioni dei ginnasiali e liceali. In tempi in cui erano relativamente pochi – come ogni élite che si rispetti in un assetto sociale fatto ancora di rigide caste, arcigni privilegi, ineguaglianze alla luce del sole liberale prima, fascista poi.

Questa volta la missiva fu orale: giacchè, sulla via del ritorno dopo una noiosa mattinata d’interrogazioni latine e matematiche, con esiti variegati, incontrò il giovane Baldi a riferirgli un messaggio della preoccupata sorella. In quel momento Vittorio si percepì come novello Ulisse a vagare per la città sicula, mentre l’amata Penelope soffriva l’assenza di notizie sul coniuge. Vittorio/re d’Itaca sorrise dentro di sé per l’emozione di sapere che una coetanea, avvolta nel segreto di una bellezza sfuggente, si preoccupava che lui non fosse ospite di qualche reparto di medicina traumatologica palermitana.

Quindi, Mirko proseguì riferendogli che la sorella gli imponeva di vedersi quel pomeriggio in uno dei principali bar cittadini, a metà strada dalle rispettive abitazioni. Dunque a tiro di bicicletta.

Il giovane abitante di corso dei Mille incaricò il fido messaggero di riferire che accettava ben volentieri l’invito. Alle sedici in punto si sarebbe fatto trovare seduto nel suddetto locale in attesa della fanciulla. E nel frattempo il valente Mirko, per favore, che rassicurasse la sorella sul perfetto stato di salute del loro comune amico.

L’accettare la proposta della sua principessa equivaleva a una piccola condanna a morte relativamente al capitolo della vita scolastica indicata con l’etichetta “matematica”. Tra andare, stare (il più possibile a nutrirsi del sorriso e delle fossette, dei capelli scomposti dalla corsa in bici e del rossore delle guance di quel meraviglioso esemplare di specie femminea) e tornare era infatti ovvio che sarebbe volato l’întero pomeriggio. Che invece il previdente Vittorio aveva in un primo tempo riservato a un intenso lavoro proprio sulle equazioni di primo grado e sulla teoria dei numeri relativi. Per di più da spiegare all’intera classe, aspettandosi domande d’ogni tipo dai compagni ignari dei due argomenti. La docente aveva l’intelligente, quanto allora inusuale metodo, di scegliere per ogni nuovo argomento un alunno che lo studiasse, per poi quasi quasi farla lui la lezione. Almeno curarne l’introduzione.

Ma quel “primo tempo” in cui aveva pensato di ritirarsi nella sua camera con il fonografo e dischi di Beethoven e Mozart ad aiutarlo nel preparare la sua lezione, era un tempo precedente a quello adesso occupato dal metro e sessantadue di pelle chiarissima e occhi verdi come un fiume solo sognato e mai visto. Dunque, forse un secondo e già aveva messo da parte il progettato pomeriggio di studio, come un giocattolo appena comprato e nemmeno scartato lo si getta nell’immondezzaio della scala di servizio, dove non arrivano mai né pioggia né sole. Dopotutto, oltre un mese di successi tra assai buoni e ottimi non sarebbe certo mutato in un caos di fuoco e punizioni divine per un impreparato. Giudizio al quale certo nessuno avrebbe potuto sottrarre l’incosciente ragazzo. Testa per i numeri o cuore per la ragazza? Si disse Vittorio, dopo aver salutato affettuosamente Mirko. Ma vuoi mettere? Si rispose con un sorriso vagamente sforzato.

 

Concluso il pranzo, si accorse che erano appena le quattordici. Calcolò generosamente il tempo di arrivare al fatidico bar senza nemmeno mezzo minuto di ritardo; non immaginando di certo che gli scafati Angelo e Vincenzo gli avrebbero imposto di far attendere la sua bella per un quarto d’ora abbondante. Per la serie <<mai far capire, soprattutto agli esordi di una storia d’amore, quanto si tenga alla ragazza che facciamo attendere>>. Angelo, già preda della seduzione americana (fra cinema e jazz e romanzi), lo avrebbe definito a love affair.

Il romantico Vittorio era comunque ben in grado di mischiare il cuore col cervello: e con spirito pratico calcolò di avere un’ora e mezza circa per almeno preparare la parte più ostica, quella sulla teoria dei numeri relativi. Così s’illuse di poter cauterizzare parte delle ferite da lui inferte l’indomani all’amor proprio professorale della peraltro sensibile e materna docente.

Sapeva anche che raccontandolo a miss Baldi avrebbe brillato di luce propria – tenendo tanto al loro incontro ma senza, per questa scelta, doversi poi incoscientemente dirigere al patibolo liceale. Un impreparato equivaleva a un due; quindi, un semi impreparato gli avrebbe fruttato cosa? Beh, s’immaginò l’auto giustiziere in calzoni corti, al minimo un quattro, alla peggio un tre e mezzo. Recuperabilissimi, si tranquillizzò con in bocca il sapore della lingua da gattina della fascinosa ragazza che gli avrebbe illuminato pomeriggio, sera, notte, settimana. E anche un paio dei millenni a venire.

In effetti si scoprì dotato di un’inedita lucidità mentre fu alle prese con i benedetti numeri. Si sentiva come un ufficiale in preda alle febbri malariche del lontano Oriente mentre guida all’attacco un intero reggimento, ignaro di quale pericolo lo stia per sfiorare oppure prendere in pieno.

Alle tre e mezzo spaccate, riuscito a concludere quella che gli parve un’ottima presentazione sulla seconda metà di quanto affidatogli dalla professoressa, inforcò la bicicletta con in bocca un megalodontico pane con mortadella e burro salato. Fra l’impegno neuronale aritmetico e il pregustare l’imminente gioco di sguardi di lui/lei, gli era acchianato un pititto ‘i moriri 31– aveva sghignazzato la sollecita Pina, il secondo angelo casalingo (dopo la madre), nel preparargli un capolavoro di mega panino imbottito.

 

31 venuto un appetito da morire