Quando per caso, un pomeriggio di ottobre del 1925 incontrò una diciottenne che aveva visto in estate accompagnarsi diverse volte a suo fratello Angelo, Vittorio trovò miracolosamente il coraggio d’invitarla a prendere un gelato, alleviando la tarda calura che ancora affliggeva le terre di Sicilia.

Domenica, Mimma per gli amici, dimostrava ben più dei diciott’anni dichiarati; tanto che l’ardimentoso ragazzino, quando due giorni dopo s’incontrarono in un caffè nel centro del paese, durò fatica a credere all’anagrafe. Finchè lei, stufa dei continui

<<non ci credo che hai solo diciott’anni>>,

gli esibì quasi sulla faccia la carta d’identità gelandolo con un

<<Bambinello bello, comincia a imparare, semmai, a dare meno anni ad una signora, non certo di più, se vuoi imparare a piacere alle suddette signore>>.

Ma quando lui le ribattè candidamente di non avere alcuna esperienza <<con le suddette signore>>, Mimma, che in fondo era una brava ragazza seppur smaliziata, scoppiò in una risata liberatoria dall’imbarazzo di quell’incontro.

<<Tu credi di sentirti timido e bloccato. Ma se mi potessi guardar dentro capiresti quanto lo sono io, adesso, qui con te>>

<<Ma se potresti essere mia sorella grande? Di cosa dovresti imbarazzarti a star seduta qui al bar con un ragazzino>>

<< Ah, ah, ah, e meno male che non mi hai chiamata zia o nonna>>.

Il suo viso esplose in un dentatura a trentadue carati e un paio d’occhi illuminati da tutta la bellezza del mondo in versione 1925. Vittorio per un momento si sentì girare proprio quel mondo tutto intorno alla testa, come fosse un pallone tirato verso la porta avversaria in un campo di calcio di appena una dozzina di migliaia di chilometri di lunghezza.

Quando la ragazza ebbe finito di divorare il gelato di dimensioni epiche (offriva ‘u picciriddu, o almeno così aveva dichiarato lui, tutto convinto e con la faccia infuocata), gli prese la mano percependola fredda e tremolante. Fissandolo negli occhi azzurri, sfuggenti, incorniciati da ciglia rossicce e insolitamente lunghe per un maschietto, gli disse candidamente:

<<Il fatto che mi hai invitata a prendere un gelato, quando sai che si tratta di una proposta rarissima, visto che tu hai dodici anni, visto che io ne ho diciotto (dimostrandone per giunta venticinque), visto che vieni da un’ottima famiglia, mi fa dubitare che tu voglia corteggiarmi. Dunque, se ho ragione, allora cosa desideri dalla mia persona?>>

<<Infatti, non temere … non avrei mai il coraggio. No, semmai volevo chiederti … oddio, è difficile da spiegare>>.

<<Provaci, Vittorino>>

<<Non mi chiamare così ….>>. La reazione a caldo rivelò all’improvviso un carattere che poteva improvvisamente mutare sul temporalesco. Dopo un momento si calmò e le disse con un sorriso sforzato

<<Perdonami, ma solo mia madre e mio zio Ferdinando possono, e solo ogni tanto, darmi del “Vittorino”>>.

<<Prova a spiegarti, Vittorio>>, corresse lei senza fare una piega.

<<È che sono così ridicolo, non mi so comportare con le ragazzine della mia età. Ecco. Credo di … come dire, di sapere quello che vogliono sentirsi dire … penso di averlo bene in testa, ma poi … mi basta averne una a un metro di distanza che già ho dimenticato tutto e …>>

<<Vorresti forse lezioni private di bon ton?>>

<<Cosa? Ripeti>>

<<L’ho letto in una rivista: in francese s’intende qualcosa come buone maniere, galanteria.>>

<<Lezioni private? A sentirlo fa un po’ ridere. Però …>>

<<Però?>>, ripeté lei con un sorriso terribilmente accattivante.

Vittorio si sentì spinto verso quella proposta da una mano invisibile e di velluto.

<<Ma non credo tu l’abbia mai fatto, o mi sbaglio?>>

<<No, non ti sbagli proprio. Non sono mica matta?>>, rise la ragazza. <<Sai cosa facciamo? Apri bene le orecchie perché non lo ripeterò più, visto che mi vergogno a proportelo questo scambio>>

<<Quale scambio?>>, chiese precipitosamente il ragazzo.

<<Calma, stai zitto e fammi parlare>>, s’innervosì lei. <<Non vedi che sono imbarazzata? Lo vedi?>>

<<Sssi, è … vero>>, replicò Vittorio un po’ spaventato dalla foga.

<<Allora ecco la prima lezione: noi donne ce ne infischiamo degli uomini che pretendono di sapere cosa vogliamo sentirci dire. Desideriamo, invece, essere meravigliate, sorprese da una cosa che si chiama ESSERE SE STESSI. E sai perché parecchi uomini sanno che è così, eppure insistono nell’indovinare quel che credono le donne vogliano sentire eccetera eccetera?>>

<<Perché se si mostrano per come sono temono di deluderle?>>

La ragazza rimase due-tre secondi assolutamente sorpresa.

<<Mamma mia! E hai detto di avere dodici anni? Ma lo sai, ragazzino dai capelli rossi, che non mi sarei mai e poi mai immaginata di sentirmi rispondere così, non dico da un tuo coetaneo, ma da centinaia di uomini adulti? I miei complimenti, signor Freud>>

<<E chi sarebbe? Un attore di cinematografo?>>

<<Nooo, caro mio, è un medico di Vienna che ha inventato … si, credo si possa dire così, una nuova cura per le persone che hanno problemi di testa>>

<<Emicranie, cose così?>>

<<No, no, intendo paure, nervi, ansie, brutti sogni, sai?>>

<<E tu, dopo il liceo classico vorresti studiare per diventare come questo medico>>

<<Si, hai proprio capito bene. Quest’estate sono stata due settimane a Parigi per tentare l’esame di ammissione alla facoltà di medicina>>

<<Brava>>

<<Aspetta, non ti ho detto se l’ho superato>>

<<Si, sono sicuro di si>>

<<Grazie, in effetti ce l’ho fatta>>

Quindi fra un mese parto per Parigi. Il liceo l’ho già finito>>

<<Ma ad Angelo non avevi forse detto che ti mancavano ancora due anni?>>

<<Esatto. Era per non farlo sentire inferiore, visto che lui di scuola non è che voglia sentirne molto parlare>>

<<Ma perché non vai a Palermo, o magari a Roma a studiare?>>

<<Semplice: primo ci abitano due coppie di miei zii – mia madre è parigina – e, secondo, osi fare il confronto con la Ville Lumière?>>

<<E lo scambio?>>

<<Già, lo scambio. Solo dodici anni e già fai perdere il filo del discorso a una quasi signora. Vedi che sei sulla buona strada? Dunque …   fammi pensare un momento>>.

La bella amichetta di Angelo – una storia che sembrava come sempre destinata a durare qualche settimana – socchiuse gli occhi e aspirò voluttuosamente il fumo di una lunga sottile sigaretta dalla cartina grigia.

<<Ah, ecco: facciamo così. Tu mi fai incontrare tuo padre e gli chiedi se posso accompagnarlo in qualche visita a domicilio e nel suo studio. Mi dicono tutti che possiede un infallibile talento clinico, un bravissimo detective delle malattie>>.

E siccome Vittorio la fissava con un alone di perplessità Mimma chiarì l’apprezzamento per suo padre:

<<Sai, si presenta un malato e tuo padre in due minuti di osservazione, qualche domanda, l’ascolto del battito cardiaco o la misurazione della pressione, ecco che capisce perfettamente il malanno passeggero o la malattia grave che tormenta il paziente. E questo, ti garantisco, è un dono assai raro. Se potesse darmi qualche consiglio, quantomeno lasciarmi apprendere osservandolo visitare>>

<<Certo, impareresti parecchio. Tieni però conto che mio papà è ben poco chiacchierone quando lavora. Anche quando non lavora>>

<<Si, lo so>>, sorrise Mimma senza farsi smontare. <<Ma digli che può star tranquillo, non lo disturberò, me ne starò lì zitta zitta: se poi, ogni tanto, vorrà precisare qualche aspetto di una cura o un particolare di una diagnosi, penderò dalle sue labbra, come si dice>>.

<<E tu mi racconterai tutto quello che sai delle donne. Le donne da sole e le donne con gli uomini>>.

L’espressione fece scappare un sorriso a Mimma.

<<Certo: ma attento che saranno soltanto le mie opinioni. E nient’altro: non ti farò certo un corso universitario di seduzione. Sono tutte fesserie per prendere in giro i babbei in circolazione: ognuno deve fare come si sente di essere>>.

Si strinsero la mano con una certa seriosità, quasi avessero appena stilato un accordo di vendita dell’intera isola.

Nelle settimane seguenti di quella fine estate Vittorio e Domenica risultarono assai occupati. Lei a seguire per due-tre ore (nei giorni dispari) il dottor Natale nelle visite (tanto presso lo studio casalingo che a domicilio), con tanto di appunti meticolosamente presi osservando tanto e ascoltando quel poco che usciva dalle labbra screpolate del quasi anziano medico condotto.

Intanto Vittorio s’incontrava con lei due volte a settimana, fra settembre e primi ottobre, al medesimo caffè del loro primo appuntamento. Mimma gli raccontava di tutte le storie, avventure, scappatelle, flirts delle sue amiche, compagne di scuola, cugine, vicine di casa. Ovviamente cominciando dalle proprie che, nonostante fosse appena diciottenne, erano già una mezza dozzina. Vittorio si fece un’idea di giovanissima donna dalle idee ben chiare, libera come il vento, seducente, eppure decisa a vivere la propria vita con al centro sé stessa. Cominciando dalla passione per gli studi di medicina.

Poi quel periodo volò come l’estate che l’aveva preceduto. Il ragazzino aveva svolto in poche settimane uno strano percorso di crescita: sorta di terapia della parola, della presa di coscienza, dell’ascolto con al centro il rapporto uomo-donna, antico come la madre terra e bisognoso di nutrimento basato su verità, spontaneità, bontà, allegria. Questa la ricetta che Mimma dalla strabordante personalità gli aveva trasmesso. Naturalmente la timidezza, la paura di sbagliare, di combinare guai familiari e paesani (<<tutti sanno tutto in paese>>, si era sentito dire sin da piccolo) sarebbero andate via a poco a poco, con l’esperienza e senza fretta. Dopotutto, Vittorio aveva pur sempre solo dodici anni.

Un ultimo consiglio però Mimma glielo volle dare ancora il giorno stesso della partenza. Ebbe l’idea di salutare i genitori a casa, senza farsi accompagnare in stazione; cosa che invece, segretamente, permise a una sola persona: il proprio ormai affezionato allievo di femminilità, come aveva soprannominato il corso che gli aveva impartito.

Alla Stazione Centrale di Palermo Vittorio ci era arrivato in moto, seduto dietro suo fratello Vincenzo (che aveva preparato una bella scusa per i genitori); si diedero appuntamento dopo mezz’ora. Nel frattempo il fratello maggiore doveva fare una scappata in prefettura per una pratica legata al servizio militare.

Nell’enorme atrio il ragazzino vide subito la sua ormai ex maestra di vita – femminile e non solo – che lo accolse con un sorriso di leggera commozione. Aveva attorno a sé la bellezza di quattro valige e due borse.

<<Mizzica **, ti stai portando mezza casa fino a Parigi!>>

<<Mio giovane amico, guarda che prevedo di star via circa sei anni: tanto dura il ciclo di studi. Proprio come qui a Palermo>>

<<Mi scriverai, cara maestra di cose ‘i fimmini***, vero?>>

<<Ma certo. Ascoltami per un’ultima volta: questa me la sono conservata proprio per oggi>>

Vittorio cambiò posizione mettendosi più dritto e avvicinandosi al viso della ragazza: come per non perdersi nemmeno un alito del suo prezioso fiato.

<<Quando fra cinque o sei anni qualcuno ti proporrà di accompagnarlo al bordello … tuo padre non mi sembra proprio il tipo, per fortuna, ma i tuoi due fratelli maggiori di sicuro … ecco, io al posto tuo rifiuterei>>

Mimma attendeva il classico <<perché?>> che ritma tante istruzioni di vita che si ammanniscono a bambini e adolescenti. Ma il ragazzino D’Alessandro taceva aspettando altre parole da custodire per bene nella testa.

<<Mi sembra un modo squallido, triste di far fare esperienza a chi non ne ha mai avuta fra le braccia di una donna. Invece aspetta che ti capiti l’occasione giusta, in qualsiasi luogo, con una coetanea o più grande, magari quarantenne. Una straniera o la ragazza che abita a cento metri da casa tua, forse una cuginetta di secondo grado che incontri a un matrimonio di famiglia. Che ne sai quando capiterà? Ma siccome sei carino, sveglio, sportivo, simpatico e crescerai bene, ti capiterà di sicuro, stanne pur certo. Ma non pagare mai, capito?, MAI PAGARE UNA DONNA. È una doppia offesa: a lei e a te stesso. Me lo prometti? Tutto il resto che ti ho detto in queste settimane sono semplici racconti e consigli: questa è l’unica cosa che ti chiedo di fare>>

Vittorio la guardò, gli occhi umidi di lacrime – come raramente gli succedeva, malgrado i dodici anni – e l’abbracciò stretta, con tutta la forza che aveva. Il profumo francese che lei usava si fondeva con il vago odore di armadio e naftalina dei vestiti, mentre l’allievo percepiva il battito veloce dell’intenso coraggioso cuore di ragazza in partenza per l’Europa. Poi, forse, per il mondo intero. Le mani rossicce e un po’ sudate si aggrapparono al golfino di lana leggero, sotto il quale s’indovinavano al tatto le spalline e i bottoni di chiusura del reggiseno. Mai fino ad allora si era spinto così lontano nel dolce inquietante strano territorio femmineo. In pochi istanti si sentì catapultato in un viaggio a velocità folle, eppure restando lì immobile. Pensò che forse ubriacarsi portava a vivere sensazioni simili, sicuramente ben più intense.

All’annuncio del wagon-lits per Milano Domenica si staccò con leggerezza da quella stretta che non aveva nulla più di adolescenziale. Certo, Vittorio avrebbe fatto altri passi avanti, sarebbe andato incontro alla vita man mano con più coraggio e intensità di cuore e di testa. Ma per lei era come averlo visto crescere di venti centimetri in poco più di un mese.

Il distacco, la corsa di Mimma colta di spalle, il corpo che saliva nervoso gli scalini della carrozza grigia di polvere e viaggi, nessun braccio che si sporgeva a salutare. Tutto percepito insieme da Vittorio, in piedi sul marciapiede e poi via, senza attendere il fischio di partenza. Per paura che fra convogli in fuga e gente che restava quel segnale di ferroviere stanco per il lungo turno risuonasse come un portone definitivo sbattuto in faccia al ragazzino dal sorriso stordito.

** tipica espressione di meraviglia, equivalente a “accidenti”, “per la miseria”

*** questioni femminili

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