Al rientro dalla gita clandestina, appena scaricato dall’incosciente sidecar di Vincenzo, Vittorio si avviò verso il cancello della villa. Sfortuna volle che lo incrociasse la signorina Marcano, una trentina che abitava in una casa prossima a Palagonia. Il ragazzino la conosceva di vista ma lei si fermò per stringergli la mano con inusuale gentilezza che al figlio piccolo dei D’Alessandro puzzò subito d’inautentico. Si accorse che la giovane donna lo fissava sulla guancia destra. Poi si congedò con altrettanta irruenza e Vittorio potè finalmente varcare il cancello che affaccia sulla centralissima piazza Garibaldi. Ripensava a quello sguardo indefinibile, come un sottile schiaffo sulla guancia. Arrivato quasi all’androne vide che una finestra era rimasta aperta. Gli venne istintivo specchiarvisi, immaginando chissà quale deturpazione avesse subito il suo viso. In effetti proprio sulla guancia destra si era stampato un confuso disegno di rossetto. Il malandrino del fratello viveur si era mantenuto nella totale omertà. Vittorio faticò non poco di saliva e unghie e polpastrelli e fazzoletto. Ma facendo il proprio ingresso in casa era impalpabilmente avvolto dalla misteriosa gioia di quell’abbraccio. Quando il giorno dopo la spiona vicina di casa provò a raccontare delle macchie di rossetto ricevette come degna risposta una risatina e un’alzata di spalle da parte di Maria D’Alessandro, che per una volta impiegò il dialetto con un tono che non ammetteva repliche:

<<I me figghi tutti bonu i canusciu *>>.

A qualsiasi latitudine del pianeta Terra, dalle rivoluzioni mercantili e geografiche in poi, in ogni paese e villaggio si aggirano figure umane che spiccano fra quelle comuni. Un tempo esposte al pubblico ludibrio, recano con sé il fardello di una deformazione fisica o un ritardo mentale, eccentricità oltre il tollerato o semplice stato civile di nubilato. Le classiche zitelle, cui vengono attribuiti voracità sessuale, depressione da vuoto familiare, istinto materno fuori dalle righe, dipendenza da alcool o droghe; in tempi andati, magari, la capacità di creare sfortune e provocare disastri al prossimo.

Mariannina Marcano era proprio una di loro. Trasferitasi quindicenne con la famiglia dalla natia Reggio Calabria alla Sicilia nel 1905, non ebbe mai bisogno di lavorare. Il padre aveva fatto fortuna con la vendita dei terreni ereditati da un vecchio zio, del quale non si era mai saputa l’esistenza. A Bagheria aveva acquistato un vecchio negozio, molto decaduto ma al centro del paese e dotato di locali assai ampi e luminosi. Ripulito, ridipinto e riempito di merce la più varia era diventato in pochi mesi un vero richiamo per tutte le massaie del paese.

Negli anni 1907/08 la clientela cominciò ad arrivare anche da Aspra e Mongerbino, Ficarazzi e perfino dalla periferia palermitana. Il signor Marcano si era subito dimostrato abilissimo nel fiutare affari, come i cani di Alba e dintorni scovano tartufi. Quindi, decise di aprire una succursale. Poi due, tre, fino ad arrivare, in pochi anni a coprire mezza provincia con ben diciassette negozi. Vi si poteva trovare di tutto: dalla saponetta per il viso delle signore più esigenti agli utensili che aiutavano le donne di casa in un’epoca ancora lontana dall’invasione degli elettrodomestici.

E fu così che la loro unica figlia si mutò partito fra i più convenienti per i maschietti celibi nel raggio di decine di chilometri. Ma una vera e propria processione di pretendenti non ci fu mai; anzi, tutt’altro. Mariannina da bambina fino ai diciassette-diciott’anni accumulò un bel concentrato di difetti.

Quello che spiccava subito concerneva il piano fisico. Infatti, purtroppo per lei, al momento del concepimento madre natura era stata colpita da un improvviso attacco di demenza. Il risultato, nella tarda adolescenza e prima giovinezza, era una statura esagerata (che toccò il massimo di un metro e ottanta da diciottenne), un’andatura allampanata, una figura magrissima (oggi si direbbe sulla soglia dell’anoressia), occhi strabici (anche se di un meraviglioso azzurro).

I capelli crespi, quasi da africana, con gli occhi avrebbero potuto costituire davvero un bel contrasto, se non fosse stato per un naso a patata e una grossa voglia fra zigomo e guancia destri, con l’aggiunta di un paio di orecchie a sventola. Insomma, non un mostro ma decisamente brutta e sgraziata. Soprattutto quell’assurdo metro e ottanta, improponibile in un’Italia insulare con una statura media maschile sul metro e sessantasette/sessantotto; facendo quindi scappare qualsiasi ometto anche vagamente incuriosito. Peraltro, anche ad avvicinarsi un attimo, ci pensava subito la stessa Mariannina a convincere negativamente chiunque, grazie al suo pessimo carattere, all’arroganza e alla spocchia.

La vertiginosa altitudine di quella sfortunata divenne da subito oggetto di sfoghi verbali e perfide gesticolazioni: il tutto, peraltro, alle sue spalle. Infatti, la prima (e unica volta), che uno dei ragazzini più intraprendenti che bazzicavano la centralissima Piazza Garibaldi s’azzardò a esclamare ad alta voce:

<<Talè cu si sta arricampanno, ‘a canna i stenniri **>>

la spilungona si bloccò all’istante come una molla, girò sui tacchi, raggiunse in un attimo l’intemerato adolescente e gli fece immediato omaggio di un ceffone potentissimo. Il sibilo fu accompagnato da una classica espressione in puro calabrese:

<<Ma un mi rompiri i cugliune, cosa lorda>>, che per dei siculi risultava di una chiarezza insuperabile.

Da quel giorno in sua presenza nessuno osò mai più prenderla in giro; anche se in fondo era solo una ragazzetta di quindici anni, per giunta “forestera”, la sua irruenza e la capacità di farsi rispettare relegarono le sfottute ai momenti in cui la canna ‘i stenniri non si trovava nei paraggi.

Carattere spigoloso, capace di cattiverie verso bambini e animali domestici, pigrizia estrema, abitudine a farsi servire da una madre troppo accondiscendente, mentre il padre era quasi sempre in giro per affari nella vasta provincia palermitana. La pigrizia, poi, la portava a non studiare, quindi a essere ignorante, ad annoiarsi, a un modo di fare del tutto indisponente, strettasi da sola in un deprimente circolo vizioso. La grande cultura che intorno ai vent’anni era ammirevolmente riuscita a farsi non l’aveva certo assimilata sul piano della crescita umana e della capacità d’interagire con il prossimo. Da adulta si può proprio dire che convivevano in lei a pari grado la statura intellettuale con un vero e proprio analfabetismo relazionale.

Conclusa la terza media senza infamia e senza lode (essendo tutt’altro che sciocca) trascorreva le giornate leggendo riviste di moda e sempre più quotidiani – attività, questa, del tutto inusuale per una fimmina adolescente nella Trinacria primo ‘900. Dopodichè passò lentamente a qualche libro – oggetti quasi rifiutati negli otto anni di scuola maldigerita. Venne a maturare nel giro di un paio d’anni un’autentica passione per la letteratura, la storia e la geografia. Tutti si accorsero della gran dose d’intelligenza che la ragazza possedeva, dote assurdamente tenuta nascosta nei primi quattordici anni. Quando un cugino di secondo o terzo grado, forse l’unico con il quale andava d’accordo, le chiese perché mai a scuola non fosse andata oltre una triste schiera di stentate sufficienze, la ragazzina rispose con un sorriso impregnato d’arroganza:

<<Ma figurati, la mia perfida gioia di prendere in giro famiglia, scuola, paesani che mi scambiarono sempre per una scimunita>>.

Un giornale e un libro tira l’altro finì col farsi una cultura, forse disordinata ma molto vasta, ben supportata da una memoria di ferro.

Si mise a discutere con tutti quelli che le capitavano a tiro: senza fare distinzioni fra contadini (almeno con loro parlava in un siciliano comicamente contaminato da calabresismi) e aristocratici, borghesi di città e massaie di paese, analfabeti e i pochi laureati. Del resto, i genitori, arricchendosi velocemente, ormai si permettevano di frequentare gente sempre più altolocata. E visto che il carattere della figlia mostrava finalmente un minimo di malleabilità e adattamento agli ambienti sociali in cui si veniva a trovare, cominciarono a portarsela dietro.

Il padre si avvide perfino che era molto portata per la contabilità. Pur dovendo lottare con rimasugli di pigrizia, qualche volta riusciva a convincerla a partecipare a incontri d’affari. In quelle occasioni la sua istintiva durezza e forza d’animo si univano magicamente all’abilità e al fiuto paterni.

Dopo i venticinque anni entrò in un pericoloso circolo vizioso: qualche uomo arrivava a piacerle; ma finiva sempre che lui non mostrava interesse o lei si comportava come sempre. Risultato: era sempre più sola e senza speranza. Il che faceva accrescere la rabbia e l’odio contro il mondo.

Le stesse frequentazioni mondane che doveva all’ottima condizione sociale della famiglia, cominciarono a diradarsi, man mano che si avvicinava all’età in cui la gente la indicava senza mezzi termini come “zitella”. In lei non c’era alcuna traccia di reazione costruttiva a quell’etichetta, che invece si stava abituando a subire come un destino. Anzi, IL destino che le sarebbe stato riservato per tutta la vita che le restava da vivere. Peggio, da sopportare.

Nei tre-quattro mesi della tarda estate-inizio autunno 1922, fra il congresso di Napoli del movimento fascista – ormai maturato a livello di vero e proprio partito – la “marcia su Roma” e l’insediamento al governo del cavaliere Mussolini, la trentaduenne signorina Marcano cominciò a subire il fascino di quell’ambizioso politico e giornalista. Tanto che un giorno s’impossessò dell’elegante Lancia paterna e si diresse a tutta velocità verso Palermo. Con inusuale impegno aveva conseguito la licenza di guida due anni prima, mostrando un’attitudine del tutto insolita per una giovane donna di quei tempi. Arrivata nella sede provinciale del Partito Nazionale Fascista di via Ruggero Settimo, entrò decisa chiedendo d’incontrare il segretario. Fra la statura, lo sguardo duro e i modi diretti, l’intimidito portiere la fece entrare.

Il dirigente del partito mussoliniano era un uomo di mezza età, molto abile nel giudicare le persone al primo incontro. Non tardò a capire di trovarsi di fronte a una giovane che avrebbe potuto dare un contributo non da poco allo sviluppo del Fascio locale. Nel giro di mezz’ora, dopo una specie di cauto interrogatorio cui la sottopose, scoprì una notevole preparazione ideologica e culturale, oltre a un caratteraccio che si poteva senz’altro piegare alle esigenze politiche e di propaganda.

A tarda mattinata fece ritorno a casa una Mariannina entusiasta, tessera numero 356.567 del PNF, con tanto di camicia, gonna e giacca nere. Sul bavero di quest’ultima spiccava il distintivo di partito – che in pochi anni si sarebbe visto su qualche milione di   altre giacche, maschili e femminili.

Per sovrappiù era passata dall’unico negozio palermitano che vendesse vestiario e attrezzatura per cavallerizzi, acquistando un frustino che dal quel giorno si mise a brandire. A completare il truce ritratto di donna dominatrice aggiunse un paio di stivali, lucidi e neri come pece. Pretese dalla cameriera di casa Marcano di trovarli ogni giorno davanti la porta della sua camera assolutamente splendenti. Più di una volta scoprì una leggera macchia o un micro deposito di polvere e somministrò alla povera servetta vari intensi colpi di frustino.

L’amazzone nei ventidue anni successivi divenne una delle dirigenti più in vista dei ranghi femminili del fascismo.

 

Non era strano che un simile personaggio soffrisse d’insonnia sin da ragazzina, in notti in cui la visitavano i numerosi fantasmi passati e presenti, e lei si rotolava nell’odio verso il mondo. Tutto il male che desiderava per gli altri le tornava addosso triplicato. Seguendo il proverbio siculo: cu sgracchia in cielo c’arritorna ‘na faccia 57.

Nel 1915, giusto a cavallo dell’entrata in guerra dell’Italia, l’ingresso trionfale, quanto definitivo nella classe dominante di Palermo e provincia da parte dei Marcano venne sancito dall’acquisto di una palazzina elegante di metà ‘800. Le camere da letto davano proprio sul giardino e su villa Palagonia.

Nel corso della serata e inizio nottata che abbiamo raccontato, protagonisti ‘u Zu Fefé, Pepito e “Vittorino”, l’intera spiegazione dello zione, prima politica, quindi sessuale, aveva avuto una spettatrice nascosta ai loro occhi: Mariannina l’insonne. Quanto si erano detto i due giovanissimi D’Alessandro e il quarantenne Castronovo era stato letteralmente bevuto come liquore prezioso dalla curiosona di casa Marcano.

Quindi, nelle settimane successive la suddetta si posizionò alla finestra con le orecchie ben tese. Una decina di altre “lezioni” di Ferdinando Castronovo furono così ascoltate con la massima attenzione dalla solerte signorina, che arrivò persino a riempire una dozzina di pagine di appunti.

Il sei novembre 1924 – data rimasta scolpita nella memoria tanto degli abitanti di Palagonia, quanto di quelli di Bagheria – intorno alle otto del mattino si annunciò al cancello il vice federale Carmelo Gattuso chiedendo del dottor D’Alessandro. Il custode non se la sentì di farlo aspettare – fra andare ad avvertire il padrone di casa e ritornare all’ingresso sarebbero passati alcuni minuti, in assenza dei moderni citofoni. Per di più il commendator Gattuso era in auto scoperta con tanto di autista e due ufficiali della Milizia, seguiti da un camioncino con un’altra mezza dozzina di militi. Per cui vennero fatti immediatamente entrare spalancando in fretta entrambe le ante del pesante cancello in ferro battuto.

Mentre le due vetture venivano posteggiate nei pressi dell’androne, si erano affacciati in giardino tutti i membri delle famiglie Castronovo e D’Alessandro. Nessuno, infatti, era ancora andato a lavorare, far commissioni o a scuola. Era quella la classica ora di colazione, cui in genere partecipavano tutti i quattordici abitanti la villa, oltre alle tre cameriere. A volte anche il giardiniere.

Si creò quindi una piccola folla di una trentina di persone.

E nel frattempo, dalle decine di balconi delle abitazioni vicine si affacciò una crescente teoria di curiosi di tutte le età che osservavano in silenzio quanto stava succedendo. Qualunque cosa fosse, non prometteva nulla di buono. Le uniche due parole che cominciarono a circolare furono <<arresto>> e <<perquisizione>> – da qualcuno sicilianamente storpiata in <<pirquizioni>>.

Gattuso e un paio di scagnozzi dovettero sentire quelle decine di paia di occhi sulle loro spalle: perché appena scesi dagli automezzi con le insegne MVSN – Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale – e il fascio littorio, come d’istinto alzarono lo sguardo verso i curiosi affacciati a terrazzini, finestre e balconi d’ogni genere e forma. Fecero segno di ritirarsi ma non ci fu un solo cristiano che diede loro retta. Gli sguardi diffidenti avevano subito creato un colore grigiastro in quell’aria frizzante d’inizio autunno mettendo quasi in soggezione una parte dei militi. I sorrisi di sprezzante arroganza che indossavano al momento di entrare nella villa ben presto cedettero il passo a visi schizzati d’inquietudine.

Gattuso in stirata e inamidata uniforme da tenente colonnello della Milizia e fascia di vice federale (la seconda più alta carica del partito in ogni provincia del Regno), alla mano che Natale D’Alessandro gli tendeva, rispose invece con un rigido quanto ridicolo saluto romano, nonchè il grido abituale di

<<Saluto al Duce>>

al quale, ancor più ridicola, la decina di militi alle sue spalle rispose in coro

<<A noi!>>, tanto da attirarsi un’occhiataccia dal loro capo.

<<Commendatore, cosa possiamo fare per voi? Volete accomodarvi, vi offriamo un caffè? Dei cornetti?>>, propose gentilmente la signora Castronovo.

Nessuno della famiglia di Palagonia aveva risposto al rude saluto fascista.

<<No signora … grazie>>, replicò meccanicamente Gattuso, esitando qualche secondo prima di pronunciare la parola grazie.

Tirò fuori un foglio da una tasca dei pantaloni grigi con due strisce rosse e infilati in un paio di lucentissimi stivali neri – degni di quelli indossati da Mariannina Marcano.

<<Ho qui … >>, intanto apriva nervosamente il foglio per poterlo leggere ad alta voce. <<… un ordine di perquisizione della villa e un mandato di arresto per lei, dottore. Ci è stata inviata una denuncia relativamente a … a non meno di cinque o sei lunghe conversazioni svoltesi qui in giardino, fra componenti della sua famiglia. Trattasi … dunque, vediamo … ah … ecco: 1) Castronovo Ferdinando, detto Fefé, 1883, Bagheria, di fu Michele. 2) D’Alessandro Giuseppe, detto Pepito, 1909, Bagheria, di Natale. 3) D’Alessandro Vittorio, 1913, Bagheria, anche lui di Natale. ‘U picciriddu è l’unico senza soprannome, ah, ah, ah>> concluse con una risata fuori luogo.

<<Picciriddu glielo dite a vostro figlio e…. >>, si affacciò dal folto gruppo di familiari e parenti il visetto rosa pieno di efelidi del più giovane della villa.

Maria Castronovo con prontezza gli mise la mano sulla bocca, così che le successive parole dell’undienne si sciolsero in un inoffensivo mugolio, ricordando un vitello restio a farsi marchiare a fuoco.

<<Mmmhhh, faccio conto di non aver sentito, ma solo per la giovanissima età di vostro figlio>>

<<Ma è forse vietato per uno zio chiacchierare fino a tarda notte con due dei propri nipoti di primo grado in una caldissima notte di fine estate?>>, chiese Fefé.

<<Ma come siete poetico. E voi sareste Castronovo Ferdinando?>>

<<Per tutti sono ‘u Zu Fefé. Ma per voi sono proprio Castronovo Ferdinando>>, rispose con un sorrisetto di sfida.

<<La rendo edotto che non si trattava di “chiacchiere”, come sostenete, ma di due argomenti che francamente non so quale sia più sconveniente, nevvero?>>.

<<che … non so quale? La rendo edotto? Comu minchia parrate, commendatore?>>, osò Pepito.

Il quindicenne si beccò dal tenente della Milizia un fulmineo tumpuluni 58 sulla testa.

Alchè Vincenzo, con dietro Angelino, si diresse verso l’ufficiale e a pochi centimetri dalla faccia gli sibilò

<<Me frati un s’avi a tuccari, grannissimu figghiu ‘i buttana 59>>.

<<Arrestatelo immediatamente per ingiuria a pubblico ufficiale>>, ordinò rosso in volto il tenente, guardando verso il vice federale che gli fece un cenno di approvazione.

<< Ah, ah, ah, bedda manica d’arrusi chi siti 60>>, ridacchiava il fratello maggiore senza opporre resistenza.

Mentre veniva rudemente caricato sulla camionetta scoperta, ci si accorse di un presenza inquietante. Durante quel duro scambio di battute, nel giardino si era silenziosamente radunata una vera e propria folla di paesani. Saranno stati almeno duecento, fra adulti, bambini, anziani, sia maschi che femmine. E altri ne stavano arrivando. Ancor più preoccupante era il fatto che quasi tutti gli uomini adulti e anziani, oltre a molte donne e ragazze, erano muniti di qualsiasi arma o utensile si prestasse a un uso per così dire “improprio”: forconi, fucili, pistole, coltelli da cucina, randelli. Compresi due asce, una roncola, una frusta e perfino un mattarello.

La folla si avvicinava sempre più, con inquietante lentezza e in assoluto silenzio.

<<Li blocchiamo con i militi, eccellenza?>>, chiese a Gattuso l’altro tenente.

<<No, tenente, almeno per ora>>

Schiaritasi la gola e accesa una sigaretta, riprese il discorso con un certo imbarazzo.

<<Dunque … siete accusati … intendo voi, professor Castronovo, di discorsi sovversivi, incitamento all’antifascismo, e perfino di pornografia>>

<<Ma commendatore, state scherzando? Guardate che mio cognato se ne frega altamente, con licenza parlando, della politica. Quanto poi ai discorsi pornografici … non sia mai. E` veramente assurdo>>, protestò con vivacità Natale D’Alessandro. <<Per la perquisizione, beh … si accomodino lor Signori. Non so cosa possano cercare, ma tanto non abbiamo nulla da nascondere a chicchessia. Meno che mai alle autorità>>

<<Per questa mattina lasciamo perdere la perquisizione. Ma è chiaro che tre persone le dobbiamo portar via: il già arrestato D’Alessandro Vincenzo, il Castronovo professor Ferdinando e … spiacente, anche voi, D’Alessandro dottor Natale, in quanto le suddette conversazioni sovversive e pornografiche si sono tenute nel giardino della villa di cui siete principale proprietario>>, annunciò Gattuso.

A quelle parole la folla, nel frattempo infoltitasi ancora di più, aumentò il passo cominciando a rumoreggiare. Tante braccia si sollevarono minacciosamente con i relativi fucili e bastoni e affini, agitati con convinzione.

Dalla fronte del vice federale alcuni membri della famiglia D’Alessandro poterono notare svariate gocce di sudore. Oltre a un certa tonalità bianchiccio pallido che si stava spalmando sul viso grassoccio del dirigente del PNF. La mano destra tremante gli scivolava verso la fondina della pistola.

L’atmosfera era pesante in un modo che mai si era sentito a memoria d’uomo in paese – come raccontarono poi i testimoni più anziani nei mesi e anni seguenti. Forse solo in un paio di casi si era assistito nell’Italia dei primi anni Venti a un intero paese che si ribellava: ma l’esempio di Sarzana che viene in mente riguardava operai e contadini oppostisi coraggiosamente a una “spedizione punitiva” tentata dai fascisti prima del 1922 (e miseramente fallita con svariati morti fra le camice nere). Nel paese della provincia palermitana, invece, si trattava d’impedire tre arresti effettuati dalla Milizia, presenti alcuni agenti della Pubblica Sicurezza e addirittura un vice federale.

Il punto dolente toccato dalle autorità in camicia nera era l’arresto di tre membri della famiglia di Palagonia (Vincenzo appena ventunenne); soprattutto di uno dei simboli di Bagheria. Quel medico condotto che curava da una quarantina d’anni chiunque in paese e nei dintorni avesse necessità di assistenza medica di base. Spesso capitava che si facesse pagare con uova e formaggio, o concedesse generosissime dilazioni di pagamento della parcella, o sconti, o semplici rassicurazioni del tipo

<<Mi pagassi n’atra vota 61>>, col sorriso enigmatico da sotto il folto paio di baffoni, bianchi come neve caduta in chissà quale inverno in una terra in cui nevica ogni ventennio o giù di lì.

Il testone calvo, appena aureolato da una coroncina di capelli, anch’essi bianchissimi, che si calava per osservare una varicella o una tonsillite; l’orecchio che con la peluria sporgente solleticava il petto di un ragazzino invaso da muco bronchiale; lo sguardo di colui che non aveva avuto voglia né denaro per proseguire con una specializzazione; ma che mostrava spesso un acume diagnostico invidiato perfino da certi “baroni” di Palermo, se non anche di città più importanti. Tutti si ricordavano di come il piccolo (di statura) medico bagherese avesse prevalso due volte sul parere di un luminare di Milano, chiamato a Palermo da colleghi disperati per aiutarli in un consulto ai più alti livelli. Così si erano potuti salvare un contadino 60enne operato al momento giusto di un tumore scambiato per banale cisti; e due anni dopo una ragazzina di anni la cui asma era stata colpevolmente trascurata.

Ecco chi era l’uomo calvo e dai baffoni alla Umberto I, magro, medico condotto incapace di fare promesse a vuoto, quanto capacissimo di mettere tutto sé stesso nel rispettare il giuramento d’Ippocrate. Proprio quel sessantenne non poteva essere minacciato, maltrattato, arrestato; nemmeno poteva farsi nulla di male ai figli a causa dei deliri di una fallita zitella, fascista e piena di soldi solo per abilità paterna, fredda e scostante come una zecca imputridita al sole di Ferragosto. Tutto il paese infatti, seppe ben presto chi era stato a scrivere la lettera ‘i cascittuni, la vile autrice della spiata.

Il commendator Gattuso si dimostrò per l’ennesima volta un imbecille di rara fattura facendo schierare militi e “sbirri” davanti l’ingresso dell’appartamento al pian terreno della villa. Schierati con tanto di fucili spianati e colpo in canna. Mentre lui stesso brandiva la pistola d’ordinanza già caricata.

<<Andatevene! Non osate mettervi contro il governo e soprattutto contro il fascismo. Vi do tre-minuti-tre per levarvi dai coglioni>>, intimò con la sua caratteristica voce roca. La parolaccia era in lui caratteristico segno d’impaurito nervosismo.

<<Sennò che fate, eccellenza?>>, chiese con un sorriso sfrontato Vincenzo che si era affacciato dalla camionetta scoperta.

<<Faccio sparare in aria. E se si persiste con quest’assembramento sedizioso, farò sparare ancora. Ma questa volta ad altezza uomo. O se preferite, ad alzo zero. Chi è stato al fronte pochi anni fa mi ha capito>>, proclamò il vice federale, a gambe larghe, pugni stretti ai fianchi e testa sollevata verso l’alto, nella classica imitazione del duce rappresentata da tutti i gerarchi e gerarchetti che avrebbero inquinato l’Italia per vent’anni e più.

Ma dalla folla nessuno girò i tacchi. Al contrario, ripresero a marciare con sicura e minacciosa lentezza verso il manipolo di militi e sbirri. I primi ranghi armati di forconi e asce e roncole e coltelli arrivarono sul ciglio della pavimentazione che conduceva ai locali dove gli abitanti della villa usavano consumare i pasti e la sera riunirsi per leggere e ascoltare la radio.

Ed ecco che il seguito di Gattuso iniziò a retrocedere, con la medesima lentezza della folla che avanzava.

Il silenzio adesso era totale, lasciando giusto fischiare qualche rara folata di vento freddo e risuonare il pietrisco sotto le suole di decine e decine di scarpe, stivali, mocassini, perfino pantofole.

Fu uno scontrarsi di pupille, una sfida fra sopracciglia inarcate, bocche cucite e strette, respiri pesanti, mani sudate attaccate a un’arma o utensile adattabile in qualsiasi modo. Anche il più fantasioso.

I minuti passavano: si erano fatte le nove. Senza che nessuno se ne accorgesse: come se guardare per un solo istante l’orologio al polso o il “cipollone” da taschino avrebbe fatto perdere il momento culminante, quello che si sarebbe rimpianto per il resto della vita.

I tre minuti del primo ultimatum di Gattuso erano abbondantemente trascorsi. All’improvviso il vice federale sembrò considerare intollerabile quella mancanza di parola da parte sua. Quindi, ordinò di sparare i preannunciati colpi in aria. Ma anche così nessun esemplare di quella folla rocciosa si fermò, né tanto meno fece marcia indietro. Non era più un agglomerato di umani, ma un essere solo, dotato di forse trecento e più organi e articolazioni e teste e occhi vitrei. Tutto compatto si ergeva di fronte alla dozzina di militi e poliziotti. Qualcuno di questi cominciò a tremare in modo visibile. Un sottufficiale si mise la mano sinistra in tasca, mentre la pistola veniva quasi nascosta dietro la gamba. Altrimenti lo si sarebbe scambiato per un trentenne dalle membra innaturalmente preda del morbo di Parkinson.

Gattuso aveva notato lo stato d’animo dei propri uomini. Non diceva nulla; ma schiumava visibilmente di una sconosciuta rabbia sorda.

Quando i due gruppi si trovarono a non più di un metro di distanza, rimbombò nel viale l’arrivo furioso di tre automezzi dei Carabinieri. Ne scese il federale, cavaliere Liborio Mercurio, napoletano ma da oltre un trentennio domiciliato a Trabia. Era un sessantino, alto sul metro e ottanta, collo taurino, muscoli ben visibili, pur sotto la giacca e la camicia nera. La figura quasi maestosa contrastava con l’età e la professione borghesissima di notaio, i piccoli occhiali ottocenteschi dalla montatura dorata e le mani ben curate, sempre fresche di manicure.

<<Gattuso, che cazze facite cà? Che vulite fa? State fanno appiccicà i nostri uaglioni in divisa cu chisti bravi cristiani i Bagheria? 62>>. La faccia rossa come colpita da fulminea insolazione e spruzzetti di saliva che saltellavano dalla bocca distorta giustificavano l’uso del dialetto napoletano. Che peraltro tutti capirono.

L’effetto di subitaneo rilassamento si produsse intenso e rassicurante sulla scena che un secondo prima stava degenerando in carneficina. Era una pioggia ristoratrice che soccorreva decine di sventurati, fino a un momento prima condannati ad arrostire sotto un sole spietato da quaranta e passa gradi.

Mercurio ebbe poi un’intuizione di sicuro effetto psicologico. Cominciò a salutare quelli che conosceva. E si trattava di quasi tutti i presenti, avendo costoro prima o poi avuto a che fare con l’unico notaio che da trent’anni esercitava in quel di Bagheria. A uno dava un paterno buffetto sulla guancia, a un altro somministrava un abbraccio, a una contadina dal sorriso smarrito baciava la mano, a un ragazzino regalava caramelle miracolosamente uscitegli dalla tasca della giacca. Che in un istante si tramutò da nero costume cimiteriale in magico scrigno di ghiottonerie.

Il tempo adesso, prima percepito come una cappa d’acciaio che stesse per schiacciare al suolo i presenti, si era mutato in un sole morbido e rassicurante. Ogni quattro o cinque paesani armati, don Liborio, con gesto sorridente – a metà fra attore consumato e padre universale, sfilava dalla mano il fucile o l’ascia che fino a un istante prima quell’uomo o quella donna brandiva con crescente incertezza. In un attimo si creò a lato del camminamento verso la villa un cumulo di armi assortite: ricordava una montagnola di pesci appena catturati.

I primi compaesani indietreggiarono e qualcuno cominciò a guadagnare il cancello della villa.

<<Allora, il dottor D’Alessandro niente ha fatto di male. Vincenzo si è già calmato, vero? E il professor Castronovo so che aveva un’importante saggio da concludere per una famosa rivista scientifica … inglese o francese, caro Fefé?>>

Ferdinando rispose con prontezza sorridente:

<<Inglese, notaio carissimo, inglese>>

<<Ma, eccellenza … noi abbiamo una denuncia che … >>, farfugliava il vice federale, impallidito mentre riponeva velocemente la pistola nella fondina.

<<Denuncia ‘na bella uallera 63 , Gattuso mio>>, lo zittì con un mezzo sorriso e una manata sulla guancia, inquietante via di mezzo fra carezza e schiaffo.

<<Lettera anonima, hai capito? LETTERA ANONIMA>>, ripeté a voce alta. <<E noi camerati, nella nostra fascistissima Italia saggiamente condotta dal nostro Duce verso nuovi orizzonti, ci dobbiamo forse abbassare a dar retta agli sfoghi di qualcuno che soffre di allucinazioni uditive?>>.

Il federale era passato a stringere la guancia del suo vice con l’indice e il medio serrati come una morsa d’acciaio all’opera in un altoforno. A Gattuso, fra il dolore e l’umiliazione, la lavata di capo finto gentile e la presa per il culo veniva da piangere lacrime di rabbia acida. Dovette concentrarsi per non cedere e peggiorare ancor più la già meschina figura che stava producendo in quell’orrido palcoscenico settecentesco.

Appena due settimane dopo, lo stesso Gattuso venne promosso a federale e trasferito nientedimeno che a Bolzano. Di lui non si seppe più nulla.

L’arpia di Mariannina Marcano fu improvvisamente lanciata sul podio della direzione dei fasci femminili di tutto il Sud Italia. La carica davvero importante prevedeva il trasferimento immediato in quel di Napoli. E a una simile chiamata non si poteva certo dire di no.

L’abile federale non mancò poi di farsi invitare a pranzo una domenica. Occasione preziosa per rincuorare i D’Alessandro, a parte la raccomandazione, un’altra volta, di ritirarsi in casa se si voleva dar sfogo alle proprie <<stravaganze culturali>>.

Per tutto il restante ventennio nessun abitante di Palagonia avrebbe più ricevuto alcun genere di disturbo dal regime fascista.

* I miei figli li conosco tutti bene

* letteralmente: canna per stendere (i panni). Per estensione, espressione volta a ridicolizzare persona molto, troppo alta

57 a chi sputa in cielo gli ritorna in faccia

58 scappellotto molto forte

59 Mio fratello non si deve toccare, grandissimo figlio di puttana

60 bella compagnia di piglianculo che siete

61 mi pagherà un’altra volta

62 che cazzo ci fate là? Che volete fare? State facendo azzuffare i vostri ragazzi in divisa con questi brav’uomini di Bagheria (in napoletano)

63 un bel cazzo (in napoletano)

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