fbpx

Un gruppetto di anziani erano stretti in un angolo del grande bar fra piazza Politeama e via Libertà, intenti a sentire un discorso del segretario del partito Augusto Turati. La precedente URI-Unione Radiofonica Italiana del 1925 si era appena trasformata in EIAR-Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche; e ormai gli apparecchi si stavano velocemente diffondendo, anche se ancora in prevalenza negli esercizi pubblici e nelle case di ricchi e benestanti.

Naturalmente i D’Alessandro non ne possedevano uno, mentre i Baldi l’avevano acquistato proprio nel ‘25. Nel ‘27 gli abbonati erano appena 40 mila (su oltre 40 milioni d’italiani), mentre l’abbonamento (non si parlava di canone) ammontava a 100 lire  annue (quando uno stipendio considerato “buono” corrispondeva a 1500 lire mensili).

La voce materna ma squillante della prima annunciatrice ufficiale URI/EIAR, Marisa Boncompagni, introduceva ogni trasmissione sin dalle ore 21 del 6 ottobre 1924. Vittorio ricordava benissimo, anche decenni più tardi, le prime parole di zia Radio (come veniva affettuosamente chiamata da mezza Italia):

<<Unione Radiofonica Italiana, stazione di Roma Uno, trasmissione del concerto inaugurale>>.

Il segretario <<Sua Eccellenza Turati>> stava declamando qualche verso di una poesia futurista dedicata alle attività sportive. L’anno seguente il vice capo del PNF avrebbe assunto anche la direzione del CONI, mentre era già l’anima della FIS, la federazione nazionale di scherma, della quale fu apprezzato campione. Per fortuna dei fratelli D’Alessandro si era ancora lontani dal quasi decennio di retorica indigeribile di Achille Starace, “il fesso” (come lo indicava Mussolini tardivamente resosi conto della pessima scelta).

Vittorio si sedette quasi in disparte, con gesti silenziosi. Come fosse di troppo e non volesse disturbare. In effetti, un 14enne che incontrava una coetanea, anche se in pieno giorno e in un bar affollato, in zona centrale, costituiva un fatto relativamente raro. Come intravedere la sagoma di uno squalo di 4/5 metri per un gruppo di pescatori di tonni. Vittorio ricordava di aver letto che subito dopo la Grande Guerra un rais che guidava una spedizione di “tonnari” era stato divorato da uno squalo bianco di quasi otto metri al largo di Trapani.

Ma né lui, né tantomeno Eleonora rappresentavano un pericolo per nessuno degli avventori. I quali manco avevano notato il ragazzino e proseguirono imperterriti ad ascoltare Turati, il successivo jazz e le notizie nazionali e locali. Come in attesa, da un momento all’altro, di uno sbarco di venusiani o della scoperta che Benito Mussolini era scappato in Venezuela con un giovane cameriere di Rovigo.

Alle 16 in punto (il ragazzo era arrivato con ben un quarto d’ora d’anticipo di cui Eleonora non sarebbe mai stata informata) si materializzò una mano che carezzò i capelli rossicci e spettinati il cui proprietario era immerso nella lettura di un ponderoso libro.

<<Cosa stai leggendo con cotal passione?>>, sussurrò come raccontandogli un segreto assoluto.

<<Un autore che ho appena scoperto: Charles Dickens, con Grandi speranze>>

<<Oh, my God, “Great Expectations” …. Considering is your first Dickens it’s unusual to begin with this novel, isn’t it?>>

<<It’s true, really. But in my choices I am always original. Anyway, I try out to be 32>>

<<Ottimo inglese. Se metti my choices a fine frase diventa addirittura perfetto>>

<<Grazie, professoressa>>, celiò lui con un sorriso furbetto.

<<Sfotticchi, eh? Dove hai appreso l’inglese così bene?>>

<<Grazie al professor Cusumano. Super siculo ma decisamente bilingue, mio insegnante alle medie. La madre era inglese … o forse è tutt’ora, visto che lui non arriva ai quarant’anni>>

<<Medie qui a Palermo?>>

<<Nooo, a Bagheria>>

<<Come ci tieni, eh?>>

<<Vulissi vidiri cu Bologna 33>>

<<Ho capito solo che parli della mia città. Translation, please 34>>, ingiunse lei un po’ piccata.

<<Vorrei vedere se toccano la tua città! Le abbiamo le medie a Bagheria, sai?>>

<<Ma quanto sei permaloso, ragazzino, sai? Forse è anche per questo che …>>

<<Che?>>. La “e” finale gli venne fuori stridula dall’emozione. Sentiva di aver voglia di abbracciarla fino a renderle arduo respirare. Poi, le avrebbe offerto tutto l’ossigeno dentro di sé. Un misto di erotismo e romantica avventura nella sua testa fin troppo ricolma di romanzi ottocenteschi e film di eroiche imprese. 

<<Indovina, ragazzino>>.

Eleonora era un misto di presa in giro e femminilità. La prima eccitava Vittorio in un modo che non riusciva a capire, come la seconda, ogni volta che lui la incontrava, si faceva sempre meno misteriosa.

Cominciava a percepire la donna nella sua forma non di maternità, non di sorellanza, né di amicizia: bensì, attrazione di pelle, coinvolgimento spiazzante, territorio in cui s’incontravano mente e corpo come mai prima aveva sperimentato in tutta la sua vita. Che pur brevissima per un qualsiasi adulto, per lui invece accumulava giorni che si dilatavano in secoli per la loro intensità. Eleonora era riuscita da subito a offrirgli colore e sapore; senza dirgli nulla di particolare, con la sua semplice presenza, i giochi dei suoi occhi curiosi d’ogni ombra e luce che incontrava, persone sul suo cammino, oggetti da maneggiare, animali da carezzare, strade da traversare, piazze svuotate d’umani e vicoli affollati di merci e acquirenti.

<<Ehi, ho detto indovina, ragazzino>>, gli intimò vedendolo perso in pensieri che la rendevano una giovane leonessa inferocita di gelosia per non poterli conoscere. Quei pensieri che l’allontanavano dal ragazzino. Ma ancor più della gelosia per quelle entità neuronali in grado di avvolgere Vittorio nel silenzio come una corazza d’invisibile impenetrabilità, lei era sempre più dominata da una forza molto più potente: la paura di sentirsi sempre più vicina a lui, del bisogno che cresceva negli ultimi giorni veloce come non mai, della …. Cosa che provava prima, durante, dopo averlo visto, avergli parlato, sorriso, raccolto le sue confidenze, raccontato le proprie, le risate e i silenzi preziosi forse più di tutto il resto. Quella cosa ormai s’impossessava di lei prima di ogni incontro, quella cosa la stordiva pur rendendola lucidissima davanti a lui e pronta a brillare di luce sottile d’energia infinita, quella cosa l’accompagnava a casa senza mai lasciarla, tra la doccia e la cena, i compiti e due chiacchiere con i genitori di cui nulla ricordava dopo un attimo in cui era di nuovo sola, eppure con quella cosa.

La sibbabò lentamente, con infinita cautela pochi istanti prima di scrivergli la lettera che dunque di quella cosa era impregnata. Ben più che d’inchiostro di calamaio casalingo e carta acquistata a risme dal tabaccaio sottocasa.

E quando rientrò a casa dopo la corsa per imbucare la lettera, la cosa ebbe finalmente un nome, sofferto da partorire ma capace di produrre musica ed emozioni e silenzio e contenente tutti i libri del mondo. F  E  L  I  C  I  T  A’, f-e-l-i-c-i-t-à, felicitaaaaaa, feeeeeelicità, e via a declinarne ogni lettera, rendendo le consonanti da mute ad aperte verso un infinito inesplicabile, le vocali piene di tutto il fiato dei cetacei dei cinque oceani. Giocando con quella parola si sentì mai più paurosa di nulla.

<<Beh…. Forse ti piace starmi vicino anche per la mia permalosità?>>. Esitante a inizio frase, poi volando Vittorio la concluse senza rendersene conto.

In quel momento il cameriere li salvò da un disdicevole bacio lunghissimo d’umidità. Un sessantino piccolo e calvo, due sottili baffi neri di tintura e un pince-nez che mal gli si addiceva.

<<Che cosa vi pigghiate, ragazzi? Avemo a cioccolata calda, e na bedda gazzosa, oppure un the leggero pi vuatri picciutteddi>>

I due picciutteddi si fissarono un attimo con un sorriso fatto di sole pupille. Quel quasi vecchietto lo avrebbero volentieri portato in trionfo nella chiesa più vicina e scelto come santo protettore di quella cosa che finalmente aveva un nome. Per Vittorio non ancora, ma sentendola nominare da lei avrebbe sicuramente assentito, entusiasta.

Ecco quindi che il ragazzo ordinò non meno di una mezza dozzina di bevande, fresche e calde, consultandosi ridendo con la ragazza che stette al gioco con avvolgente complicità. 

Quando il cameriere se ne fu andato tutto contento per la ricca ordinazione, i due risero del suo modo di mischiare italiano e siciliano.

Nel mentre la mano destra di lui s’intrecciava con la sinistra di lei. Un gatto che fosse passato da sotto il tavolo si sarebbe bloccato affascinato dallo spettacolo nascosto di quelle due mani che facevano l’amore senza che anima viva al mondo ne sapesse nulla. Unghie rosicchiate e palmi con macchie d’inchiostro, dita affusolate e polpastrelli umidi, nocche calde di  una febbre remota e polsi fradici d’emozione si amarono per tutta l’ora che i due proprietari di tali ricche estremità trascorsero in quel bar per loro svuotato di umani e affollato di sensazioni, come fosse la più grande piazza nel sistema solare e oltre.

Dopo alcuni minuti di assoluto silenzio, giochi di sguardi e le mani ad amarsi sotto al tavolo, Eleonora fu la prima a parlare con voce incrinata e viso rosso. Vittorio dovette trattenersi dal desiderio folle di baciare quelle guance, come innaffiate di vino di terre enigmatiche.

<<Hai studiato?>>

<<Si>>, ma la sillaba appariva assolutamente poco convinta.

<<Siiiiiii? Davverooooooo?>>, miagolò lei con uno sguardo che lo spogliò in un attimo per rovistargli fin dentro il più timido neurone.

<<Diciamo a metà>>.

E allora si decise a spiegarle l’impegnativo compito, in fondo affascinante, appioppatole dalla professoressa di matematica. Proprio per l’indomani alle 8.00, subito dopo l’entrata.

<<Dunque io rappresento la scusa ideale per saltare a piè pari la seconda parte della tua lezione. Quindi adesso sparisco e tu te ne torni a casa SUBITO. Ti rimetti a lavoro e non vai a dormire prima di mezzanotte, quando spero sarai preparato abbastanza da non prendere un voto inferiore al SETTE. E sono fin troppo generosa con la tua sciaguratezza a metà>>.

La voce, il tono, le parole, tutto mostravano perfettamente la sicurezza di quella ragazza di quattordici anni nell’essergli deliziosa quanto energica buona coscienza. E lui lo sapeva altrettanto perfettamente che proprio da una persona così avrebbe tratto giovamento e maturazione, intrecciati con gioia e dolcezza.

E poi la libertà, soltanto loro, di dominare l’intera città, scorazzando per le infinite vie e i nascosti vicoli, le piazze in cui rincorrersi con i respiri. E forse mesi e forse anni insieme, per poi nemmeno contarlo più il tempo. Perché sarebbe finalmente stato loro.

 

32 Oh, mio Dio, Grandi speranze …. Considerando che è il tuo primo Dickens, è inusuale iniziare con questo romanzo, non ti pare?

E’ vero. Ma nelle mie scelte sono sempre originale. O almeno, ci provo.

33 Vorrei vedere con Bologna

34 Traduzione, grazie