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L’indomani l’interrogazione con la signora Matematica andò meglio del previsto.

Prima della corsa in bicicletta, a una velocità che avrebbe destato una strizzata d’occhio di Costante Girardengo, intercorse fra i due coetanei un bacio appassionato, in un vicolo vicino al bar e all’insaputa del mondo intero edizione Novembre 1927 dopo Cristo. Lo sguardo che si diedero prima d’inforcare i rispettivi centauri a due ruote senza motore raccontava soltanto a loro due una storia che a leggerla ci sarebbe voluta una vita intera e oltre.

Rientrato a casa, si mise nuovamente a tavolino con l’ausilio di un paio di testi prestatigli dalla sorella Irene – che in quel mese si trovava in città per fare pratica presso la centrale della grande ditta per cui lavorava ad Aspra. La piccola di casa (in senso di statura) studiava al “Ferrara”, ITC-Istituto Tecnico Commerciale (da pochi anni esistente nel panorama dei programmi di studio medio superiore nell’Italia del primo fascismo). Rotondetta, sgraziata, affettuosa, avrebbe trascorso l’intera seconda metà della lunga esistenza (conclusa a 94 anni in uno squallidissimo ospizio in versione 2001) a badare prima agli anziani genitori, quindi a un figlio della sorella Anna. La maggiore dei figli D’Alessandro era infatti defunta nel 1939 partorendo Giuseppe: il bimbo in un primo periodo venne cresciuto nella famiglia allargata, per poi avere due madri in Irene e Agata, mai sposatesi.

Vittorio quella sera si sentiva quasi ubriaco senza esserlo ancora mai stato. Prima lo studio della teoria dei numeri relativi, poi l’încontro fino allora più bello con Eleonora, quindi tarda serata e fino oltre l’una di notte a baloccarsi con le equazioni di primo grado. Per di più entrambi gli argomenti da spiegare davanti a tutta la classe e soprattutto alla professoressa.

Fortuna volle che quella sorta di ubriacatura di vita lo rendesse molto lucido e ricettivo. Per di più, oltre ai due libri affidatigli da Irene, verso le dieci di sera lei stessa si materializzò in camera di Vittorio.

Il passaggio dalla numerazione relativa alle equazioni non fu leggera: al pomeriggio Vittorio si era trovato insolitamente in ottima confidenza con una parte che spesso gioca pessimi scherzi a bravi studenti in piena adolescenza: ovvero, la potenza di numeri relativi negativi. Ripensò che addirittura Pepito, di solito assai brillante, due anni prima vi era annegato confondendosi in malo modo.

<<Quei numeracci del cazzo mi hanno fatto sfigurare davanti a Emilia>>. Vittorio ricordava benissimo le parole relative a una squinzia che faceva girare la testa all’allora quattordicenne e futuro rettore dell’università palermitana.

In particolare gli risultò ostica assai la differenza, nelle equazioni di primo grado numeriche intere, fra “impossibile” e “indeterminata”.

Allora Irene, paziente quanto cocciuta nel volerlo salvare da un possibile naufragio in aula l’indomani, annunciò al fratellino che nessuno dei due si sarebbe coricato se prima non avesse capito bene, ma molto bene l’intera faccenda.

<<Diciamo così>>, disse a un certo punto la ragazza con fare ieratico. <<X=numero è un’equazione …>>

<<Possibile>>, la interruppe Vittorio.

<<Bravo. Poi, 0=numero è un’equazione impossibile. Mentre il terzo caso, 0=0 è un’equazione …>>

<<Indeterminata>>, sorrise furbetto.

<<E grazie, rimane solo questa. Quindi il bravo te lo scordi>>

<<Va bene, sorellina numerica. X è incognita, perciò possibile>>.

Irene assentì con un leggero movimento della testa.

<<Mentre 0 non è un numero>>, proseguì Vittorio, <<quindi impossibile>>

<<Noooo. 0 è numero, eccome, beddu mio 35. Lo 0 è particolare, nel senso di porsi come limite, anzi … IL LIMITE tra i due campi numerici, per così dire … alla sua sinistra e alla sua destra>>.

<<Ma certo, che scemo: i numeri negativi e quelli positivi. + 1, 2, 3… e – 1, 2, 3….>>

<<Bravo, hai capito. Altro che scemo!. Quindi, fratellino, un ti scurdari ca 36 0 numero è, una specie di super numero. Dicevamo? … Ah, si, impossibile e indeterminata. Diciamo così, allora … L’equazione impossibile afferma un fatto falso, del tipo, stai attento … X+3=3   X-X=-3   quindi, 0=-3. Cioè, otteniamo 0=un numero, nel senso di <1 oppure >1>>

<<I due campi ai lati dello 0 di cui parlammo poc’anzi>>, sibilò soddisfatto Vittorio la cui distesa neuronale stava diventando particolarmente rigogliosa.

<<Adesso tua sorella Irene adesso t’azzicca na vasata>>, e gli stampò un bel bacio sulla fronte. Privo di rossetto per fortuna del destinatario, considerando che a quell’epoca era cosa disdicevole per una ragazza ancora minorenne, come si sarebbe detto in famiglia, pittarisi a vucca 37 .

La sorella riprese la spiegazione, orgogliosa di quel ragazzino più sveglio di quanto avrebbe pensato.

<<Per quanto riguarda invece l’equazione indeterminata, essa afferma un fatto vero ma valido per infiniti numeri, quindi indeterminati. Esempio: X+5=X+5   X-X=5-5   ovvero, 0=0. Se sommo 5 a un numero X ottengo quindi lo stesso numero ma aumentato di 5. Il che è senz’altro vero ma non identifica il numero, giacchè è vero per un qualsiasi numero>>.

<<Si chiama anche identità, giusto?>>

<<Cosa?>>

<<L’equazione indeterminata>>

<<Esatto, in alcuni testi viene indicata così>>.

<<Adesso è chiaro>>, annunciò stiracchiandosi soddisfatto il “professore sostituto” per l’indomani mattina, come lo definiva la signora Matematica.

<<Sicuro? Torna con un voto inferiore all’8 e ti faccio ammirare i sorci verdi, gialli e pure a pallini>>, lo redarguì la sorella quasi avesse assunto le fattezze di una madre in seconda. Più severa della titolare.

<<Ottooo? Ma lo sai che i professori stitici sono, e da far paura?!>>

<<Ma finiscila. Tutto capisti e studiasti comu un fodde 38. Certo che se invece ‘i nesciri cu l’amici pi jucari a calcio e arricampariti a cena, avissi travagghiato tutto u pomeriggio, a ‘stura fussi già curcato a dormiri beddu assistemato 39>>.

Quando la sorella intermedia – che odiava essere definita così dai fratelli maligni – si esprimeva con uno di loro in dialetto era per risultare più convincente. Contraddicendosi allegramente, pensando alla sua fissa di non doversi esprimere in siciliano per facilitare l’apprendimento migliore possibile della lingua nazionale.

Naturalmente, Vittorio prima di uscire e dirigersi dalla sua amata si era peritato di raccontare una credibile balla su una partitella di calcio con gli amici per rinfrescarsi il cervello otturato da matematica e algebra. Al rientro, prima di salire le scale si preoccupò perfino di sporcare maglietta, calzettoni e pantaloncini con il sudore accumulato nella corsa a due ruote. Senonchè l’operazione di umidificazione del vestiario da calciatore venne interrotta improvvidamente dalla signora Musumeci del primo piano (nessuna parentela con i citati truci gemelli). La suddetta, a bocca aperta, gli chiese cosa diavolo stesse combinando. Pensando magari al compimento di atti impuri con sé medesimo. Vittorio risultava infatti imboscato nel sottoscala, ma non così bene da non essere visto da quella curiosona.

<<E che vuol farci, signora Musumeci. Ho sudato in bici ma non giocando a calcio. E siccome non voglio buscarmi i rimproveri materni, mi asciugo con l’abbigliamento da calcio>>.

E con un sorriso da impunito riprese a fare quel che stava facendo; ovvero utilizzare i pantaloncini a mò di aciugamano, strofinandoseli per bene sul petto ancora glabro quanto ben zuppo di sudore.

<<Ma comu s’avi a fari cu ‘sti picciutteddi di oggi? Un si capisci chiu nenti 40>>

E facendosi la croce si dispose ad arrancare per le scale. L’unico piano che le toccava salire era però controbilanciato dagli oltre 150 chili di stazza. Dopo pochi gradini l’effetto che produsse fece immaginare a Vittorio una balena afflitta da enfisema oceanico.

 

35 bello mio

36 non ti scordare che

37 dipingersi la bocca

38 Hai capito tutto e studiato come un matto.

39 di uscire con gli amici a giocare a calcio e ritornare per cena, avessi lavorato tutto il pomeriggio, a quest’ora saresti già a letto a dormiri bello tranquillo.

40 Ma come si deve fare con questi ragazzi d’oggi? Non se ne capisce più nulla.