Don Fernando rivestì per oltre quarant’anni il doppio ruolo di parroco di Bagheria e insegnante di religione, tanto alle elementari che alle medie. Fra il 1908 e il 1950 il sacerdote di origine ragusana esercitò un’influenza notevole sul paese e l’intero circondario, arrivando a lambire Palermo. Fu infatti amico del cardinale Bellasi, chiamato a reggere il vescovato del capoluogo regionale negli anni Venti/Quaranta.

Durante il ventennio mussoliniano esercitò una cauta diffidenza verso il regime, senza però inimicarsi nessun potente. Col sorriso e la barba lunga, la tonaca spesso impolverata e le scarpe malmesse dava l’impressione del “pretuzzo” umile, del parrino puvireddu *; il modo migliore per ingannare tutti e nel contempo accattivarsi le amicizie giuste, fino ai ranghi più elevati del Potere, quello con la P maiuscola.

Se già negli anni Venti cominciava ad allargare la propria influenza, il sacerdote, tuttavia, era ancora ben lontano dal lasciarsi prendere dal piacere dei corridoi di palazzo, degli arcana imperii 64, dei pranzi in luoghi ameni ma decisivi per poter discutere al riparo da orecchie indiscrete. Il rapporto col fascismo fu forse il primo capolavoro di don Fernando. Lo si cominciò a vedere all’opera proprio con gli studenti bambini e adolescenti; nonché con i piccoli parrocchiani impegnati nel catechismo e nella preparazione dei sacramenti.

Uno dei primi problemi da risolvere fu il seguente. Il dottor D’Alessandro curava la gotta di un vecchio contadino di Mongerbino. Felice Geraci aveva lavorato quasi sessant’anni – prima col nonno e il padre, quindi da solo e infine con i quattro figli maschi – nei campi coltivati a uliveto e a vite, di proprietà del cavaliere Salvatore Nicotra. Si trattava di un riccone impegnato in svariate attività: dalla produzione di vino e al commercio in vari negozi disseminati per la provincia. Con gli anni Geraci era ormai impossibilitato a lavorare, fra vecchiaia e diversi malanni.

Per tradizione chi aveva lavorato per decenni per lo stesso latifondista restava a vivere fino alla fine nella casa sita entro i confini della proprietà padronale. Ma Nicotra era roso dal tarlo degli affari: con l’arrivo dell’andropausa, poi, il tarlo si mutò in vera e propria nevrosi ossessiva. Si fece fare il calcolo di quanto avrebbe potuto guadagnare abbattendo l’umile casa dei Geraci e riprendendosi quel po’ di terreno dal quale i due anziani ricavavano patate, pomodori e insalata. Il ragioniere lo sconsigliò vivamente di buttare in strada quella povera coppia di vecchi: se non altro gli conveniva per motivi d’immagine. L’odio del popolino verso il ricco latifondista sarebbe cresciuto, e di parecchio. Ma Nicotra proseguì con sciocca testardaggine nel progetto. Nel giro di una sola settimana i Geraci si trovarono letteralmente in mezzo alla strada con tutte le loro umili masserizie accumulate in una vita di duro lavoro e di stenti.

Vittorio, essendo amico di giochi di un paio di vicini di casa dei vecchietti sfrattati, seppe in anticipo del dramma provocato dalla bramosia di soldi del Nicotra. La prima cosa che venne in mente al piccolo D’Alessandro fu ovviamente di parlarne all’amico del cuore, il sanguigno Ciro. Se Vittorio andava a poco a poco maturando una sensibilità per le ingiustizie – soprattutto grazie alle lezioni notturne di zio Fefé – il piccolo Ferrante era già un sovversivo in erba, capace di protestare e dire tutto ciò che pensava, con assoluta strafottenza riguardo alle conseguenze. Un potente e pericoloso incrocio fra veracità napoletana, educazione politica paterna e foga adolescenziale.

Ciro propose all’amico di recarsi da due persone: il parroco e il padre di Vittorio. Il primo avrebbe cercato di trovare una sistemazione definitiva ai Geraci, mentre il secondo avrebbe potuto aiutarli temporaneamente con tutte le conoscenze altolocate che aveva fra i pazienti disseminati per mezza provincia.

Sarebbero andati insieme a incontrare le due figure importanti di Bagheria: col primo avrebbe parlato Ciro, con il secondo il figlio Vittorio, che accettò con entusiasmo e orgoglio il progetto.

Don Fernando li ricevette in parrocchia; ma quando capì di cosa si trattava preferì accoglierli in canonica, facendo servire dalla perpetua the e biscotti all’anice, dei quali sapeva ben ghiotti i due ragazzini.

<<Teniamo separate le questioni religiose da quelle secolari. Capite cosa intendo?>>, chiese ai ragazzi masticando con difficoltà una cialda alquanto duretta.

<<Mhhh …. Ma certo, padre. Una cosa è la preghiera mhhh… e la confessione… un’altra gli affari di paese>>, rispose Vittorio masticando con voluttà la merenda.

Don Ferdinando, malgrado fosse poco più che quarantenne, era da tempo afflitto da dolori dentari e gli capitava di frequentare il dentista altrettanto spesso della chiesa. Osservò con invidia i due adolescenti ingurgitare e sgranocchiare quegli accidenti di biscotti senza il minimo problema di masticazione. Ma subito dopo si ripromise di autoinfliggersi una ventina di Ave Maria per il peccato doppio: invidia e gola.

<<Allora, picciutteddi beddi, spiegatemi di cosa si tratta. Problemi con i vostri genitori, vi hanno punito per qualche marachella? Ah? Perché io vi conosco, e so bene che non avete commesso nulla d’irreparabile>> e distribuì un buffetto sulle guance di Vittorio e di Ciro.

<<No, padre. È cosa grave, grave assai …. Dunque, in pratica … du curnutazzu ‘i Nicotra …>>, cominciò Ciro, già rosso in viso al solo pensare alla faccia da tonno del latifondista.

<<Eh no, Niente parolacce, né insulti qua dentro. E manco fuori>>, lo redarguì il prete mutando la bocca da sorridente a rigida, come un cadavere seduto in poltrona intento a consumare una bella merenda.

<<Vabbuò, c’avite raggione 65, padre. Però, ascoltate bene>> e raccontò la triste vicenda che dal giorno prima aveva portato la coppia di vecchietti a vivere sul marciapiede di corso Butera. Il ragazzo napoletano nell’esporre la situazione dei poveri coniugi Geraci fu molto efficace, fra sintesi e forza descrittiva. Tanto che per un attimo sembrò che l’abile e smaliziato religioso fosse lì lì per lacrimare di commozione e rabbia.

<<Allora … cornuto no, mascalzone però si, ah … quello senz’altro. Dobbiamo escogitare qualcosa … fatemi pensare … ecco, anzitutto m’informo se è iscritto al partito. Vediamo … se noi si riuscisse a metterlo nei guai con il primo potere terreno che oggi costringe tanti a dovervici fare i conti ….>>

Il sacerdote non aveva mai brillato con congiuntivi e proposizioni secondarie; per cui i due piccoli ospiti non fecero nemmeno caso ai patetici strafalcioni in cui incorse. Quasi non c’era omelia che non recasse qualche errore di sintassi e perfino di grammatica. Ma ovviamente, col tasso di analfabetismo a due cifre che da sempre imperversava fra i bagheresi, tanti manco se ne accorgevano e lo lodavano per la loquela potente e meravigliosa.

<<Ci si rivede qui domani pomeriggio … dunque, ho la messa alle quattro … vabbé, venite alle sei>> e si congedò regalando a ciascuno un paio di tavolette di cioccolata svizzera, che chissà perchè erano conservate in dispensa come preziosi gioielli in cassetta di sicurezza.

<<Quannu avemo risolto il busillis, n’arricampamo cà e ni futtemo ‘a cioccolata sghizzera du parrino, ‘ntisi, Cirù? 66>>, propose sorridente il piccolo D’Alessandro.

<<Certo>>.

L’indomani, come promesso, i due tornarono in canonica, dove trovarono il loro confessore, insegnante di religione e maestro di catechesi che si sorbiva una cioccolata calda. La offrì accompagnata da deliziosi biscotti al limone. Come generazioni di religiosi, soprattutto maschi, anche lui controbilanciava psicologicamente il duro ossequio al celibato con le perversioni culinarie, pasticciere in primis.

<<Allora, allora … mi hanno spiegato che Nicotra se ne fotte allegramente – scusate l’espressione non proprio evangelica – ah, ah, ah…>> e se ne uscì con un altrettanto prosaica risata che contagiò subito i due ragazzi.

<<… non ha alcun interesse per la politica. Però è abbastanza furbo da tenersi buona l’autorità politica per continuare a farsi i propri affari e relativi piccioli 68. Quindi, ho pensato a una cosa un po’ cattiva ma che in cuor mio sono convinto che Nicotra si meriti ampiamente. Sto facendo preparare un centinaio di volantini molto ben fatti di propaganda antifascista …>>, e istintivamente il prete si guardò le spalle come se temesse di scoprire un’intera squadraccia fascista nascosta dietro la poltrona.

<<… dopodiché, si fa venire da Roma il figlio maggiore dei Geraci … Vito? Sì, mi pare si chiami così … che risulta essere colonnello della Milizia. Si fa una chiacchieratina con il gran padrone delle terre>>

<<E che gli direte, padre?>>, chiese un po’ ingenuamente Vittorio.

<<Gli pone una domanda unica: se ritenesse conveniente perseverare nello sfratto dei Geraci, pensando a quel po’ po’ di materiale sovversivo che trovasi in casa>>

<<Pervesare?>>

<<Perseverare, Cirù, vuol dire ostinarsi a fare qualcosa>>

<<Ma, forse non capisco, don Fernando … se il corn … cioè, il mascalzone, sa che ci sono questi volantini li andrà subito a prendere per bruciarli in qualche campo>>. Vittorio era perplesso.

<<E perché non a casa sua?>>, gli chiese Ciro.

<<Fissa ca si, guarda che ormai la polizia scientifica riesce a risalire a quanto scritto su un foglio mezzo carbonizzato>>. D’Alessandro jr. era da qualche anno lettore appassionato di romanzieri polizieschi, da Poe a Conan Doyle, oltre a un certo Georges Simenon che sua madre gli faceva leggere in francese.

<<Semplice, Vittorio mio: il figlio dei Geraci gli porta un esemplare del volantino ma mica gli dice dove sono. Se Nicotra non accetta verranno chiamati subito carabinieri e camice nere. Il cretino non avrà manco il tempo di rovistare casa propria, peraltro bella grande>>

<<Per di più dobbiamo mettere i volantini in diversi posti. Così, se anche li trova in un luogo, non arriverà in tempo a pescare gli altri>>, suggerì il ragazzino dai capelli rossi.

<<Bravo, ben detto>>, lo lodò don Ferdinando aggiungendo una carezza e versandogli la terza o quarta tazza di cioccolata ben calda.

<<E cosa gli chiederà di fare Vito Geraci a Nicotra?>>

<<Tre cose: primo, far tornare subito i due vecchierelli a casa propria; secondo, regalare con esplicito atto di donazione dal notaio la casa e l’orto; terzo, impegnarsi, sempre per iscritto dal notaio, a non buttar più fuori nessun dipendente suo che si trova nella condizione della famiglia Geraci>>

<<Mmmhhh … ma accetterà?>>

<<Siiii, eh, vedrete se non accetterà. Non è così scemo da rischiare qualche anno di galera … o nel migliore dei casi di confino in Val d’Aosta o in Trentino. E poi perdere la faccia con altri proprietari e commercianti di grosso calibro come lui. Chi volete che trovi al ritorno da carcere o confino che faccia affari con uno che è antifascista?>>

Mentre veniva organizzata la trappola ai danni del latifondista senza scrupoli, fu risolto nel migliore dei modi il problema di trovare una sistemazione temporanea ai due anziani sfrattati.

Come d’accordo, la seconda visita che fecero Ciro e Vittorio fu quella al dottor D’Alessandro. Il figlio spiegò al padre con pari passione e sintesi il dramma che si trovavano a vivere i coniugi Geraci, dopo una vita al servizio dei Nicotra. Poi, con altrettanta sincerità e lieve imbarazzo, espose il piano ideato dal parrino per mettere con le spalle al muro lo sfruttatore. Ma Natale D’Alessandro ascoltò il tutto con un divertito sorriso d’approvazione.

<<Quindi, se capisco bene, c’è da risolvere per … >>

<<Al massimo dieci giorni, papà, state tranquillo>>

<<Per il tempo che sarà necessario, Vittorio. Dicevo che bisogna risolvere il problema di alloggiare i Geraci, evitando loro di stare in mezzo alla strada. Letteralmente. Dove sono adesso, in corso Butera?>>

<<Si, dottore>>, confermò Ciro tutto eccitato. Immaginava già la soluzione che avrebbe scelto il generoso medico. Rispetto a Vittorio, l’istinto a volte può più della conoscenza diretta di una persona.

<<Benissimo, allora andate a prenderli…. Aspettate, ma che dico? … quantu sugnu fissa, avranno molti bagagli. Andiamo tutti e tre a prenderli col calesse grande>>.

Se quello piccolo era usato quotidianamente per effettuare le visite della condotta medica, quello cui alludeva il dottore era una sorta di vettura di lusso, acquistata nella belle époque dal vecchio notaio Castronovo. Ancora funzionante, malgrado l’uso assai raro che se ne faceva: occorreva infatti farsi prestare un secondo cavallo dai baroni di Calì, che peraltro abitavano vicini ed erano sempre ben disponibili.

I Geraci si erano letteralmente accampati davanti al fornaio di corso Butera: il negoziante, gran brav’uomo, li aveva aiutati a sistemarsi in qualche modo con coperte e aveva offerto pane e biscotti. Quindi, aveva cominciato a chiedere sistematicamente a tutti i clienti se qualcuno avrebbe potuto alloggiare in qualche modo i due anziani sventurati.

Vedendo arrivare la carrozza con dentro il medico, il figlio piccolo e il ragazzo Ferrante, i Geraci si limitarono a un mesto saluto. Ma quando i tre si fermarono, scesero, e dopo un semplice saluto sorridente si misero a caricare sulla carrozza le masserizie dei due sfrattati, il vecchio bracciante con uno sguardo trasecolato chiese a D’Alessandro:

<<Mi scusassi, dutturi, ma vuatri chi state fanno? 69>>

<<Non lo vedete? Da oggi voi e la vostra signora siete ospiti di villa Palagonia. Ma nel giro di un paio di settimane al massimo vedrete che tutto si sistemerà e per sempre. È una soluzione temporanea. E badate bene che siete i benvenuti fin quando sarà necessario. Non voglio sentire un solo “grazie” o altre fissarie. A nuatri fa piaciri aviri vuatri comu ospiti 70. Da adesso casa nostra è anche vostra. E basta>>

Felice Geraci e sua moglie si sciolsero in lacrime silenziose salendo sul grande calesse. I loro sguardi rivolti al medico e ai due ragazzini valevano il romanzo di una vita intera.

Nel giro di un paio di settimane il dramma si volse nel migliore dei modi. Per di più si aggiunse la farsa, visto che il mefistofelico piano del prete fece fare al Nicotra una figura da bastardo e da idiota. Della quale avrebbe ridacchiato tutto il paese per anni e anni. Per di più, il gran proprietario terriero si trovò costretto a subire ben tre imposizioni, senza che naturalmente si sapesse in cosa fosse consistito il ricatto. Quindi, si sospettarono subito le più ridicole, paurose o peccaminose spiegazioni.

Da quel giorno cominciò la parabola discendente. Il commendator Nicotra chiuse in poco tempo uno dopo l’altro tutti gli esercizi commerciali, per poi vendere la terra e trasferirsi a Palermo.

* povero prete

64 i segreti cui sono legati coloro che esercitano ai più alti livelli il potere politico (in latino)

 

65 Va bene, avete ragione (in napoletano)

66 Quando avremo risolto il “busillis” (il problema), torneremo qui e ruberemo la cioccolata svizzera al prete, d’accordo Ciro?

68 soldi

69 Mi scusi, dottore, ma cosa state facendo?

70 Ci fa piacere avervi come ospiti

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