I famigerati Beati Paoli vissero una triplice fama. La prima come setta segreta che imperversò in Sicilia intorno agli anni ’80 del XII secolo

La seconda volta fu nel ‘700, negli anni precedenti la rivoluzione francese. È in questa fase che si crea la leggenda della congrega animata dal senso di giustizia e dalla missione di punire coloro che, per collocazione sociale e posizione economica, si arrogavano l’arbitrio di violare i diritti degli umili.

Il terzo periodo è quello di conquista della fantasia popolare grazie all’apparizione sul principale quotidiano dell’isola, “Il Giornale di Sicilia”, di uno dei più famosi e riusciti romanzi d’appendice: I Beati Paoli a firma di certo William Galt, dietro cui si celava l’italianissimo Luigi Natoli.

Anche i ragazzi di Palagonia furono presto contagiati dal più famoso romanzone storico di cui il previdente dottore aveva conservato tutte le puntate. Immaginò che da lì a qualche anno sarebbero state lette avidamente e passate di mano da Vincenzo, ad Angelino, poi a Pepito e quindi a Vittorio. E così fu.

Il piccolo, a sua volta, lo fece leggere a Ciro; ma pur essendo il suo amico del cuore, le puntate originali erano troppo preziose e ne fu vietata l’uscita da casa D’Alessandro. Uno dei rari NO pronunciati, seppur a malincuore, dal buon padrone di casa. Il libro, quindi, venne comprato dallo stesso Vittorio mettendo da parte centesimo su centesimo della “paghetta” che riceveva settimanalmente. Fu in assoluto il primo dono fatto dal ragazzino dai capelli rossi, precedendo i regali a qualche ragazza.

Ciro apprezzò e divorò il malloppo nel giro di meno di un mese. Arrivava in classe – seconda media – con le occhiaie e assonnato. Il professore d’italiano, pensando male, convocò il padre. Il povero signor Ferrante cadde dalle nuvole di fronte ai fetidi sospetti del docente sulla caduta del ragazzino nel vizio allora considerato fonte di un gran numero di mali. Il risultato fu involontariamente spassoso: Ciro, offeso, decise di contestare l’accusa. Il suo silenzio fu prevedibilmente scambiato per vergognoso assenso-confessione. Dunque, come d’uso nel ‘700, gli si applicò alle parti basse una sorta di cintura di castità che avrebbe dovuto impedire immondi toccamenti notturni.

Ma siccome il ragazzo non aveva certo bisogno d’indulgere in tali solitari trastulli (si dedicava già da un annetto e più a giochetti erotici adolescenziali con una coetanea figlia di contadini del paese), proseguì come se nulla fosse nella lettura forsennata e soprattutto notturna.

Finalmente, visto che le occhiaie e la sonnolenza non solo non accennavano a diminuire, ma anzi progredivano, il mistero venne risolto dallo stesso smaliziato ragazzino che si decise a confessare il suo peccato di lettore assatanato. Ma solo dopo aver concluso il capolavoro di Galt/Natoli: così, aveva pensato Ciro, se m’impediranno di leggere altro, almeno questo l’avrò potuto assaporare fino alla fine.

Fortunatamente, il signore e la signora Ferrante, pur non essendo dediti alla lettura, avevano l’intelligenza di pensare ogni bene di tale attività, dal profilo culturale e linguistico, dello sviluppo di doti come la fantasia e il “bello scrivere” (come si diceva allora). Quindi, permisero al figlio d’immergersi nei libri, ma non oltre le undici di sera in settimana e la mezzanotte il venerdì, sabato, nonchè in vacanza. Orari assolutamente tolleranti nel cuore degli anni Venti.

 

A chi venne per primo l’idea di travestirsi da Beati Paoli rimase sempre controverso: per anni e anni si mettevano a discuterne con passione, anche una volta cresciuti, Ciro e Saro Bellomo, figlio del generoso panettiere che aveva aiutato i Geraci, accampati per due notti di fronte alla sua bottega.

Restò invece scolpito nella memoria colui che decise di passare dal gioco alla realtà: fu Vittorio a prendere lo spunto per proporre di vendicare davvero un qualche sopruso particolarmente odioso che si fosse verificato in paese e nei dintorni. Lo stesso Ciro, decisamente il più sveglio e spericolato nel gruppo di cinque-sei amici, mascheratisi fino a quel momento per puro divertimento, restò a bocca aperta nel sentire una simile arrischiata proposta dell’amico del cuore, in genere alquanto ragionevole.

Ma quando il ragazzino D’Alessandro si mise a perorare la prima causa che gli venne in mente, tutti ascoltarono e discussero con passione.

<<Picciotti, pensate al nostro compagno che ha subito la peggiore ingiustizia …>>, cominciò Vittorio con un tono e un linguaggio da sindacalista rivoluzionario.

<<Ma chi si fodde a parrari accussì? 71>>, protestò Vanni, un piccoletto figlio di fascisti convinti ma in genere incline a un certo ribellismo adolescenziale.

<<E statti zitto. Se te la fai sotto vattene>>, lo rimproverò Ciro.

Sentendosi punto sul vivo e non volendo passare per fifone, Vanni non disse più nulla e non si tirò certo indietro quando si decise all’unanimità di passare all’azione.

<<Dunque, io pensavo a Menahem, così maltrattato da quello stronzo di Manera. Ecco … perché non gli diamo una lezione a du strunzu?>>

<<E perché?>>, chiese Milo, un milanese ormai da diversi anni trapiantato in Sicilia a seguito del padre, ingegnere in una grande ditta di Palermo.

<<Ma allora sei scemo?>>, sorrise Ciro. <<Minchia, ma non lo vedi anche tu che Menahem è discriminato in quanto ebreo, in quanto ucraino, in quanto non fascista? Guarda che Manera, prima che fascio, è un cornutissimo razzista>>

 

Cos’era successo? Il professor Manera aveva ricevuto una supplenza di tre-quattro mesi per sostituire il professore d’inglese ammalato di cancro e ricoverato a Milano per una lunga cura. Si era già capito che agli scrutini sarebbe stato lui a decidere della sorte degli studenti per quanto concerneva la lingua straniera.

Si trattava di un trentino, sempre in camicia nera, nato a Bergamo e laureato a Milano, non troppo preparato, con una pronuncia pessima ma assai apprezzato dalla federazione del partito – che probabilmente aveva fatto pressione sul preside Mirra per imporlo come supplente.

Non si capiva all’inizio perché avesse preso subito in antipatia un solo allievo: il tranquillo, intelligente, studioso e quasi bilingue Menahem Singer. Era un tredicenne piombato a Palermo, quindi a Bagheria dalla remota Ucraina. Il padre trattava a buon livello affari nel settore della navigazione e si era trasferito in Italia con la ditta del socio, a seguito di contrasti con il governo sovietico. Il piccolo Menachem era rimasto a casa un anno per avere il tempo d’imparare l’italiano almeno nella misura sufficiente a orientarsi a scuola. Ma nel giro di sei mesi leggeva già romanzi, scriveva molto bene e stava imparando perfino il dialetto.

Dopo qualche settimana capitò un incidente che per Manera sarebbe stato un fiore all’occhiello nel 1938; ma nel ’26 l’antisemitismo non era ancora ideologia ufficiale del partito fascista. Non mancavano certo odiatori d’ebrei per carattere o idiozia congenita; ma erano forse più numerosi gli “israeliti” – come venivano ufficialmente denominati – iscritti al PNF e focosi attivisti.

In pratica, Menachem, pur in modo educato, aveva osato correggere due volte il professore nel corso di un’interrogazione di fine anno scolastico: per una pronuncia e rispettivamente una traduzione, impropria la prima e del tutto erronea la seconda. Se il giovane Singer stava già da mesi sullo stomaco al fascistissimo insegnante, con quella figura barbina che gli fece fare poteva ormai dire addio all’esame di licenza media – sempre che tutti gli altri docenti non avessero fatto blocco per difenderlo. Che ne avrebbero avuto il coraggio a giugno era ancora tutto da dimostrare, tenendo conto della fama di protetto dalle alte sfere politiche di cui godeva a buon titolo il Manera.

Mandandolo a posto con un risicato sei (il minimo che poteva fare di fronte a un’interrogazione di rara brillantezza) l’insegnante sussurrò tra sé e sé, ma in modo ben distinguibile, un’espressione che fece voltare di scatto Menachem.

<<Che cos’hai detto, tu?>>, chiese ad alta voce il ragazzo, rosso in volto, dando addirittura del tu a Manera e parlandogli a due–tre centimetri dalla faccia.

Per nulla intimorito, l’adulto ripetè l’ingiuria – in realtà pro forma, dato che aveva sentito tutta la classe, o quasi:

<<Giudeo >>

Singer rimase a pochi centimetri dall’insegnante che per automatismo aveva gonfiato il petto, tirato un po’ indietro la testa e collocato i pugni sui fianchi. Patetica imitazione della più classica postura ducesca. Passarono poche decine di secondi ma alla ventina di ragazzi sembrò una porzione d’eternità. Un silenzio tombale scese come una gelida mannaia sulla classe, ritmato solo dai respiri intensi dei due nemici.

Quindi, il ragazzo si calmò improvvisamente e se ne tornò al banco senza una parola. Anzi, sfoderando un imprevedibile mezzo sorriso di scherno. Ben diverso da quello di trionfo stampato sulla faccia scheletrica di Manera.

<<Bene: vedo con piacere che hai capito chi comanda qui dentro>>, concluse il professore chiudendo con foga il registro al suono provvidenziale della campanella di fine lezioni.

Ecco cos’era successo appena due giorni prima. Dello scontro nessuno aveva osato parlare; se ne fosse chiesto qualcosa ai colleghi o al preside di sicuro sarebbero cascati dal classico pero. Al contrario, la voce non tardò più di ventiquattr’ore a fare il giro completo degli studenti.

 

<<Picciotti, qua non vogliamo fare i sovversivi e far finire in galera i nostri genitori>>, chiarì Vittorio al culmine della riunione dei Beati Paoli in sedicesimo.

<<E chi minchia ci trasi me patri cu ‘sta faccenna? 72>>, si chiese perplesso Totò, forse il più fedele al gruppo, dopo Ferrante e D’Alessandro.

<<Lo scemo che sei: siamo tutti minorenni e quindi pagherebbero i nostri padri>>.

<<Ma tu che proponi, Vittò?>>, chiesero quasi in coro tutti. Tranne Ciro che aveva già intuito il piano del grande amico.

<<Semplice: siamo in inverno e quando Manera esce da scuola a pomeriggio c’è già buio. Per giunta il tempo è pessimo; se organizziamo dopodomani verso le sei, quando l’indomani è festa, vedrete che non ci sarà più nessuno in strada nei pressi della scuola. Noi ci portiamo nella cartella i cappucci dei Beati. Poi, usciamo regolarmente e ci appostiamo dietro il bar di Pipitone, da dove possiamo controllare l’uscita dalla scuola ma senza essere visti. Sapete che Manera, essendo supplente e molto sgobbone, ha la mania di uscire per ultimo da scuola. Ci porteremo anche una pistola, ovviamente scarica. Tu, Vanni, fottila dalla scrivania di tuo padre …>>

<<Ahò, mi vuoi vedere al riformatorio?>>, protestò il ragazzino chiamato in causa.

<<Quante volte l’anno la usa tuo padre?>>

<<Beh, si e no … per i botti di Capodanno>>

<<E allora, pensi cà s’avi addunari giustu giustu dumani? 73. Però, prima di portarla da noi, falla controllare da tuo fratello, che sia scarica e senza il colpo in canna. Lo corromperai con dieci lire, così starà zitto con vostro padre>>

<<E cu minchia l’avi deci lire?>>, rise Vanni.

<<Faremo una colletta: siamo cinque? Due lire ciascuno. Va bene?>>, proposte Ciro

<<Siiii>>. L’intensità e la prontezza del coro indicarono l’entusiasmo che ormai s’era impossessato del gruppo, prima ancora di avere ascoltato da Vittorio il resto del piano.

<<Poi, con l’arma in mano lo convinciamo a seguirci e…>>

<<E picchì minchia avissi a veniri appresso a nu avutri, ‘u prufessuri? A cinqu picciutteddi …. Ma fammi ‘u piaciri 74>>. Il sorriso di Vanni era a metà fra il sarcastico e il disilluso.

<<Eh, ‘u fissa ca sì, Vannino beddu. I cappucci chi ci stanno a fari, secunnu tia? Tanto pi mascariarisi accussì, a babbìo!? 75>>, lo stroncò Ciro con uno sguardo da squalo.

<<Ah, vabbè, non ci pensavo … però, aspetta, la statura>>, Vanni non demordeva.

<<See, ‘a statura ‘i stu gran pinnuluni76>>, replicò Ciro.

<<Vannuzzu beddu, vedi che contraffacendo la voce – e sia chiaro che parlerà solo il nostro amico di Napulè, che già pare uno grande – lo stronzone terrorizzato di Manera penserà solo a fissare la pistola. Ecco cosa conta e cosa ci aiuterà di più … per giunta senza manco sparare un colpo. Manco in aria, ve lo garantisco. O non mi chiamo più Vittorio Emanuele D’Alessandro>>, enunciò con enfasi, rubando la battuta finale da uno dei tanti film e romanzi western che nutrivano già da anni lui e altri coetanei.

<<Altre domande, sceme o intelligenti, picciotti?>>, chiese a voce alta Ciro col braccio sinistro appoggiato sulla spalla destra di Vittorio, come a darsi reciprocamente forza e prestigio da capibanda. Più per loro stessi che davanti agli altri quattro compari.

Il silenzio e i sorrisi d’intesa suggellarono l’azzardo più folle che le loro menti ancora ragazzine avessero mai immaginato.

 

Due giorni più tardi, alle 17.30 precise, si ritrovarono, come convenuto. E con mezz’ora d’anticipo, tanto per evitare che il professore se ne andasse via prima del consueto orario da tiratardi.

Ogni cinque minuti si davano il cambio: una staffetta osservava con mezza testa che sporgeva dall’angolo buio tra il panificio e la campagna, proprio di fronte l’edificio scolastico. Per fortuna l’uscita era unica, sia per elementari che medie.

Alle 18.10, Vanni, che era di guardia, tirò un calcio leggero agli stinchi di Milo che allertò gli altri quattro. Ecco scivolare sulle scale la figura di Manera, nel suo inconfondibile cappottone nero, lungo fin quasi ai calcagni, le scarpe grigie e le orride ghette verdognole, la bombetta nera e l’ombrello che portava solo a mò di bastone. Da lontano lo si sarebbe detto il classico gagà di discreto livello, in cerca di donne mature da conquistare assieme al loro conto in banca. Ma uno sguardo da vicino, anche di pochi secondi, bastava a far ricredere chiunque. Il colorito terreo, i baffetti grigi, le occhiaie, i capi di vestiario in realtà di bassa fattura e taglio inadatto al soggetto, un paio di buchi sulle spalle del cappotto, la forfora generosamente distribuita come ad arare un campo lasciato crescere selvaggiamente, indicavano con chiaro patetismo che trattavasi del classico soggetto <<vorrei, ma non posso>>. Al di là di qualche ingenua sartina o modista di mezza età, pochi altri sarebbero stati gli esemplari femminili a cascare in quelle grinfie di seconda mano.

Il Manera si stava dirigendo proprio verso di loro. Per insperato colpo di fortuna, il già fioco lampione prospiciente la panetteria morì definitivamente. E a quell’ora figurarsi se l’impiegato del comune, ammesso che se ne fosse accorto, si sarebbe mai disturbato a provvedere a sostituire le tre lampadine.

Il baldanzoso insegnante con passo solerte andò a sbattere giusto giusto sul gruppo d’incappucciati.

Con melodrammatica efficacia Ciro accese un cero che puntava sotto il suo mento coperto dal telo bianco, due fori per gli occhi e la classica punta sopra la testa.

<<Meglio che ci seguiate senza far storie>>, uscendosene con voce artefatta e maschia. Il risultato sembrava di rara efficacia, visto che Manera si bloccò come avesse scoperto d’un tratto di stare camminando con un lungo bastone infilato su per il culo.

<<Ma … ma, cosa vogliono lor signori col cappuccio? Vi prego, non fatemi del male, sono cagionevole di cuore ….>>.

L’effetto era assolutamente patetico, pensando alle continue vanterie del suddetto sul proprio recente passato di sciatore olimpionico (in effetti verificato su vecchi numeri della Gazzetta dello sport). A un paio degli alunni di quel cacasotto quasi scappava da ridere.

<<Cosa veloce è, non preoccupatevi. Ma sbrigatevi, così ognuno se ne torna a casa propria e la cosa sarà bella che risolta>>. Ciro aveva trovato la giusta intonazione e le parole più efficaci. Per convincere senza storie, ma al contempo non terrorizzando troppo la preda.

Vittorio in cuor suo, se per tutto il giorno era stato tormentato da mille dubbi, fino ad arrivare quasi a rinunciare, adesso si beveva ogni parola gustandosi tutte le sottili tonalità dell’eloquio di Ciro. Come avesse pagato cento e più lire per un palco nobiliare alla Scala e adesso si stesse beando al cospetto della reincarnazione di Adelina Patti immersa in una mirabile Lucia di Lammermoor. 77

Lo condussero a piedi nel casale del padre di Vanni, in quei giorni a Roma per affari importanti. Fu questione di mezzo minuto appena: il locale era giusto poco dietro il panificio. Figurarsi se i sei ragazzi avrebbero corso il rischio di farsi pescare, con quell’adulto fra i piedi. Soprattutto con gli orridi cappucci, a metà fra i Beati Paoli e lo sconosciuto Ku Klux Klan – almeno a sei-settemila chilometri dalle coste made in USA.

Una volta dentro, fecero sedere il “sequestrato” su una vecchia poltrona mezza partita di molle.

Vittorio, senza una parola, gli mise in mano un foglio di carta spesso e a righe, di quelli usati per documenti notarili.

All’aria spaventata e interrogativa a un tempo del povero Manera, rispose subito il solito Ciro, con voce adulta, suadente e inquietante:

<<Allora, signor professore, il caso è semplice. Vogliate firmare l’impegno vostro a promuovere l’alunno Menachem Singer della classe 3^ C e con il voto del nove. Altrimenti vi denunciamo per ….>> la sospensione della frase fu un piccolo gioiello di terrorismo psicologico da parte del terribile adolescente napoletano.

Manera aveva cominciato a tremare visibilmente, nel semibuio fetido di quel casale in cui il papà di Vanni usava accoppare galline, oche e altro pollame di sua proprietà. Guardando come nel vuoto, visto che si rivolgeva a corpi senza faccia, l’insegnante chiese di completare la frase:

<<Per ….?>>

<<Vediamo se avete abbastanza fantasia … esimio professore. Qui siamo un adulto e sei ragazzi. Perché penso che l’avrà capito che non siamo sei mezzi nani. E che io sono bravo a camuffarmi la voce da adulto; ma alla lunga non così bravo>>

<<Non capisco … si, si, ehm avevo capito che siete ragazzi, ma solo entrando qui dentro … ma siete miei allievi?>>

<<No, di un’altra scuola, una media di Palermo. Siamo amici fraterni non di Menahem, che manco conosciamo … no, siamo amici di due idee, non di persone … che ci sembra voi nemmeno sapete dove stanno di casa. Una è la giustizia; l’altra è l’eguaglianza. Allora, firmate il vostro impegno e ce ne andiamo tutti alle case tranquillamente?>>

<<Mi accusate per?… non me l’hai detto>>, chiese Manera con tono fra il tremolante e l’ostinato.

<<Di averci toccato nelle … come si dice? Ah, si …. nelle “parti intime”>>

<<Ma è … è ridicolo, io sono fidanzato e non ho mai fatto nulla di tutto ciò … e a tutti voi, quanti siete … sei, a sei ragazzi, ah, ah, ah, ma scherzi>>.

Sembrava essersi quasi ripreso; ma raggelò in un minuto, ascoltando quanto gli disse un calmissimo e insinuante Ciro, che si era evidentemente preparato alla perfezione la parte.

<<C’avete poco da ridere, caro professor Manera. Vediamo di sintetizzare: Voi avete provato… anzi, c’avete provato, come si dice in questi casi, prima con uno di noi, poi con un altro. In pratica, senza che ci sia bisogno di sapere i nostri nomi, due di noi sono stati molestati, mentre gli altri quattro sono testimoni. In totale un adulto incensurato ma contro ben sei, eh?, dico SEI ragazzi. E poi, fateci il piacere, che fidanzato e fidanzato … si tratta di un futuro matrimonio d’interesse, lo sa tutto il paese. Però non sa che voi avete avuto un mezzo scandalo, soffocato a suon di centinaia di lire e della vostra fuga qui in Sicilia … E guardate che la persona che avete molestato allora è pronta … anzi, è pronto, a venire qui a Bagheria, proprio nel centro della piazza, davanti a tutta la cittadinanza, a ripetere le accuse che ritirò anni fa grazie ai piccioli di vostro padre. Quindi, come potete ben vedere, vi conviene accettare la nostra proposta. E che vi costa, dopotutto, professore, una semplice firmetta adesso, e la promozione col nove in giugno?>>

Manera, alla luce di una grossa candela puntatagli accanto alla faccia, adesso era sudato e al contempo bianco-grigiastro come una cipolla di un metro e settantacinque con i baffetti al di sopra del labbro tremante.

I ragazzi non credevano alle proprie orecchie: ma si trattava di un Ciro sbruffone che aveva provato ad alzare il tiro inventandosi una balla, oppure aveva letto qualcosa su qualche giornale?

Manera a quel punto non disse più nulla ma, agitando con violenza il foglio da firmare, fece il gesto di volere calamaio e inchiostro. Dopodiché, vergò il nome, quindi si fermò un istante per calmare il tremolio della mano; infine aggiunse, ben leggibile, il cognome.

Ciro concluse la rappresentazione con un leggero inchino e l’apertura della porticina cigolante del casolare, non prima di aver ricordato al sopravvissuto che non si erano mai visti né sentiti.

I sei Beati Paoli juniores, compiaciuti e inebriati, videro chiaramente alla luce della luna la figura di Manera camminare a zig zag, per poi darsi improvvisamente a una convulsa corsa, con contorno di un paio di cadute e frenetiche rialzate.

In un attimo il docente sparì dalla linea dell’orizzonte nerastro. La luna lanciava sui solchi della terra appena arata qualche fascio di luce, per poi scomparire dietro una nuvola materializzatasi all’improvviso.

I cappucci vennero bruciati in una stalla a mezzo chilometro di distanza. Quindi, ogni ragazzo, dopo un silenzioso abbraccio agli altri cinque se ne tornò a casa a sbrigare i compiti. Sempre che l’emozione lo avesse consentito.

L’indomani al bar, a voce bassa, Vittorio chiese lumi a Ciro sulla storia dello scandalo soffocato. E lui confermò che ne aveva sentito parlare da Cicciuzzu Puleo, il mitico bidello delle scuole riunite. E si poteva star certi che se l’aveva detto Cicciuzzu, verità era. Aveva vari fratelli e cugini sparsi per l’Italia; uno anche nella Varese da cui proveniva quello stronzo di Manera.

In giugno l’anno scolastico si concluse per la classe 3^ C con tre bocciature e due premi: uno era in lingua inglese per Menahem Singer, commosso e incredulo nel riceverlo da un Manera dal viso  pietrificato.

Malgrado i programmi per i mesi e gli anni successivi, i cappucci dei Beati Paoli non vennero mai più riesumati. Almeno a Ciro e Vittorio era ben chiaro che la fortuna non va tentata più di una volta. Soprattutto alla loro età e vivendo sotto una dittatura, seppur nella distaccata e strafottente Sicilia.

71 Ma sei pazzo a parlare così?

72 E che minchia c’entra mio padre in questa faccenda?

73 che se ne deve accorgere proprio domani?

74 E perché minchia dovrebbe seguire noi, il professore? Cinque ragazzini … ma fammi il piacere

75 Eh, il fesso che sei, Vannino bello. I cappucci che ci stanno a fare secondo te? Tanto per mascherarsi così, per scherzo?!

76 Ma va, la statura di questa gran minchia

77 Fu proprio con il capolavoro di Donizetti che la mitica soprano italiana debuttò il 24 novembre 1859 all’Academy of Music Opera House di New York, facendo quasi crollare il tetto per gli applausi.

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