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L’indomani Vittorio rientrò per pranzo con un bel otto in matematica e algebra, soddisfacendo in particolare la fidata sorella.

<<N’atra vota prima studii bono e ti pigghi un beddu voto. E doppu ti nni vai a firriari cu a picciuttedda 41>>, gli sussurrò Irene con tanto di strizzatina d’occhio, poco prima di mettersi a tavola. La madre era impegnata ai fornelli e non potè dunque sentire alcunchè. Il ragazzo rimase un po’ di stucco capendo che la sorella aveva capito. E fu abitato per una parte del pranzo da un bel misto di stizza e ammirazione per la brava studiosa di matematica, come dei sentimenti altrui – in specie fratelleschi.

Schizzato in camera appena dopo la frutta, ne profittò per sbrigare i compiti – quel pomeriggio particolarmente leggeri. Per poi sentire un gran desiderio di vedere suo padre. Essendo a metà novembre erano due mesi e mezzo che non s’incontravano, mentre di attendere ancora cinque settimane per le feste natalizie – che avrebbero trascorso a Bagheria tutti insieme – proprio non aveva alcuna voglia.

Aveva bisogno di una persona, almeno una, anzi, una soltanto ma quella giusta a cui raccontare qualcosa di Eleonora. Se non altro che qualcosa gli stava crescendo dentro. Una sensazione, un sentimento, un legame … non lo sapeva lui per primo, non avendo mai provato prima nulla di vagamente paragonabile. Sapeva soltanto una cosa, ma con certezza a prova di carro armato: che tutte le ragazzine e ragazze e donne fatte e mature fino ad allora sbirciate o conosciute, intraviste o compagne di scuola, di giochi o cuginette sbaciucchiate sulle guance (solo un paio ormai, e già parecchi anni prima) costituivano messe tutte insieme, sparse qua e là un salone abitato da mere ombre, chiaroscuri di sguardi a metà, porzioni di gambe e abiti estivi o invernali, sandali e scarpe con i tacchi, mantelline e seni appena percepiti, perfino qualche pancione da imminente madre. Ma solo ombre. Nulla e nessuna di cui fosse in grado di ricordare tono di voce, parole, pensieri. Almeno uno di quegli sguardi che restano dentro, da conservare per una vita a mò di moneta per le occasioni di dolore, pericolo, nostalgia di tempi impossibili da riafferrare.

Eleonora, invece, era, esisteva, rimaneva per mezz’ora e magari un pomeriggio, anche una giornata intera. Non fuggiva via, parlava e si esprimeva con parole e ancor più con sguardi e sorrisi e intensità e gambe nel muoversi e mani nel sistemarsi i capelli dopo una corsa in bici e labbra per dissetarsi a una fontanella.

Allora, per capire davvero di cosa si trattava, per poter dare un nome al turbinio di sensazioni che gli giravano in testa, per non doversi spaventare e invece imparare a coltivare questo nuovo ospite dentro di sé, che un paio di volte aveva chiamato con quel nome, così detto e ripetuto e raccontato e fatto poesia e romanzo e teatro e lirica e film – amore. Per tutto ciò, e verosimilmente altro ancora, sentì il bisogno di guardare in viso suo padre, scrutarne lo sguardo mentre il figlio piccolo (ma sempre meno, con gli anni che passavano) avrebbe cercato di raccontare. Come dopo una gita avventurosa nel sottosuolo desiderasse far dare un colpo d’occhio a chi era esperto da qualche decennio della sofferenza degli umani di tutte le età. Laggiù, in quella Bagheria che dopo oltre due mesi di Palermo, adesso che vi faceva una breve visita, assumeva come paese contadino i contorni di una preistoria dell’uomo. La città moderna, invece, ne rappresentava lo stadio di molto successivo, civiltà urbana e quasi inafferabile.

Alla richiesta rivolta alla madre, pacatamente ma con gli occhi immersi nella passione, di fare un salto il sabato successivo da papà Natale, Maria spontaneamente gli disse subito di si. E non aggiunse parola.

Al ritorno dalla spesa, un paio d’ore dopo, bussò alla sua camera, entrò e depositò una busta grigia sul comodino, sussurrandogli che di lì a poco sarebbe stato pronto per cenare.

Si trattava di un biglietto di terza classe A/R per il loro paese natale, e alcune lire per fare un regalo alla sorella Anna, e magari anche un pacchetto di sigari che il dottor D’Alessandro amava fumacchiare il sabato e la domenica dopo pranzo. O raramente in settimana, quando si trattava di qualche delicato consulto o di concentrarsi su una difficile diagnosi e relativa cura.

Essendo venerdì sera già l’indomani sarebbe dunque partito, dopo colazione, per far rientro domenica sera. Nessuna discussione, biglietto di ritorno non per lo stesso giorno ma per il fine settimana completo (nessuno usava parlare allora di week-end) e permesso sottinteso di viaggiare solo. Un’improvvisa boccata di libertà che non poteva dire gli mancasse nel corso dell’anno scolastico e relativi impegni che si sobbarcava senza problemi particolari. Piuttosto, Vittorio lesse quella busta depositata silenziosamente e il suo contenuto come un apprezzamento materno del suo mostrarsi, meglio, essere responsabile, studioso, ragazzo con cui si poteva ragionare.

Non certo che i figli più grandi, i maschi almeno, rappresentassero l’esatto opposto del cucciolo di casa. Ma altrettanto certa era una saltuaria amarezza – non vi era vocabolo più adatto – che mamma Maria provava in certi momenti, venendo a conoscenza di certe notizie, o dopo una certa telefonata con papà Natale a una cabina della centrale telefonica, distante dieci minuti a piedi da Corso dei Mille. Una volta Vincenzo, un’altra Angelo capitava ne combinassero qualcuna delle loro. Con gli anni che progredivano sui rispettivi certificati anagrafici e virile, vero era che ne combinavano sempre meno. Eppure capitava. Più avanti se ne riparlerà. Vittorio e Pepito, invece, tra voglia di studiare, non aver mai bigiato la scuola, né essere finiti all’ospedale gravemente feriti per colluttazioni con coetanei, tantomeno l’aver mai messo nei guai alcuna ragazza, rappresentavano due esemplarità filiali degne dei licei che frequentavano con gran profitto – classico Pepito, scientifico Vittorio.

Dopo una notte di sonno pesante come un intero carico di oppio portato in nave dalla remota Cina, il ragazzo divorò la prima colazione, baciò sulla guancia madre e sorelle ancora mezze addormentate e si produsse in una sorta di volo di gambe dieci centimetri, forse più, al di sopra di marciapiedi e strade. Per poi planare colmo d’entusiasmo alla stazione, così stranamente diversa da come l’aveva vissuta ai primi di settembre, nel corso del loro piovosissimo sbarco palermitano.

Una volta in carrozza s’immerse nella lettura dell’amato giornale per ragazzi L’avventuroso, sollevando lo sguardo solo un paio di volte. Così si confusero fumetti statunitensi con colline siciliane, super eroi e battigia marinara (come Mussolini chiamava le spiagge nostrane).

Il sole morbidamente grigiastro era avvolto in un infinito lenzuolo di nuvolaglia egualmente grigia, quasi priva di vita, depositata là da un pittore colpito da uno dei suoi peggiori attacchi depressivi.

Il mare non lo si sentiva, ovviamente essendo in treno. Ma Vittorio era sicuro che anche fosse sceso dal vagone e ritrovatosi fra sabbia e sassolini, nulla avrebbe percepito delle onde e della risacca, spuma e sciabordii del tutto privi di suono. Un enorme inspiegabile film – nel 1926 irrimediabilmente muto (ancora per un paio d’anni; e fino al ’39 in bianco/nero).

Gli ultimi dieci minuti li trascorse in una sorta di dormiveglia, le gambe stese trasversalmente ai sedili duri, di legno usurato e strapazzato da mille temperini, illividito da parolacce, termini dialettali e qualche disegno grezzamente pornografico.

Non aveva divorato tutto il fascicolo. Adesso desiderava alternare occhi chiusi sulle immagini che gli comparivano nel buio di una mente fin troppo fantasiosa; e occhi bene aperti sul paesaggio brullo, ancora in parte bruciato dall’estate furiosa spentasi da poche settimane. L’intollerabilità di quell’immensa palla di luce infuocata per oltre quattro/cinque mesi  fra maggio e settembre impregnava tratti di vegetazione offesa, rada, quasi incenerita, dura da ricostruire in quello che da sempre si sapeva un inverno troppo poco virile per ridare colori intensi e piante alberi prati infoltiti.

Un vecchio cugino di suo padre era stato più volte sentito dire che le stagioni in Sicilia erano

<<Una buttanazza d’estate i cavudu ca s’ammazza. E po’ un invernicchio ca pari un arrusazzu, senza i cugghiuna pi portari na poca i beddu friddu pi arrinasciri. 42>>

Una volta sceso alla stazioncina bagherese, trovò il fratello più grande. Un Vincenzo che in quei due mesi e più si era fatto crescere i capelli e soprattutto spuntare un bel paio di baffoni castani, a contrasto ben studiato con gli occhi azzurri.

In divisa da sottotenente carrista – era partito per il corso AUC (Allievi Ufficiali di Complemento) a inizio anno – splendeva di luce propria ancora meglio degli ultimi completi in stile americano che Vittorio gli aveva visto esibire per il passìo 43 in centro paese.

Al posto dell’abbraccio usuale quella volta gli somministrò una ben vigorosa stretta di mano. Con le sue manone temprate dai campi di calcio e dalle regate, eppur impareggiabile di leggerezza nel tocco quando si trattava di maneggiare biancheria e carni femminili.

<<E allora come stai, liceale mio?>>, gli gridò all’orecchio il fratello ufficiale.

<<Beneee>>, rispose a tono Vittorio, <<e di certo non affetto da sordità>>.

Vincenzo si fece una bella risata, ricordando al fratello piccolo uno dei divi di Hollywood, incrocio tra Douglas Fairbanks e Tom Mix.

 

41 Un’altra volta prima studi per bene e ti prendi un bel voto. E poi te ne vai in giro con la ragazza

42 Una puttanazza di estate con un caldo che ci s’ammazza. E poi un piccolo inverno che sembra un finocchio, senza i coglioni per portare un po’ di bel freddo per rinascere

43 Equivale allo “struscio” in tanti paesi di una volta, da praticare andando su e giù per il vialone principale, ben agghindati. Luogo e pratica ideali per il “rimorchio” di 50-100 e più anni fa.