L’estate al Sud, ben più che una fase dell’anno solare, è soprattutto una condizione di vita, un lungo estenuante stato d’animo di sudore e spossatezza.

Parlare di stagione è riduttivo quando si ha a che fare per non meno di quattro/cinque mesi con letti fradici al mattino, ricerca disperata di fresco fra le mura antiche, sete senza quartiere, poco appetito, sonnolenti pomeriggi di ozi, lentezza in ogni gesto per evitare di sudare ancora e ancora.

Naturalmente ci si riferisce alle estati di agiate minoranze borghesi. Laddove, per eserciti di operai, contadini, manovali, pescatori, non cambia nulla; se non maggior sofferenza e fatica. Il fascismo per questi cittadini italiani faceva una sola cosa: aiutava datori di lavoro e proprietari di fabbriche e industrie e cantieri e officine a spremere per bene le formiche umane, senza che si sentisse una sola lamentela, o, peggio ancora, alcuna protesta. E Vittorio e Angelino lo scoprirono presto, a modo loro: uno studiando e capendo, l’altro con la fuga londinese e la salutare presa di distanza. Per entrambi il Partito comunista sarebbe stata la risposta, illusoria ma forte, fino al fatidico 1956.

Ma tutto questo era ancora remoto, nascosto dal velo delle luminose estati d’incoscienza infantile e adolescenziale, quando Vittorio aveva fra cinque e tredici anni. Non era lo stesso periodo di tempo che viveva allora un adulto, o che oggi studia uno storico. Gli anni 1918/1926, con l’Italia stretta nella morsa crescente della dittatura e gli esili, i pestaggi e gli attentati al duce che causavano ancor più repressione. Nel 1926, a Bologna, lo studente liceale quindicenne Anteo Zamboni tentò di assassinare il tiranno: ma sbagliò il tiro e venne massacrato con tredici coltellate, decine di pugni e calci e manganellate, subendo una decina di fratture. Perfino un tentativo di strangolamento. Una quindicina di adulti alti e forti ad accanirsi su un ragazzo che aveva appena due anni più di Vittorio. L’incolpevole famiglia Zamboni scontò anni di carcere duro, senza nemmeno aver saputo o sospettato nulla delle intenzioni dell’incosciente e coraggiosissimo figlio.

Ma nei medesimi giorni altri ragazzi, quelli della villa Palagonia, si muovevano in un limbo lontano dal mondo reale, se non per le ore di scuola, la gente che lavorava attorno a loro, il padre a far visite in giro, i primi quotidiani leggiucchiati senza capirci granchè e le trasmissioni radiofoniche la sera, a famiglia riunita come per dire messa.

Vittorio viveva un altro tempo, al riparo dall’esistenza comune grazie all’impasto misterioso fra età neoclassica di metà ‘700 (che ancora si respirava a Palagonia), e la calma disillusa di un paese agricolo, pochi uffici e negozi, una scuola per tutti i minorenni fino a quattordici anni, la chiesa che si faceva luogo di appartate confessioni e collettive adunate millenarie. Era un mondo in cui atei e laici quasi non esistevano; e comunque erano invisibili come le tarme nascoste negli anfratti dei mobili antichi. Prima ancora del duce, era il Signore Iddio e il suo braccio destro terreno, a quel tempo Pio XI, in quel di Roma che non si discutevano nemmeno: li si amava e onorava, senza nemmeno l’ombra di un dubbio.

Poi, solo dopo i quattordici anni, si andava a Palermo; sempre che si avesse la fortuna di proseguire gli studi. Dei ventidue compagni della media, Vittorio, Ciro, Vanni e un figlio di possidente furono gli unici a permettersi di andare nel capoluogo regionale per compiere studi liceali, di ragioneria o d’istituto tecnico.

 

Il tempo estivo nel vasto giardino settecentesco produceva un effetto di sospensione del tempo. Quando il gioco era vissuto come invenzione di vite immaginate, avventure arrischiate nella fantasia, recite terribilmente convinte.

Una decina, a volte anche più, di ragazzi e bambini formavano fra fine anni Dieci e seconda metà Venti un plotone di Ulani. Si trattava di una specialità della cavalleria leggera, armata di lancia, pistola e sciabola che vestiva uniformi ispirate al costume nazionale polacco. Erano infatti originari di Varsavia e dintorni fin dal ‘500. Nel ‘700, con i cambiamenti vorticosi sul piano geografico apportati soprattutto dalla Guerra dei Sette anni e da quelle di successione polacca, austriaca e spagnola, il corpo ulano si ritrovò nelle fila delle armate di Austria, Prussia e Russia.

Esiste ancora oggi una foto che riprende proprio quel manipolo di audaci imberbi bagheresi, con elmi e sciabole, mantelle, palandrane e stivali di taglia infantile o adolescenziale. Siamo fra il 1925/26. Non mancano nemmeno un paio di vivandiere, le sorelle Agata e Pia – Irene pensa a studiare mentre Anna è già sposata da tempo e madre plurima. Le tracce della lontananza che si viene a insinuare fra fratelli di età impossibili da accomunare.

Vittorio ha portamento fiero, con un intenso contrasto fra gli occhi di ghiaccio e la bocca che cerca di trattenere un sorrisetto. Come divertito dalla consapevolezza di recitare, eppure in modo così intenso da rischiare un attacco di passeggera doppia personalità.

Pepito risulta il più convinto, esibendo orgoglioso i gradi da ufficiale, guadagnati in qualche riuscito agguato fra il canneto e il cancello del retro. È così impettito da guardare verso il cielo, come temendo un attacco aereo dei triplani britannici 1917.

Nell’istantanea virata seppia si riconosce anche un Ciro col suo sguardo di sfida, già quindicenne, il secondo per anzianità dopo Pepito.

Vincenzo e Angelo s’intravedono di sfuggita, mentre ridacchiano dall’alto dei loro vent’anni passati, ormai tutti presi da lavoro e donne – il primo, poi, già sposato con la sua amata Amalia.

Negli annali di Palagonia rimase indimenticabile la battaglia che il plotone ulano combattè in un giorno di calore insopportabile del settembre 1925.

Avevano dovuto raccogliere il guanto di sfida da una banda di commandos dell’esercito britannico, comandati da Nunzio Ciriello – campano come Ciro, ma originario di Salerno – e dal suo luogotenente Mike Travis. Era inglese autentico, figlio di uno scrittore vissuto ad Aspra fra il 1924 e il ’26 per scrivere con tranquillità un romanzone storico. Il successo fu tale che la famiglia Travis si trasferì direttamente a Hollywood per l’adattamento cinematografico dell’opera, nientemeno che sotto la direzione di Cecil B. De Mille, con Douglas Fairbanks, Paul Muni ed Edna Purviance. Il piccolo Mike, allora decenne, i bagheresi lo ritroveranno diciott’anni più tardi, giovanissimo maggiore dei Marines in mezzo alle truppe a stelle e strisce che libereranno Palermo e dintorni nell’agosto 1943.

Lo scontro fu causato da una sciocchezza; uno di quei casi che non poche volte nella storia umana, partendo da una fiammella per vederci quando di notte si va in bagno, si giunge infine a un’esplosione internazionale. Mike aveva una tenera storiella con una ragazzina di due anni più grande, figlia del tabaccaio di Piazza Garibaldi, su cui affaccia l’ingresso principale e la cancellata di Villa Palagonia. Però la fanciulla era spregiudicata assai e non rifiutava i sorrisetti e le prime avances dello smaliziato Pepito, ormai sedicenne. E arrivò a preferirlo al timido e scontroso britannico, privo dell’esperienza amorosa di Pepito e che per di più non riuscì mai a imparare molto bene l’italiano; figurarsi se capiva una parola di siciliano, parlato da tutti i picciutteddi, chi più, chi meno.

Una sera di settembre del 1925 Mike, passando in bicicletta verso le nove di sera, con le strade già buie, intravide due giovani che si abbracciavano. Riconobbe Pepito, con cui aveva giocato più volte a calcio e che considerava un tipo molto in gamba. La “lei” non riusciva inizialmente a distinguerla, quasi inghiottita fra le possenti braccia e spalle del futuro rettore dell’università palermitana. Ma quando pensò bene di fermarsi e appoggiare silenziosamente la bicicletta al muro da cui si dipartiva la cinta esterna alla Villa, sopraggiunse una traballante Lancia i cui fari disturbarono la coppietta illuminata che istintivamente si sciolse. Mentre emergeva chiaro nel biondo accecante il bel viso della sua amata, il cuore del piccolo inglese sobbalzò e si fermò per un istante, lungo un’intollerabile frazione d’eternità. Mike, accecato da un letale misto di rabbia, gelosia, invidia e doppio tradimento (da parte di lei ma anche di un quasi amico) si mise a correre come un pazzo, raggiunse la coppia e scagliandosi a testa bassa colpì allo stomaco un Pepito trasecolato. I due caddero pesantemente sul marciapiede, ancora ingombro dei resti di verdure cadute dal carretto di mastro Pitrino che aveva sostato tutto il giorno servendo le massaie del quartiere, come faceva da oltre mezzo secolo.

La Lancia frenò di botto e ne scesero due uomini che separarono, non senza difficoltà, i due ostinati ragazzi che se le stavano già dando di santa ragione. Esito: bernoccolo, stomaco dolorante e guancia rossa per Pepito; Mike con un dente rotto, un ginocchio sbucciato e un mezzo attacco isterico.

<<Entro proxima setimana noi gloriosi Commandos vi attendiamo, a voi imbecilli di Ulani per scontro. Il luogo sceglietelo voi; anche nel porco qui di Palàgogna se vi piacerà>>, annunciò il giovane Travis nel suo italiano zoppicante.

E concluse con l’equivalente moderno del classico schiaffo, ovvero un inglesissimo e quasi urlato,

<<You, Pipitto, son of bitch>>.

Fortuna che Giuseppe D’Alessandro non aveva ancora iniziato lo studio dell’inglese – che anni dopo avrebbe parlato benissimo, collaborando con luminari statunitensi dell’igiene e della profilassi medica.

<<Va buono, cugghiunazzu, ‘a sfida a facemo, un ti scantari. E insignati a parrari, cà veru picca si capisci di zoccu dici, grannnissima testa di minchia chi sì 78>>

Naturalmente il suddito di Giorgio V di Windsor non capì realmente una minchia degli improperi di Pepito e furente andò a riprendersi la bicicletta.

Appena allertati, Ciro e Vittorio decisero subito di riunire l’intero plotone per chiedere se gli altri erano d’accordo nel battagliare contro Mike e commilitoni. Anzitutto, era una questione che riguardava esclusivamente Pepito e le sue intemperanze ormonali; inoltre, da certi punti di vista avrebbe ben potuto risolversi in un duello fra i due contendenti, trattandosi di una classica “questione d’onore”. Terzo punto, una strana democrazia vigeva all’interno del plotone che veniva sospesa in battaglia e durante le esercitazioni, quando si ripristinavano senza discussioni obbedienza e gradi.

L’indomani pomeriggio venne convocata “l’assemblea”, come la chiamava Pepito, imberbe appassionato studioso di storia greca antica. Del plotone ulano non mancava nessuno, ovviamente: solo una febbre oltre i trentanove gradi o un lutto gravissimo in famiglia avrebbe costituito giustificazione comprensibile, anziché scusa intollerabile.

Toccò allo stesso Pepito prendere per primo la parola: in quanto aggredito e al contempo colui che aveva dato spunto per “l’incidente”. Raccontò ai commilitoni – vivandiere comprese – i fatti, con la solita concisione ed esattezza. Dalla postura, dall’eloquio assai sciolto per un tardo adolescente degli anni Venti, emergevano alcuni tratti del futuro scienziato e organizzatore di ricerche, il leader che avrebbe raggiunto, alla fine della sua non lunga esistenza, lo scranno di rettore dell’ateneo palermitano.

La sfida doveva essere raccolta? Sicuramente si, e per tre motivi:

<<Anzitutto, facciamo vedere a quello stronzetto britannico e ai suoi giannizzeri che non abbiamo certo paura di loro. Inoltre, sarà una prova per noi la cui eco si diffonderà in poco tempo fra tutte le bande di nostri coetanei. Fino a Palermo>>

<<Minchia, addirittura?>>, osservò un Saro alquanto dubbioso.

<<E certo, beddu miu, sai quanti picciutteddi vanno a studiare a Palermo? Io per primo, cà macari tu scurdasti 79>>

<<E chistu è puru vero, Pepì 80>>, ammise Saro che amava accorciare pure i diminutivi.

<<Figuratevi se non ne parlerò; naturalmente con calma, una parola qua e una là, senza vanterie. Così la notizia e i dettagli arrivano prima dove devono arrivare>>.

Decisamente il terzo figlio maschio dei D’Alessandro/Castronovo in astuzia se la giocava benissimo con Ciro.

<<Vabbuò, e … punto terzo?>>, chiese con spirito pratico il ragazzino napoletano.

<<Beh, questa, se mi permettete, è … come dire, una questione personale>>

<<Mmhh … accie capite: ce facimme fàna figura emmerde a chillu sfaccimme ‘e Marche 81>>

<<Mark>>, corresse Vittorio con un sorrisetto sfotticchiante all’amico del cuore.

<<Vabbuò, ma sempre sfaccimme è>>, lo fulminò Ciro con uno sguardo di ghiaccio. La sua debolezza nell’imparare le lingue straniere era uno dei pochi difetti riguardo ai quali era particolarmente permaloso.

<<Allora siamo tutti d’accordo? Chi non lo è alzi la mano>>. All’appello del capo nessuno sollevò un mignolo.

<<Facciamo domani dopo cena? Diciamo … alle nove e mezza? È sabato e abbiamo il permesso dei direttori del circo … ‘i curcarici chiù tardu 82>>.

Pepito amava a volte chiamare i genitori “direttori del circo”. E in effetti tutta la sarabanda di parenti – fra i quali, come sappiamo, spiccavano alcuni caratteri perlomeno strambi – riuniti ventiquattro ore al giorno in quella villona settecentesca e un pò diroccata, immersa nel parco selvatico, per non parlare delle assurde statue deliranti: difficile non paragonare il tutto proprio a un circo.

<<Siii>>, risposero coralmente i presenti.

<<E direi anche di fare qui da noi: ‘sto giardino è l’ideale per rompere il culo ai nostri nemici! Perchè noi vinceremo!>>.

Il prode comandante, classe 1909, concluse il discorsetto con una strategica elevazione del tono di voce, da comiziante di consumata esperienza.

Questa volta il “Siii” di graduati e truppa rimbombò potente nel grande spazio circostante. Quasi a turbare il sonno umido e accaldato dei defunti.

Addirittura, s’affacciò Amalia, mezza scantata da quel boato.

<<Cu fu, chi successe? Beddamatri>>, strepitava la giovane sposa di Vincenzo – che al contrario di lei non si degnò di venire a curiosare.

<<Niente, Amaliuzza bedda, stiamo solo preparando la prossima guerra mondiale>>, le gridò esultante il perfido Vittorio, viso sudato e più rosso del normale.

La cognata si girò un attimo per sincerarsi di essere sola; quindi gli fece un bel paio di corna con la mano sinistra, mancina e piena di anelli.

Ciro, con le braccia dietro le spalle, dunque non visto, rispose con la mano destra chiusa dalla quale faceva capolino, maligno, un bel dito medio. Per quei tempi gesto ben meritevole di diversi ceffoni e a letto senza cena.

 

La banda dei British Commandos ricevette notizia della disfida, che fu prontamente accettata. Come annunciò un sudatissimo ed entusiasta Vanni, il messaggero ulano in servizio permanente effettivo.

L’indomani il sole fu ancora più spietato con le mandrie umane distribuite fra Roma e Pantelleria. L’intero Sud e le Isole subirono un’ennesima impennata del termometro; fu l’ultima, visto che da domenica si scatenò una serie di acquazzoni, la temperatura si dimezzò e un vento quasi freddo accarezzò i visi smarriti dei siculi che non sapevano più cosa pensare, se non ai propri peccati.

Ma il sabato si giunse alla bellezza (si fa per dire) di quarantacinque all’ombra, fra la una e le cinque/sei postprandiali. I cantieri edili e stradali chiusero, mentre quasi tutti i venditori ambulanti e le bancarelle sparirono dalle strade, ridotte in lastricato bollente dell’inferno. L’asfalto era simile a sabbie mobili riarse. Bastava mettersi in ginocchio e volgere lo sguardo imperlato di sudore verso l’orizzonte per avere davanti a sè una prospettiva sfrigolante, i cui contorni erano tremolanti come braciole appena sfornate. Le figure umane, animali, vegetali ondeggiavano come ambigue odalische asessuate al ritmo del vento di scirocco.

Un cane randagio fu ritrovato l’indomani completamente disidratato, gli occhi spalancati, la lingua penzoloni vicino a una fontanella prosciugata.

Un pescatore ultraottantenne stroncato da un colpo di sole venne scoperto sulla spiaggia dalla moglie; lei gli si sdraiò a fianco e si lasciò morire tenendolo per mano, proprio nelle più infernali ore pomeridiane.

Perfino i grilli non se la sentirono di sabotare quel silenzio moribondo.

Chi osava aggirarsi fuori di casa subiva uno sfasamento dei sensi: la vista era accecata, il tatto mezzo squagliato, l’olfatto sommerso da un misto di bruciato e pelli sudate, le orecchie percepivano solo il soffio del vento desertico che dall’Africa recava con sè l’identico silenzio di morte.

Il bucato messo a stendere la sera prima si asciugava in un istante ma le massaie non si fidavano a ritirarlo temendo di svenire e magari non risvegliarsi più.

Quando arrivarono i quattordici membri dei Commandos i gradi di temperatura si erano ridotti a quarantatre, mentre lo scirocco imperversava più che mai. Ghibli di fornace, come se mille pizzaioli stessero sfornando le loro margherite contemporaneamente in quel maledetto paese diventato residenza estiva di Belzebù.

Le armature erano state lasciate tacitamente a casa; i ragazzi si erano presentati in canottiera, pantaloncini, sandali o perfino a piedi nudi,. Le uniche concessioni all’armata tenzone furono l’elmo, la sciabola con la cintura e qualche fucile a tracolla. Del resto tutte attrezzature giocattolo, dunque leggere. Sui giornali si potevano trovare notizie delle centinaia di malori e svenimenti di soldati, militi, carabinieri e poliziotti durante sfilate e adunate varie in tutto il Sud Italia. Oltre a tre ufficiali morti per crisi cardiaca e altri sette ricoverati per disturbi di cuore, pressione o asma.

Mike, per il coraggio dimostrato nello scagliarsi addosso a Pepito, era stato promosso vice comandante della sua banda. Una scelta comprensibilmente giudicata patetica dall’intero contingente ulano.

Perfino ‘u Zu Fefé intervenne sostenendo

<<Allora se ogni affare privato dovesse diventare occasione di avanzamenti staremmo freschi: addio all’onore sul campo. Mah….>>.

Se gli altri adulti badavano soltanto che i ragazzi non si facessero male e non sforassero con l’orario, il fratello prediletto di Maria Castronovo, al contrario, parteggiava con entusiasmo per gli ulani casalinghi. Più di una volta aveva tirato fuori foto e ricordi del suo duro biennio in servizio di leva, effettuato come sottotenente di complemento dei bersaglieri nel corso AUC 1903. Per loro aveva perfino tradotto dal tedesco diverse pagine del manuale di strategia dell’imperial-regio esercito austro ungarico, curato dal mitico feldmaresciallo Conrad von Hötzendorf, lo stratega di Caporetto.

Però quella sera di settembre 1925, forse presaghi dell’importanza della disfida che stava per svolgersi nel grande giardino, diversi adulti assistettero con crescente interesse alle varie fasi dello scontro.

I due comandanti, Adalberto Cutò dei Filangieri (figlio cadetto di un barone) e Giuseppe Pepito D’Alessandro si presentarono con un lieve inchino, si strinsero la mano augurandosi ad alta voce

<<Che prevalgano i prodi!>>

e sfiorarono con la propria la punta dell’altrui spada, dando così il via al combattimento.

Erano le 21.30 spaccate. In una caserma germanica non si sarebbe potuto far di meglio in termini di puntualità e correttezza. Come in una britannica, per quanto concerneva il cavalleresco rispetto per l’avversario.

Ci si era accordati il giorno prima, con apposito piano strategico controfirmato dai due comandanti, sul seguente programma. Scopo finale sarebbe stato la conquista della cancellata secondaria, esattamente a centottanta gradi rispetto a quella centrale. Il che comportava la capacità di spostarsi lungo tutta la prima metà del parco, passare dal lato destro e sinistro della villa aggirandola, per poi guadagnare l’altra metà del parco e infine giungere all’ingresso posteriore. Il vincitore avrebbe battuto dieci forti colpi di martello sul cancello. Naturalmente, nel corso degli spostamenti verso la meta finale i membri di ciascun gruppo avrebbero dovuto fronteggiare quelli dell’altro. Dunque, cercare di colpire ogni nemico che capitasse a tiro mentre si doveva avanzare senza fermarsi.

Una tromba suonata dal sergente Saro diede il via allo scontro. Il sole era già calato ma una manciata di luce galleggiava generosamente, come per consentire ai ventotto giovanissimi guerrieri di lottare fino all’estremo respiro.

I Commandos si divisero in due gruppi: l’uno per disturbare l’avanzata laterale degli Ulani, l’altro lanciato verso la meta. Ma la rigidità britannica non ebbe la meglio sui tedeschi. Le insegne di guerra, le armi e quel pò di tracce estive di divisa erano sicuramente dei gloriosi reparti nati nel remoto Cinquecento; ma il gruppo di Mark aveva dimenticato che sotto restavano quattordici scatenati siculi modello bagherese. Infatti, la strategia pensata dai tre leaders, Pepito, Ciro e Vittorio, era la conquista della cancellata secondaria avanzando a scatti, avanti e indietro, a destra e a sinistra, senza rispettare la regola (non scritta) che il lato destro del parco (guardando dall’entrata verso la villa) veniva in genere occupata dai padroni di casa, mentre quello sinistro dagli ospiti. Furono solo gli abitudinari inglesi a seguire la suddetta prassi, della quale, invece, i tedeschi s’impiparono allegramente.

Altro fattore di disorientamento fu la tattica: disturbo veloce, attacco e sparire fra il fogliame. Sarà la modalità con cui i Vietcong rispediranno a casa gli statunitensi mezzo secolo più tardi. Sembrava che Pepito e compagni avessero avuto come consulente militare un giovane generale Vho Nguyen Giap.

Terzo elemento che gettò nello scompiglio quasi subito gli avversari fu la combinazione letale di velocità, conoscenza perfetta del terreno, uso delle due vivandiere come soldatesse (nessuna regola scritta lo vietava, ma nessuno ci aveva pensato prima di Ciro). Il fatto di giocare in casa era ovvio costituisse un altro fattore sfavorevole agli inglesi: ma era altrettanto vero che avrebbero potuto proporre un terreno neutro. La verità era che l’arrogante Mark, convinto di aver conquistato la bella di Pepito e pompato dalla promozione a vice comandante, si era intestardito di far fare la figura del cretino al suo avversario – di cuore, molto più che di guerra. Errore fatale numero uno per i Commandos.

Pur essendo sera, il caldo era già difficilmente sopportabile stando seduti sulle sdraio. Come fece la famiglia D’Alessandro al completo: oltre a Fefé e a un cugino con la moglie, ospite a cena proprio quella sera. Ma se invece che immaginarsi una fresca brezza con cui cullarsi stinnicchiati comodi comodi, si era costretti a saltare da un punto all’altro del parco senza farsi vedere, per poi aggredire e rendere inoffensivo il nemico, allora si capisce chiaramente perchè l’intera rappresentazione si limitò ad una quarantina di minuti o poco più. Prolungarla avrebbe ridotto una banda formata da Primo Carnera, Batman e l’Uomo mascherato a una gelatina lamentosa e piagnucolante.

Agatina, temperamento da maschiaccio già allora, somministrava sberle e fendenti di sciabola come fosse la controfigura di Erroll Flynn.

Pia, invece, più tremebonda ma molto furba, s’insinuava dietro la vegetazione più folta per poi fare lo sgambetto senza pietà al primo commando che le capitasse a tiro.

Riguardo il “sopprimere” un nemico, visto che si trattava di un gioco sportivo e senza conseguenze – a parte qualche lieve sbucciamento di ginocchi e gomiti – non fu certo facile mettersi d’accordo mesi prima, quando Mark e Pepito ebbero l’idea di quegli arditi combattimenti. Fu il fantasioso Vittorio a risolvere la questione. Tutta la soldataglia – graduati e ufficiali compresi – avrebbe avuto in tasca un gessetto bianco con cui segnare una croce sulla fascia nera che tutti avrebbero avuto il dovere d’indossare prima di ogni battaglia. Ogni volta che si colpiva o si atterrava un nemico, il vincitore disegnava la croce sulla fascia. Quando un combattente era stato ferito tre volte, e dunque recava tre croci sulla fascia, alzava le mani gridando:

<<Sono mortoooo>>

La battaglia si sospendeva un momento e il “cadavere” veniva fatto sdraiare in terreno neutro, alla vista di tutti.

Durante il primo scontro, mesi prima, due soldati, uno per ciascuno dei plotoni avversari, ebbero l’insana idea di barare. Michele Sinatra (nulla a che fare col cantante, che peraltro allora aveva la loro stessa età) degli Ulani si tolse la fascia con due croci, sostituendola con una immacolata. Mentre Vicè Miraglia, ancora più scemo, si era rialzato non visto dal “cimitero” e aveva ripreso a battagliare come se niente fosse.

Alla fine dello scontro – per la cronaca, svoltosi nei pressi di Villa Buccellato e vinto dai Commandos – i due comandanti davanti alle truppe schierate sull’attenti, accaldate e fiere di non essersi risparmiate, vennero subito avvertiti dei due episodi di frode.

Sinatra e Miraglia vennero fatti uscire dai ranghi: l’uno subì due sonori ceffoni da Pepito, l’altro dal proprio comandante – che allora era un robusto ragazzo più grande, poi arruolatosi nel Regio Corpo dei Carabinieri. Dopodiché furono espulsi, con tanto di camicia strappata, spalline gettate a terra e addirittura bruciate, nonchè sciabola spezzata – com’era accaduto nel 1900 al capitano Dreyfus. Tale ignomignosa figuraccia bastò come deterrente perchè non si ripetessero più simili episodi “fallosi”.

Dopo una mezz’ora di lotta, il sudore aveva inzuppato ogni divisa, pur leggera. Alcuni militi avevano difficoltà a sciabolare perché l’arma scivolava letteralmente dalle mani inzuppate. L’unica che non soffriva l’immonda calura era Pia, che per tutta la vita non avrebbe quasi mai sperimentato sulla propria pelle rosea e lentigginosa il significato del verbo sudare.

Vittorio dovette fermarsi un minuto, dopo aver scritto ben sei croci su altrettante braccia di avversari. Era quasi senza fiato. Aveva intercettato la furibonda Agatina, col rischio di beccarsi un colpaccio di spadone, visto che alla prima superficiale occhiata lei non l’aveva manco riconosciuto. Quindi, con un sorriso maligno l’abbracciò – cosa assolutamente non gradita da Vittorio, che era zuppo di sudore e lercio di polvere dalla testa ai piedi già di suo – e gli porse una bottiglia piena di meravigliosa seducente acqua, ancora miracolosamente fresca.

<<A poco a poco, eh, Vittorì>>, osando chiamarlo, con tono materno, con il diminutivo che saltuariamente sbucava dalle labbra di Zu Fefé, l’unico a disporre della dispensa per utilizzarlo. Ma essendo la sorella pericolosa quanto tre nemici messi insieme, Vittorì fece finta di non aver sentito e bevve a poco a poco.

In un attimo Agatina si era silenziosamente smaterializzata per riprendere la spietata caccia agli inglesi che la temevano come un’incarnazione femminea (ma non troppo) del terribile Sandokan.

Adesso la luna illuminava con improvvisa potenza il parco trasformato in campo di battaglia.

In realtà, non essendoci altro che ventiquattro ragazzini e bambinetti che correvano per poi nascondersi e riapparire, il panorama, per chi fosse entrato in quel momento senza saper nulla di ciò che stava accadendo, offriva un’alternanza di pace priva di rumori e improvvise apparizioni di esseri. Li si sarebbe potuti scambiare per ectoplasmi di nanetti esaltati, in un solo istante inghiottiti dalla folta nerastra vegetazione di ombre. Qualche urletto si accompagnava a foglie calpestate e al tramestio dei sassolini sotto i sandali. Due soldati si ferirono ai piedi che avevano lasciato nudi. Uno si ritirò, mentre l’altro proseguì stoicamente fino alla fine. Dopo due giorni di ospedale a Palermo per le gravi ferite e un alluce fratturato, al ritorno in paese venne festeggiato un pomeriggio intero con tanto di medaglia e promozione diretta da soldato a sottotenente. Era un ulano, come tenne a sottolineare gonfiando il petto il comandante Giuseppe D’Alessandro, giunto ormai al vertice della carriera militare.

Vittorio si fermò a osservare la parte della sessantina di statue che vegliavano inquietanti sulla cancellata d’ingresso, la prima metà del grande giardino e la facciata anteriore della villa. I mostri, metà animali e metà umani, assumevano forme ancora più orride e stravaganti. La luce lunare, il cielo sgombro di nuvole, la tipica foschia di una decina d’implacabili giornate sciroccose avevano l’effetto di moltiplicare l’aspetto dei mostriciattoli di granito impuro. Come se ogni essere indefinibile abortito dalla mente malata del vecchio principe di centosettant’ anni prima divenisse schizofrenico al buio. La sera e la notte, pensò il ragazzino rosso di capelli, devono iniettare qualche pozione mefistofelica che muta le forme delle statue facendole diventare in un certo senso mobili. Di giorno si coglievano i diversi lati di un’immagine costante. La si aveva davanti, le si girava attorno, si afferravano altri piccoli particolari; ma l’insieme era e restava pur sempre quello, nella sua irridente inquietante immobilità. Quando invece calavano le ombre della sera il corteo silenzioso e granitico veniva tramutato in folli atomi in movimento. Man mano che l’impero della luce si disfaceva miseramente, il gioco orrido e stupefacente di sempre meno chiaro e sempre più scuro faceva mutare velocemente ogni maschera via via che le si girava attorno.

Chissà che le sessantadue misteriose entità con la loro energia primordiale non dessero il loro appoggio alla sacra lotta dei valorosi Ulani del Kaiser sconfiggendo anch’esse i vili sudditi della perfida Albione. Ma si, certo, pensò Vittorio sempre più convinto. Dopotutto, si risvegliano ogni notte dal 1737 (le prime addirittura dalla fine degli anni Dieci del remoto XVIII secolo).

Uno pseudo umano con enorme naso a becco, l’unico occhio penzoloni e la coda da coccodrillo sembrava sorridergli; nel mentre la zampa alzata di una tigre con viso di vecchiarda gli dava fiducia, incoraggiandolo a rendere inoffensivi i nemici.

Da quando aveva memoria, Vittorio viveva in tanti dormiveglia quella costante vaga angoscia che lo dominava pensando a fuori, al lungo e irto cortile perennemente circondato dall’armata delle sessantadue mostruosità, piovute da chissà quale era geologica di milioni d’anni prima. Discendenti da Tyrannosaurus Rex, incrociatisi con controfigure di Attila, pronipoti di vampiri draculeschi e imparentati con i Borgia, spiriti a pagamento da evocare nelle sedute di rinomate maghe e negromanti di prim’ordine nelle principali capitali della vecchia Europa.

Ma quella sera il tredicenne divenne meno inquieto. I mostri si erano ormai tramutati nei fidi sorveglianti dei prodi Pepito e Vittorio, e della loro famiglia. Sessantadue potentissimi protettori negli anni e decenni e secoli a venire di quella Villa che per il ragazzino era la splendida e fascinosa anticamera del mondo intero.

78 Va bene, coglionazzo, la sfida la faccciamo, non ti preoccupare. E impara a parlare, perché veramente si capisce poco di quel che dici, grandissima testa di minchia che sei

79 forse te lo sei dimenticato

80 È questo é anche vero

81 Ho capito: facciamo fare una figura di merda a quel bastardo di Mark

82 di andare a letto più tardi

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