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Arrivati alla villa il ragazzino di un tempo che si contava in pochissimi anni ma che a lui risuonava come un’eco remota si ritrovò nel parco come fosse pronto per rifare una delle battaglie con gli amici estivi.

Ma si rese conto in pochi istanti della realtà: un passaggio di livello scolastico e il trasferirsi a una manciata di chilometri erano stati sufficienti per l’edificarsi di una distanza invisibile eppure ormai esistente.

Per strada, nel tragitto di nemmeno un quarto d’ora stazione-Palagonia, Vittorio ebbe modo d’incrociare almeno tre o quattro figure umane in calzoncini come lui e sovrapporle alle foto di due o tre anni prima. Coetanei che avevano condiviso con lui l’identica sensazione di amicizie che nulla avrebbe potuto scalfire. Così intensa quella certezza che non ebbero mai il bisogno di dirsi qualcosa. Giacché bastava il percepirsi vicini, simili, appassionati da una vita che li vestiva allo stesso modo, li mandava alla stessa scuola elementare e poi media, li appassionava di calcio e di battaglie simulate, li spingeva fra le braccia di cartapesta sorridente degli stessi eroi di celluloide. E i pochi che leggevano si beavano di autori e personaggi ancora una volta condivisi, assaporando sudore e polvere di quell’età sospesa su riti familiari e impegni scolastici.

Mentre adesso, nel suo pieno quattordicesimo anno di esistenza Vittorio quei ragazzini trascorsi li aveva in un certo senso traditi, abbandonandoli insieme all’intera Bagheria. Per passare tra le braccia della buttanazza Palermo, come non pochi in paese chiamavano sprezzantemente la città, dipinta quale metropoli dai mille tentacoli scivolosi, sentina di chissà quali abissi di piaceri e vizi innominabili. L’arciprete arrivava a farsi certe volte il segno della croce, manco avesse cambiato nome quella città maledetta: non più Palermo, ma Gomorra.

I lontani compagni di giochi, presenti così spesso nella vita del ragazzino fulvo fra il 1918 e il ’26 circa, lo salutarono come avrebbe fatto un drappello di fantasmi incontrando il loro esorcista.

I più affezionati d’un tempo, poi, i vari Vanni, Milo, Totò e Saro si erano sparpagliati per Sicilia e Italia. I contatti allentati e poi erosi dalle correnti delle rispettive esistenze già in terza media, anno scolastico 1926/27. Vanni era andato a bottega dal padre e dal nonno, lavorando anche il sabato; dunque non lo vide nemmeno, sommerso nel forno casalingo fra filoni e rosette, pagnotte e torte e cornetti.

Milo aveva ovviamente seguito la famiglia del padre, promosso da brigadiere a maresciallo dei Regi Carabinieri, per volarsene addirittura ad Aosta. L’Italia ritornava a manifestarsi come una forma oblunga che sbatteva in faccia agli amici i mille e tanti altri chilometri di separazione destinata a farsi da subito incolmabile per quell’età e i pochissimi mezzi per viaggiare.

Totò lo abbracciò e gli sorrise, ma dovette poi scappare a ripetizione dal professore visto che era stato scomunicato da una bocciatura agli esami di licenza media, gettando nella vergogna famiglia e avi fino alle più remote generazioni, almeno a sentire quei due ossessi dei genitori.

Saro, poi, lo intravide spaparanzato al caffè principale del lungo Corso Butera. Vincenzo inutilmente avvertì il fratellino di lasciarlo perdere, chè era cambiato mutandosi in un teppistello arrogante e perdigiorno. Vittorio lo volle incontrare lo stesso e si precipitò verso di lui. Ma quando i loro sguardi s’incrociarono il giovanissimo D’Alessandro ebbe la netta sensazione non di un abbraccio di pupille, quanto di un luccicare di sciabole.

<<Saruzzu beddu, comu si? N’avi tempo ca un ci si vitti chiù>>, disse Vittorio ad alta voce e d’un fiato.

<<Talè cu s’arricampò, u palemmitano. Chi ci fai cà, ti facisti i piccioli e tinni veni ad annacariti unni c’è ‘u passiu? Beddu miu u dici a to nanno. Passò ‘u tempo pi jucari, quannu ora è ‘u tempo i faticari, studiari, travagghiari. Ma pi mia no. Un tengo bisogno. Và, và, fuitinni cà Baaria unnè chiù cosa tua. Addiventa dutturi e un ci scassari chiù a minchia 44>>. E siglò quel parlare rozzo e distante, intriso di sfacciato sfottò con un rutto fenomenale e una risata, mentre sollevava un consistente boccale di birra.

Vittorio rimase lì impalato, letteralmente senza parole. Vincenzo lo vide ferito, offeso, sbalordito nel viso rosso di rabbia. Allora si avvicinò lentamente a Saro e con un calcio improvviso sulle gambe della sedia lo fece rotolare a terra in malo modo. Dopo un paio di calci nei testicoli, lo sollevò per i capelli e fissandolo dritto negli occhi, a bassa voce gli disse:

<<Figghi ‘i pullazza sbacantata, a nostro nonno ‘u lassi in paci e a minchia a scassi tu a qualchi avutra banna. Addivintasti un pezzo ‘i medda mala cacata. Un ti fari chiù abbidiri ca ti sbacantu u ciriveddu ti sbacantu 45>>.

E lasciandolo ricadere sul marciapiede come un sacco di patate, si pulì le mani e prese a braccetto il fratello piccolo, con uno sguardo protettivo lanciato intorno verso chiunque, casomai, avesse qualcosa da ridire.

Vittorio era confuso fra il dispiacere per quell’aggressività maligna del suo ex amico d’infanzia e il soccorso del fratello tanto più grande. Eppure capace di consolarlo con le parole ancor più che con calci e pugni.

Una volta in villa si precipitò nella sua vecchia camera, buttandosi sul letto e riempiendosi di vecchi albi a fumetti e libri d’avventura. Un’adolescenziale figura triste di un carnevale siculo ricoperta di coriandoli per dimenticare la durezza del crescere.

L’odore antico che emanava da quella costruzione attorniata dai 67 mostri in tufo, arenaria e sabbia – come se avessero impedito da sempre e a chiunque di abitarvi – dava al ragazzo la sensazione spiazzante di essere un turista o un esperto d’arte che visitasse per la prima volta la magione dell’eccentrico principe settecentesco.

L’assenza di tutti – tranne del padre impegnato in una visita nello studio al pian terreno – aiutava il consolidarsi nel ragazzo di quella percezione di estraneità. In realtà, lungi dall’infastidirlo, aumentava il fascino di una magione assolutamente indefinibile. Tanto sua e della famiglia, quanto del Tempo ormai di oltre 170 anni, con stanze e parco, statue e soffitti, moderni condutture acquee e telefono, accanto al vecchio pozzo per approvigionare persone e innaffiare piante, la cappelletta accudita per anni da mamma e Irene, e adesso un po’ trascurata.

Accostò l’orecchio alla porta di vetro smerigliato e fasce di legno scuro dello studio paterno. Silenzio assoluto a trasmettere l’immagine, vista più volte, del dottor D’Alessandro chino ad auscultare petti catarrosi e polmoni enfisematici, cuori ballerini e stomaci mezzo avvelenati di contadini e possidenti, sindacalisti e pescatori, custodi di ville antiche e membri del consiglio comunale, massaie della buona borghesia e ragazze madri scomunicate dal parroco ma mai espulse dal popolino di origine.

Vittorio si preparò un caffè leggero in una caffettiera e poi una napoletana con un forte macinato per il padre. Gli fece anche trovare portacenere, un sigaro toscano e i fiammiferi lunghi. L’ideale per una bella pausa fra una visita e l’altra del mattino. Il pomeriggio e la domenica, invece, come d’abitudine, il medico le avrebbe passate a riposare, leggere romanzi russi e tedeschi, passeggiare in campagna e aggiornarsi con qualche rivista in italiano, francese e inglese. Sempre che non fosse interrotto da qualche urgenza. Non gli dispiaceva affatto, poi, avviare per un paio d’ore il grammofono, ormai antiquato, con dischi di opere verdiane e romanze pucciniane, lieder di Schubert e Wolff, qualche quartetto di Brahms e Mozart.

Intorno a mezzogiorno si aprì la porta e ne uscirono il medico e uno dei pazienti preferiti, il commendator Buffetti, titolare a Palermo di un bel numero di negozi di materiale per uffici – contabilità, amministrazione, ragioneria. Malgrado la notevole ricchezza era persona dal tratto gioviale, noto per rispettare in modo raro i propri dipendenti, affezionato al medico condotto bagherese che lo aveva aiutato a venire al mondo una quarantina d’anni prima. Appena vide il piccolo della villa gli andò incontro con un sonoro

<<Vittorio, sempre più alto e maturo. Sei già al liceo?>>

In questo modo il padre scoprì che il figlio era arrivato da un bel po’ e gli aveva anche preparato caffè e sigaro.

Il liceale rispose educatamente alla domanda del ragionier Buffetti, per poi tornare a occuparsi dei caffè, ormai in ebollizione.

Congedato l’ultimo paziente di quella nuvolosa mattinata di metà novembre, densa di sonnolenza e malinconica di rigida temperatura, Natale D’Alessandro si sedette al tavolo di cucina con un intenso respiro.

L’abbraccio che si erano scambiati lui e il figlio una volta rimasti soli nella grande stanza era stato più caloroso del solito. Il giovane non avrebbe mai potuto dire che l’adulto fosse chiuso o addirittura freddo. Il medico condotto era semplicemente abituato ben ad assistere, assai più che a partecipare, alla vita collettiva – che fosse matrimoniale o familiare allargata, in paese e fra i pazienti con le loro spesso numerose figliolanze.

Di poche parole ma giuste, tutt’altro che ciarliero ma misurato. Era questo il ritratto azzeccato che si poteva tracciare di quell’uomo ormai 67enne, in un’epoca in cui non pochi più giovani di lui erano già sottoterra da tempo.

Una telefonata della moglie gli aveva annunciato la sera prima l’arrivo del figlio minore e la permanenza fino a domenica sera.

<<Bene, digli che lo aspetto a braccia aperte>>. Era stato l’unico commento di Natale, prima di scambiare due chiacchiere intenerite con la sua Maria. Non erano le parole a essere nuove fra loro, ma il tono più intimo, leggero che le trasmetteva, con un calore non abituale. Questo da quando erano stati separati come mai prima dalla figliolanza di età differenti, quindi diversi percorsi di studio o di lavoro fra Palermo e Bagheria.

Dall’esterno si sarebbe detto che la moglie avrebbe provato disagio e nostalgia da questa lontananza; mentre in realtà tutti si accorsero che era il marito a pagarne le maggiori conseguenze in termini di isolamento dal mondo circostante e di gettarsi ancor più fra pazienti e ricette, anamnesi e letture scientifiche, lunghe passeggiate e sabati pomeriggio-domeniche in compagnia di tizi dai nomi stranieri – da Balzac a Tolstoj, fra Dickens e Goethe, con Stendhal e Dostoevskji.

A differenza della gran maggioranza maschile adulta della popolazione più in vista del paese, il dottor D’Alessandro non frequentava che poche volte l’anno il circolo sito in corso Butera. La domenica era affollato all’inverosimile da decine di rappresentanti maschi della classe dirigente di Bagheria. Del resto Natale D’Alessandro non sopportava perder tempo a giocare a carte, gli scacchi quasi nessuno li frequentava, mentre per il capitolo giornali e riviste a lui bastavano quei tre o quattro cui era abbonato e che amava leggere o sfogliare stinnicchiato 46 nella sua amata poltrona di studio. 

Una volta seduti l’uno di fronte l’altro si guardarono per un paio di minuti senza dir nulla. Al figlio piacevano quei silenzi, a differenza di fratelli e sorelle che

<<hanno sempre qualche fesseria da dire>>, come si lamentava semiserio il patriarca di casa.

Vittorio cercò ingenuamente dei segni di vecchiaia sul volto magro e bianchiccio – come fossero passati non due mesi e mezzo ma vent’anni dalla separazione. Ma baffi, pelle, denti,  respiro paterni erano identici a quando lo aveva salutato.

Natale lo fissò con gli occhi illuminati di piacere ad averlo lì per un giorno e mezzo, senza altri familiari pedi pedi 47, come amava dire la fidata Pina, rimasta in villa ad accudirlo. Sebbene fosse notoriamente la preferita di Maria Castronovo, aveva preferito rimanere, come sappiamo, nella villa bagherese a vegliare sull’altra metà della famiglia. La donna, piccola, scura, moglie di un pescatore di Mongerbino, era silenziosa come il suo datore di lavoro. Il termine “padrone” era bandito in casa D’Alessandro, del tutto in controtendenza rispetto ai costumi e al governo insediatosi già da cinque anni.

L’anziano indirizzò al giovanissimo figliolo un

<<Mmhhh>> accompagnato da un inclinare la testa e socchiudere gli occhi. Era il suo inconfondibile chiedere come si stava, fisicamente e moralmente.

<<Padre beddu, sappiate che va molto meglio di quanto potessi immaginare. Davvero>>.

In casa il “voi” di figli verso genitori, nonni, zii e parenti adulti era di prammatica; ma si amava attenuarlo con qualche aggettivo, diminutivo o altro. Si andava dal beddu/bedda a caro, passando per i vari Fefé, Saruzzu, Pitrino e affini. Grazie a tale mistura colloquiale nessuno avrebbe potuto accusare – almeno nelle intenzioni del padrone di casa – di tradizionalismo, atteggiamento patriarcale, dispotismo i rapporti interfamiliari dei D’Alessandro/Castronovo. E sembrava che così stesse bene a tutti; o quantomeno, non vi si prestava la minima attenzione. Forse costituiva un limpido esempio della teoria di mamma Maria quando osservava che

<<spesso, se non per cautela, ma almeno per pigrizia è naturale non protestare, alzare la voce, peggio ancora ribellarsi>>. Teoria prontamente tacciata di “reazionaria” via via che Angelo, poi Giuseppe, quindi Vittorio maturarono le loro idee socialiste o comuniste.

Mentre, a sua volta, Vincenzo prendeva le difese materne; pur non essendo un fascistone esaltato, era tuttavia convintamente iscritto al PNF sin dal non sospetto 1922 – e prima del fatidico 28 ottobre, come teneva a sottolineare. Per allontanare da sé la benchè minima ombra di opportunismo. Un tratto del carattere che, a dire il vero, mai gli appartenne.

<<E voi? Non vi sentite solo, con metà famiglia a Palermo e i figli grandi in giro a lavorare?>>

Il vecchio medico di paese squadrò il figliolo davanti alla prima domanda personale che avesse mai osato rivolgergli. Non era certo questione di Stato per cui Vittorio avrebbe rischiato punizione alcuna. Molto più prosaicamente in quella, come del resto nel 95% di famiglie italiche del 1927 non accadeva mai che un adolescente ponesse questioni simili al genitore o alla genitrice. La solitudine, la malinconia, la gioia di vivere degli adulti erano più semplicemente del tutto al di fuori dalla portata di qualsivoglia discorso infantile o adolescenziale o giovanile. Casi rari erano semmai quelli di un lutto grave fra i propri cari. Ma allora si trattava di gesti e sguardi, poche chiare parole; non diventava di certo all’improvviso tempo per le confessioni e l’intimità del sentire interiore. Ma con l’intelligente sensibilità che lo contraddistingueva, malgrado la relativa stitichezza colloquiale, il padre apprezzò meravigliato la domanda filiale, interpretandola come un gesto di cura verso l’altro genitore rimasto in paese.

Tirò un sospiro profondo e abbozzò un vago sorriso.

<<Vedi Vittorino beddu, quando si fanno ben otto figli – anzi, se ne fanno nove e otto tengono duro rimanendo in vita – si moltiplica l’appuntamento con quella fase dell’esistenza di genitore che vede i figli prendere ciascuno la propria strada. E qui le strade diventano ben otto … un vero ingorgo, eh?>>.

Padre e figlio sorrisero. E i denti che brillavano si facevano eco della consonanza forse mai così forte fra loro due.

<<E poi che vuoi farci? Alla mia età come potrei mai lamentarmi? Tutti cresciuti e in ottima salute, ognuno diretto verso un luogo … che sia un liceo o un ufficio, in giro per il mondo come Angelo o finalmente ravveduto dopo tutte le alzate d’ingegno di Vincenzo. E io alla bella età di 68 posso ancora lavorare, quasi come prima. Sai che miei coetanei, magari qualcuno anche più giovine di me medesimo, si sono smarriti con la testa. Demenza senile, ricorda, si chiama questa tristissima malattia. E per essa rimedi ancora non se ne trovano. Salvo una teoria di sciocchezze da stregoni popolani>>.

<<Almeno mangiate a sera insieme, vero padre?>>.

<<Ma certamente. Qui come sai c’è la nostra fedelissima Pina, che prima di arricamparisi a so casa 48 qualche manicaretto dei suoi ce lo prepara sempre. E poi ci sono i nipotini che mi danno tanta gioia>>.

Il dottore si riferiva ai figli di cugini di primo grado che spesso venivano a trovare i residui abitatori della villa dei mostri. E soprattutto a Rosario, figlio maggiore della primogenita Anna, nato nel ’25 e dunque di appena due anni. Il bimbetto si era subito affezionato al nonno, diventando l’unico essere umano sull’orbe terracqueo autorizzato a toccare i baffi espansi e curatissimi del medico condotto. Se Natale D’Alessandro non era troppo stanco o di cattivo umore, il piccolo era addirittura autorizzato a giocarci. L’effetto di quelle manine sulle setole immacolate, diceva il nonno, era davvero miracoloso. La stessa signora Maria quando baciava il coniuge non s’azzardava mai a scostare, pur con estrema delicatezza. i poderosi mustacchi da anni color bianco neve. Era compito che solo il proprietario dei suddetti poteva eseguire. A parte il nipotino Rosario da quando era nato.

<<A scuola ho sentito che hai subito cominciato a farti onore. E non solo come impegno scolastico>>. E la strizzata d’occhio fece scoprire a Vittorio che verosimilmente Pepito doveva aver narrato le gesta del fratello minore nel farsi valere contro il teppista romanesco, poi rispedito all’Urbe con foglio di via prefettizio.

Infatti, appena il figlio accennò alla soddisfazione avuta in una discussione furi dall’aula, il padre, una forte luce negli occhi, fece un eloquente cenno con la testa.

<<Una sola cosa ti dico, figlio mio. E interpretala, ti prego, nel giusto modo. Reagire, mai farsi umiliare, ma sempre con misura. Direi … qualcosa meno del biblico “occhio per occhio, dente per dente”. Così, capisci … quel residuo di riparazione che lasci inevaso verrà considerato come gesto di magnanimità dai più svegli. Quanto agli imbecilli non disporranno della finezza di cervice per scambiarlo come viltà>>

<<Avete proprio ragione, padre. Ne abbiamo parlato anche con Pepito e gli amici che mi hanno soccorso. E ci siamo trovati tutti dell’identico avviso>>.

Non era proprio così; ma non volle lasciarsi sfuggire l’occasione per farlo contento.

<<E dunque, come non mi sento solo qui a Bagheria alla mia età e col daffare che ancora ho, così immagino del pari di te a Palermo. Amici, compiti, scuola, corse in bicicletta. Vero?>>

Vittorio si limitò ad assentire mentre gli occhi erano persi verso un punto inesistente della grande sala affacciata su un parco silenzioso e vuoto essendosi mutato in versione quasi invernale.

<<E poi le letture, mi dice tua madre. Cosa stai leggendo per ora?>>

<<Ah, caro padre, sono immerso nel Robinson Crusoe. Vorrei tanto partire per i Mari del Sud>>

<<Ma qua siamo già al sud e il mare che abbiamo … ma tu ‘u vulissi scanciari con un avutru? 49>>

<<In effetti no, non vorrei mai>>.

<<E cos’altro?>>

<<Cioè?>>. Vittorio non capiva a cosa il padre si riferisse.

<<Sicuro che null’altro ti viene in mente?>>.

Il viso paterno rugoso e calvo si era avvicinato di pochi centimetri a quello rossiccio e lentigginoso del figlio minore.

All’adolescente venne improvvisamente in mente l’ipotesi che il padre potesse o aver percepito qualcosa, o essere stato informato dell’impresa romantica del piccolo di casa. Ormai non più tanto piccolo, a quanto sembrava.

<<Ma vi riferite a cosa nello specifico?>>.

Vittorio non si rese conto di essere diventato più rosso del solito. Il padre fece finta di nulla, come si trovasse davanti a un paziente da trattare con umanità e discrezione.

<<Nello specifico … stai diventando davvero forbito nel parlare. Bravo, ma non esagerare con chi ti sta vicino. Giusto?>>

<<Giusto>>, assentì il ragazzo che si sentiva un po’ sollevato dal precedente imbarazzo.

Era incredulo di sé stesso: da un lato era stato proprio lui a desiderare di parlare un po’ con il padre; e dall’altro, adesso che lo aveva davanti a sé, verosimilmente libero al lunedì mattina da pazienti e consulti e visite e ricette, ecco che si ritraeva, vergognoso, manco fosse stato pescato a rubare in casa.

<<Beh, padre … in realtà è proprio vero che volevo venire qui a stare un poco di tempo in vostra compagnia. Mi siete mancato in queste settimane. Per ben due volte avevamo deciso di venire ma non è stato possibile. Una volta per…>>

<<Vittorino mio, le so bene queste cose. Ogni sera, o quasi, io e la mia signora ci sentiamo a telefono – sempre che la linea non s’interrompa pi qualichi mallitto malo tiempo ca schifia i fili du telefono 50>>.

Il padre gli sorrise, sapendo che certe espressioni colorite e in siciliano facevano divertire il figlio quand’era bambino. In effetti non lo era più, ma in quel momento sorrise egualmente. Natale preferì non chiedersi se fosse per semplice educazione o per mantenere un legame fra loro.

Non aveva importanza per il vecchio capofamiglia, ben contento di avere compagnia in quella giornata altrimenti vuota di presenze. Vincenzo era andato in giro con la sua fidanzata ormai di lungo corso (fatto eccezionale), Angelo si era appena imbarcato verso le Azzorre con un mercantile ligure, Anna accudiva i figli a casa di una sua cara amica d’infanzia, mentre Irene sarebbe rientrata a tarda sera – sempre che non fosse rimasta da un’amica di Ficarazzi. Quanto a Pina, il medico le aveva dato il fine settimana libero: nel primo pomeriggio sarebbe rientrata in famiglia per stare con nipotini e figli.  

Dunque, l’intera villa Palagonia, nella sua sconfinata ampiezza e nei suoi angoli più nascosti, con l’intera aura settecentesca e la teoria di 67 statue-guardiani era a disposizione di padre e figlio minore.

<<Pensate, padre, che vi sia un’età prima della quale non vi è licenza di parlare di …>>

<<Di? Amunì, un ti mancio. Pitittu ancora unn aio, un t’avi a scantari 50 bis>>, celiò il padre per far sorridere il figlio, che infatti raccolse la battuta sicula con un brillio degli occhi azzurri. Il vecchio era adesso come un domatore di quel mare agitato specchiato nello sguardo del ragazzo. Per calmarlo avrebbe dato anche la vita, ormai piena di anni come una casa in cui sia accatastato ogni ben di dio raccolto nei decenni da chi l’ha abitata.

<<Amore, padre, parlavo dell’amore. Le persone si sposano presto, anche molto ma non troppo. E così …>>

<<Vittorio, t’interrompo ancora per chiederti di cosa vuoi DAVVERO discorrere con me, qui, adesso. Perché se si tratta di matrimoni non ne vedo il motivo, visto che hai quattordici anni appena. Giusto? Altrimenti, debbo farti presente che spesso, molto spesso, amore e matrimonio non c’entrano l’uno con l’altro. Io e tua madre siamo stati ben fortunati; eppure non fu facile convolare a nozze senza farci … come dire, travolgere, si, travolgere come se rischiassimo un alluvione o una frana familiari>>

<<Certo, padre, avete proprio ragione. Parlavo dell’amore, quello vero>>

<<Beh, stai attento che su quel che ti dico adesso ben pochi converrebbero. Vero che nel popolino … termine che aborro, come ben sai … comunque, fra la gente modesta economicamente, sovente succede che si celebrino matrimoni a venti, o diciotto anni. Soprattutto ci sono ragazze che partoriscono molto prima. Dimmi tu quante mamme qui a Bagheria sembrano sorelle delle loro figlie!>>

<<Molte, padre, davvero molte>>

<<Appunto. E secondo te è amore, sono amori quelli che fanno nascere bimbi e mutare improvvisamente ragazzi in genitori?>>

<<Mmhhh, difficile rispondere>>

<<Bravo, hai ragione. Allora diciamo che nell’amare ci dev’essere tanto il cuore, che la ragione, che il corpo. Devi sentire qualcosa di davvero grande, incommensurabile per quella ragazza che dici di amare. Quindi, devi preoccuparti anche della ragione. E sai perché? I guai li crea spesso il corpo, Vittorio, la carne come dicono la Bibbia e gli Evangeli … o anche il sesso. Che passa per parolaccia ma che indica bene quel che vuole indicare>>

<<Sesso, sessualità. C’è un libro di un medico viennese che ho visto a casa di amici>> si riferiva a casa Baldi <<che si chiama Sigmund Freud e s’intitola Tre saggi sulla teoria della sessualità. Parla perfino della sessualità nei bambini>>

<<Lo conosco, ma non credo sia stato tradotto in italiano>>, lo guardò meravigliato il padre grattandosi la guancia destra, come faceva ogni volta che era fortemente perplesso.

<<Infatti, è in tedesco. Mi ha tradotto il titolo e qualche riga una ragazza, la figlia dei proprietari del libro>>

<<Ed è forse di lei che volevi parlarmi?>>, azzardò Natale D’Alessandro con un viso sereno per imbarazzare Vittorio D’Alessandro il meno possibile.

<<Si … ma come avete fatto a indovinare?>>

<<Oh, ma guarda che non ho indovinato alcunchè. Sensazioni, come quando visito certi pazienti>>

<<Come si dice, talento da clinico?>>

<<Bravo, si dice proprio così. Forse è presto perché tu legga il dottor Freud … anzi, il professore, considerato che insegna all’Università di Vienna, con tanto di cattedra. Io non sono che un umile medico condotto, senza nemmeno specializzazione. Ma ho il sospetto che nei prossimi anni, decenni meglio ancora, si parlerà molto di questa psicoanalisi … Ma torniamo a noi. E come si chiama questa ragazza, quanti anni ha, hai voglia di raccontarmela un po’?>>

<<Come fosse una favola? Ma lei è reale, sapete?>>, sorrise un po’ confuso l’adolescente.

<<Ma certo, certo. Sai, quando si ama o si crede di amare c’è sempre un incontro a mezza strada fra realtà e fantasia>>

<<Alloooora … che posso dirvi? Ha la mia medesima età, studia anche lei al liceo ma frequenta il classico, con il fratello gemello. Anche se non si assomigliano granchè … È molto intelligente, capisce le cose spesso senza nemmeno dovergliele dire. Comincio a parlare e lei è già arrivata alla conclusione. Incredibile, sapete?>>

<<E ti da fastidio perché è una donna?>>

<<Al contrario, posso imparare da lei. E poi soprattutto sono felice per lei … nella vita tutto le sarà più facile con la bella testa che possiede>>

<<Beh, ascolta … è molto bello che tu sia felice per lei, credo che tu le voglia davvero molto bene. Ma la seconda cosa che hai detto, non è sbagliata, diciamo … questo no, però sii pur certo che alcune difficoltà le incontrerà. E non già malgrado la sua intelligenza, bensì proprio a causa della stessa. Perché ci sono uomini che in gran quantità … direi la maggioranza, delle donne molto intelligenti hanno paura. E maggiore è il cervello, maggiore la paura, il complesso d’inferiorità, come si chiama in psichiatria. Capisci cosa sto dicendo?>>

<<Credo di si. Questi scimuniti si sentono piccoli e minacciati e allora fanno finta di essere più della donna che fa loro paura. Più forti, più intelligenti, più … tutto, insomma>>

<<Bravissimo, potresti fare lo psichiatra da grande. O chissà, magari lo psicoanalista … mi pare si dica così>>. E si fecero tutti e due una bella risata per allentare un po’ la profondità dei loro discorsi.

Dopo una serie di momenti di silenzio fra loro,  in cui si sentiva il vento ormai impregnato di pioggia e appena un paio di miagolii di Tobia, il vecchio gattone di casa, Vittorio cercò di raccontare ancora della sua amata. Si rese conto che il suo papà non gli era mai stato così vicino, il suo sguardo mai più intenso, il sorriso mai prima tanto affettuoso.

<<È alta quasi quanto me, la famiglia viene da Bologna. Hanno una casa splendida, sapete? … strana, in stile mi hanno detto … come si chiama? Ah, si, Liberty. Inizio secolo, insomma>>

<<Posso chiederti com’è fisicamente?>>

<<Non è bellissima come un’attrice di Hollywood ma è meglio … molto particolare, così … intensa. Il suo sorriso è credo la cosa più bella che abbia mai visto in una persona. Potrebbero arrivare qui Jean Harlow, Edna Purviance, Louise Brooks … ma io guarderei solo lei>>

Natale D’Alessandro sorriso intenerito.

<<Certo che te ne intendi di grandi signore del cinema americano!>>

<<E poi cammina come se non si curasse di fare dieci passi o dieci chilometri. Ho sentito la sua voce due o tre volte al telefono e mi fa un effetto … da un altro mondo, voce di Paradiso, un leggero sussurro … Però, sappiate che ha carattere da vendere. Voglio dire, quando passo un pomeriggio con lei sento che non sto accanto a una scimunita come tante, ma a una persona in carne e ossa, vera … autentica, ecco padre, lei è AUTENTICA>>

L’entusiasmo del figlio cresceva man mano che gli venivano in mente particolari, sensazioni, episodi vissuti. E il padre lo guardava beata, a tratti scoprendo in sé stesso un’insospettabile nostalgia per l’amore che lo legava da ormai quarant’anni alla moglie. E per certi aspetti un po’ invidiava quel figlio, esponente di quelle nuove generazioni cresciute con cinema e telefono, radio e giornali diffusi ovunque, viaggi più facili, aerei e scoperte scientifiche incredibili, la fisica atomica e perfino la psicoanalisi. Mentre lui, dall’alto dei propri sessantasette anni aveva costruito tanto, famiglia di otto figli, studio medico tanto ben avviato, una sorta di mitologia su sé stesso diffusa in paese e nei dintorni fino a Palermo, ecco che il quattordicenne lì seduto accanto stava riuscendo a godersi il primo amore già a quell’età. Senza obblighi particolari che non fossero studiare bene e andare a scuola, non picchiarsi troppo forte con i compagni, guidare la bici con attenzione. Per il resto, in qualche ora del pomeriggio, lontani dagli occhi adulti conosciuti, quei due ragazzi che insieme arrivavano appena a ventott’anni (quasi un terzo della sua età), potevano stare insieme mano nella mano per le grandi vie di Palermo, senza quelle cautele che si dovevano per forza avere in un paese come Bagheria.

Ahhh, beati loro, pensò con affettuosa gioia per il figlio, appena velata da una leggera malinconia, ripensando al proprio tempo, ormai passato remoto.

<<A cosa pensate, padre? Vi vedo sorridente ma pensieroso, strano>>

<<Caro figlio>>, gli rispose a bassa voce e con lo sguardo perso nella stanza, carezzandogli la testa rossiccia, <<non ho certo da offrirti un responso medico, per una volta>>. E sorrise con una tossicchiatina. <<Percepisco che per te, qualunque ne sia il nome, è un sentimento importante quello che stai imparando a provare, in queste ultime settimane e giornate>>

Vittorio pendeva dalle sue labbra; ma già queste parole le sentiva belle, giuste, fra orecchie e testa, giù giù fino al cuore. Dove quel padre, per di più medico era capace di scendere, come nemmeno la madre riusciva. Solo lui ed Eleonora. Ognuno a modo suo.

Poi, volle concludere con un richiamo alla continenza, come la si chiamava da secoli e la si sarebbe ancora chiamata, prima che la morale tardovittoriana si sciogliesse al sole della rivoluzione giovanile negli anni Sessanta.

<<Ricordati che avere una donna fra le proprie braccia e prenderle il viso fra le mani coprendolo di baci non soltanto non fa venire figli al mondo … ma è anche la cosa più bella, secondo me, che la vita possa offrire. Poi, crescendo e studiando e poi lavorando, ti capiterà di poterti offrire a una donna vera e propria, come lei si offrirà a te. Per ora, certo, pensi che sia Eleonora e solo lei tale donna. Va bene così, Vittorio. Senza però sapere nulla del futuro. Com’è giusto che sia>>

<<Certo, lo so, padre. Prima voi, poi Pepito, mi avete aiutato spiegandomi la sessualità. Ma sai quanti coetanei nostri non sanno un fico secco di tutto ciò? Eppure sono quelli che si riempiono la bocca di parolacce e oscenità. Per carità, vi confesso che ci ridiamo. Ma preferisco essere capace di riderne  sapendo anche come ci si deve comportare. Eppoi, se ci provassi, sarebbe lei stessa a non volere andare oltre gli abbracci e i baci. Proprio perché è una bravissima ragazza. Statene pur certo che non diventerete nuovamente nonno a causa mia>>.

Si misero a ridere con rinnovata complicità. Dono prezioso fra loro che ebbe il potere di piegare la distanza d’età e i dettami della società sicula patriarcale. Come si piega un pezzo di ferro non già con i muscoli ma con la volontà.

Le ore successive vennero trascorse a leggere e chiacchierare, una lunga passeggiata in paese il sabato e una gita in auto a Mongerbino e Aspra dopo una lunga notte di sonno.

Quindi, fu lo stesso dottor D’Alessandro ad accompagnare alla stazioncina bagherese il figliolo innamorato – dunque ancor più vicino al padre. Si salutarono con un raro abbraccio in cui il pastrano grigio e il calore delle braccia paterne alleviarono con sorridente energia il freddo che avvolgeva il figliolo emozionato.

In treno, posto in prima classe offertogli dal padre, Vittorio si lasciò andare a un pianto che aveva i colori della gioia e della liberazione.

 

44 <<Saro bello, come stai? Quanto tempo che non ci siamo più visti>>.

<<Ma guarda chi sta arrivando, il palermitano. Che ci fai qui, ti sei fatto i soldi e vieni a mostrarti dove c’è il passeggio? Bello mio lo dici a tuo nonno. È finito il tempo di giocare, quando adesso è il tempo di faticare, studiare, lavorare. Ma non per me. Non ne ho bisogno. Vai, vai, sparisci che Bagheria non è più cosa tua. Diventa dottore (nel senso di laureato) e non ci rompere più il cazzo.

45 Figlio di troiaccia sfondata, a nostro nonno lo lasci in pace e vai a rompere da qualche altra parte. Sei diventato un pezzo di merda mal cacata. Non ti fare vedere più che ti spacco la testa.

46 seduto comodamente, semi-sdraiato

47 fra i piedi

48 ritornarsene a casa propria

49 lo vorresti scambiare con un altro?

50 a causa di qualche maledetto cattivo tempo che rovina i fili del telefono

50 bis Avanti, non ti mangio. Non ho ancora appetito, non ti devi spaventare.