fbpx

L’indomani, come d’accordo, Vittorio inforcò la bicicletta, malgrado una distesa di pozze d’acqua piovana – regalo notturno alla città investita da un temporale impietosamente durato fin quasi all’alba. Nel giro di un paio d’isolati i pantaloni erano del tutto zuppi, mentre quando fu in vista dei grandi magazzini UPIM di via Roma ormai anche la giacchetta era destinata ad un’asciugatura sahariana. Sempre che il completo non fosse stato da gettare nel secchio; e allora chi l’avrebbe sentita mamma Maria che gli aveva raccomandato di farsela a piedi con le strade in quelle condizioni.

Ma quello che stava per accadere al ragazzo non sarebbe stato causato affatto dalle pioggie degne della stagione monsonica in India. Il ragioniere Pietro Inzerillo di trentacinque anni, appena promosso in ufficio e titolare di patente di guida giusto da ventiquattr’ore, stava provando l’auto del cognato, intenzionato a vendergliela. In realtà il bidone era proprio dietro l’angolo – alla faccia della stretta parentela: il furbo marito della sorella, Vito Maniscalco, gestore di un ben avviato ristorante di Mondello, subodorava l’affare.

La sua Fiat 502 Torpedo acquistata nel ’23, malgrado fosse vettura distinta e a passo lungo, tutt’altro che vecchia, gli era venuta a noia. Con i suoi 1460 cm3 di motore e i 23 cavalli di potenza arrivava agevolmente a sfiorare i 70 orari. Ma ormai l’ambizioso Maniscalco si sentiva come un disgraziato sposato a una donna invecchiata troppo presto e male; aveva messo gli occhi sulla serie settima del modello Lambda della Lancia. Per ben 50 mila lire svettava addirittura a 115 orari, grazie al motore di ben 2370 cm3 e ai 59 cavalli. Sperava quindi di sbolognare la “vecchia” Fiat all’entusiasta e già esaltato cognato, senza spiegargli quasi nulla delle cautele necessarie da seguire per condurre senza pericoli quella che non si poteva proprio definire una “vetturetta”. Soprattutto contando l’epoca e ancor più la rara imperizia dell’imbranato Inzerillo ragionier Pietro. Il quale appena l’aveva vista tirata a lucido la scambiò per la parente semiricca di un’Isotta Fraschini o di una Bugatti; anziché per la pur dignitosa Torpedo che conosceva da quattro anni come autovettura del cognato furbastro e arrivista ancor più di lui. Sulle pupille gli si stamparono due scritte: a sinistra FIAT e a destra 502 TORPEDO. Il che rasserenò il vorace Maniscalco spingendolo a estorcere a quel babbeo del fratello di sua moglie una volta e mezza quel che sarebbe stato un prezzo onesto.

Se Vittorio avesse saputo che da lì a un istante la sua vita di futuro brillante studente di filosofia e poi giornalista culturale a Roma si sarebbe scontrata (letteralmente) con quella di un ominicchio come il povero ragioniere, sarebbe caduto dalle nuvole spiaccicandosi in qualche lercia pozzanghera obesa nel centro di una Palermo preda del modesto ma intenso sole di fine novembre. Quasi a scusarsi per l’inferno notturno scatenato da migliaia di nuvole incazzate.

Ormai in vista della sospirata UPIM, con annessa succosa tavola calda (una novità per la periferica Sicilia 1927), Vittorio intravide anche il profilo delizioso della SUA ragazza-donna-principessa-dea. Indossava un inedito fazzoletto di seta beige, qualcosa di mai visto a quelle latitudini sul capo di alcuna donna già fatta; figurarsi poi su quello di un’adolescente. Infatti, gli sguardi che attirava non erano pochi. Del resto, senza rovinarsi la salute in eccessivi sforzi di fantasia, la si poteva anche scambiare per una 17/18 enne, considerando il suo quasi metro e settanta, altitudine del tutto inusuale allora e in quelle lande mediterranee.

Una piccola mandria di maschi, ciascuno dei quali illuso di possedere i quarti nobiliari per esserne il capo, teneva ben spalancati gli occhi acquosi e fissi, come se i proprietari fossero stati tutti colpiti da istantanea paresi di natura erotica. L’inconsapevole Eleonora pensava con i suoi occhi, capaci solo di dolcezza e trasporto amoroso, a cercare il suo innamorato ancora glabro.

Il suddetto, però, era infastidito assai dallo spettacolo che involontariamente offriva la sua bella al manipolo di porcelloni in libera uscita nella centralissima via Roma. Il bel paio di occhi azzurri del ragazzo erano incastonati in un viso più rosso del solito, per la combinata azione della corsa su due ruote e della rabbiosa gelosia. La sua attenzione era deviata ormai sulla compagna di quell’imprevisto novembre d’amore.

Proprio in uno dei suddetti momenti di distrazione, proseguendo come uno stanco e innervosito automa a muovere i pedali della bicicletta, non si accorse della Fiat 502 Torpedo che procedeva a oltre cinquanta orari, per di più sulla corsia dei tram. Che poi Vittorio si sarebbe accorto di un esemplare palermitano di automezzo pubblico su rotaie scansandosi per tempo grazie alle dimensioni ben maggiori rispetto alla Torpedo, tutto ciò sarebbe stato da dimostrare.

Fatto sta che fu la Fiat dell’esaltato ragioniere a tagliare la strada alla Bianchi dell’adolescente – non certo un tram. L’urto risultò particolarmente violento, visto che né conducente dell’auto, né velocipedista fecero in tempo ad accennare un qualcosa di vagamente simile a una frenata.

Se la Fiat subì appena una scalfittura sulla portiera di destra, la bici si trasformò all’istante in un maldestro oggetto volante ad almeno un paio di metri al di sopra della vita terrena che si svolgeva in quel pezzo di relativamente placida via Roma.

Ad attirare l’attenzione non fu alcun botto, urto o affini, quanto il volo compiuto da quell’adolescente improvvisatosi Lindbergh per adeguarsi all’imprevista mutazione del due ruote. Alla fin fine la Bianchi andò a depositarsi senza eccessiva violenza su un carretto strapieno di ortaggi e coperto da un grosso panno. Il tutto attutì l’impatto.

Sorte alquanto diversa era invece toccata al padrone della fortunata bicicletta. Vittorio ricadde ben al di sopra del tetto dell’auto investitrice, rimbalzando sulla capote quasi elastica e atterrando in malo modo sul marciapiede. Nulla, ma proprio nulla, lo aiutò ad attutire in qualche maniera il precipitare per strada.

I tre-quattro secondi trascorsi al di sopra di quella porzione insignificante di centro storico palermitano non furono nemmeno vissuti dal ragazzo. Di essi non rimase nessun ricordo per il resto della vita. Eppure, costituirono comunque qualcosa, un buco, una botola, una nebbia che lo aveva traversato in qualche modo, impossibile anche solo da pensare.

Avrebbe invece sempre ricordato l’espressione di gioia di Eleonora nello scorgerlo dall’altra parte del chilometrico marciapiede, all’altezza del novello palazzo delle Regie Poste. Quello splendore di denti e un intravisto pezzetto di gengive, assaggio dei baci del pomeriggio, lontano dalla folla tipica di via Roma: ecco l’immagine che l’aveva accompagnato verso lo scontro, il volo incosciente, l’atterraggio sul suolo impregnato di pioggia. Ecco dunque lo sbattere il viso sul marciapiede, il fratturarsi il naso, l’incrinatura del mento, la decina fra ematomi ed ecchimosi su mani e piedi, lo sbucciarsi di entrambi i ginocchi, la lussazione della gamba destra. E per fortuna mancarono ben più gravi traumi o fratture.

Rimase stramazzato a terra per un tempo che non poteva quantificare nemmeno con irreale vaghezza, quando fu raggiunto da una Baldi ragazzina dal visetto stravolto di lacrime e il petto in via di formazione ritmato da un respiro forsennato. Non diceva una parola: si sedette attaccata al ragazzo, sul marciapiede con acqua piovana e fango che cominciavano a farsi contaminare dal sangue. E dopo aver quasi contemplato il suo Vittorio, lo abbrancò testa e petto, tenendoselo stretto, involontaria quanto umanissima Pietà di un Michelangelo siculo di prima metà Novecento.

Dopo qualche minuto degli infermieri e un medico faticarono terribbilmente a staccare la ragazzina silenziosa ma dotata di una forza insospettabile da parte di chi non riconosce l’amore a quattordici anni.