Una mattina del memorabile inverno 1924 nonno Castronovo decise ch’era arrivato al capolinea; quindi, che non valesse più la pena d’alzarsi dal letto. Se da un lato era giunto al novantatreesimo anno di esistenza – traguardo assai raro per quell’epoca – d’altro canto, per essere un autentico vegliardo era ancora in grado di vestirsi, lavarsi, mangiare da solo. Passeggiava un’ora ogni santo giorno, piovesse, o si bollisse a quarantacinque gradi, o ci fosse una tramontana da abbattere l’intero paese. Fumava i suoi dieci sigari toscani al dì, beveva un bicchiere di rosso a pasto, evitava fritture, si nutriva soprattutto di pesce e riso, poco pane e pasta. Sembrava una macchina infrangibile, eterna.

Il medico lo aveva in casa; anche assai bravo, come sappiamo. Natale visitava nel suo studio casalingo a piano terra; e una volta l’anno, regolarmente prima delle feste natalizie, sotto il suo sguardo clinico infallibile, lo stetoscopio e l’apparecchio per la misurazione della pressione arteriosa ci passava anche l’anzianissimo suocero. I rapporti fra i due erano sempre stati ispirati a civile educazione, senza però riuscire a sfociare in affetto vero e proprio. Dopotutto il cavaliere del lavoro Castronovo cosa poteva rimproverare al coniuge della figlia? Era laureato, esercitava la professione di medico, si era installato senza alcuna pretesa di grandezza nella bellezza di Palagonia, non si era mai mostrato prono ad alcun potere politico nè religioso. Aveva contribuito a offrire ben nove figli, otto dei quali sopravvissuti, ai quali il vecchietto era molto affezionato.

Se visibilmente non mostrava preferenze particolari, sotto sotto prediligeva Vincenzo e Vittorio. Il perchè lo spiegò una volta al vice parroco: il primo maschio era sì uno scapestrato, incosciente, sempre pronto a correre dietro alle gonnelle (ma non più una volta sposato): dietro il suo sguardo il nonno materno però scorgeva il ragazzino d’un tempo, il maschio a cui teneva tanto e che la pur felice comparsa di Anna prima nipote aveva reso ancor più desiderabile.

Quanto al maschio più piccolo, il suo arrivo si era prodotto quando Natale D’Alessandro aveva la bellezza di cinquantaquattro anni; mentre il nonno ne aveva ben ottantadue. Avrebbe dunque potuto essergli non nipote ma pronipote. E tale distanza siderale lo rendeva ancor più affettuoso e incline a piccole debolezze, che a volte sua figlia Maria gli rimproverava benevolmente. Il vice parroco capiva bene la doppia inclinazione per i due nipoti, il maggiore e il minore.

Vittorio non pensava quasi mai a quell’<<essere remoto>>, come lo chiamava a volte, in qualità di nonno. La distanza in termini di anni luce fra l’anagrafre dell’uno e dell’altro rendeva il loro rapporto quasi perfetto, al riparo dal tempo. Per il bambino i decenni vissuti dal padre di suo padre rappresentavano un mistero: entità incalcolabile, che sfuggiva dalle mani, la maggior parte essendo trascorsa mentre lui, Vittorio, non era ancora nato: dunque, immerso nel nulla.

Perlomeno in rapporto a quell’uomo dalla schiena piegata, viso disseminato di chiazze della terza (e quarta) età, mani solcate da venuzze azzurrognole e spesso grigiastre. In quell’essere che chiamava nonno solo per convenzione socio-familiare la costituzione fisica, la pelle, la muscolatura, l’andatura, la voce, i riflessi, praticamente tutto ciò che faceva parte della corporeità era come di un’altra specie umana. A volte il nipotino pensava di trovarsi davanti non a un esemplare anziano di umano ma di qualche animale del Giurassico o del Mesozoico, epoche che cominciava a studiare vagamente a scuola e ad approfondire con passione nelle letture di casa. Eppure, proprio quelle tracce così visibili e numerose di diversità zoologica recavano ancora maggior fascino alla figura di quel nonno, rendendo ciò che diceva, i suoi silenzi, l’andatura un po’ oscillante ma ancora solida – considerandone l’estrema vecchiezza – oggetto di ammirazione. Dunque, pensando alla parentela tutt’altro che remota, ammirare faceva facilmente rima con voler bene. Ed era un affetto, come accennato, pienamente ricambiato.

Lunghe passeggiate nel giardino della villa, inframezzate da soste all’ombra degli alberi più possenti e ricchi di fogliame, chiacchierate egualmente ritmate da silenzi che non annoiavano minimamente il più giovane dell’inedita coppia. Una domenica, la famiglia allargata riunita a mangiare, fu il poco curioso e raramente ciarliero capo famiglia a chiedere direttamente ai due interessati cosa avessero mai da dirsi per mezzi pomeriggi nel parco; o in inverno nella grande camera dove viveva il novantenne di famiglia. Questi sorrise sornione e rispose con un imprevedibile

<<Segreto di Stato, esimio dottore>>.

Un po’ stupito dalla sibillina risposta del suocero, il dottore rivolse lo sguardo al figlio minore che ripetè quasi con il medesimo tono, a metà fra lo sfuggente e l’irridente

<<Segreto di Stato, esimio padre>>.

La sostituzione della qualifica professionale con il titolo familiare segnava il personalizzare la risposta da parte di Vittorio. Come a rimarcare che si trattava di due persone diverse e autonome nell’età e nel proprio essere al mondo – non certo il piccolo a scimmiottare il grande.

 

Il vice parroco, don Quintino Volbein, dal canto suo, era figura assai esotica nel piccolo paese siculo.

Era finito a Bagheria a soli ventidue anni dalla lontanissima Trento, appena terminati gli studi in seminario. Il povero pretino il primo anno si era impegnato nientedimeno con lo studio della grammatica del Pitré – intendiamo quella siciliana. Infatti non riusciva a capire praticamente nulla di quel che gli dicevano i fedeli; a volte compreso il suo “capo”, don Fernando Guccione, quando si metteva a ciarlare in siculo con un compaesano. E in effetti, portato per gli studi com’era, in capo a quell’anno il trentino riuscì a capire quasi tutto. A parlarlo si mise egualmente d’impegno, seppur con esiti quantomeno strambi, capaci di portare risate e buon umore a coloro che avevano la ventura di ascoltarlo. Ma era lo stesso don Quintino a ridere dei propri strafalcioni in siculo. In ogni caso mostrava un profondo rispetto per la cultura di quell’isola quasi esotica. Proprio grazie a quegli studi e al tratto umano che mostrava con chiunque, dal possidente panzone e ricco, al segaligno pescatore che spesso saltava il pasto per indigenza.

Si era venuta a creare un’improbabile amicizia fra il novantenne Castronovo sr. e il ventiduenne pretino di origine austriaca – il padre fervente anti Asburgo lo aveva chiamato così in onore di Quintino Sella.

Si erano incontrati nell’unica piccola libreria di paese, da appassionati lettori. Del resto, il vecchio ateo e mangiapreti, padre di Maria, mai e poi mai si sarebbe avvicinato a più di dieci metri a un edificio religioso. Ma su terreno “neutro” librario la conversazione fioccò a proposito di una copia dell’edizione originale del geniale e folle romanzo Tristram Shandy. Quando entrambi misero le mani sui nove volumi in sedicesimo si guardarono negli occhi. Il rispetto dell’uno era dovuto all’età da patriarca; e dopotutto anche l’altro, a suo modo, rispettava l’abito talare. Ma quando scoprirono le copertine con la dicitura

 

The Life and Opinions of Tristram Shandy Gentleman

VOL. I …..    

LONDON  Printed for T. Becket and P. A. Dehondt,

in the Strand.    MDCCLXII

 

si trovarono entrambi combattuti fra il suddetto rispetto e il desiderio incontrollabile di possedere l’intera opera, uscita fra il 1760 e il ’67.

Dopo essersi presentati con tanto stretta di mano, e l’aggiunta di un lieve inchino da parte del sacerdote, si misero subito a chiacchierare di letteratura e saggistica.

Alla fine rimase sospesa nell’aria della bottega libraria la questione scottante da affrontare. Non prima di aver verificato due aspetti decisivi: prezzo e quantità di esemplari disponibili in negozio. I nove volumi costavano, dopotutto, una cifra abbordabile anche per il prete: cinquanta lire. Certo, un bel regalo da fare a sé stessi: ma don Quintino era anche un bibliofilo, oltre che divoratore di libri. Proprio come il cavalier Castronovo.

<<Certo l’edizione di Ada Salvatore uscita l’anno scorso è molto ben fatta, la conosce?>>, chiese il giovane.

<<Si figuri, l’ho riletta con piacere. Sono tre libroni ben tradotti, con belle xilografie di quel Bocco …. non ricordo più>>

<<Boccolari, cavaliere>>

<<Giusto, padre. E mi pare abbia anche la sventura di chiamarsi Benito, ah, ah, ah ….>>. Il vecchio esplose in una risata delle sue, catarrose e vagamente inquietanti.

Il prete accennò un timido sorriso che non riusciva a coprire l’imbarazzo per la battuta antifascista del terribile vecchietto.

<<Però, sapete, la prima volta che andai a Londra, ospite di una mia amante … dunque, parliamo del … 1855, si, proprio il ’55, beh, a casa sua … anzi no, nella residenza di campagna nello Yorkshire … trovai in biblioteca proprio quest’edizione che abbiamo qui fra le mani. Mi ci immersi, finendo più di una volta sul pavimento con il mal di pancia per le risate>>

A questo punto il sacerdote dovette insistere più volte per cedergli la possibilità dell’acquisto. Alla fine Castronovo accettò quasi commosso.

<<Padre, potete immaginare quanto piacere mi faccia finalmente possedere un’opera che non ho più avuto l’occasione di vedere in giro da lunghi decenni. Pur avendo viaggiato parecchio>>

Da quel giorno cominciarono a incontrarsi, prima casualmente lungo il corso, in edicola o dal libraio. Poi per un caffè e due chiacchiere; quindi qualche pranzo in trattoria. Nei due-tre anni successivi finirono per essere praticamente l’uno il miglior amico dell’altro, venendo a formare un’accoppiata alquanto originale, vista peraltro assai benevolmente dai paesani. I pochi intellettuali, veri o presunti, poi, si divertivano non poco, pensando al livello sottozero cui si trovava la fede nella mente lucidissima e nell’animo inclassificabile del vegliardo di Villa Palagonia.

Fu sufficiente ben poco a entrambi per gettarsi in appassionate conversazioni culturali. Che in tema di filosofia diventavano veri e propri scontri, coltivati al fuoco dell’amore per il pensiero, ma sempre civilissimi. A volte partecipava quell’altra testa fina di Zu Fefé, che dalla partenza per l’alto dei cieli di suo nonno, ereditò l’amicizia col simpatico e coltissimo sacerdote. Che sarebbe durata fino al 1956, quando toccò all’eccentrico fratello di Maria Castronovo raggiungere il nonno per riprendere le chiacchierate cultural-filosofico-politiche sotto il benevolo sguardo di San Pietro.

 

Alla fine del 1923 il nonno cominciò a prendere graduale distacco dalle cose terrene. Prima diradò le comparse al caffè: quindi passeggiò una volta ogni due giorni, poi ogni tre e così via riducendo. Per arrivare alla fine di gennaio ’24, quando non uscì più.

I primi tempi poco male, visto che l’affettuoso prete lo veniva a trovare due-tre volte a settimana, quando si rintanavano nell’angusta biblioteca del primo piano. Uno stanzone con varie centinaia di scaffali e oltre diecimila volumi, una finestra enorme affacciata sul parco, luminoso ma del tutto privo di riscaldamento.

Poi il nonno smise di radersi, quindi saltò la colazione, poi diradò i pranzi o le cene, per decidere, a partire da febbraio, di limitarsi a un solo pasto. Inizialmente si trattava della cena che consumava normalmente insieme alla numerosissima famiglia – anche se parlava sempre di meno, limitandosi a sorrisi e ammiccamenti. In marzo anticipò il pasto a metà pomeriggio, in cucina, incrociando la figlia e la cameriera di turno ai fornelli. E in capo a un paio di settimane comunicò alla figlia di voler mangiare alla stessa ora, ma su in camera. Fu quella l’ultima volta che parlò.

Vittorio andava alle elementari e sentiva l’età del nonno come qualcosa che non apparteneva ai comuni mortali. Già non riusciva a percepire quando sarebbe diventato adulto, mentre i fratelli che andavano alle superiori per lui erano giovani adulti; figurarsi una creatura nata negli anni Trenta del secolo precedente, per giunta padre di suo padre, concetto difficile da pensare.

Bastava questo perché Giuseppe Castronovo, classe 1831, fosse avvolto nel velo sottile e impalpabile che si aggirava su ogni membro della famiglia ammantandolo di un soffio d’immortalità. Che gli altri umani potessero invecchiare e morire era cosa normale anche per lo sveglio ragazzetto dai capelli rossicci; ma da questo andazzo esistenziale erano esclusi i D’Alessandro e i Castronovo. I due rami che davvero contavano nell’invisibile quercia di Villa Palagonia Vittorio li rimirava come fossero esenti da scadenza; dunque, votati a una strana forma di prosecuzione senza tempo della vita. Mai sarebbe riuscito anche solo a immaginare il babbo o la mammà infilati in quello stretto affare di legno che in dialetto sentiva chiamare tammutu e in italico tomba.

Gli era capitato solo una volta di sperimentare quella cosa chiamata morte, al funerale di una remota proprozia di sedicesimo grado. Ricordava vagamente che i suoi avevano protestato con la parente che li aveva moralmente costretti a recarsi all’infausta cerimonia trascinandosi appresso tutti i figli – salvo Angelo che era fortunatamente in navigazione e il furbo Vincenzo che aveva addotto vaghe scuse di genere lavorativo (più verosimilmente erotico).

L’impressione di quella “cosa incartapecorita” (la “proprozia” era infatti giunta a sfiorare i novantacinque) sdraiata a occhi chiusi dentro quella specie di letto ligneo foderato di stoffa luccicante un incredibile rosso sanguigno.

Quando l’esposizione della de cuius terminò la bara venne ovviamente chiusa; ma l’operazione causò una grande impressione nel bambino di cinque anni che all’improvviso iniziò a gemere e protestare:

<<Noooo, che così soffoca, mischinedda>>

E si mise a dar pugni sul coperchio di legno massiccio che restava intonso, mentre le piccole mani diafane cominciarono a sanguinare. Ma lui sembrava tutto concentrato nel tentare di salvare la vita alla povera vegliarda sconosciuta, condannata da quella sadica parentaglia a una morte di lenta privazione d’ossigeno.

I genitori, poi Pepito e Agata, se lo tirarono dietro senza alcun rimprovero ma con muta energia. Ci volle parecchio per calmarlo.

La parente che aveva avuta la malaugurata pretesa di far venire il maggior numero possibile di parenti prossimi e remoti (si arrivò a un totale folle di centoquarantacinque invitati al successivo ricevimento) si permise di rimproverare il piccolo. A quel punto intervenne rosso in viso il dottor Natale che se ne uscì con un

<<Scimunita chi si, avi a stari muta, tu. Facisti veniri tanti picciriddi pi vidiri ‘u beddu spettacolo da vicchiaredda mischina rinta u tammutu. Ma tu si proprio fodda *>>

La nipote della defunta fulminò con uno sguardo l’irato padre del bambino e si allontanò senza proferire verbo ma chiedendosi chi diavolo fossero poi quelli lì. Un grado di parentela doveva in qualche modo legarli, ma in quel momento le sfuggiva del tutto.

Fu questa la prima esperienza dell’essere morti, prematura e pedagogicamente assurda, in cui incappò il piccolo di Villa Palagonia.

 

Qualche giorno prima di questa decisione Pino Castronovo ebbe l’ultimo incontro non muto con don Volbein, come d’abitudine nella biblioteca: la grande stanza veniva riscaldata con una stufa a gas antidiluviana e da tenere sotto controllo per il rischio d’esplosione.

Con la sensibilità che lo caratterizzava, oltre che con l’inclinazione verso gli altri tipica di un buon religioso, don Quintino si era accorto subito dei veloci cambiamenti nel modo di stare al mondo del suo grande amico, lo slittare costante verso l’isolamento casalingo, la chiusura rispetto al mondo esterno. Cercò di mantenere la discrezione che il vecchietto aveva sempre mostrato di apprezzare profondamente.

Ma in un giorno di splendido sole, pur essendo ancora febbraio, al religioso pareva assurdo starsene rinchiusi in biblioteca. Propose di far due passi, magari nel parco, senza per forza uscire in paese. Il cavaliere rispose con il “no” dei siciliani: gettando di scatto la testa un po’ indietro e facendo il tipico “nzzz” con la lingua che striscia sulla parte alta del palato.

A quel punto l’amico non ce la fece più e preoccupato gli chiese a bruciapelo:

<<Ma che vi succede, nonno Pino?>>, come gli aveva proposto di chiamarlo l’anziano che mal sopportava il titolo di cavaliere.

Il suo sguardo interrogativo ma furbo spinse più in là il coraggio del giovane:

<<Suvvia, non vorrete farmi credere che nell’animo state benissimo. Di salute so che avete fatto l’ultimo controllo da vostro genero come d’abitudine un paio di mesi fa. Eppure, avete interrotto praticamente tutto>>

<<Tutto cosa?>>

<<Tutto … passeggiate, visite in libreria, al caffè, uscite con nipoti e pronipoti … che so, giri qui sotto in giardino, per giunta i pasti assieme alla vostra famiglia. Pepito e ancora di più Vittorio sono intristiti. Insomma, cavaliereeee….>>

<<Amunì, un’accuminciare puro tu cu ‘stu titolo ‘i minchia 86>>, il minchia risuonò con forza e precisione degna di un maestro di recitazione dell’Accademia di Roma. Il pretino aveva insistito mesi prima perché il più anziano abitante di Palagonia gli desse del tu.

<<Apposta lo feci, così magari vi date una piccola scrollata e mi rispondete>>. A furia di chiacchierare con lui e molti altri bagheresi il trentino stava acquisendo una discreta cantilena sicula che divertiva tanti fedeli.

<<Che posso dirti, beddu mio? novantatre sono ormai. E io stanco sono, molto, troppo stanco>>

<<E allora? Perché in dicembre non erano sempre novantatre? E in giugno novantatre? E in aprile scorso novantadue? Non ditemi che questo stato depressivo … o quel che è, vi è giunto così all’improvviso>>

<<Depressivo? Ma chi cazzu … anche tu con queste manie psicoanalitiche. Depressione! Ma quale depressione dei miei cabbasisi, mio caro Quintino. Ricordati, anziché il signor Sigismondo Freud di Vienna, piuttosto il grande Terenzio: Senectus ipsa est morbus! 87>>

<<Già, nell’atto terzo della commedia Phormio e che….>>

<<Non fare il maestrino con me. Chi se ne frega qual è la commedia – a parte che l’atto è il quarto. Ma conta il senso della citazione, chè altrimenti è solo esibizionismo culturale. Ne convieni?>>

<<Certo, ragione avete. Ma cosa ha fatto scattare questo morbus, amico caro? Ci fate preoccupare tutti>>

<<Ma preoccupare cosa?>> e al vegliardo scappò il primo sorriso da qualche mese a quella parte. <<A meno di sette anni dal centenario che accidenti avete da preoccuparvi? Piuttosto rallegratevi … anzi, rallegriamoci tutti che sono arrivato fino a qui. E come, poi?>>

<<Come?>>, chiese il prete davanti al sorridente silenzio improvviso di Castronovo.

<<Intendo in quali condizioni. Adesso, un mi vogghiu annacari … però sarei ancora fisicamente in grado di fare più o meno quel che facevo fino all’anno scorso>>

<<E allora? Se lo potete fisicamente ma non lo fate vuol dire che qualcosa non va nel vostro … come dire? animo, volontà, psiche>>

<<Bravo. E a questo alla mia età non c’è rimedio>>

<<A tutto c’è rimedio, credetemi caro amico>>

<<Ma quale rimedio di minchia vuoi che ci sia? Haec morbus insanabilis est, scilicet, amice 88>>

<<La vita, amice meo, la si vive fino in fondo. E badate bene che non ho usato il verbo “dovere”. Tanto con voi, come si suol dire, non attacca, lo so bene. Perché? Mi chiederete. Semplice, drammaticamente e al contempo splendidamente semplice: perché è bello e giusto vivere fin quando il Signore non ci chiama. E certamente chiamerà anche voi, un giorno o l’altro. E che voi lo sentiate o no, in ogni caso in quel momento sì che non ci sarà rimedio. Chè non dev’essercene di rimedio, perché non v’è bisogno quando facciamo parte di disegni ben più grandi di noi. Una montagna che vi viene addosso non potete scansarla>>

Dopo un qualche momento di silenzio, il vecchio alzò le magrissime braccia ornate di qualche isolato pelo bianco e applaudì con un discreto vigore. Pensando che ciascuna di quelle mani sommata alla gemella faceva un totale di 186 anni e qualche mese.

<<Mamma mia, per essere un parrinuzzu beddu ‘i ventidu anni suli si ‘na putenza 89 di eloquio e forbitezza. Ma, a parte gli scherzi, so che mi vuoi bene e anche la famiglia mia me ne vuole. “Semplicemente”, come diresti tu … sono stanco. Ne ho viste di tutti i colori. Devo farti l’elenco? Guarda, proprio breve breve lo faccio. Pensando che ho vissuto … 93 x 365 giorni, beh, non ero bravo a scuola con i conti, figurati adesso. Amunì,fattillo tu u cuntu di jorna chi haju vissuto. 90 Guerre viste indirettamente? Quelle d’indipendenza e la mondiale. Partecipate? Il 1848 a Milano e a Roma, con due ferite e sei mesi di carcere. Quindi lo sbarco dei Mille e la guerra in Sicilia, Calabria e su su fino a Napoli, proprio con Rosolino Pilo, mentre con il generale Garibaldi ci davamo del tu (proposta sua). Congedato con i gradi di tenente colonnello (a trentuno anni!) e tre ferite. Un matrimonio a soli diciott’anni e a trenta già vedovo; ed essendo impegnato a Marsala con i garibaldini manco ho potuto dirle addio a mia moglie. L’unica che ho amato…. Eppoi l’altro matrimonio, metà d’interesse e metà … diciamo, di amorazzo prima e affetto poi. E poi mi lasciò solo anche lei. Vabbé che di anni ormai ne avevo già sessantanove. Figli? E apriamo pure la rubrica figli: Marco è crepato a trent’anni alcolizzato …>>

<<Beh, ha avuto un arresto cardiocircolatorio nel sonno …>>, provò a interloquire don Quintino, sempre meno diretto del cavaliere.

<<ALCOLIZZATO, amunì … lo sapevano anche le alghe nel mare di Mongerbino. Poi c’era Mariuzza … e dico c’era, perché chi l’ha più vista? Avrei dovuto esserci quando lei cresceva, e invece me ne andavo in giro per mezza Europa e America facendomi i begli affari miei? Verissimo. Dunque, ben mi sta. E infine il capitolo Gino, che se n’è scappato addirittura in Canada per vivere con il suo amore, si fa per dire … una buttanazza pigghiata da strada e chi ci sucò tutti i piccioli, a du fissacchiuni. 91Ma l’avrei anche perdonato. Invece lui, noooo … meglio tirarsi un colpo di pistola e sbagliare pure la mira, finendo in sedia a rotelle per tutta la vita e a soli trentadue anni! Che poi se ne sia rimasto a Québec City u capiscio puruche troppa fussi stata a briogna si s’arricampava cà in paisi 92>> 

<<Siete troppo duro con voi stesso, con i figli vostri, con la vita vostra>>

<<E perché mai? Vera verità è dire che l’ateo non si potrà certo consolare di nulla al momento in cui sentirà arrivata la propria ora. Ma io so che in quell’ora non avrò bisogno di nulla. Me ne andrò per fatti miei, solo. Capito, caro amico? SOLO>>

<<Non v’interessano i conforti religiosi, immagino, vero cavaliere?>>.

Lo sguardo timido e impacciato del prete dava chiaramente l’idea che per lui doveva essere uno dei primi incontri con un moribondo; per di più, ben strano come il novantatreenne di Palagonia. Che se avesse voluto, magari sarebbe sopravvissuto altri otto-dieci anni al sé stesso di quei momenti di lucidissimo scoramento.

<<Ma non sarebbero “conforti”, come dici tu, visto che religioso non lo sono e che non voglio esserlo adesso. Eh, troppo comodo>>

<<Ma Gesù è pronto ad amarci in qualsiasi momento, indipendentemente se si è creduto o no, anche per una vita intera>>

<<Lo so, lo so. Del resto, padre, con te ne ho parlato spesso: sai bene quanto io lo rispetti profondamente, ma come figura storica. Nome: Gesù; cognome Cristo; domicilio: Nazareth; defunto all’età di trentatre anni; causa del decesso: crocifissione; di Giuseppe e Maria (beh lei no … diciamo che la sua maternità è quantomeno discussa, ah, ah, ah ….). Povero il mio sacerdote, io bestemmio>>

<<Ma no, cavaliere amico mio. Mi prendete per un domenicano inquisitore e figghiu di buttana?>>. Non si sa se per la battuta o il discreto accento siculo, ma all’improvviso il vecchietto scattò all’in piedi e abbracciò don Quintino con un’energia che confermava come il corpo fosse ancora capace di dimostrare vent’anni di meno.

<<Si muore soli, caro il mio don Quintino dottor Volbein>>. Il giovane si era appena addottorato all’Università Gregoriana di Roma in filosofia medioevale. <<E per somma incoerenza, tutto d’un tratto, dovrei far finta che non si crepa soli? Che non ho vissuto da ateo convinto? Piglierei per il culo me stesso, prima che tu e il tuo Gesù – che ti ripeto apprezzo e … forse un po’ amo. Ti garantisco che non ho propria voglia di raggirare nessuno>>

<<Non la penso come voi. Ma come rispettate il credo cattolico e la figura del Cristo – uomo mortale o figlio di Dio che sia – così io rispetto la vostra visione del mondo>>

<<La mia Weltanschauung, con due uu che pare di essere un lupo quando la si pronuncia, ah, ah, ah …>>, la risatina roca echeggiò nell’ottima cassa musicale costituita dall’alto tetto concavo della grande biblioteca.

<<Anche il tedesco sapete? Non finirete mai di stupirmi>>

<<Eh no, figghiu miu beddu, ché anzi ormai è proprio arrivata l’ora in cui smetto di stupire chiunque. A cominciare da me stesso … è un termine che ho imparato quando studiai per un anno a Mainz, da noi italici detta Magonza. Filosofia tomistica, figurati un po’ che interessi bislacchi avevo a venticinque anni o giù di lì … e ne profittai anche per sedurre la figlia del professore. Quant’era bella, con le sue trecce biondissime. Sai, proprio perché non era una qualunque, di testa, carattere e tutto, … beh, pensai per qualche mese di fermarmi a Mainz e non muovermi più di lì. Sarei diventato professore di filosofia antica e medioevale, magari un pastore protestante con quello splendore di ragazza come sposa e cinqu/sei picciriddi tutti biunni comu idda a parrari tidiscu 93. E invece …>>

<<E invece?>>. Il sacerdote pendeva dalle labbra disidratate e contratte del vecchio Castronovo come un grande critico d’arte davanti a un quadro coperto da un telo che il pittore sta per buttar giù.

<<Invece, come un cugghiuni mi ni fuiu 94 a Parigi dove mi giocai tutta l’eredità … tutta, a chemin de fer ai tavoli di un localaccio di Place Pialle, figurati>>

<<E come andò a finire?>>

<<Con la ragazza? … e chi la vide più. Ho saputo che ha sposato un tenentino di cavalleria intorno all’856 o ’57. Ha avuto due figli e il marito è poi morto sul campo di battaglia nella guerra austro-tedesca del ‘66. Quanto alla giocata, beh…. Mi vergogno a dirlo ma triplicai il montante ereditario. Dopo cinque anni rientrai qui a Bagheria, dopo aver girato per mezza Europa, seminato credo più di un figlio e sperperato due terzi dei piccioli. Dopotutto me ne ritornai con l’eredità intatta, no?>>

Passò un minuto circa di silenzio, spesso come il muro ormai invalicabile eretto da Castronovo fra sé stesso immerso in quella biblioteca e i vivi nel resto del mondo. A cominciare da don Quintino Volbein.

Il sacerdote preferì uscire a fumare una delle sue micidiali sigarette turche Sultan Aziz che aveva preso a fumare durante la breve permanenza a Istanbul di qualche anno prima. Quando fece per rientrare dalla porta che dava sul grande giardino la gentile Lia – che gli faceva sempre gli occhi dolci, come se non vedesse la tonaca – gli comunicò testualmente:

<<Padre, nonno Castronovo … o, scusi, volevo dire il cavalier dottor Giuseppe Castronovo l’abbraccia ringraziandola per questi anni d’amicizia profonda. Adesso si è ritirato nella sua camera dalla quale uscirà solo a piedi uniti>>, lesse molto bene dal biglietto che le aveva scritto il volontario quasi-defunto.

Il sacerdote non fece una piega, girò sui tacchi degli scarponi da montanaro e se ne sgusciò silenziosamente fuori da Palagonia. Curiosamente non si sentirono nemmeno i passi in giardino. Come un novello Gesù che volasse dieci centimetri al di sopra dell’acciottolato del parco circondato dai sessantadue mostri.

L’unica eccezione il cavalier Castronovo la fece per il più piccolo dei nipoti con il quale intrattenne fino al giorno prima del decesso una corrispondenza fatta di bigliettini che il ragazzino faceva passare sotto la porta. Quindi, poche ore dopo ripassava dal corridoio e trovava la risposta sul pavimento di pietre lisce.

Vittorio li conservò per tutta la vita quei pizzini che arrivarono alla bellezza di oltre cinquanta. Parlarono via carta e inchiostro di un po’ di tutto: il futuro del nipote, il passato del nonno, la stanchezza del secondo e la tristezza del primo per la decisione del vegliardo di tagliare i ponti con il mondo circostante. Quando don Pino decise che era giunta l’<<ora di andare>> – come scrisse sull’ultimo biglietto – aggiunse, nel salutare con grande affetto il nipote, che quelle decine di scritti lo avevano profondamente aiutato a congedarsi, nella speranza di lasciare una piccola traccia di sé nel piccolo uomo dietro la porta. Vittorio fece fatica a trattenere le lacrime, ma alla fine sorrise contento.

 

Una settimana dopo, interrotta ogni forma di nutrizione, acqua compresa, il decano della villa settecentesca si addormentò per sempre con un sospiro che sarebbe sembrato di soddisfazione se fosse stato presente un familiare.

Zu Fefé aveva colto nel segno senza parlare: disegnò un Vittorio più grande di una dozzina d’anni, barba rada, capelli lunghi, sorriso triste, petto nudo, fronte sanguinante di una corona di spine. Il capo era inclinato mentre reggeva tutta la stanchezza degli umani di quel venerdì ventisei febbraio 1924.

* Scema che sei, devi stare zitta. Hai fatto venire tanti bambini per assistere al bello spettacolo della povera vecchietta nella bara. Ma tu sei proprio matta

86 Andiamo, non cominciare anche tu con questo titolo

87 La vecchiaia è, di per sé, una malattia (in latino)

88 Questa malattia è incurabile, non c’è dubbio, amico (in latino)

89 un pretino bello di ventidue anni sei una potenza

90 Avanti, fattelo tu il conto dei giorni che ho vissuto

91 una gran puttana presa dalla strada e che a quel fessacchione gli fregò tutti i soldi

92 lo capisco anche … perché sarebbe stata tanta la vergogna se fosse tornato in paese

93 cinque/sei bambini tutti biondi come lei a parlare tedesco

94 coglione me ne scappai

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