I funerali si svolsero in un pomeriggio di due giorni più tardi, con un cielo di un’oscurità adatta all’occasione. Le cose e le persone si distinguevano male, causa una nebbia tanto rara quanto inquietante, provenuta da chissà dove in quella terra che non la subisce mai.

Nessuno pianse, le facce erano quasi serene. Sullo strazio, durato tre mesi, di dover assistere impotenti allo spegnersi di quel corpo, ancora a suo modo forte, eppure intrappolato in una psiche desiderosa di silenzio, era finalmente calato un pesante tendone rosso scuro, ormai impossibile da scostare.

Maria e Fefé erano gli unici parenti stretti rimasti a portare l’identificativo di Castronovo. Con i due fratelli sessantenni quelle quattro sillabe che avevano abitato la provincia nord di Palermo attraverso parecchie famiglie negli ultimi trecento anni, venivano consegnate non alla Storia ma all’assai più discreta memoria di un paese e qualche frazione intorno. Una memoria che di lì a pochi decenni si sarebbe fatta polvere senza nome, calpestata da piedi ignari.

Vittorio si arrabbiò molto con tutti i familiari perché nessuno piangeva o esprimeva in qualche modo uno sprazzo di dolore.

La sera a tavola, dopo un lungo ostinato silenzio del piccolo di casa, Angelo gli chiese in modo un po’ brusco

<<Chi c’ai, picciriddu, picchì si accussì mutriato?*>>

Tra il tono sfotticchiante e il termine con cui l’aveva apostrofato, Vittorio immaginò per un attimo di lanciargli addosso la minestra bollente appena servita.

<<Fatti gli affaracci tuoi>>, gli rispose a muso duro ripetendo una frase letta nel pomeriggio sull’ultimo albo di fumetti  de L’avventuroso, sua grande passione (con Salgari e alcuni polizieschi).

<<Vittorio, non ti permettere di parlare così con nessuno in famiglia e manco fuori. CAPITO?>>, gli intimò la sorella Anna con espressione di severità da perfetta sostituta della mamma, quella sera adagiata sul letto con febbre e dolore per il lutto.

<<L’unica che soffre qui è la mamma. Voialtri siete solo degli  … ipocriti>>, esagerò, seppur esitante, il ragazzino dai capelli rossi.

Sull’ultima sillaba pronunciata con fare da cane rabbioso partì un fulmineo manrovescio della medesima Anna.

Vittorio chiese al padre il permesso per ritirarsi al piano di sopra. Il dottore annuì e lo fece andar via.

Quindi si alzò e fissando con uno sguardo mai visto prima sul suo viso ottocentesco sibilò a pochi centimetri dalla faccia della figlia maggiore:

<<Tu a me figghiu nicu un l’avi chiù a toccari, capisti? Solo to matri e io potemo, ah?*>>. E quel <<ah?>> risuonò per la grande e alta stanza come l’estremo rintocco di una campana punitiva che Anna comprese a volo. Col viso velato di un paio di lacrime mormorò un contrito

<<Si, padre. Perdonatemi>>

Il resto della cena venne consumato in un silenzio così desertico che si poteva sentire il volo di un paio di mosche provenienti da chissà quale pertugio della vetusta villa.

 

Una corona di fiori era posta davanti la cappella di famiglia, che fungeva anche da piccola chiesa per le funzioni, in caso di acquazzone boreale o caldo infernale. I fiori erano stati colti e sistemati nel corso della notte precedente da Maria Castronovo: una passione che la possedeva sin da bambina. Ancora in quegli anni era conservato, a volte ammirato, l’erbario da lei composto, bambina di quinta elementare nell’anno scolastico 1874/75. Un intero volume di oltre duecento pagine con fiori di tutti i generi. Dai lontani giorni scolastici del primo ciclo la bambina con i boccoli biondicci mutò in ragazzina dalle lunghe trecce color caffelatte; per poi assestarsi per una ventina d’anni nella figura non molto alta di una giovane donna, dalla capigliatura abbondante, ma ormai controllata dalla parrucchiera di casa, l’abilissima Pina.

Le nove gravidanze e i relativi parti non sembravano aver mutato più di quel tanto l’aspetto di donna fine e delicata, quanto forte di carattere. Seppur evento non raro che in una famiglia vi fossero la bellezza di otto figli viventi e cresciuti, tale affollamento era ben più tipico degli strati proletari e sottoproletari di Palermo. Ben più inusuale, invece, in una famiglia borghese, pur non galleggiante nell’agiatezza.

I compiti ben ripartiti fra madre, tre cameriere e balia, sin dalla nascita di Anna nel 1900, rimasero scolpiti e taciti nel corso dei tredici anni di nascite, come leggi di una saggezza pedagogica prodotta da quella terra riarsa e aspra. A nutrire i figli ci pensavano la madre e la balia. E nessun altro.

Nunzia non faceva parte dell’organico di villa Palagonia. Abitava al rione San Giacomo, la zona più povera della già tutt’altro che ricca Bagheria – chiamata spesso paisazzu dai palermitani più affetti da puzza sotto le narici. Era una donnetta alta si e no un metro e quaranta, cicciotella, che aveva messo al mondo una sola figlia. Il marito, come si dice in certi ambienti, un giorno uscì a comprarsi le sigarette e smarrì la strada del ritorno.

Il primo incarico nutrizionale fu ovviamente quello per Anna, primogenita dei D’Alessandro-Castronovo. La donna piccola e appena ventenne era però già madre da due anni e dotata di mammelle che producevano latte con copiosità industriale. Quando si ritirò in “pensione mammària” a cinquant’anni aveva allattato la bellezza di milleduecento bambini e bambine, fra Bagheria, Aspra, Mongerbino e Trabia. In vecchiaia la chiamavano a ‘za minna, cosa che a lei stessa faceva un gran piacere. 95

Quando il piccolo Vittorio vedeva arrivare la nutrice saltava di gioia ululando

<<Atteeeeeeee, atteeeeeee>> a squarciagola.

Ogni tanto s’affacciava dal primo piano la zia monaca replicando con un altro ululato:

<<Chi c’è, a solita camurria du latte pu picciriddu? Vidi si s’avva a fari na quistione di Stato pi du minne 96>>

<<Ma che suora sei? Dovrebbe essere una festa il nutrire un bambino>>, si lamentava a voce alta Anna tredicenne ma di lingua già lunga.

Quello che non si poneva limiti nel replicare alla zia religiosa era il terribile Zu Fefé che a modo suo così sintetizzava:

<<Meggiu fussi stato si avissi fatto picciriddi puru tu, invece ‘i maritariti cu Signuri e po lamintariti scassanno i cabbasisi a tutti 97>>

A quel punto la zia monaca sbatteva la finestra con offesa vivacità e se ne andava a fumare una sigaretta. Vizio proibito ma ben conosciuto da tutto il parentado, quanto silenziosamente tollerato. Così, al ciucciare spesso rumoroso del piccolo Vittorio, col visetto rosso affondato fra le minne piramidali di Nunzia, sorridente e beata, faceva da contraltare un sottile pennacchio di fumo di sigaretta che volava via dal primo piano.

Il rapporto fra padrona di casa e figlio minore si mantenne lungo una rara quanto costante linea diritta d’affetto e adorazione reciproci, fino alla di lei dipartita nel ‘56. Giusto pochi mesi prima del coup de foudre con la giovane svizzera che Vittorio avrebbe sposato nel 1958. I racconti dettagliati delle vicende di Villa Palagonia, spesso incentrati su sua madre, narrati con passione alla moglie testimoniarono proprio questo dispiacere.

Malgrado i quarantotto anni di differenza, si capivano non di rado con pochi cenni d’intesa, in un silenzio intessuto di complicità. Ben presto il ragazzo adolescente seppe che la sua genitrice aveva rischiato realmente la vita per poterla offrire a lui. Mettere al mondo un figlio, prossima ai cinquanta, per una donna del 1913 era l’equivalente di un suicidio con oltre il cinquanta percento di possibilità di riuscita. E quando dal ventre uscì fuori, con meno urla del consueto, quell’affarino di quattro chili e mezzo, rossiccio di pelle e già di capelli, gli occhi d’un blu degno di Monet alle prese con un giardino provenzale, la consapevolezza di Maria Castronovo in D’Alessandro d’aver concluso in assoluta bellezza l’ottetto filiale compensò ampiamente la passata paura.

Perfino quando il giovane, rossiccio lo divenne anche politicamente e abbandonò definitivamente la Chiesa cattolica, si convinse a studiare filosofia (giudicata a voce bassa dai genitori un’elegante inutilità) ed era lungi dal volere metter su famiglia; malgrado la distanza che si era venuta a creare fra loro, quell’amorevolezza filial-materna persisteva indistruttibile. Le camminava al fianco, a volte prendendola a braccetto, mentre le raccontava di letture ed esami universitari, forse di qualche temporaneo trasporto per una ragazza o della ricerca interiore di dimensioni altre.

La signora ormai anziana mostrava la propria intelligente sensibilità rispetto ad altre protagoniste di Palagonia che si lamentavano dell’ateismo di Angelo e Vittorio, della strafottenza di Vincenzo per l’ultraterreno, dell’aspra miscredenza di Agata. Si peritava di difendere il solo figlio minore:

<<Ma vi rendete conto che per lui la fede politica e la passione per il pensiero sono una strada diversa ma non meno onesta e sofferta della fede religiosa che abbiamo? Noi non c’interroghiamo da donnette credenti come invece fa lui da giovanotto comunista e ateo>>.

Silenzi rispettosi e qualche mugolio di perplessità formavano la coda di quell’appassionata arringa pro filio.

Quando sua sorella Agata glielo riferì con un sorrisetto malizioso, Vittorio la fulminò di uno sguardo commosso sibilando

<Non hai capito nulla. Occupati di Seneca e Manzoni che è meglio>>

Pur essendo ben poco sensibile ai fiori, non si faceva scrupolo di accompagnarla a zonzo per il parco della cui ricchezza floreale si occupava personalmente ed esclusivamente. Una sola volta la maldestra Irene aveva iniziato a potare un piccolo quadrilatero abitato da rododendri e gladioli. Per fortuna Maria se ne accorse per tempo da lontano, piombò come una furia e allontanò con inusuale rudezza la figlia che ne rimase quasi sconvolta. La delicatezza d’animo e di modi, infatti, faceva di quella donna una signora di raffinata bontà, trasferita di peso a Bagheria da uno dei capolavori di Henry James. Quando l’avventuriero ma letterato Angelo lesse Ritratto di signora e La principessa Casamassima raccontò a sua madre quanto avesse pensato a lei durante quelle letture.

* Che hai, bambino, perché sei così imbronciato?

* Tu, a mio figlio piccolo non lo devi più toccare, hai capito? Solo tua madre e io possiamo

95 la zia tetta

96 Che succede, la solita scocciatura del latte per il bambino? Ma guarda un po’ se si deve fare una questione di Stato per due tette

97 Meglio sarebbe stato se avessi avuto anche tu dei figli, invece di sposarti col Signore per poi lamentarti rompendo le scatole a tutti

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