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Il risveglio avvennein spezzoni, frammenti, inizi e blocchi, ricordando un temporale che non vuol decidersi a lasciar spazio a sole e tranquillità.

<<Sto sciando … bianco, è tutto bianco … ma freddo non … non sento freddo … perchéeeee>>, mormorava un Vittorio alquanto malconcio, tumefatto, fasciato da garze in almeno una mezza dozzina di regioni corporee. Il viso presentava un’ecchimosi diffusa sul naso – che per fortuna si scoprì in ospedale non essersi fratturato, come si temette in un primo momento. Il mento faceva un male cane rendendogli arduo parlare. Riusciva a farlo con i suddetti mormorii solo grazie alla morfina che il professor Marcello Tortorici gli fece somministrare da subito e per i primi giorni.

Il primario di traumatologia, ultra settantenne (era nato nel remoto 1855, ancor prima dello sbarco dei Mille), usufruiva di un prolungo lavorativo di tre anni, viste le altissime capacità cliniche. Era stato maestro universitario di Natale D’Alessandro, per poi diventare quasi amico – per quanto lo permettesse il carattere tutt’altro che facile del luminare.

Il tratto assolutamente migliore di tale carattere aspro era il modo con cui trattava ragazzi e bambini suoi pazienti. Con Vittorio, infatti, s’intrattenne spesso – una volta avviata la piena ripresa fisica e psicologica – con domande interessate su studi e letture e sport amati dal ragazzo, con battutine che servivano

<<almeno a far riprendere mobilità a mandibola, denti e mento danneggiati>>, come amava sottolineare il primario con un sorriso di cui non si riusciva a indovinare la percentuale sardonica e quella di bonarietà.

Il paziente così ammaccato, e per i primi giorni svagato con la testa, mostrava di apprezzare la simpatia che gli tributava il prestigioso clinico. Che in certi tratti bonari ma autorevoli gli ricordava suo padre.

Fu un periodo di massima frequenza con entrambi i genitori – occasione anche per loro di vedersi, colmando un po’ la distanza Palermo-Bagheria e relative ben diverse faccende e preoccupazioni. Il ragazzino fu felice che un simile incidente si fosse ben presto volto al meno peggio, comunque costringendolo a vegetare comodamente in un bel letto del Policlinico per oltre un mese.

La degenza gli venne da subito resa assai più piacevole, perfino un tantino da figliol prodigo viziato, grazie alle amicizie del padre. Ma in un senso pulito, ben lontano dai modi di fare arroganti o mafioseschi di tante fette della borghesia palermitana e dei dintorni. Natale D’Alessandro mai aveva fatto del proprio lavoro da quasi missionario squallida merce di scambio. Piuttosto si trattava di “allievi”, come lui li chiamava, intendendo praticanti freschi di laurea o specializzandi che venivano per qualche settimana nella sua condotta medica per <<imparare quel che non s’impara dai libri, bensì da colleghi di esperienza e genio clinico come D’Alessandro>>, suggerivano i professoroni palermitani. Non c’era ateneo che tenesse rispetto alla predisposizione naturale, pur temprata dagli studi, che un curante (nel senso più ampio del termine) come il medico di Bagheria possedeva a iosa.

C’erano poi i colleghi che animavano i non infrequenti consulti in paese o nella capitale isolana.

Quindi gli ex amici di studi ancora in attività – e non erano pochi.

Dunque, fra queste decine di amici, colleghi, buoni conoscenti, tutti estimatori del dottor D’Alessandro, fu facile rendere sempre piacevoli i soggiorni ospedalieri dei dieci membri della famiglia D’Alessandro-Castronovo quando si rendevano necessari per una malattia o un incidente.

Il figlio minore venne quindi sistemato in una rara stanza da tre letti – a fronte degli usuali corridoi da venti e più giacigli, rumorosi, trafficati, ostacoli assoluti a un sonno notturno perlomeno decente. Per di più, degli altri due letti, uno fu occupato solo per qualche giorno da un’anziana signora resa muta da un’ictus, dagli sguardi assai bonari verso chiunque le si avvicinasse; mentre il terzo posto rimase sempre libero. Quindi, alla fin fine si trattò di cinque settimane quasi sempre in camera singola, ma grande come se ne ospitasse tre di pazienti. Il sole vi batteva per gran parte del giorno, mentre la sera venivano alcuni uccelli a beccare i frutti degli alberi circostanti.

Dopo i primi due giorni di confusione mentale, giudicati assolutamente normali dai medici, Vittorio visse il giro di svolta che lo ricondusse nella zona della vita, seppur acciaccata. I dolori maggiori vennero fronteggiati, come detto, solo all’inizio con la morfina. Poi, per oltre una settimana l’adolescente fece un balzo di qualche anno nella crescita. Pochissimi coetanei, infatti, erano costretti a fare profonda amicizia con il concetto di dolore nella sua più dura realtà.

La gamba destra era rotta, venne operata, poi bloccata per due mesi con il gesso. Dalla sofferenza a ogni movimento – per i pochi che poteva concedersi – si passò alla maledizione dei pruriti. Improvvisi, localizzati, poi diffusi, a volte istantanei, altre per delle buone mezz’ore, lo spingevano a concentrarsi sui possibili rimedi. Dopo vari tentativi scoprì, grazie a una suora molto simpatica e talentuosa nei lavori a maglia, che il metodo ideale era giocare di ferro, meglio ancora se due incrociati. Nel giro di un paio di giorni divenne così esperto che si sarebbe meritato una medaglia olimpica. Graduare l’inserimento dei ferri da maglia fra pelle dolorante, ferite, zone pruritose e parete del gesso divenne per il ragazzo la principale attività accanto alla lettura. Imparò, poi, a grattarsi con una mano, con l’altra a reggere il libro, con un occhio a seguire le gesta dei personaggi e con l’altro a sorvegliare le delicate operazioni di grattatura.

Il viso fu il più veloce a migliorare e poi guarire, ancor prima di essere dimesso alla fine delle cinque settimane.

La respirazione procedette inizialmente con difficoltà, essendosi scoperto un urto subito dalla cassa toracica e un paio di costole incrinate. Ma nella seconda metà del ricovero l’aria in entrata e in uscita cessò definitivamente di provocare dolorini polmonari e doloretti toracici.

Il primario, in occasione della terza o quarta visita medica/chiacchierata con quello che era presto diventato uno dei pazienti preferiti, gli confidò che avrebbe potuto tranquillamente lasciarci le penne, anziché essere già sulla via della guarigione. Dopotutto, si era beccato pur sempre la bellezza di tredici fra ferite, contusioni, distorsioni, lacerazioni, incrinature, fratture (l’unica quella citata alla gamba destra).

Quando cominciarono ad arrivare le visite dei compagni di liceo, e di qualche professore, il ragazzo venne festeggiato quasi come un eroe romantico che si era immolato per incontrare l’amata. Come fu che venne ufficializzata la storia con Eleonora non lo si scoprì mai. Del resto era la riprova di quanto Palermo fosse e restasse una concentrazione di provinciali, malgrado i quasi 400 mila indigeni che la popolavano.

E alla fin fine la scoperta non diede fastidio proprio a nessuno, considerando la discrezione che ancor più osservarono i due protagonisti e le relative famiglie. Qualche sfotticchiatina, molti complimenti e congratulazioni, un paio di sguardi invidiosi – considerando la bellezza ormai sbocciata della quattordicenne di Bologna – e un po’ di inevitabile curtigghiu. Poi, con il passare di settimane e mesi il caso venne archiviato nelle pagine piacevoli e rasserenanti del fin troppo nutrito archivio cittadino.

Una mattina, a distanza diquattro o cinque giorni dal terribile incidente, immerso nella lettura di Tifonedi Joseph Conrad, Vittorio venne lievemente scosso da una mano affusolata. La proprietaria era la mamma della sua amata.

<<Signora … cioè, Maria>>, si rizzò sul letto come un soldatino impettito dinnanzi al comandante di reggimento.

<<Stai tranquillo, ragazzo>>, gli sussurrò rassicurante l’elegante signora, sfiorandogli i capelli spettinati con un bacio silenzioso.

Lo soqquadrò, lo soppesò, lo fissò per bene prima di emettere il suo verdetto con un sorriso da Monna Lisa in incognito:

<<Sai che ti trovo molto meglio di quanto pensassi. Dopotutto adesso possiamo anche dirlo, no?>>

<<Che son vivo per miracolo? Certo che lo sono. Poi se sia un miracolo non sta me deciderlo>>.

La mamma di Eleonora scoppiò in una cordiale risata definendolo <<adolescente assai arguto>>. L’apprezzamento lasciò il destinatario del tutto indifferente.

<<E sua figlia come sta?>>

<<Ah, ma guarda: sembra che sia lei e non tu l’incidentato…. Beh, diciamo che la nostra governante ha impiegato una buona mezz’ora a lavare tutti i fazzoletti impregnati di lacrime della mia figliola. Non so bene, poi, se piangesse più per la preoccupazione o per il divieto che le abbiamo imposto di venirti a trovare nei primi giorni>>

<<Ho visto, infatti. Anzi, non l’ho proprio vista … E perché diavolo non l’avete fatta venire?>>. Il malato si stava scaldando ma la madre della ragazza non fece fatica a calmarlo.

<<Adesso ti spiego, non ti arrabbiare che ti fa male … Anzitutto il divieto finisce oggi, visto che la figliola mia amatissima è qui fuori scalpitante che aspetta di abbracciarti e … tutto il resto>>. La signora si lasciò scappare una ventata di rossore sul viso lievemente truccato.

<<Punto secondo, non volevamo turbarti, considerando il tuo stato dei primi giorni. E infine, se permetti, la nostra ragazza forse non era proprio il caso ti vedesse conciato com’eri il giorno in cui t’hanno trasportato qui più morto che vivo>>

<<E lei come fa a sapere com’ero conciato?>>, chiese lui con uno sguardo ostile.

<<Ma perché c’ero anch’io, tesoro. Eleonora l’ho raccolta ch’era un cencio. Fortuna che mi ha chiamato da un bar ed ero in casa. Sono corsa subito con l’Alfa Romeo di mio marito … Per un pelo non facevo un incidente anch’io … Quindi, dopo averla depositata da amici carissimi di famiglia mi sono precipitata qui, per vedere se c’eri ancora>>. Il sorriso che illuminava il volto così bello della giovane donna diede all’adolescente ritto sul letto la sensazione di una signora che cercava forse di trattenere il dolore, la paura, e quindi il sollievo provati in quella settimana.

<<Adesso basta con le chiacchiere e lasciaci soli. Grazie, madre>>. La vocetta rabbiosa di Eleonora dietro la porta fece sobbalzare Vittorio D’Alessandro e Maria Luisa Baldi. La signora gli sussurrò alzandosi

<<Mi hai fatto proprio paura. Ti voglio bene>> e si allontanò velocemente dalla stanza cedendo il posto alla figlia.

<<Fate con calma, ti aspetto in caffetteria con un romanzo e varie riviste>>.

La ragazza attese che perfino l’ombra materna si fosse smaterializzata nel lungo corridoio color crema sporca. Vi deambulavano facce rassegnate e corpi doloranti, infermieri indaffarati e un paio di medici che ridacchiavano fumando senza rispetto sigarette puzzolenti.

Finalmente Eleonora fece il suo ingresso nella grande stanza abitata da due letti vuoti e un terzo occupato dal primo amore della sua ancor breve vita.

Il volto era stanco, gli occhi arrossati, camminava leggermente curva – mentre lui l’aveva sempre vista dritta temprata dai vari sport che amava.

<<Sembri tua nonna>>, le disse il paziente.

<<Ma vai a farti friggere in olio bollentissimo … Mi hai fatto morire di paura, sventato, testa in aria, pazzo ciclista, non …>>. E allora crollò fra le sue braccia, in un tripudio di garze e fasciature e gesso e tamponi. I capelli sciolti che da giorni non subivano uno shampoo come si deve s’impregnarono di disinfettante, il visetto rigato di lacrime si sporcò di acqua distillata e particelle di cerotti. Non si sprecarono i <<ti amo>>: non era proprio nel loro stile esistenziale riempirsi la bocca di parole che avevano imparato velocemente a conoscere nella loro profonda ricchezza, dunque rarità. Quando si guardarono dritto negli occhi, umidissimi di entrambi, se lo dissero una volta soltanto nel medesimo momento. Come un discreto duo di coristi rintanati in quella camera troppo grande, remoti al mondo esterno.

Si raccontarono di tutto, dai sogni alle cure, dalla scuola ai rispettivi silenzi notturni. Pochi i baci ma profondissimi come mai prima. Si tennero per mano per tutte le due istantanee eppure lunghissime ore. E non smisero un attimo di guardarsi negli occhi, come se avessero bisogno di altre due paia di mani per stringersi, incoscienti e felici, in quel tardo pomeriggio piovoso, ormai affacciato sulle imminenti Feste natalizie.  

Mirko era rimasto sullosfondo nelle ultime settimane. Forse da quando … la sorella e il ragazzo di Corso dei Mille si erano messi insieme? Questo pensiero cominciò a ondeggiare nella mente di Vittorio come uno straccio sbatacchiato dal vento in una viuzza secondaria. Del resto, quella mente era a volte colma di noia, mentre il suo proprietario se ne stava comodamente sdraiato a riposare o seduto sul letto a leggere, studiare le nuove lezioni o fare alcuni dei compiti che gli portavano i compagni di classe più affezionati. E allora i pensieri cominciavano a sbucare fuori, fantasmi stinti da una vecchia cassapanca cigolante di ruggine e risentimento.

Quando il ragazzo lo venne a trovare l’amico incidentato era troppo mal messo. Ma la volta successiva stava già migliorando, poteva parlare senza grandi difficoltà ed era deciso a buttare fuori quel dubbio che gli rendeva la bocca amara di perplessità.

<<Mirko, posso dire che siamo buoni amici, ormai?>>, gli chiese Vittorio tutto a un tratto, dopo aver chiacchierato di scuola e amenità da adolescenti.

Il fratello di Eleonora fu leggermente meravigliato della domanda; forse credendo che l’altro volesse andare a parare da tutt’altra parte.

<<Anzi, ottimi direi proprio. Perché me lo chiedi?>>

<<Cosa pensi del fatto che io sia diventato il fidanzato di tua sorella? Non ti sei mai espresso in proposito>>.

Mirko passò dalla leggera meraviglia all’inequivocabile imbarazzo.

<<Beh, … che posso dire? Mi fa molto piacere, cosa pensi? Si … piacere, mi rende … soddisfatto, ma no, contento, ecco … molto contento>>.

Al di là del rossore sulle guance, sarebbe bastato quello che disse e il come per tradurre il tutto con i termini di vergogna o rancore o invidia. In ogni caso, qualunque fosse il sentimento coltivato, era sicuramente negativo e assai ben nascosto dentro di sè. Questo Vittorio pensava di Mirko con profonda sicurezza. E anche dispiacere.

<<Mirko, non ti sento sincero. Sarò diretto, a costo di ferirti. Ma perché questo tuo silenzio finora e ora il modo … quello che dici e ancora più come lo dici non mi convince>>. Erano state pochissime le altre volte in cui il ragazzo di Bagheria si era mostrato altrettanto deciso nel dire qualcosa a qualcuno. Ma sentiva ormai impossibile star zitto, come invece faceva l’amico.

<<Dubbioso? E su cosa>>. A Mirko, sorridendo appena, il labbro inferiore gli tremava visibilmente.

<<Sulla tua sincerità, ti ripeto>>.

<<Cioè … fammi capire, vuoi dirmi che secondo te sono un bugiardo? Che mento al mio migliore amico? Perché è quello che sei. O forse no….>>

<<Come no?>>

<<Beh, se mi ritieni un … bugiardo, non è certo un complimento, non pensi?>>

<<Adesso sai cosa stai facendo?>>

<<No, cosa?>>. Lo sguardo di Mirko si era via via incattivito.

<<Ti stai nascondendo dietro questa parola, “bugiardo” … come se ti avessi accusato, che ne so … di essere un ladro o un omicida>>

<<Vittorio, mi stai facendo una crapa tanta di chiacchiere e chiacchiere. Mi sa che stare a letto per giorni e giorni bene proprio non ti faccia>>

<<Allora te lo dico in modo … si, insomma, penso che tu sia geloso o invidioso. O magari, entrambe …. le cose>>.

In quel momento Vittorio si percepì sbattuto davanti a un immenso specchio che ne proiettava l’immagine infuocata e bruciava i contorni rendendola evanescente.

<<Geloso … invidioso… e di chi? Ah, già, di voi due … Ma tu sei proprio in preda alla febbre gialla. Guarda, se vuoi ti chiamo il medico di guardia che ti darà una medicina per farti tornare a 36,5° come un essere normale>>.

<<Intanto che chiami il medico pensa a quel che vuoi o DEVI rispondermi>>.

<<DEVO?>>

<<Si, in base alla buona educazione>>.

Per la prima volta Vittorio sentì Mirko sia trattarlo male che uscirsene con una parolaccia. Cui si aggiunse il dubbio che non stesse anche trattenendo le lacrime.

<<Vittorio, ma … ma vai a fare in culo>>.

E dopo uno sguardo verso l’armadio di ferro incrostato, un tempo bianco, si alzò di scatto, si precipitò verso la porta e se la tirò dietro le spalle. Con tale violenza che andò in mille pezzi. Se i vetri non fossero caduti verso l’interno il ragazzo bolognese avrebbe rischiato di restarne travolto.

Vittorio rimase letteralmente senza parole. Tanto che non seppe o non volle spiegare nulla agli infermieri e al medico di guardia accorsi alle grida di una donna delle pulizie.