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Dopo una notte di sonno pesante e un risveglio con forte mal di testa, decise di parlarne con la sua ragazza. Ma non prima di essere tornato a casa. Una realtà che cominciò a tratti a presentarglisi come la soluzione migliore, con una veloce ripresa della vita normale. Quello stare gettato fra coperte, accudito, a volte viziato da infermiere e medici, con i genitori che venivano ancora ogni giorno a trovarlo – manco fosse stato moribondo – il tempo per pensare. Ma l’impossibilità di condividere quei maledetti pensieri con l’unica persona che avrebbe avuto la capacità taumaturgica di calmarlo, tutto ciò, almeno il paio di giorni a ridosso dell’imbarazzante visita di Mirko, gli diede un senso di pienezza, come avesse lo stomaco strapieno di cibi grassi e pesanti come pietre che tendevano a soffocarlo nel più profondo.

Per fortuna ecco il giorno successivo materializzarsi la figura assolutamente imprevista di Ciro Ferrante.

<<Uè, ‘sta cà chille grannissime scurnacchiate de l’amico mio Vittorì? Ancora nu poche e pe vero se rumpeva e cuorna52>>.

Non si erano più vistidal giugno precedente, a quell’età una mezza era geologica.

L’uno si trovò davanti un corpo malmesso, rattoppato su più punti, immerso in un odore di solventi e antidolorifici, il viso recante ancora tracce profonde di diverse ferite ed ecchimosi, una garza in cima alla testa, una gamba con ematomi e un paio di fasciature, l’altra addirittura ingessata.

L’altro rimase perplesso innanzi a un ex ragazzo che in sei mesi appena sembrava spicato tuttu ‘nsema 53.Un’ombra di barba gli traversava il volto come avesse sbattuto da qualche parte, mentre lo sguardo penetrava quelli altrui con una maturità che  nessuno gli aveva mai riconosciuto.

Ciro si sedette con circospezione al bordo del letto e rimase ad alternare fra stanza e viso dell’amico il suo paio d’occhi azzurri. Se fino al precedente anno scolastico a Vittorio quelle due biglie così mobili ricordavano quel che potevano essere i Mari del Sud nel loro immaginario di ragazzini non adusi ai viaggi, adesso quasi li temeva per l’effetto perforatore che avevano acquisito, chissà come e chissà quando.

<<Uagliò, ma u saie che si cagnate assai? 54>>

<<Perché tu invece no?>>

Quel dialetto napoletano purissimo che Ciro tirava fuori nei primi giorni di ritorno da ogni visita nella città natale faceva pensare all’amico bagherese a tracce di pesci misteriosi rimasti attaccati alle labbra, sempre linguacciute, del piccolo Ferrante. Il quale sapeva che grossomodo il piccolo D’Alessandro lo capiva – con quelle poche lezioni del suo dialetto che gli aveva offerto nelle pause dei giochi estivi, fra la marina di Aspra e il grande giardino misterioso di Villa Palagonia.

Ma in quel momento di ospedale e dolori e letture forsennate e pensieri di nostalgia per Eleonora e di rimprovero per Mirko quelle parole Vittorio le percepì come piccole pietre aguzze, scagliategli addosso da quella strana reincarnazione in un Ciro proiettato nel futuro. Un tempo che ormai non apparteneva più a loro. Erano cresciuti per sei mesi indipendentemente l’uno dall’altro; e adesso sembravano sei anni.

Era successo che Ciro aveva seguito il padre, avendo questi trasferito i suoi affari nuovamente a Napoli. L’operazione era stata accolta a Bagheria con un sottile mormorio di dubbi e allusioni a non megli specificati “mali affari” di don Ferrante. Come se ne era fuggito dalla splendida e inquietante capitale campana qualche anno prima, per far perdere le proprie tracce a chissà quali loschi individui; così, nel giugno 1927 aveva fatto marcia indietro, ricordando un soldatino caricato a molla che asseconda i capricci imperscrutabili del padrone.

Nessuno li aveva più visti né sentiti; compreso Vittorio e i vari Vanni, Saro e compagnia. Prima di disperdersi anch’essi nel corso di quell’afosa estate che li lanciò ai quattro angoli di un mondo incapace di capirli.

<<Ma ch’è t’è succedute?>>, gli chiese Ciro visibilmente incuriosito.

Vittorio raccontò per sommi capi la storia sua, dell’incidente e anche di Eleonora. A sentir accennare alla sua ragazza gli occhioni dell’amico s’illuminarono. Il solo nome di lei sembrava avere il potere di sciogliere quella nebbia nuova di diffidenza e “adultità” apparsa nello sguardo di Ciro, riportandolo invece alla presente adolescenza.

<<Ti sei innamorato? Ma bravo, davvero bravo>>.

Sembrava sincero, ma l’amico bagherese voleva provare a vederci chiaro. Su chi fosse veramente diventato il suo compagno d’infanzia e adolescenza, per anni incarnazione del fratello coetaneo che non ebbe mai e per anni desiderò. Per poi trovarlo proprio nel mezzosangue napoletano/siciliano.

<<E tu che combini nella tua amata Napulè?>>

<<In che senso che combino?>>.

Ecco che quella semplice domanda aveva avuto il potere opposto del nome Eleonora: quello di produrre nuovamente la nebbia di diffidente apparenza adulta. La rabbia ossessa di dimostrarsi ben più grande di quanto non fosse.

<<Ciruzzu beddu, nel senso se vai a scuola o lavori o chessò io>>

<<Ahhhh … ecco>>, sorrise vagamente un innervosito Ciro. <<Faccio affari con mio padre e mio zio. Dalla bottega che avevamo prima di partire per la Sicilia, alle due che abbiamo fatto e cresciuto fra Bagheria e Palermo, adesso siamo a quattro negozi, due magazzini e un intero attracco al porto di Napoli. Sai come lo chiamano a Londra? Un dock>>, pronunciò tutto orgoglioso il giovanissimo genio degli affari. Che nella capitale britannica c’era stato davvero quell’estate, assieme a Marsiglia e Lisbona, Rotterdam e Anversa – come gli raccontò.

Vittorio ovviamente non possedeva alcuna nozione di affari commerciali, import/export,bolle d’accompagnamento, certificati di scarico merci e affini. Ma era sufficientemente sveglio per subodorare qualcosa che non lo convinceva nel racconto così esibito di Ciro.

<<Ma scusa …>>

<<Di che?>>, provò a scherzare il napoletano imbarazzato e diffidente a un tempo.

<<Come diavolo avete fatto … cioè, intedo tuo padre e tuo zio, come hanno potuto mettere insieme tutta ‘sta roba che mi racconti in appena … che sono? Da quando ve ne siete andati … cinque mesi?>>

Ciro annuì guardando il pavimento opaco e sporco di polvere. Ma non rispose nulla. Invece si accese una sigaretta, strafottente, come sempre lo aveva conosciuto l’amico a letto, di tanto di cartello VIETATO FUMARE!! appeso nella stanza e nel corridoio.

<<Allora, Ciro?>>

<<Allora che? Vittorio guardame bbuono dinta all’uocchie 55>>, gli disse a bassa voce prendendolo forte per un polso. Ecco che Ciro si era ri-trasformato: non più il ragazzino dei giochi nelle estati roventi, non più l’ometto falso adulto entrato mezz’ora prima nella stanza. Adesso ricordava un uomo ormai immerso fino al collo in una di quelle parole che Vittorio già conosceva e che in quel momento soffriva far girare nella testa: malavita, mafia, camorra, crimine organizzato.

<<Te lo dico per il bene tuo, Vittorio, amico mio indimenticabile. Se sono qui per venirti a vedere, sapere come stai che vuol dire?>>

<<Che mi vuoi bene?>>

<<Ecco, e togli pure chille punto interrogativo do cazze 56. Ed è proprio perché resterai sempre nel mio cuore che ti dico … parliamo di altro, quello che vuoi tu. Oppure se la mia presenza qui ti dà fastidio, me ne vado. Ma non chiedermi nulla sugli affari della famiglia mia. Stanne fuori>>.

Una luce di tristezza oscurò lo sguardo di Ciro che da sempre era la fonte della sua vivacità e voglia di vivere. Mentre la stretta al polso si fece più lenta, come se cedesse alla tristezza.

Vittorio era confuso come mai prima di allora. E una grande stanchezza lo prese. Si fece scivolare fra le coperte e socchiuse gli occhi.

<<Vuoi che ti racconto di Napoli e degli amici miei … e pure di una guagliona che ho conosciuto?>>

Il malato annuì senza gran convinzione.

E Ciro cominciò a narrare di spazi marini e mura impregnate di sale, di rumori di pentole e stoviglie e corse in bicicletta e carretti ricolmi di mercanzie lungo le calate dei Bassi napoletani. Là dove le voci delle donne di ogni età sono nenie e gemiti e risate fatte solo per sentirsi vive, in attesa del rientro dei loro uomini dalla giornata lunga nella fatica. E se il sole non riesce a volte a entrare dove troppo stretto si fa il vicolo, ecco che la musica delle voci agitate e dei respiri di stanchezza s’intrecciano ai guaiti dei cani lasciati scorazzare sull’asfalto sterrato. Città così irriducibile alle scemenze tradizionali pubblicizzate per gli stolti turisti, Napoli cela i propri misteri tranne a chi ci è nato e vi abita e dunque vi appartiene per la vita. Senza alcun bisogno d’istruzioni per galleggiarvi agevolmente, la bocca storta in un intraducibile mischiarsi di fatica e ironia.

Poi, Vittorio confuse il racconto di Ciro con le immagini che gli ronzavano in testa. E che alla fine presero il sopravvento. L’amico lo vide, lo sentì e si congedò con un lieve bacio sui capelli rossicci di febbre e spossatezza.

 

52Oh, ma sta qui quel grandissimo “corna rotte” dell’amico mio Vittorio? Ancora un po’ e si rompeva davvero le corna

53cresciuto tutto in una volta

54Ragazzino, ma lo sai che sei cambiato molto?

55Guardami bene negli occhi

56quel punto interrogativo del cazzo