Nei giorni sonnolenti delle vacanze scolastiche ogni tanto il babbo proponeva al piccolo di accompagnarlo in qualche visita fuori paese. I motivi per questi inviti erano numerosi: farsi un’idea delle condizioni di povertà in cui versava la gran parte dei paesani – alla faccia delle porzioni indigeste di propaganda di regime; farsi un’immagine realistica dell’essere medici (in caso il figlio avesse coltivato più in là qualche interesse di studio, almeno avrebbe scelto con cognizione di causa); mostrare cosa faceva in concreto suo padre quando spariva per l’intera giornata, o era svegliato di soprassalto in piena notte per un intervento urgente.

Naturalmente, si venne anche a rinforzare quel legame padre-figlio che prima era sottinteso ma un po’ remoto. La distanza era di ruolo familiare – il pater familias anche se vissuto in modo tutt’altro che autoritario da Natale D’Alessandro – e di età. Cinquantaquattro anni di distanza non potevano non rappresentare un abisso fra le corse, i giochi, le fatiche del primo ciclo di studi da un lato, e le prime rughe, la disillusione di chi ha già molto vissuto e sperimentato tanta sofferenza fisica e vergogna che il malessere sociale impone, la responsabilità di tirare il carretto familiare con ben dieci persone.

La prima volta che il padre gli chiese di accompagnarlo Vittorio aveva dieci anni. Rimase sbalordito dalla proposta: era in vacanza causa disinfestazione dell’intero edificio scolastico e il suo papà gli suggerì che poteva andare con lui sul calesse e, nei casi di malattia non troppo grave, anche entrare in casa del paziente – ovviamente se i familiari erano d’accordo. Il tratto umano di quel medico tarchiato, con i baffoni alla Umberto I e lo sguardo che penetrava da parte a parte mentre visitava era molto chiaro e diretto, privo della minima ipocrisia. Rispetto anzitutto, accuratezza nel tracciare l’anamnesi, sincerità ma non brutalità nel comunicare la diagnosi, esattezza millimetrica nella prognosi. Naturalmente non era sempre possibile né distinguere le tre fasi, men che mai interrogare il malato e i familiari sullo stato di salute passato – a volte manco su quello presente che aveva richiesto la visita medica.

Il dialetto regnava sovrano nella gran maggioranza dei casi. Nessun problema visto che il medico lo parlava in modo sciolto sin da bambino, pur conservando quelle piccole pudicizie e inesperienze di chi in casa ha sempre parlato italiano. Vittorio finì di affinare la propria conoscenza della lingua sicula; visto che era parlato tutto il giorno da molti bagheresi e arricchito di espressioni, coloriture, termini antichi che certo a Villa Palagonia erano scogniti, oppure conosciuti solo da pochi anziani. Come il nonno e soprattutto la Zazzà, che mischiava tranquillamente latino e siculo, spesso ignorando “l’italicu”, come lo chiamava con malcelato disprezzo.

La zona di operatività del medico comprendeva l’intero paese, Aspra, Mongerbino, arrivando fino a Ficarazzi e Santa Flavia. A volte si spingeva perfino a Porticello. La distesa di villette (che i palermitani chiamano “il villino”) che oggi occlude tante arterie visive da e verso lo splendore del mare, in quei tempi era un misto di verde, polvere, sabbia, colline nude a perdita d’occhio. Qualche ricco palermitano possedeva un’abitazione stile belle époque, un paio perfino in orrido simil-Roma antica. Per il resto si andava per trazzere, spesso ideali assai più per muli che per cavalli – come il fido Sauro, che servì da tiracalesse per la famiglia D’Alessandro per oltre dieci anni. La sua dipartita per arresto cardiaco da vecchiaia e usura di servizio rattristò molto il dottore che non aprì bocca per due giorni, digiunando per di più il primo.

I malati di quella giornata inaugurale di scorta al papà nel suo giro visite non restarono impressi nella memoria di Vittorio. Ma dopo pranzo – definendo tale un assai frugale cestino preparato per loro due personalmente da Maria – la destinazione successiva era ad Aspra da tal commendator Pasquini. E rimase indelebile nella mente del decenne a seguito dell’ormai anziano medico condotto. A dispetto del titolo, si trattava di un pisquano molto malridotto: il vero ritratto del concetto di decadimento socio-economico illustrato da qualche studioso. In una mezz’ora Vittorio si fece una prima idea di certi accadimenti dello stare al mondo – che avrebbe poi visto in altri casi, su cui avrebbe basato anni dopo la sua fede politica comunista e ritrovato nei romanzi appassionanti di Balzac e Zola, Hardy e Fontane. Dall’esterno l’abitazione di Pasquini poteva anche passare per una dimora quantomeno dignitosa, a parte un paio di muri scrostati e la porta di legno marcio. Ma era inoltrandosi in quella spelonca che si restava basiti. Un tetto fra la cucina e lo pseudo salottino era mezzo sfondato, facendo letteralmente piovere in casa. Malgrado si fosse nel profondo Sud dello stivale italico, le intemperie non sono proprio rarissime; camminare normalmente sul pavimento era impossibile. Visto che al suo posto c’era un’indefinibile fanghiglia acquitrinosa che in certi casi raggiungeva anche i quindici-venti centimetri. Non era questione della mancanza da qualche mese di una donna addetta alle pulizie, ma di anni e anni di assoluto declino. Da casa normale, probabilmente confortevole, padre e figlio si trovavano immersi in una stamberga che avrebbe potuto far pensare con vent’anni d’anticipo a un edificio bombardato dagli Alleati. Un grosso topaccio – che nella natia Milano del padrone di casa si definirebbe come pantegana – fece la sua apparizione masticando impunito un non meglio identificato oggetto. Gli occhietti fissavano con ostilità i due nuovi arrivati, come a chiedere conto e ragione di quella intrusione. Ma il medico non fece una piega, mentre il figlio osservava con incuriosita meraviglia quella creatura mai vista prima.

<<Commendatore?>>. Fu una delle poche volte che il ragazzino sentì suo padre alzare la voce, anche se per farsi sentire da Pasquini, sordo da un orecchio e quasi sempre ubriaco. Una volta era stato lì lì per morire di coma etilico: in pochi minuti il contenuto di una bottiglia e mezza di whisky era passata nelle viscere del disperato ex commendatore per meriti economici. In calesse Natale accennò qualche tratto biografico a Vittorio, giusto il necessario per dargli l’idea di cosa significhi perdere tutto in pochi mesi.

Sbarcato nel 1905 a Palermo con un piccolo capitale regalatogli dal padre – perchè si togliesse dai piedi, avendo già messo incinta tre operaie dell’industria familiare – confrontato improvvisamente con la solitudine, il cavarsela da solo e in una terra che equivaleva per lui a una landa esotica, solo inspiegabilmente facente parte del Regno d’Italia, il giovanotto appena venticinquenne si diede da subito a cercare qualche buon investimento.

L’unico appoggio nella capitale siciliana fu quello di uno zio. Gli affari del giovane milanese nel giro di un paio d’anni portarono lo sconosciuto Luigi Pasquini a gestire la bellezza di tre stabilimenti per la lavorazione del pesce, uno del tabacco, un albergo, cinque mercerie, due ristoranti e una sala per le scommesse clandestine. Si mantenne in un miracoloso equilibrio fra prestigio imprenditoriale da cavaliere del lavoro e delinquenza prossima alla mafia di campagna.

Sposò un’immigrata serbo-croata d’incomparabile bellezza che lo portò alla rovina.

Così in capo a due anni il ricco e affermato uomo d’affari lombardo-siculo si trovò in stato di assoluta povertà. Si adattò a vivere con quel poco rimastogli, alcune migliaia di lire. E quando terminarono anche gli ultimi centesimi si mise a cercare lavoretti umilissimi, scoprendo che però non reggeva. Sia per la fatica fisica che per l’umiliazione sociale: una doppietta di sofferenza interiore che non aveva mai sperimentato. Il passo verso il vivere di elemosina e offerte, quindi il votarsi anima e corpo all’alcool furono un tutt’uno.

Il giorno in cui Natale lo visitò accompagnato da Vittorio, Pasquini apparve come un vecchio, almeno sulla sessantina. Mentre in realtà aveva appena quarantun’anni. Lo trovarono sdraiato a terra sul poco pavimento rimasto in tutta la casa diroccata. A sentir lui era per il mal di schiena; in realtà non si reggeva in piedi e la puzza di vino di bassa lega aleggiava dal fiato del paziente in tutte le stanze. Uscendo a visita terminata tanto il padre che il figlio si sentivano mezzi ubriachi: Vittorio rimase con il mal di testa fino all’indomani. Tanto che il padre gli fece promettere di non dir nulla alla madre. Donna Maria si sarebbe sicuramente arrabbiata, compatibilmente con il suo animo delicato, se avesse saputo che il marito aveva fatto entrare il figlioletto decenne in quella stamberga impregnata di miseria e vino marcio.

<<Allora come la va, commendatore? Non vi dispiace se ho fatto venire anche il mio figlio piccolo. Mi accompagna oggi nelle visite … sapete, così impara come gira questo mondo>>, spiegò il medico con un sorriso di velluto, mentre apriva la valigetta distribuendone parte del contenuto sull’unico tavolo ancora in piedi. Non prima di averlo ripulito alla meno peggio. Il padrone di casa cercò di dare una mano imbarazzato ma crollò pesantemente su una poltronaccia mezzo sfondata in cui passava le sue giornate.

<<Che posso dirvi, esimio dottore? Tachicardia impazza, mal di testa va e viene – sarà magari la pressione alta – dolorini al petto, il fiato mi si raccorcia appena faccio un piano di scale>>

Il malridotto commendatore si era ammalato di angina pectoris ancora a uno stadio grossomodo controllabile. Natale era riuscito, dopo molte insistenze e preghiere, a farlo visitare da due ottimi cardiologi di Palermo. Che avevano confermato quanto intuito dal collega bagherese: che se Pasquini avesse immediatamente smesso di bere e fumare, accettando l’occupazione trovatagli si sarebbe quasi rimesso. Non sarebbe di certo tornato in forma come qualche anno prima: ma probabilmente avrebbe potuto tirare avanti benino fino alla sessantina e oltre. Il lavoro glielo aveva trovato il volenteroso Zu Fefé in un luogo fra i più improbabili per un tipo come il milanese: amministrare tutti i beni della parrocchia, gestire la biblioteca dietro la sacrestia e coordinare le attività di benevolato, comprese le numerose offerte di gente benestante e ricca. A mettere in fila le suddette mansioni sulla medesima busta paga si arrivava a una serie d’impegni di tutto rispetto e a un decente salario, che lo avrebbe fatto ritornare nel novero della gente civile. Ma la lotta contro l’alcool si era dimostrata molto più dura del previsto, in un’epoca in cui servizi sociali, assistenza medica e psicologica agli alcolisti erano pressocchè inesistenti nel Sud Italia.

Dopo una visita approfondita, limitatamente agli attrezzi contenuti nella sua valigetta, il dottore come sua abitudine parlò molto chiaramente:

<<Commendatore: non voglio rubare il lavoro a don Fernando. Ma penso che vi troviate come davanti a due piatti: in uno ci sono pochi mesi di vita e intanto miseria senza speranza; sull’altro la ripresa, una salute che potrebbe definirsi in poco tempo accettabile e un lavoro assolutamente dignitoso che vi farebbe conoscere sotto un altro profilo da tutto il paese>>

<<Quale profilo, dottore?>>, mormorò il malato grattandosi la barba ispida e sporca che non si tagliava da settimane.

<<Quello di un uomo capace, pulito fuori e anche dentro, finalmente. Che dà un contributo a far andare avanti questo benedetto paese. E che si mostra in grado di guadagnare onestamente quanto necessario a mangiare e vestirsi e permettersi qualche libro, il giornale quotidiano, delle amicizie. Anche se ormai lontano dalla ricchezza di un tempo, sia chiaro>>

<<Pulito? Ma dottore, se sapeste la feccia che frequentai un tempo … tra certi pendagli da forca di Palermo e Napoli, compresa la mia ex moglie. Altro che i Florio di dieci anni fa, che mi avevano accolto come un figlio … Penso proprio che sia tardi, e che devo aspettare la signora dal mantello nero>>.

Lo guardò con severità e a bassa voce lo rimproverò, come se avesse davanti una persona di trent’anni di meno, un testardo adolescente quindicenne:

<<Ma cosa dite, siete uscito di senno? Avete quarantun anni e potreste viverne altri venti e più. Volete rinunciarvi, ecco la verità. E perché, per punirvi? Non sono uno psichiatra né uno psicologo, non ho letto i libri di quel medico viennese …>>

<<Sigmund Freud>>, rispose il malato con un vago sorriso che gli scoprì qualche dente marcio e le gengive insanguinate.

<<Ecco, proprio lui. Vedo che conoscete più cose di quanto non vogliate far credere. Non siete un cretino, né un alcolista nato e cresciuto. La vostra è una risposta al destino cinico e baro, come si dice. Ebbene ve la dico io una cosa: il destino … mia piccola filosofia quotidiana …. NON ESISTE! Noi possiamo e DOBBIAMO cercare fino all’ultimo respiro di migliorare e se siamo in una fogna uscirne. Voi siete su un bilico: siete alcolista, non sono incline ai giri di parole, lo sapete ormai. Ma ve lo dico perché è una verità per spingervi a uscirne, non la condanna che voi credete dovreste espiare. Pensate almeno un po’ a quanto vi ho detto adesso. Prendete le pillole per la pressione e per il cuore, capito? PRENDETELE E MEDITATE>>

Aveva alzato un po’ la voce in una sapiente mistura di saggezza, umanità e tentativo d’instillare forza in quel corpo sfatto e in quell’animo a terra per le troppe bastonate ricevute tutte insieme.

Il commendatore aveva le lacrime agli occhi e dando una carezza sulla testa del ragazzino stava per dire qualcosa al medico: ma non ci riuscì.

Il dottore scivolò via silenziosamente seguito dal figlio.

 

Il secondo paziente della giornata abitava con la famiglia poco fuori Bagheria. Si trattava di Giuseppe Pinuzzu Masciadri di appena otto anni. La famiglia campava decentemente con la coltivazione di vasti terreni di proprietà del barone di Ficarazzi. I coniugi Masciadri avevano messo al mondo otto figli, proprio come i D’Alessandro.

Il ricco proprietario era uno dei pochi sensibile alla condizione dei propri dipendenti, seppur con modi fortemente paternalistici e un approccio non proprio simpatico. Ma conoscendolo se ne apprezzava la capacità di aiutare il prossimo bisognoso.

Nei campi baronali lavoravano il padre e i cinque figli maschi, mentre la moglie e la figlia si prestavano come balie e per lavori domestici in case di benestanti della zona.

Il piccolo Pinuzzu aveva la febbre da una settimana. Malgrado cure amorevoli stava sempre peggio. In prima battuta era stato chiamato, dal provvidenziale barone, il primario di pediatria dell’”Ospedale dei bambini” del capoluogo regionale. Ma la diagnosi era stata di semplice bronchite. Dopo alcuni giorni di peggioramento i genitori si decisero a far venire il medico di paese. Natale non era mai stato geloso di colleghi più conosciuti e valenti; ma non sopportava superficialità e spocchia da aristocrazia medica. Il collega che aveva effettuato la sbrigativa visita era un noto strapotente barone universitario e clinico, che prima di morire sarebbe riuscito a piazzare la bellezza di ventisette allievi. Non tutti erano brillanti e un paio proprio fissa.

Visitando il bambino e facendosi raccontare dalla madre (il resto della famiglia era a lavorare sui terreni baronali) quanto aveva detto il luminare, D’Alessandro si rese presto conto che il prestigioso collega aveva prestato la propria opera come mero favore al latifondista – che era suo creditore per questioni di gioco d’azzardo, di cui il “medicone” era un vero maniaco.

Purtroppo si trattava di una brutta affezione polmonare, probabilmente di origine virale. Una zia cui avevano fatto visita a Sòlunto pochi giorni prima dell’inizio della malattia era intanto deceduta, proprio per un’infezione fulminante ai polmoni; erano stati infettati anche i due figli, presto ricoverati a Trapani. A questo punto del racconto della signora Masciadri, il medico condotto dovette trattenere la rabbia, ordinando l’immediato ricovero del ragazzino alla Clinica universitaria palermitana. Telefonò dalla stazione ferroviaria lì vicina a un suo vecchio compagno di studi, vice direttore della suddetta clinica. Nel giro di due settimane d’intense cure si riuscì per un pelo a salvare la vita al piccolo; ma un polmone era ormai fuori uso. Crescendo dovette fare ogni inverno i conti con influenze e bronchiti; ma campò bene fino ai settanta passati.

I Masciadri non dimenticarono mai che dovevano al dottor D’Alessandro la salvezza del figlio: con sacrificio mandarono a Palagonia per due capodanni di seguito un enorme cesto di dolci e uva passa e vino. Il terzo anno, poco prima delle Feste il dottore li andò a trovare pregandoli vivamente di non farlo più. Faticò non poco a convincerli ma ci riuscì. Se si trattava di compensare in natura visite che non ci si poteva permettere di pagare il medico era ben disponibile a ricevere pollame, uova, frutta, pesce e compagnia mangiando. Ma non tollerava che familiari di pazienti, per di più tutt’altro che benestanti, dovessero sdebitarsi semplicemente perché lui aveva svolto con passione e umanità il proprio amato lavoro.

 

L’ultimo malato della giornata, dopo un paio di casi assai semplici, era un pescatore di Santa Flavia, formidabile fumatore, a letto con una polmonite che stava degenerando. Per ignoranza, sia lui che la famiglia rifiutavano categoricamente il ricovero in ospedale in città; e nemmeno nel piccolo ambulatorio del paese, in cui venivano accolti per urgenze di quarantotto/settantadue ore casi di malati intrasportabili. Malgrado si trattasse di un rifiuto di ospedalizzazione, il medico condotto gli avrebbe senz’altro trovato un letto di lì a un paio d’ore. Nessuno poteva, né voleva rifiutare alcunché al dottor D’Alessandro.

Vittorio non riusciva a comprendere l’ostinazione del pescatore nel restarsene a casa. Suo padre gli disse semplicemente

<<Vedrai coi tuoi occhi e forse capirai>>.

Risposta sibillina che incuriosì ancor più Vittorio che avrebbe voluto, al posto del buon Sauro, un quartetto di scatenati arabi al galoppo per precipitarsi subito a destinazione.

Appena arrivati su una collinetta che terminava in un favoloso strapiombo sul mare il calesse venne “parcheggiato” in uno sterrato a distanza di sicurezza dal precipizio. Sauro si mise a brucare qualche rada chiazza d’erba e attese, paziente come sempre, di riprendere il cammino da fidato autista a quattro zampe.

L’abitazione dei pescatori era una casetta molto meglio conservata di quella dove al mattino avevano trovato Pasquini era. Il cognome esatto non lo si seppe mai: una volta sembrava Di Vincenzo o Vincenti, forse Vicenzi. Alla fine, la gente in paese si era scocciata, appioppando per comodità il soprannome di l’omu pisci e per esteso alla di lui famiglia quello di i piscaturi, visto che si confondevano con quell’attività esclusiva. In famiglia tutti vi si dedicavano: padre, madre, tre figli e una vecchia zia che si occupava di preparare il pescato per la vendita

La “casuzza” era discretamente tenuta, ma ingombra di ogni ben di dio legato alla pesca: lenze, ami, coltelli grandi e medi e piccoli, trappole, un paio di lanterne da barca per la pesca notturna, cappellacci di lana per l’inverno. Il tavolaccio della cucina era ricoperto di pesci di tutte le forme e specie che la zia stava verificando e selezionando, a volte preparando a seconda del taglio e della specialità da vendere. Per terra erano numerose le macchie di sangue essiccato da anni, un colore che in passato era stato rosso scuro, ma che adesso era quasi nero o marrone, ricordando le scatarrate di un vecchio incallito masticatore di tabacco.

I familiari erano tutti presenti a quell’ora, poco prima di cena. Si alzavano verso le tre o le quattro per andare alla spiaggia e mettersi in navigazione col barcone. Salutarono con un vago cenno senza nemmeno un accenno di sorriso o una carezza a Vittorio. Il ragazzino non si dispiaque immaginando che il puzzo di mare gli sarebbe rimasto attaccato addosso per settimane. L’odore, infatti, era ben più invadente che nelle grandi pescherie del centro storico di Palermo. A D’Alessandro junior non sembrava un’abitazione di umani, seppur modesta, quanto un ricovero dove vivevano strani esseri: sorta di pesci a due zampe che non parlavano ma fissavano gli intrusi, come il medico e suo figlio, con un paio di occhi enormemente distanti, abituati agli abissi mediterranei.

U piscaturi, meglio l’omu pisci, giaceva su un lettino cigolante, appoggiato a un muro che risultava l’unico privo di schizzi di sangue e chissà quali residui di fauna marina. Il respiro del padrone di casa era un alternarsi di fischi e colpetti di tosse; sembrava non riuscire a liberarsi di qualcosa che gli ostruiva polmoni e gola. Dimostrava una cinquantina d’anni, così gettato in quel giaciglio mezzo disfatto, la barba lunga e nera come pece, i capelli radi sulla testa e lunghi su collo e tempie.

Al discreto <<buongiorno>> del medico, replicò con un grugnito.

Per precauzione D’Alessandro fece restare fuori il figlio, indossò guanti e mascherina e si mise a esaminare per bene il torace del paziente.

Vittorio ubbidì e invece di aspettare in cucina preferì mettersi a carezzare Sauro e guardare la distesa azzurra a perdita d’occhio, immaginandosi il luogo in cui s’incontrava con il bianchiccio nuvoloso del cielo. Il cavallo gli “fece le fusa”, come dicevano i ragazzi di Palagonia: nel suo strusciare la testa marrone e la criniera nerissima poteva effettivamente ricordare un enorme  gattone, snello, dai muscoli che davano la sensazione di poter condurre chiunque a migliaia di chilometri di distanza senza alcuno sforzo.

Intanto il papà combatteva con quella famiglia di ostinati e asociali. Nessuno era mai riusciti a legare con loro, o almeno a far due chiacchiere. Apparivano improvvisamente al mercato centrale di Bagheria, montavano la loro bancarella ricolma di pescato del giorno e appena guadagnato quanto bastava per sfamarsi e magari mettere da parte una o due lire, se ne tornavano a casa. Raramente scambiavano parola, persino fra loro. Del resto parlavano un dialetto stranissimo, probabilmente infarcito di termini greci o albanesi. Qualcuno sospettò che venissero proprio dalla zona della Sicilia in cui si parla tutt’oggi albanese – anche se i siculi un tempo la chiamavano Piana dei Greci, oggi degli Albanesi.

A tradurre spesso ci pensava il figlio minore, l’unico che avesse il diploma di scuola media inferiore. Gli altri due erano, rispettivamente, analfabeta e con licenza elementare.

La situazione dei bronchi era ai limiti del disastroso: l’unica possibile speranza, non certezza, era rappresentata da un immediato ricovero a Palermo, nell’ottimo reparto specializzato in affezioni polmonari e delle vie respiratorie. Il primario era buon amico di D’Alessandro. Madre e figli – la zia era rimasta in cucina a lavorare il pesce – si guardarono con occhi spenti. Sembravano si stessero già recando al funerale del loro marito-padre, anziché decidere il da farsi per tentare di salvargli la vita. La donna acchiappò il maggiore come si fa con un vitello riottoso da ricondurre in stalla e gli sussurrò brevemente all’orecchio.

<<È cosa che more mio padre?>>, biascicò il giovane masticando tabacco.

<<Se rimane qui, di sicuro>>.

Natale preferì rispondere in modo brutale nella speranza di convincere quella mandria di testoni ignoranti. Il non essere andati a scuola era una condizione che il medico non solo non condannava, ma che in genere rispettava, sostenendo che la cultura contadina è misto di sapienza antica e dignità isolana. Ma quando “l’ignorantitudine” – come la chiamava Nunzia, la nutrice – portava a rischiare di far morire un paziente per sciocca malfidenza nei riguardi della moderna medicina, allora subentrava la coscienza professionale del vecchio medico. Le tentava tutte per scuotere quelle strane coscienze, addormentate dalla miseria e dall’odio verso i signuri. Naturalmente quel medico non era paragonabile né ai nobili latifondisti, né ai ricchi borghesi commercianti e professionisti. Ma rispetto a loro, contadini e pescatori, ambulanti e jurnatari (i manovali che prestavano la loro opera a giornata, i precari di un secolo fa) un dottore in medicina, anche se non specializzato né dipendente di un ospedale pubblico o clinica privata, sempre burghisi era e restava.

La risposta era stata compresa da tutti i presenti, malato compreso, che si espresse con un vago sorriso e un improvviso sputo che fece atterrare con rarissima precisione nel catino che probabilmente era stato messo lì apposta. Il medico non riuscì a non chiedersi chi fosse incaricato della vomitevole corvée di ripulirlo – sempre ammesso che lo si facesse.

<<E vabbuono, purtativillo in Paliemmo nu spitali e po’ videmo 99>>.

Il medico si controllò: per la decisione finalmente presa dai familiari gli veniva da tirare un enorme sospiro di sollievo che avrebbe scoperchiato quella casa-pescheria ripulendola e arieggiandola per benino.

<<Ma … ‘na cosa dutturi, l’haiu a dumannari: avemo a spinniri assai piccioli pi fallo stari guarito? Picchì nuatri di piccioli picca n’avemo 100

<<Di chistu un v’avviti a scantari. Po’ sistemamo tutti cosi. Appresso però 101>>

Natale D’Alessandro rispettava assolutamente la povertà. Ma quei Vincenti, o come minchia si chiamavano poi, gli ispiravano diffidenza, oltre a essere considerati in paese in grado di cavarsela, senza certo essere minimamente agiati. Com’era stata formulata la domanda dal maggiore dei figli, così identico agli altri familiari nello sguardo di disprezzo e silenziosa ottusità, ispirava un senso di disumanità nei riguardi del padre. C’era qualcosa di peggio che animale in quell’orrido quadro familiare: Natale pensò che il suo amato Sauro mostrava ben altro affetto verso i propri parenti equini.

Nel giro di un paio d’ore fu organizzato il trasporto in ambulanza per Palermo. Una veloce FIAT venne verso sera a prelevare l’omu pisci. Nessuno dei familiari lo accompagnò. Tre giorni più tardi, dopo essere stato spesso duramente rimproverato da medici e infermieri perché si ostinava ad andare sul terrazzo a fumare come una ciminiera, morì nel sonno. Nessuno era venuto a trovarlo e il funerale fu risolto velocemente alla presenza della vedova e di un solo figlio. In paese ci si dava spesso allo sport della sparrata 102: ma quella volta era giustificata dall’inumano trattamento riservato al capo famiglia. Pochi mesi dopo, così come si erano materializzati anni prima, allo stesso modo madre, tre figli e la vecchia zia pulisci-pesci si volatilizzarono. Dal nulla erano venuti e nel nulla se ne tornarono.

99 E dabbene, portatevelo a Palermo in ospedale e poi vediamo

100 Ma una cosa, dottore, gliela devo chiedere: dobbiamo spendere soldi per farlo guarire? Perché noi soldi ne abbiamo pochi

101 Di questo non dovete preoccuparvi. Poi sistemeremo tutto. Dopo però

102 Sparlare di qualcuno

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