La religione per Vittorio era parte basilare delle abitudini familiari, delle imposizioni scolastiche. Nonché una serie di storie raccontate dal parrino e un costume seguito dalla stragrande maggioranza della popolazione.

In realtà si dovrebbe parlare di unanimità, visto che fino ai sedici anni – quando iniziò il triennio liceale – per lui gli atei semplicemente non esistevano, non avendone mai visto. Come per la neve e gli africani, gli squali e gli americani: mai incontrati. Gli fu spiegato soltanto dallo Zu Fefé che invece tali persone atee c’erano e che erano accomunate dal   fatto di

<<non credere in Dio>>.

<<Cosa vuol dire non credere in Dio, Zu Fefé?>>, gli chiese durante una delle serate trascorse in giardino con qualche nipote a discorrere di quelle che lo zio, tanto erudito quanto eccentrico, definiva “questioni esistenziali”. Quella sera, poi, erano proprio soli.

<<Vedi, Vittorì, è interessante che tu mi faccia questa domanda. Cioè, non riguardo a Iddio ma a coloro che lo negano. Anzitutto, sono io che chiedo a te: chi è Dio?>>

<<Ma che domanda mi fai? Amunì cà un si babbia cu sti quistioni 103>>, replicò con un sorriso intimidito.

<<Vidi cà un babbio manco pi nenti.104 Vediamo cosa mi rispondi, forza>>

<<Beh, è ovvio: Iddio è nostro Signore, creatore ….>>

<<Ah, beddu miu. Ma io non ti ho mica ordinato di ripetermi pedissequamente quello che t’insegnano da anni al catechismo>>

<<Pedissemente? Che vuol dire?>>

<<Scusami, mi è scappato un parolone …. Diciamo che è come dire parola per parola, sai … come quando reciti una poesia che il professore vi ha comandato d’imparare a memoria>>

<<Perché dici sempre “ordinato” e “comandato”: non siamo mica in carcere>>, protestò il nipote.

<<In carcere no di certo. Però scuola e caserma, allievi e soldati molto simili sono. Pensa che ti succederebbe se un giorno ti presentassi in classe senza aver studiato, che so … una poesia, o senza aver fatto le espressioni di matematica. Ricevi un 3 o un’impreparazione sul registro. E con tre o quattro di seguito verrai bocciato a giugno. Sai che divertimento per tutta la tua famiglia!>>

<<Beh, anzitutto per me>>

<<Giustissimo! Voglio solo dirti che … insegnare non significa comandare ma far venir fuori cose … idee, concetti che conosciamo, o che almeno sappiamo come mettere per così dire in ordine nella nostra testa. Lo vedrai fra … dunque, si … fra tre anni, al primo liceo>>

<<Socrate o sbaglio?>>

<<Bravo, a tredici anni sei proprio sveglio>>

<<Bello sforzo, me l’ha nominato ieri Pepito>>

<<Fra l’altro, tornando al discorso sulla religione ritroviamo anche la filosofia>>

<<Che insegna a pensare, a mettere ordine nelle idee. Giusto?>>

<<Bravo Pepito>>

<<Veramente l’ho capito da quel poco che mi ha raccontato di Socrate, Platone e Astotetele>>

<<Bravo … Allora, torniamo alla questione originaria. Che mi dici se ti chiedo chi è il Signore per te, per Vittorio D’Alessandro? Mi spiego? Non per la scuola o i tuoi genitori o il parroco che ciancia le sue storielle di domenica in chiesa>>

<<È una presenza attorno a noi, che ha fatto tutto quello che ci circonda … il mondo, le genti che ci vivono, i pianeti …. Ha creato l’universo>>

<<Va bene. Ma tu l’hai visto mai?>>

<<No, zio. Però ti posso spiegare … scusa, tu lo sai già … che solo chi ha fede lo può vedere>>

<<Siii … ma la fede cos`è? La impari o la senti dentro? E da dove viene fuori?>>

<<No, dovrei sentirla dentro. Però se a scuola me la spiegano … anzi, no, perché la fede non si spiega, la si … come posso dire>>

<<La si svela?>>

<<Giusto, zio. La si svela. Come una statua coperta da un fazzolettone e poi .. giù il fazzolettone>>, e Vittorio trovando divertente la scena si mise a ridere di gusto, contagiando un attimo anche Ferdinando Castronovo.

<<Ma sotto il fazzolettone tu … la statua, la vedi?>>

<<No, ma so che c’è>>

<<Ottima risposta, ma dal punto di vista teologico. Quindi, anche se una cosa non c’è, ci devi credere>>

<<Devo credere? Tu dici?>>

<<Io non dico nulla. Ti sto solo chiedendo e stimolando un po’ a pensare. Tu lo sai fare molto bene. Quello che devi sviluppare è il TUO pensiero, non quello che ti dicono. O meglio, devi imparare a elaborare quello che ti dicono. Si chiama critica, pensiero critico. Ma anche questo lo studierai in filosofia>>

<<Hai detto il pensiero … critico. Cioè, si pensa e si critica Tizio e Caio>>

<<Non proprio nel senso di dire a Tizio sei vestito male, o a Caio sei un maleducato. Critica è in un senso molto più profondo. Hai davanti a te un’idea, una nozione e la fai tua a modo tuo>>

<<Ma se una poesia la devo imparare a memoria, devo farlo e basta. E poi ripeterla in classe>>

<<No, no. Anzitutto, anch’io ho imparato a memoria decine di poesie: ma questo non mi ha certo impedito di farmi un’idea – mi piace, non mi piace, è scritta in modo pesante, parla male dei contadini, quel personaggio è raccontato male, ecc…. E poi, la costrizione a imparare per forza in quel modo … guarda che ce ne sono altri. La lettura ad alta voce e il discuterne tutti in classe con l’insegnante. Ma oggi, con il duce, il re, il papa e tutti i preti in mezzo ai cugghiuni … è troppo presto. Verrà un giorno in cui saremo tutti liberi ed eguali. Questa è la mia fede. Ma … mi raccomando, non parlarne a scuola né in casa. E soprattutto non con don Ferdinando>>

<<Meglio di no, eh?>>

<<Infatti, Vittorì. Oggi chi pensa con la propria testa, finisce che gliela rompono col manganello. O magari gli ci piantano una pallottola>>, osservò lo zio con tristezza.

<<Domani ci vado alla processione? E se Dio e la fede fossero tutte fissarie, Zu Fefé?>>

<<Ma no, vacci, vacci. È un’occasione per assistere a uno spettacolo che vale un’opera lirica o una commedia teatrale. Meglio di un film, che è pure muto>>

<<E che succede in una processione? Ci sono cristiani mascariati 105 che si portano appresso le statue, no?>>

<<Ma non è mica tutto lì, Vittorio beddu. C’è tanta gente che anima il corteo, e si mette ai lati a fare ‘na bedda vucciria 106. Ogni tanto ci si ferma, come davanti alla casa del sindaco, di una persona ormai scomparsa che ha fatto del bene E poi si passa davanti alle chiese minori. Non ti dico altro: vedrai con i tuoi occhi>>

<<Un’ultima cosa che non mi è chiara, zio. Ma tu sei ateo, no? … cioè, per te Dio non esiste. E allora, la processione? Ne parli affascinato, gli occhi ti brillano>>

<<Vero, ragione c’hai. Potrei dirti che una manifestazione di credenze popolari, entusiasmo, tradizione non è in sé qualcosa di negativo. Oppure, che si può ammirare un simile spettacolo senza però essere religiosi. Ma ti dico molto più semplicemente che tutto questo mi piace assai per i-n-v-i-d-i-a>>, scandì lettera per lettera, guardandolo fisso negli occhi e sporgendo il mento coperto di barba grigio-bianca.

<<Perché si divertono e tu no? Ma se sei così bravo con noi nipoti a farci passare pomeriggi stupendi, dai, zio Ferdinando?!?>>. Forse un’altra volta soltanto l’aveva chiamato “zio Fernando”; segno che Vittorio era serissimo in quel momento.

<<No, caro. È invidia bella e buona per tutti i miei simili che credono, hanno fede e speranza. Magari confusa, abitudinaria, anche nutrita dall’ignorantitudine – come dice la nostra Nunzia, ah? – ma comunque credono. Io no: so soltanto che quando morrò tutto sparirà per me. Solo per me, perché sarò io a morire. Mentre rimarranno tutte le persone, gli oggetti e gli animali che riempiono il mondo. Il mondo ci sarà e io non ci sarò più. Non so se sei in grado di capirmi, non t’offendere>>

<<Si, credo di capire. E la cosa ti rende triste?>>

<<Direi quasi mai. Solo qualche volta, sai … la notte, tua zia russa e io dopo aver letto due o tre ore, quando il sonno non si fa vedere, ‘stu grannissimo curnutazzu cà un mi lassa in paci nanticchiedda 107, allora mi passano questi pensieracci per la testa. Ma poi m’addummisciu e un ci penzo chiù 108>>

Vittorio diede un puffetto sulla guancia allo zio e se ne andò a fare una bella corsa liberatoria dai pensieri con la sua nuova bicicletta rosso fuoco.

 

Il giorno della manifestazione religiosa, la principale di Bagheria nel corso dell’anno, il paese era completamente trasformato. Negozi e uffici e scuole e studi professionali chiusi. I terreni coltivati abbandonati dai contadini e i cantieri edili dai manovali, mentre le spiagge da dove partivano le barche dei pescatori erano ingombre di lenze e reti, con tutte le imbarcazioni lasciate sulla spiaggia. Come un branco di leoni marini addormentati, la testa abbandonata sulla sabbia.

Don Fernando Guccione e don Quintino Volbein si erano dati un gran da fare già da un paio di settimane. Ma quel mattino c’era un vero e proprio piccolo esercito di assistenti di parrocchia e studenti di catechismo che circondavano parroco e vice parroco, ricevendone ordini concitati e sbrigativi.

<<Sistema quel festone … raccogli le offerte dei parrocchiani che sono già in piazza, corriiii … vai a chiamare il sindaco che è in ritardo….>>

La famiglia D’Alessandro non era al completo; e per ovvi motivi, se la si conosceva. Natale era in giro a far visite urgenti – non c’era domenica per un medico. il che era un ottimo modo di saltare l’ostacolo senza temere reprimende parrocchiali o paesane.

Agata ufficialmente aveva da studiare: in realtà, anche lei, come il padre, era ormai preda di un certo distacco dalle “cose religiose”, come le chiamava.

Vincenzo era a spasso con qualche sua “amica” come sempre – quando non correva dietro il pallone o combinava qualche guaio.

Angelo era in navigazione per un’esercitazione del Regio Istituto Nautico, che frequentava a Palermo con miracoloso ottimo profitto.

Anna era in viaggio a Napoli con il neosposo.

Pia, infine, dava ripetizioni di lingua inglese a due ragazzine libere solo di domenica.

Alla processione, dunque, c’erano andati solo la moglie, Vittorio, Irene, Pepito con le tre cameriere (delle quali una sola in servizio quel giorno).

Alle dieci e trenta del mattino, al tocco preciso della chiesa matrice, la colonna che portava in trionfo la pesante statua della santa protettrice di Bagheria s’incamminò con la tipica andatura delle processioni. Una sorta di marcia e danza contemporaneamente, con qualche fermata e varie corsette che facevano sudare copiosamente i membri delle confraternite: infatti dovevano reggere i robusti bastoni di legno e ferro che circondavano la base dov’era posta la statua.

Il percorso si snodava, come da quasi due secoli, attraverso il paese e parte di una trazzera di campagna, partendo dalla e ritornando alla “cattedrale” – come alcuni paesani chiamavano ironicamente la chiesa principale, risalente alla fine del Seicento.

La durata era sempre intorno a un’ora: quindi abbastanza faticosa, soprattutto per i poveracci che dovevano portare a spalla il pesantissimo catafalco della santa, con tanto di ceri e luminarie e abbellimenti vari. Esteticamente il kitsch vi regnava sovrano, come sempre in manifestazioni analoghe. Le donne sfoggiavano in gran numero abiti tipici della tradizione della Sicilia occidentale, con trionfo di verde e rosso e nero, gonne ampie, mantelline, cappelli esagerati ma molto fotogenici. Peccato che le foto a colori fossero ancora rare.

A Vittorio sembrava che i personaggi del teatrino dei pupi fossero improvvisamente comparsi in fattezze umane, ma con i medesimi sguardi sfuggenti dei burattini siculi. I visi erano in fondo gli stessi d’ogni giorno lavorativo, o di una qualsiasi domenica da vestito buono e rituale corvée in chiesa. La pelle screpolata e rossiccia di chi passa metà delle ventiquattr’ore al sole, le braccia degli uomini bicolori, con l’ombra inequivocabile della canottiera del jurnataro, le rughe già a quarant’anni. E certo non soltanto i maschi.

Bambini e ragazzi di tutte le età, soli o a frotte, s’infilavano fra le gambe degli adulti, urtando tessuti d’ogni tipo e impigliandosi in gonne lunghe, ricevendo qualche incarognito ceffone o benevolo scappellotto. Per loro contava fari vucciria e priarisi da fudda e da festa 110, mentre molti adulti prendevano sul serio la cerimonia vagante. Era come portare in giro una santa autentica, in carne e ossa, farle prendere aria fuori dall’atmosfera stantia della chiesa, impregnata d’incenso e freddi marmi barocchi. Con la luce del sole e la folla attorno adorante, alla Santuzza veniva spontaneo benedire genti e case, e l’armenta, macari 111che davano da mangiare a due terzi del paese.

I nove membri delle tre confraternite vestivano con un mantello nero fino ai piedi, erano scalzi, la testa coperta da un cappuccio con due grandi fori cerchiati di rosso in corrispondenza degli occhi. Il prete aveva spiegato che indicavano il sangue versato dalla santa e testimoniato dalle tre fratellanze religiose.

Il decimo a portare a spalla il catafalco era, per tradizione, come si è detto, il parroco. Dunque, il povero don Fernando. L’anno successivo sarebbe toccato a don Quintino. In realtà, questi si era offerto di aiutare il parroco, o addirittura di prenderne il posto: ma quello si era rifiutato sdegnosamente, come se accettando avrebbe commesso peccato mortale.

Il sole batteva forte, anche se si era appena ai primi di aprile. Quelle centinaia e centinaia di persone lasciarono per strada un ben di dio fra rifiuti e sputi, sudore e lacrime, resti di caramelle e croccanti, bottiglie d’acqua e perfino un paio di vino – anche se era vietato consumare alcolici durante il passaggio della statua.

Il caldo non era una costante: in passato si erano svolte processioni sotto acquazzoni ventosi senza pietà cristiana, con i partecipanti che si erano sorbiti la mezza giornata dall’inizio alla fine rientrati a casa zuppi fin nelle ossa. Tre o quattro anziani erano morti nel corso degli anni di polmonite per il freddo o di ictus per la fatica. Ed erano stati considerati dai più superstiziosi come fortunati inquilini eterni del Paradiso, proprio per l’estremo sacrificio compiuto in nome di Santa Madre Chiesa.

Vittorio si tenne un po’ alla larga dai punti più affollati, trattenuto a volte dalle braccia della madre o di Nunzia, che avevano incontrato, come ogni anno, poco dopo l’inizio dei festeggiamenti. Ogni tanto gli girava la testa con le grida e la gente che si spostava e i ragazzini che correvano come lepri esaltate e i venditori di leccornie.

103 Sai, che non si scherza con questi problemi

104 Guarda che non scherzo per niente

105 persone mascherate

106 una bella confusione

107 questo gran cornuto che non mi lascia un pochino in pace

108 mi addormento e non ci penso più

110 far baccano e divertirsti della folla e della festa

111 e anche gli animali da pascolo

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