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A pochi giorni da NataleVittorio rientrava a casa dopo cinque settimane di ospedale. Stava decisamente meglio: le ferite si erano rimarginate, i giramenti di testa non lo affligevano più, camminava quasi normalmente con la gamba prima piena di ecchimosi; mentre con quella ingessata fino alla dimissione gli restava da zoppicare con un bastone, armandosi di pazienza <<fino a metà del mese entrante>>

come gli aveva assicurato il burbero ma efficace ortopedico.

Il primario lo aveva voluto vedere nel suo studio, assieme al dottor Natale. Il ragazzo era stato riempito di complimenti per come si era comportato nel corso del lungo ricovero, per la pazienza nel sopportare le prime due-tre settimane di forti dolori, per la gentilezza mostrata verso il personale medico, infermieristico e ausiliario dell’ospedale.

Vittorio aveva risposto di essersi trovato come a casa propria; e non era affatto un’esagerazione, visti la simpatia e a volte l’affettuosità che era riuscito subito a guadagnarsi dalla decine di persone con cui aveva avuto a che fare. Natale sorrideva dalla soddisfazione sotto i folti e lunghi baffi bianchi ben arrotolati e tenuti fermi con il sego.

<<Farai strada, dammi retta. Continua a dar soddisfazione ai tuoi genitori e insegnanti. E se posso dare un consiglio…>>, chiese Tortorici voltandosi verso il padre del ragazzo che assentì convinto,

<<cerca sempre di seguire il tuo istinto e il tuo spirito libero. Conoscenza la più ampia possibile, mischiare gli interessi assieme alle materie, ricerca personale. Ecco come crescere scoprendo il mondo e la vita>>.

Per quegli anni, ancora impregnati di spirito tardo ottocentesco e per di più offuscati già da cinque anni di dittatura fascista, parole simili risuonavano come musica mai o raramente udita in una sala da concerto abituata a stolto trionfalismo e vuota retorica.

Il professor Tortorici regalò due libri al ragazzetto rossiccio che aveva visto spesso immerso nella lettura, come fosse proiettato in un altro sistema remoto da quello solare. Si trattava di due libroni impegnativi ma che il destinatario già pregustava di divorare nelle imminenti due settimane vacanziere, prima di rientrare al solito banco e nella solita aula liceali. Il Tolstoj di Resurrezione(scelta inusuale rispetto ai ben più usuali Guerra e pacee Anna Karenina– del resto il secondo era già stato letto da Vittorio proprio in ospedale) faceva compagnia a un altro grosso tomo costituito da I Buddenbrook di Thomas Mann, autore in quegli anni non ancora classico come sarebbe diventato dal secondo dopoguerra in poi. Del resto, nell’imminente decennio uncinato tante sue opere sarebbero state bruciate in Germania.

Il padre, una volta usciti dal grosso edificio che ospitava la clinica universitaria, si fece dare i due libroni. Soppesandoli e leggendo distrattamente la seconda e terza di copertina commentò

<<mmmh … li leggerai davvero, Vittò? A me lo puoi dire>>.

<<Padre, ma cosa credete che il professore stava a babbiare57? Io amo davvero leggere, e tanto. Lo sapete anche voi. Volo con la testa lontano da qui, da questi luoghi e dal calendario, incontro gente sconosciuta, visito paesi che magari non conoscerò mai>>. Si era acceso di passione raccontando della sua attività preferita (a parte le passeggiate e le sbaciucchiate con Eleonora).

<<Bello, ragazzo mio, quando dici “volare lontano dal calendario”, cioè dal tempo … dovresti provare a scrivere un racconto, che so … un abbozzo di romanzo. Magari sei dotato. E chissà che un giorno tu non possa diventare uno scrittore. Ti piacerebbe?>>

<<Non lo so, padre … per ora mi piace leggere e tanto basta. Poi si vedrà>>.

<<Ah, ah, … bravo, ragione c’hai. Poi si vedrà>>, mormorò con un gran sorriso che mostrava alla gente per strada i suoi due dentoni dorati. E prese a braccetto il figliolo, come raramente era uso fare.

 

Con qualche visita prima di Natale da parte di alcuni compagni di classe il giovane liceale ebbe modo di mettersi quasi in pari con lezioni e compiti. Il resto lo avrebbe fatto durante le Feste; periodo che lo aveva sempre entusiasmato, a parte i sempre graditi regali. Dormire più del solito, giocare con gli amici (freddo e pioggia permettendo), studiacchiare senza pressioni professorali e leggere libri su libri – soprattutto a partire dalle medie.

Vittorio aveva una sua piccola maniacalità nel redigere elenchi. Fra questi quello dei libri letti. Tutti, a partire dal primo risalente alla terza elementare, ovvero all’aprile 1922: si trattava del Primo libro di lettura di Tolstoj – decisamente avviato a essere in assoluto uno dei romanzieri preferiti in tutta la vita del futuro docente e saggista. Seguirono a breve distanza di tempo gli altri tre della citata trilogia tolstojana, quindi il Robinson Crusoe di Defoe e addirittura il pacifista Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque; che dopo la marcia su Roma e il passaggio nel ‘25/26 alla vera e propria dittatura mussoliniana sarebbe stato assai malvisto, spesso gettato fra i libri proibiti tanto dal Fascismo che dalla Chiesa. Ma il concetto stesso di “libri interdetti o sconsigliati” a casa D’Alessandro/Castronovo non era accettato. Le smorfie saltuarie davanti a certi testi da parte di alcune ragazze di famiglia, soprattutto Agata e ancor più Irene, furono costante oggetto d’ironia da parte di mamma Maria, ben più aperta delle stesse figlie, e di sfottò in Angelino e Vincenzo, in seguito anche di Pepito e Vittorì. In ogni caso Irene, cattolica iper osservante e dai gusti alquanto casti, presto o tardi si sarebbe gettata nei gialli risolvendo il problema dei “libri maledetti” alla radice. Sangue, omicidi e inchieste truculente non costituirono mai un ostacolo per la divoratrice di diverse migliaia di opere di Christie e Simenon, Van Dine e Chandler, Poe e Stout.

 

Il problema di riuscire a vedersi affliggeva entrambi gli innamorati. L’abitante del remoto Corso dei Mille non immaginava di resistere fino al sette gennaio con la ripresa dei rispettivi licei. Mentre la ragazza pregava la madre, ancora prima che il suo amore venisse dimesso dal suo comodo letto solitario, di poterlo liberamente andare a trovare. In realtà, Maria Baldi non riusciva a rintracciare alcunchè di sconveniente in un paio di visite settimanali della figlia al ragazzo; l’opposto non era prevedibile prima del dopo Epifania a causa della non ancora completa risistemazione della gamba fratturata. La nobildonna bolognese vedeva la figlia da un lato molto diligente, come al solito suo, scolasticamente parlando; d’altro canto si vedeva lontano un miglio marino ch’era innamoratissima del suo ragazzino dai capelli rossi e dagli occhi azzurri. Bastava fare una semplice allusione a Bagheria o ai medici condotti, ai licei scientifici (lei frequentava il classico) o ai migliori amici di Mirko per constatare un velocissimo arrossarsi delle gote e inumidirsi degli splendidi occhi castani della ragazza.

Dunque, la madre dei due gemelli pensò bene di occuparsi direttamente della cosa. Come? Telefonando a quella che una volta aveva scherzosamente definito

<<la mia consuocera>>,

e un’altra volta

<<la mia collega in intrallazzi amorosi fra adolescenti>>,

ovvero la signora Maria Castronovo in D’Alessandro.

E, detto fatto com’era suo costume di femmina pratica e diretta, un pomeriggio dell’antivigilia natalizia, con la scusa di farle gli auguri compose il numero telefonico della succursale palermitana della famiglia D’Alessandro/Castronovo. La conversazione, che avrebbe potuto essere un tantino imbarazzante per molte altre genitrici di ragazzine spasimanti per coetanei, si trasformò subito in una lunga chiacchierata amichevole. La mamma di Vittorio percepiva un‘istintiva simpatia e umanità per quella signora alto borghese, senza peraltro l’alterigia che aveva riscontrato in quasi tutte le “madame” della nobiltà bagherese e dei dintorni. Finirono con il parlottare di figli, letture, viaggi per oltre mezz’ora. In un’epoca in cui il telefono impazzava da un trentennio ma si era comunque abituati a usarlo con parsimonia. Si scambiarono anche un paio di ricette di cucina e la signora Baldi ebbe addirittura modo di apprezzare le ottime capacità conversative della signora D’Alessandro in francese e inglese. E senza aver mai messo piede fuori d’Italia, a differenza delle decine di viaggi, anche transoceanici, della “collega”.

Il risultato, quasi sottinteso, fu il pieno via libera reciproco agli incontri fra i due pargoletti stracotti l’uno dell’altra. A cominciare da un invito a Eleonora già per l’intera giornata del 26. Il giorno dopo sarebbero infatti partiti per Bagheria fino al primo dell’anno. Il 25 e dal due gennaio in poi il dottore era infatti impegnato con visite e un consulto a Trapani.

Vittorio era ormai in condizioni di muoversi; del resto avrebbero fatto il tratto da casa alla stazione palermitana in carrozzella, con gioia dei ragazzi per l’inedito mezzo di spostamento. In paese, poi, o Natale o uno dei figli grandi avrebbero provveduto a scortare l’altra metà famiglia fino a Villa Palagonia.

Fra la fine della pur morbida e ben nutrita quarantena, il rientro a casa, l’intermezzo della settimana nella magione bagherese, il rivedere il padre, in particolare riabbracciare la fidanzatina, Vittorio si sentiva leggermente ubriaco di regali da quella vita appena al suo secondo decennio. Eppure già avviata verso un futuro che sospettava ricco di soddisfazioni, incontri, viaggi, conoscenze, libri, musica, cinematografo.

Un momento di grigio su un cielo che per il resto quasi a rappresentato dal confronto con Eleonora sul tema che molto gli stava a cuore: emme come Mirko.

Si trovaronoa far due passi, alquanto zoppicanti ma temperati dalla pazienza innamorata della ragazza di casa Baldi. Non andarono oltre la stazione e i viali circostanti. Vittorio si muoveva circospetto e aiutato da due stampelle di ferro, grezze ma assai resistenti. Gli veniva da sorridere incrociando qualche anziano, egualmente supportato da bastoni o stampelle. Sentiva quanto il fattore anagrafico fosse sovente del tutto relativo, fino a far sentire un paio di settimane di vecchiezza perfino a un quattordicenne scriteriato guidatore di velocipede.

Si sedettero su una panchina in un giardino pubblico attorno a una piazzetta dietro la stazione centrale, particolarmente trafficata per l’avvicinarsi delle Feste. Lo spettro del black Friday 1929 di Wall Street era ancora di là da venire, mentre l’Italietta mussoliniana cominciava a mostrare i muscoli ai principali partner europei, pur senza quel delirio di onnipotenza che si sarebbe impossessato di essa nel decennio a seguire, a imitazione della Germania nazista. Parlare di <<benessere nazionale>> sarebbe stato certo esagerato: ma non c’è dubbio che attorno a Natale e Capodanno della seconda metà anni Venti la gente si affannava a comprare, in molti quartieri, in una città come Palermo. La capitale sicula tentava d’imitare le ben più grandi e benestanti Roma, e ancor più Milano e Torino. Il via vai si percepiva, si sentiva, in un confuso caravanserai di famiglie il sabato e i tardi pomeriggi della settimana lavorativa.

Era l’ultimo venerdì prima di Natale quando i due ragazzi si godettero il primo spazio di libertà all’aria aperta dai giorni convulsi dell’incidente e del ricovero, quando si era temuto per la vita di Vittorio.

Parcheggiato sulla panchina il corpo ancora vagamente malandato, il ragazzo di Corso dei Mille respirò a pieni polmoni suscitando il sorriso ironico della ragazza che lo accompagnava con sguardo illuminato e modi premurosi.

<<Ma cos’hai da respirare con tale trasporto romantico, scemo che sei? Siamo mica a Madonna di Campiglio o a Sankt Moritz>>.

<<Che hai da prendere per i fondelli, ragazzina? Dopo settimane di clausura in ospedale e poi a casa … non hai l’idea del piacere che mi da inspirare ed espirare senza percepire traccia di medicine e disinfettanti e garze e coperte lavate di fresco>>.

<<A Londra i gas di scarico di auto, bus, taxi, camion, moto lo chiamano smog. E cominciano a studiarne gli effetti nocivi sugli esseri umani in città>>, raccontò Eleonora che leggeva a volte The Times portato dal padre o dalla madre.

<<Boh,…>>, sbadigliò annoiato Vittorio, per coprire la sottile invidia per i connotati internazionali della famiglia Baldi.

Trascorsero qualche minuto a occhi serrati percependo alcuni uccelli fischiettare, incuranti dei passanti affannati per le ultime faccende o compere della giornata.

<<Ho visto Mirko in clinica, un paio di settimane fa. E abbiamo parlato>>

<<Ah … e di che, di grazia?>>.

La sorella del citato amico mostrava uno strato di curiosità e diffidenza che a Vittorio ricordò un rampicante che s’insinua ostinato sul muro di una villa di campagna.

<<Beh…>>, Vittorio eraimprovvisamente bloccato, ricordando un ghiro che si risveglia, sta per uscire dalla tana e improvvisamente resta a metà, incerto su quale direzione prendere.

<<Beh? Che ti prende all’improvviso, Pel di carotone>>, come Eleonora a volte lo chiamava. E gli assestò un bacione affettuoso, più ancora che un bacetto d’amore.

<<Abbiamo parlato un po’ di noi … o meglio, gli ho chiesto cosa pensava di … si, insomma, di … noi due insieme>>.

<<Cioè, fammi capire bene … parli di noi due, poi invece chiedi cosa pensa … sempre di noi due, mio fratello. Ma cosa c’entra lui? Posso permettermi di chiedertelo o è troppo disturbo?>>.

Ecco! Come il ragazzo temeva lei si stava innervosendo. Ma lui non era capace o maturo abbastanza per provare a mettersi un attimo nei suoi panni. Mettere in mezzo il fratello? Poteva forse meravigliarsi che fosse infastidita?

<<Mi spiego>>.

<<Ecco, bravo. Sarà meglio>>. E la mano di lei che stringeva quella di lui scivolò via, come un nascosto meccanismo automatico che rispondesse alle parole che si dicevano.

<<Ho avuto l‘impressione … e ce l’ho tuttora, che fra prima che ci fidanzassimo e dopo Mirko sia … cambiato. Verso te non posso saperlo: quando siamo insieme tutti e tre non mi sembra. Ma di sicuro è cambiato nei miei riguardi>>.

<<Ecomesarebbe cambiato, di grazia?>>. Eleonora sibilò la domanda con sguardo di ghiaccio.

Vittorio esitava a parlar chiaro. Temeva di ferirla o dire comunque parole fuori posto, o essere equivocato. In ogni caso, non sopportava il rischio di deluderla; anche se faceva contemporaneamente capo all’idea forte che aveva di lei, come di una ragazza in gamba e intelligente assai per non equivocare il senso di qualsiasi cosa avesse detto.

E finalmente gli uscì fuori una parola, una sola, inequivocabile per lei e per tutto il mondo circostante.

<<Gelosia>>.

La pronunciò sforzandosi al massimo in un incrocio fra chiarezza di articolazione e animo sereno. Come se il modo di dire potesse influenzare il significato della parola, potenziandola o sminuendola.

La ragazza lo guardò fisso per lunghi momenti. Avrebbe anche potuto farsi buio e loro due sarebbero rimasti lì a vegetare, pressocchè silenti e immobili. Coppia di piante in attesa di un caritatevole annaffio d’acqua, umana o piovana.

Il viso di Eleonora restava  quasi murato nella medesima espressione iniziale. Il corpo, invece, cominciò a essere scosso da piccoli fremiti che via via crescevano d’intensità e si diffondevano in ogni cellula, in ogni centimetro di pelle, in ognuno delle decine di migliaia di capelli, sfiorando i miliardi di neuroni.

L’effetto cominciava a essere forte, mentre Vittorio pensò che era come se la sua Eleonora piangesse a dirotto ma soltanto con il corpo. Mentre testa e collo sembravano appartenere a un’altra persona.

Una tale scissione colpì profondamente il quattordicenne, che temette che la coetanea stesse impazzendo. Per un istante si figurò addirittura una sorta di fumetto o racconto di fantascienza, con due persone in cui lei si scindeva. Da un centro scientifico di qualche scienziato pazzo arrivavano una testa e un corpo, visibilmente appartenenti l’una a un altro corpo, e l’altro a una seconda testa. Quindi, il capo di Eleonora si ricomponeva con il corpo appena arrivato, mentre il corpo di lei si univa alla testa della sconosciuta. Istintivamente Vittorio arrivò a stropicciarsi gli occhi come se fosse tormentato dal dubbio amletico di star sognando.

Si chiese poi se le lacrime non spuntavano sul viso, quale fosse l’equivalente nel corpo. Gli venne l’idea che Eleonora potesse farsi la pipì addosso: emerse nella testa di Vittorio questa analogia.

Poi lei si abbandonò finalmente al pianto, quello vero e sano. Il viso solcato di lacrime veniva lentamente asciugato dalle mani intrise di dolcezza del suo innamorato. Ma non faceva in tempo a rimuovere le tracce salate e liquide che altre ne spuntavano da quella coppia di occhi nei quali lui avrebbe voluto in quel momento gettarsi. Come un Nettuno in grado di calmare in due secondi un oceano di acque mai state così agitate.

Il tempo sembrò fuggire via per mezzo pomeriggio. Si sarebbero regolati con il sole. Forse. Era troppo urgente per il loro sentimento restare lì anche per ore e ore. Tanto per lei quanto per lui.

A un certo momento gli venne in mente un’idea che più tardi avrebbe considerata folle ma che risultò risolutiva. Pensò a una canzone inglese in gran voga durante la Grande Guerra, cantata a squarciagola dai fanti con l’Union Jack nelle trincee di Belgio e Francia. Ne conosceva solo le prime due strofe, ma si concentrò tanto profondamente che alla fine riuscì a calmare realmente la strana meravigliosa adolescente, stretta lì disperata fra le sue braccia ancora senza un apparente perché.

 

Up to mighty London
came an Irish lad one day,
All the streets were paved with gold
So everyone was gay!
Singing songs of Piccadilly,
Strand, and Leicester Square,
‘Til Paddy got excited
and He shouted to them there:

It’s a long way to Tipperary,
It’s a long way to go.
It’s a long way to Tipperary
To the sweetest girl I know!
Goodbye Piccadilly,
Farewell Leicester Square!
It’s a long way to Tipperary,
But my heart’s right there.

 Ovvero:

Nella mitica Londra
un giorno arrivò un Irlandese
le strade erano ricoperte d’oro
e perciò tutti erano felici
e cantavano canzoni di Piccadilly,
dello Strand, di Leicester Square,
fino a che Paddy si emozionò
e gridò loro:

È lunga la strada per Tipperary,
è una lunga strada da percorrere,
è lunga la strada per Tipperary
per andare dalla ragazza
più dolce che conosco,
addio Piccadilly,
addio Leicester Square,
è lunga la strada per Tipperary,
ma il mio cuore è là

 

Eleonora reagì rilassando il corpo e prosciugando gli occhi e calmando il respiro. Infine si drizzò, tenendo sempre la mano di Vittorio nella sua. Le loro estremità erano ormai umide, caldissime, indolenzite. Come appartenessero a un’unica persona o se le fossero scambiate.

 

57stava scherzando