A un certo punto il lungo corteo, nel punto massimo d’affollamento – si era poco prima di pranzo e al termine della processione – passò sotto casa di don Ciccio Vitale. Si trattava del più potente capo mafia nel “mandamento” 112 di Bagheria-Aspra-Ficarazzi, cui spettava, per tradizione, l’omaggio sotto casa: il classico “inchino”, la sosta e poi la ripresa del cammino. Naturalmente il boss faceva sempre in modo di non mancare alla cerimonia. La prima parte la seguiva personalmente a piedi con un paio di scagnozzi scelti fra i più presentabili per faccia e abbigliamento; per poi tornare a casa in tempo ad affacciarsi al balcone del primo piano.

Essendo la prima volta che a Vittorio capitava di essere presente (e anche l’ultima, come si ripromise) osservò la scena con attenzione. Don Ciccio era grassottello e di altezza media, le guance sempre ben rasate ma con l’indelebile grigio sulla pelle, sopracciglia folte e un paio di denti d’oro che sfoggiava spesso per il continuo sorridere a destra e a manca. Aveva i modi dell’improbabile incrocio fra un vescovo di mezza tacca e un latifondista di livello medio. Senza che peraltro i paramenti dell’uno e il benessere dell’altro riuscissero a cancellarne l’odore di terra e le mani callose di chi proviene dal mondo contadino. Era e restava un viddano, ma con la capacità di apparire arrinisciuto 113 – anche se solo a occhi poco svegli. Aveva imparato a bere sollevando il mignolo a mezz’aria: ma era solo una scusa per esibire l’anellone d’oro massiccio con il simbolo del suo presunto casato. Aveva infatti la mania della nobiltà e si era inventato una discendenza – ovviamente del tutto fasulla – dalla famiglia dei Sunseri di Villafiorita, che lui indicava come baroni. E per la proprietà transitiva degli scimuniti che ci credevano, era barone anche lui. Aveva perfino costretto un esperto rinomato di ascendenze aristocratiche, con tanto di lupara puntata alla tempia, a redigere un documento immaginario che attestava tale parentela. Da quel momento si contarono ben sei persone che si beccarono una pallottola alla gamba o al braccio come avvertimento per non averlo chiamato <<barone>> e non esserglisi inchinati con deferenza. Se prima dei ferimenti qualcuno ci aveva anche sorriso, da quel momento tutti si adeguarono per mantenere gli arti intatti.

Nei primi anni Dieci don Ciccio, poco più che trentino, si era fatto strada velocemente nella “famiglia” di don Franco Semenza, vecchia figura di capo mafia ormai sorpassato. E infatti non tardò ad approfittarsene proprio Ciccio Vitale. Nel farlo si dimostrò vero contadino, come recita un vecchio adagio del mondo campestre: <<scarpe grosse e cervello fino>>. Prima con un trabocchetto fece fuori i due luogotenenti, addebitando all’uno l’omicidio dell’altro e viceversa.

Una volta preso il loro posto, si mise in evidenza come fidatissimo e unico braccio destro dell’ultrasessantenne boss, che cominciava a combattere una dura lotta con l’abbassamento della vista, l’ipertensione e un accenno di diabete.

Infine, quando Semenza non riuscì a spuntarla in un affare di bestiame – oltre cinquemila capi, quindi un’occasione di guadagno davvero rara – prima che lo perdesse definitivamente s’intrufolò Vitale, facendo finta che il suo capo ci avesse ripensato e accettando il ribasso nel guadagno e “l’aumento delle bocche da accontentare”.

Poi fece fuori in un colpo solo, durante una cena conviviale, i cinque della banda che aveva proposto l’affare. Propose a Semenza di ritirarsi: ma davanti al suo rifiuto testardo, si risolse ad accoppare anche l’ormai vecchio capomandamento.

La “commissione” era stata tenuta regolarmente al corrente e aveva approvato tutte le mosse di Ciccio. E questo era stato il tocco da maestro: non far nulla senza il permesso dei “capi dei capi”, e al contempo convincerli con la sua oratoria grezza ma efficace nell’ambiente mafioso di quei tempi.

A metà anni Venti, dopo una serie di accorti compromessi con le autorità fasciste e dopo aver infilato alcuni suoi uomini nella federazione del fascio, don Cicciuzzu poteva ben dirsi soddisfatto. A manco cinquant’anni era padrone di decine di chilometri di territorio, riceveva i soldi per la protezione di campi, bestiame, raccolti, famiglie intere che vivevano e lavoravano ormai per lui o i suoi amici.

Dei nobili rimasti, due si trasferirono a Palermo e uno a Roma dopo aver venduto le proprietà; tre o quattro si allearono con la mafia, mentre gli altri indossarono la divisa da quadri o dirigenti del PNF – il che era praticamente come essere alleati contemporaneamente ai fasci e ai mafiosi.

Il padrone di mezza provincia di Palermo amava definirsi alla siciliana: <<sugnu omo tutto casa e putìa>> 114.

Curava i propri affari assai estesi e complessi, si occupava con molto affetto, misto a severità, dei propri tre figli facendoli studiare il più possibile. Il risultato fu che, a memoria di bagherese e palermitano, furono i primi pargoli di un capomafia d’alto livello ad arrivare a professioni oneste, intellettuali o di concetto: un ragioniere impiegato al catasto cittadino, un commercialista che finì col gestire oltre duemila clienti,e infine un medico veterinario che girava per le campagne con una passione assoluta per ogni animale ci fosse da curare.

Restava però un ultimo ostacolo per la pax absoluta di Vitale: un muro umano pertinace e insormontabile, a meno di non eliminarlo politicamente o proprio fisicamente. Il capo della CGIL di Palermo e provincia.

Ninni Galluzzo si era impiegato già a dodici anni come aiutante in un cantiere edile nel 1905. Veloce d’intelligenza e capace di mano, nel giro di un paio d’anni aveva imparato tutto quel che c’era da imparare sulla maestria in edilizia. Riusciva a fare un muro a secco in modo più lesto di qualsiasi manovale esperto; per di più, con la massima precisione. Nello stesso tempo studiava la sera per diventare ragioniere, riuscendoci molto bene nel ‘916.

Dopo anni con la testa solo a lavoro, studio e alla fidanzata Rosa – che sposò appena divenuto ragioniere – maturò anche una crescente sensibilità per i problemi dei lavoratori. L’ascesa del fascismo aveva scatenato in lui una rabbia almeno pari a quella provocatagli dall’arroganza e dallo sfruttamento secolari esercitati dall’aristocrazia terriera.

Era arrivato a dirigere il sindacato più numeroso in Italia prima della “marcia su Roma”. Con le “leggi fascistissime”, emanate nel corso del biennio 1925/26, il regime che si avviava ai tristi “splendori del totalitarismo”, lo strapotere dei padroni fondiari e dei loro gabelloti, la protezione doppia che ricevevano da parte di mafia e fascismo (alleati di ferro) avevano allontanato migliaia di contadini da qualsiasi attività sindacale. Troppo mefitico era il miscuglio fra paura, disperazione, senso di accerchiamento, solitudine che afferrava alla gola tanti lavoratori della terra. In effetti in pochi s’iscrissero al fascio, mentre cercarono al contempo di tenersi alla larga dai giri mafiosi. Ma una minoranza era ancora testardamente in sella a quel poco di organizzazione CGIL e PSI rimasta.

Per i comunisti il discorso era diverso: nati appena pochi anni prima (nel gennaio 1921, al congresso di Livorno) stavano lentamente ma inesorabilmente crescendo, maturando alla durissima scuola della lotta clandestina, magari del temporaneo esilio, carcere, confino.

Ninni Galluzzo, poi, non cercava neanche di vivere una doppia vita, lavorando sottobanco per gli ideali di giustizia e solidarietà, antifascismo e democrazia diretta. Pur non arrivando a organizzare comizi e volantinaggi – ai quali peraltro avrebbero aderito forse in tre-quattro, eroi o incoscienti – tuttavia girava, discuteva, manteneva fili preziosi, eppur difficili, da coltivare. Era stato arrestato almeno una decina di volte, trascorrendo in carcere un totale di due anni e mezzo: adunata sediziosa, protesta non autorizzata, propaganda antifascista, calunnia, minacce a pubblico ufficiale, vilipendio alla bandiera, vilipendio alle forze armate, attività sovversiva.

Galluzzo già da giovanissimo aveva capito che lottare contro la mafia era necessario, e al contempo un’idea suicida. Lo stato di paura, l’omertà, la collaborazione e la corruzione che legavano i boss e i rappresentanti dello Stato (liberale prima, fascista poi) erano ostacoli fondamentali da rimuovere, se si voleva ridare vita e libertà, eguaglianza e progresso al Sud Italia. Alcuni libri di Marx e Lenin li aveva letti: ma era soprattutto il segretario generale del piccolo ma crescente Partito comunista, l’altrettanto piccolo ma geniale sardo emigrato a Torino, Antonio Gramsci, ad attirare l’interesse e l’ammirazione del giovane dirigente sindacale. Aveva cominciato anche a studiare le inchieste sul meridione: dal classico di Franchetti e Sonnino ai lavori di Fortunato e a quelli di Salvemini.

La mafia aveva un volto e un nome a Bagheria: quelli di don Ciccio Vitale. Galluzzo disperava di ricevere aiuto dalla PS e dai Carabinieri (erano appena stati trasferiti al Nord, rispettivamente, un commissario e un capitano per essersi mostrati troppo ostinati nelle indagini). Il che significava fare propaganda, cercare di sollevare contadini, manovali e commercianti contro la banda del mammasantissima non ancora cinquantenne – e già sovrano assoluto su tutta la zona. Ma era un’impresa ai limiti dell’impossibile: visi diffidenti si voltavano in silenzio dall’altra parte, porte venivano sbattute in faccia, riunioni per far prendere coscienza finivano deserte. Visto, poi, che il giovane sovversivo continuava imperterrito (e non lo si poteva certo scaricare in Veneto come fosse un dipendente del Ministero degli Interni), allora cominciarono gli “avvertimenti amichevoli”. La motoretta comprata con tanta fatica venne fatta precipitare da un’alta roccia in quel di Mongerbino; il fratello più giovane in un agguato notturno subì la frattura dei femori e passò settimane in ospedale; scritte minacciose furono dipinte nottetempo sulle mura della modesta casa, dove abitava assieme alla moglie incinta (che per precauzione riparò dalla famiglia di una cugina, nella remota provincia di Ragusa).

La risposta di Galluzzo fu la seguente, unica per coraggiosissima improntitudine. Decise di affrontare il capo mafia in pieno giorno, un sabato estivo, con il corso Butera affolato di sfaccendati e intere famiglie a passeggio.

Il bar principale era co-gestito da una coppia di sessantini rientrati da pochi mesi da New York per trascorrere la vecchiaia nella loro Bagheria, dando una mano ai figli, da anni proprietari del locale. A un tavolo erano seduti mamma Maria, Agata, Vittorio e l’amico Ciro. Si stavano gustando dei meravigliosi spongati quando notarono un assembramento: don Ciccio era sbarcato nella zona, col seguito al completo. Una dozzina fra moglie, tre figli, un cognato e vari scagnozzi, oltre a un paio di guardiaspalle. Con aria pacifica, grattandosi a turno la panza prominente e le guance grige di barba, il pezzo da novanta distribuiva strette di mano e promesse di aiuti vari, rassicurava chi era in cerca di lavoro o di un’abitazione. Chi gli baciava l’anello, chi la mano, mentre alcuni omaggiavano la signora e altri davano due carezze ai ragazzini adolescenti. Nel giro di mezz’ora passarono il sindaco, il vice sindaco, tre assessori, il vice federale e il segretario della locale Casa del Fascio. Nell’aria si respirava un disgustoso misto di ossequio e paura, rozza convenienza e captatio benevolentiae. Tutti cercavano contemporaneamente di ricevere e dare: favori e scambi, accordi e contrattazioni, proposte di acquisti o vendite e informazioni. Al centro di tutto e tutti, come assiso su un immaginario trono, si trovava il capo dei capi, il pontefice di Cosa Nostra siciliana nella sua versione bagherese e dintorni. In fondo piccolo vescovo, eppure si credeva il papa.

E fu sfidato da quello che per la “famiglia” di Vitale altri non poteva essere che un microbo, uno sputo d’uomo. Che però rischiava d’inceppare il meccanismo oliatissimo e pluridecennale dell’intimidazione, degli accordi sottobanco, delle minacce, dell’omertà, della compiacenza da parte dei piani alti del potere cittadino e regionale – ma anche centrale.

All’improvviso comparve, forse da un vicolo o chissà dove, il piccolo Galluzzo. Era alto si e no un metro e sessanta, magro, i capelli neri come il mare in una notte senza luna, i baffetti sottili – assieme alla brillantina generosamente sparsa sul cuoio capelluto, unico elemento in comune con il suo nemico.

Si piazzò davanti al pontefice che sorseggiava un caffè e fumava con sorridente affettazione una sigaretta turca, proveniente da dieci stecche di cui gli aveva fatto omaggio un commerciante trapanese appena ritornato da Istanbul.

A braccia incrociate, il capo leggermente reclinato sulla sinistra, Ninni Galluzzo così lo apostrofò:

<<Allora, don Cicciuzzu beddu, quanti anni è che spadroneggi in queste terre, peggiorando la miseria, rubando, pestando chi ti si ribella, impedendo ai boni cristiani di campare almeno con dignità? Perché tu la dignità manco sai dove abita. Tutti si scantano di te. Io no. Lo so che me la farai pagare, che le autorità ti sono amiche o ti temono. E quando mi avranno ammazzato tutti lo sapranno che sei stato tu. Ma fin quando sono vivo lotterò contro la tua arroganza e la tua vigliaccheria. Perché da solo, tu, una minchia vali. Ti reputi potente, ma sei soltanto impotente>>

Dopo aver osato parlargli in un modo inconcepibile per chiunque, Galluzzo voltò le spalle al Vitale, gli fece un mezzo saluto sfotticchiante agitando la mano e se ne andò, senza manco dargli il tempo di replicare.

Don Ciccio accusò il colpo, man mano che il sindacalista parlava. Il giovane aveva mostrato fegato, mancanza di rispetto, di timore. E soprattutto gli aveva negato onore definendolo “potente impotente”. Allusione intollerabile per il capoccia, del quale in paese ogni tanto si vociferava sui figli non suoi proprio per congenita impotentia coeundi atque generandi. L’unico che ne aveva parlato una volta davanti a qualche testimone fu un contadino, ritrovato il giorno dopo impiccato a un olivo e con i testicoli in bocca.

Tutti i testimoni della “mala figura” rimediata dall’arrogante e vendicativo Vitale capirono che il valente Ninni, se non voleva suicidarsi, avrebbe dovuto prendere il primo piroscafo per il Sud America.

Ma non avrebbe avuto nemmeno il tempo, anche volendo, di recarsi al porto di Palermo. La sera stessa, rientrando a casa, scortato da due compagni della fu Camera del lavoro (ovviamente ormai sciolta da qualche anno), cinque uomini fecero comodamente il tiro a segno sul terzetto di sindacalisti da una casa di fronte.

Appena un’ora più tardi la polizia giunta in forze trovò i cadaveri di Galluzzo e delle due inesperte guardie del corpo letteralmente ridotti a colabrodo da centoventidue proiettili – fra pistole, lupare e addirittura un mitra. Si scoprì poi che era uno di quelli usati da Al Capone, Johnny Torrio e compagnia bella a Chicago, nei regolamenti di conti per le strade.

Quella sera il “signor” Vitale si trovava a casa con ben quindici fra amici e parenti stretti, davanti a una tavola imbandita. Quando il commissario, venuto apposta da Palermo, gli chiese se fossero lì riuniti a festeggiare qualcosa, don Ciccio, con la bocca mezza piena di spaghetti alle vongole rispose

<<Festeggiamo l’estate, il caldo, il mare, la Sicilia. E la vita, la nostra, la MIA>>, e con un occhio chiuso bevve alla sua salute un profumato bicchiere di Corvo di Salaparuta.

Il caso venne liquidato come regolamento di conti fra non si capiva bene quali fazioni rivali di sindacalisti. Come se lottare per i diritti della gente che lavora equivalesse a giocare ai banditi. Con pallottole vere e altrui.

 

 

 

 

 

La “chiesuzza” di Villa, come veniva spesso chiamata, era

112 i mandamenti sono le zone nelle quali viene ripartito il territorio fra le diverse “famiglie” mafiose

113 villano, paesano incolto – – ripulito

114 sono un uomo tutto casa e lavoro

Se ti è piaciuto questo capitolo condividilo con i tuoi amici o lascia un commento sotto. Grazie

Share This