fbpx

Rimasero così, in silenzio ancora per una manciata di minuti, impossibili da decifrare come tempo ordinario. Per loro volarono come se fossero al di fuori di ogni dimensione cronologica.

Poi Vittorio ebbe l’idea di andarsi a sedere in un bar, bere qualcosa di caldo e magari mangiucchiare una ciambella. Eleonora assentì con la testa e si fece quasi trasportare dal braccio del ragazzo che la condusse con morbida sicurezza verso un locale vicino a piazza Politeama.

Quando ebbero bevuto e mangiato si sentirono decisamente meglio.

<<Se non vuoi spiegarmi cosa ti è preso facciamo un’altra volta, non temere>>, propose lui conciliante, accarezzandola con i suoi occhi azzurri da ragazzo che stava crescendo più velocemente del previsto. Anche, forse soprattutto, grazie a lei.

Eleonora prima sbirciò pensierosa dalla grande vetrata del bar. Quindi gli disse che aveva voglia di provare una sigaretta.

<<Hai mai fumato prima?>>, le chiese stranito.

<<No, mai. È che ho voglia di … come dire … uscire fuori dalla prigione di questa adolescenza maledetta in cui siamo rinchiusi. Dopotutto dobbiamo vivere rispettando le regole di casa, di scuola, degli adulti … che da noi pretendono questo, pretendono quello, e fai così, e fai cosà … Però dobbiamo stare zitti, non farci sentire. Capisci? Abbiamo i doveri degli aduti e i doveri dei ragazzi allo stesso tempo. E ogni tanto sono proprio stufa … cazzo>>.

A sentire quella parola in bocca a una femmina, per giunta di 14 anni, per di più di ottima famiglia, e ancor peggio la “sua” ragazza, il Vittorio strafottente riguardo a tante leggi della morale borghese, capace di divertirsi un sacco con ragazzi terribimente sboccati, con almeno due fratelli che non si facevano pregare in tal senso (Angelino e Vincenzo, mentre Pepito era assai più tranquillo): ecco, quel Vittorio, adesso davanti a lei, rimase senza parole. Sentiva uno strano misto fra vergogna, ammirazione per la sfrontatezza di Eleonora, perplessità sulla propria capacità di scandalizzarsi.

<<Ma dai, non farti sentire dai tuoi genitori o a scuola a parlare così. Stai scherzando? Nel nostro ambiente le parolacce non sono certo consentite … dai, è una delle prime cose che impariamo già in prima elementare. E soprattutto voi ragazze>>.

<<Certo, noi scimmie, noi serve, noi cerebrolese>>

<<Cere … cosa?>>

<<Le persone che hanno subito un forte trauma cranico>>, tradusse lei con aria scocciata.

Poi si fermò. Le mani le tremavano, chiese un caffè. Il cameriere lo portò al tavolo, non senza gettarle uno sguardo perplesso.

<<Prima vuoi cominciare a fumare. Poi te ne esci con una parolaccia. Quindi ragioni come una suffragetta … sai, le donne che richiedevano il diritto di voto in Gran Bretagna una ventina d’anni fa>>.

<<Oggi sei riuscito a deludermi … mi chiedo se sei veramente così come mi sei apparso il primo giorno che ti ho visto, tre mesi fa o se in fondo non sei anche tu come tutti>>. Eleonora adesso parlava con gli occhi fissi sul portacenere e la tazzina di caffè, con voce meccanica.

<<E come sarebbero … “tutti”?>>

<<Beh, immagina un po’>>

<<Non ho immaginazione. Dimmelo tu>>.

Il ragazzo adesso si sentiva dileggiato, sminuito in ciò cui più teneva: orgoglio, forza di carattere, coerenza. Proprio perché erano virtù che sapeva bene essere ancora in fierici teneva come fossero solide di roccia da una vita intera. E il dubbio che adesso insinuava Eleonora lo faceva arrossire di rabbia. Una rabbia contenuta a fatica.

<<Ti sei offeso, vero?>>, gli chiese guardandolo dritto negli occhi.

<<Si … ma forse dovrei…>>.

<<Dovrei?>>, lo spingeva la ragazza senza togliergli di dosso quello sguardo, come se un trapano da dentista avesse gli occhi.

<<Capirti di più, invece di pensare a me stesso. Non lo so … ho questa sensazione dentro … sono sincero come mai nella vita mia, sai?>>

<<Si, ti credo>>. Adesso lo sguardo si era come sciolto, le pupille distese, le sopracciglia non erano più contratte. Era finalmente il primo passo di quel ragazzo verso la maturità, quella che conta, perchè permette di capire un’altra persona.

<<Tu hai paura, ecco la verità. Come io stessa ho paura, ecco un’altra verità. E sai di chi abbiamo paura? L’una dell’altro>>

Vittorio ascoltando quel ragionamento, seppur di petto, rimase immobile, con gli occhi puntati verso un cane che si grattava annoiato in mezzo alla strada. Sembrava un randagio, senza collare, un po’ malandato, sicuro di doversi procurare il mangiare per la sera con un po’ di fortuna. Il ragazzo sentì una strana vicinanza verso quel quattro zampe spelacchiato e perplesso dallo stare al mondo. In fondo, pensò il liceale, due o quattro zampe non cambia granchè. Bisogna potersi dire <<i tenghe epppalle 58>>, riecheggiando il detto di Ciro che pronunciava come se ci fossero tre o quattro “p”.

<<Paura? Si, credo che hai ragione … eppure mi dà fastidio sentirlo dire. Poi proprio da te>>

<<E qui ti sbagli, tesoro mio. Non ti sto dando del vigliacco. E non perché non voglio offenderti: se tu lo fossi stai pur tranquillo che non esiterei a dirtelo, mi conosci. Ma semplicemente perché non lo sei>>

Vittorio la guardò con un accenno di sorriso. Quindi trovò il coraggio di chiederle cosa fosse mai successo con Mirko; sempre che avesse voglia di raccontargli.

Eleonora raccolse nei polmoni un bel po’ d’aria come volesse immergersi nel cuore della Terra.

<<Certo che ti racconto … anche se non è affatto facile e temo che non capirai>>.

<<Forse ti sbagli>>

<<Forse …>> e gli diede una carezza incerta con la mano tremolante. Vittorio cercò di lasciare la mano sulla propria guancia ma Eleonora la ritirò con un viso serio.

<<Dunque io … no, meglio che ti descriva quello che è successo … allora, un pomeriggio di tre anni fa, quindi avevamo … undici anni ? si, esatto, proprio undici … i nostri genitori erano fuori …>>

<<Dunque eravate a Bologna>>

<<Eh? … si, certo. Non m’interrompere, per favore … è già così difficile>>.

Vittorio annuì con un uno sguardo serio ma il più possibile tenero. Percepiva un qualcosa che scuoteva dal di dentro quella ragazza che quel pomeriggio non aveva mai sentito tanto di amare. Da sentirsi quasi alticcio, se non fosse che non aveva mai bevuto più di un bicchiere di vino per volta.

<<Abbiamo sempre giocato fra noi; poco invece con i bambini del quartiere di via Oberdan, proprio nel centro di Bologna, vicino Piazza Maggiore. Essere gemelli anche quando non ci si assomiglia è un qualcosa di unico, assoluto che gli altri non capiscono. Sono appunto “gli altri”, capisci? … come una distanza, una lingua diversa … infatti parlavamo un nostro codice che non ti sto a spiegare. Non è importante come fosse fatto … ma che fosse soltanto nostro. Capisci?>>

A ogni <<capisci?>> il ragazzo annuiva rassicurante. Di fronte aveva una ragazza in genere molto sicura di sé soprattutto nell’esprimersi. E adesso la vedeva a volte quasi balbettare in quel pomeriggio, seduti in un bar ormai abituato a ospitarli, distribuiti fra avventori indifferenti fra giornali e chiacchiere annoiate.

<<Capitava anche di fare la lotta … che so, io facevo la squaw, la ragazza di una tribu indiana d’America e lui era un capitano delle giubbe blu … e ci si ritolava soprattutto su un tappeto persiano antico che abbiamo ancora in soggiorno … non se lo hai notato … ma non importa … e quindi facevamo prove di forza fisica, senza però esagerare … tranne quel pomeriggio di ottobre del ’24, giusto tre anni fa … vabbè, più due mesi … insomma, a un certo punto non so cosa sia preso a Mirko … o forse si. Era stato maltrattato da un professore milanese, molto … sai, proprio cattivo … andavamo ovviamente in prima media e quel porco aveva sgridato mio fratello, ma per una scemenza. Hai capito che è molto sensibile, anche un carattere un po’ … come dire, strano. E allora lui non disse niente a nessuno, come altre volte. Nemmeno a casa, né con me, con cui si è sempre confidato fin da quando eravamo all’asilo. Dopo pranzo i nostri genitori sono andati a far riposino e poi sono usciti insieme dicendo che sarebbero rientrati prima di cena. Non avevano sospettato nulla visto che il loro figlio si era comportato come sempre, né troppo ciarliero come me, né del tutto taciturno … Dopo aver fatto ciascuno i propri compiti … anzi, facemmo anche una versione di latino insieme … non ci capivo un accidente, nei primi mesi, di ‘sta lingua romana … e poi ci siamo divorato un pacco di biscotti con il thé … quindi …>>

<<Scusa se t’interrompo ma Mirko come ti sembrava che stesse?>>

<<Bravo, ottima domanda … sembrava tranquillo, mi ha spiegato benissimo la prima declinazione latina, prima lo sentivo mormorare pezzi della lezione di storia o geografia, ma sempre tranquillo … poi ci è venuta voglia di giocare, di muoverci, sai … ed eccoci a tirarci armi giocattolo, a spararci addosso con una pistola ad acqua che ci aveva portato papà da New York, figurati … ci siamo bagnati come deficienti, ma senza preoccuparci di asciugare vestiti e capelli abbiamo continuato. Finchè lui mi ha bloccato con quella che ha chiamato una “presa” di non so, forse lotta greco-romana>>.

<<Possibile, esiste davvero. Un mio compagno di classe ha un fratello maggiore che la pratica in palestra>>

<<Ma lo so che esiste, scemo … ma non mi risultava che a undici anni mio fratello gemello la “praticasse” come dici tu. Diavolo, ho sempre saputo che cosa fa Mirko, studio, amici, sport … che gemelli saremmo sennò?>>

Il sorrisetto, seppur timido, che Eleonora sfoggiò in quell’attimo riscaldò il cuore di Vittorio che le carezzò una guancia. Ma lei si ritrasse e riprese il racconto con il viso nuovamente scuro.

<<All’improvvisoMirko mi fissò con una profondità quasi cattiva, una luce che riusciva a illuminarmi dentro senza un solo angolo buio. E io mi sentii … sai come? Nuda davanti a lui, a mio fratello. E poi mi diede … un bacio. Si proprio un bacio>>.

Eleonora tirò un sospiro con uno sforzo di polmoni e bocca degno di un enfisematico dopo due piani di scale. Quindi riprese fissando il vuoto davanti a sé, simile a una cieca che sia convinta di vederci ancora, eppure ormai incapace di quella mobilità del volto che hanno le persone dotate della vista.

<<Intendo non un bacio fra fratelli o fra amici. No, intendo un bacio come se lo possono dare i nostri genitori, magari a letto. M’infilò perfino la lingua dentro la bocca che mi si era aperta per lo stupore, l’assurdità di quella “cosa lì” che ci stava succedendo … anzi, sai che ti dico? Che stava succedendo A ME, per la miseria. Perché lui ne era come il regista, come se stesse dirigendo un film e spiegasse a John Gilbert come baciare Greta Garbo. Con l’aggravante che sugli schermi dei cinematografi non si vedono di certo baci come quello che mi appioppò Mirko … magari si vedrano fra mezzo secolo, chi lo sa. Intanto io l’ho subìto … si, subìto, Vittorio. Perché mai, ti giuro MAI mi sarei aspettata di essere trattata così … e … non so più niente>>.

Il viso era rosso, degno di una turista rimasta a bruciarsi al sole del Marocco in piena estate maghrebina, con un paio di rughe pensabili solo sulla fronte di una quarantenne e oltre. Si era mutata all’improvviso in una ragazzina invecchiata che aveva guardato dritto negli occhi il Male puro, senza trucchi né invenzioni letterarie. E quello le si era attaccatto cominciando a cambiarne i tratti somatici, gettandole addosso decenni in più vissuti in malo modo, tempo che non le apparteneva affatto, che non aveva ancora vissuto. Era saltato il tappo dell’ordine nel tempo, nell’esistere, nella priorità delle cose della vita. E dietro si era nascosto qualcosa o qualcuno che stava ridendo con un’incoscienza impregnata di orrore, sembianze sardoniche, non una goccia di sangue in corpo.

Due sole lacrime scivolavano con una lentezza per Vittorio assolutamente esasperante. Sembrava che al di là di quella coppia di tracce d’acqua salata, una per occhio, non vi fosse più alcuna riserva di lacrime, né altra sorta di liquidi. Liquame, sangue, urina, acqua piovana, o per cucinare: tutto si era desertificato nel mondo interiore, anatomico di quella ragazza adesso ridotta a organismo sopravvivente a tutto il dolore che si fa prezzo dello stare al mondo.

Le tempie di Vittorio bruciavano dallo sforzo che facevano per capire quella strana giovane donna, forse folle, magari perversa, mentalmente sciroccata, senza morale. Chissà! Voleva dire, allora, che lui sembrava non essersene accorto. Ma come aveva fatto, dov’era la sua coscienza, in vacanza in qualche bordello d’oltremare? Perché un essere umano come quello chiamato Eleonora Baldi di Bologna e domiciliata a Palermo nell’anno di grazia 1927 dopo Cristo riusciva a trasformarsi così in profondità senza che coloro che l’avevano conosciuta vertiginosamente diversa potessero essersi accorti almeno di un indizio? Un soffio da quel mondo “altro” dal quale all’improvviso lei sembrò essere stata risucchiata, mutata e poi risputata indietro nel mondo lì, in quei giorni d’inizio inverno, nella città portuale arabo-normanna e greca e fenicia e sabauda e borbonica, tutto insieme oltre le colonne fra passato e presente, realtà e possibile.

<<Io mi sono staccata dopo pochi secondi, devi credermi tesoro mio. Eppure era riuscito a contagiarmi, a sporcare tutto quello che di amore fraterno, affetto, solidarietà c’era stato fra noi. Un gesto, lingua, denti, palato, saliva miei e suoi che si erano mischiati per volontà solo ed esclusivamente sua…>>, il pronome possessivo fu quasi urlato con una rabbia sorda. Tanto che un paio di avventori si risvegliarono d’un colpo da una sonnolenza che s’intonava perfettamente con la stagionata trasandatezza di quel locale di passaggio.

<<E mi ha detto due parole assurde … che non potevo sopportare in bocca a lui: TI AMO>>.

Eleonora tremava malgrado gli oltre venti gradi in quel bar dotato di diverse stufe a legna. La traccia delle due lacrime si era stampata sulla parte alta della guancia sinistra e a lato del labbro destro. I capelli continuamente ravviati indietro con crescente forza erano caduti sul tavolino e attorno, a decine, finendo qualcuno a galleggiare nel cappuccino di lei e nell’amarena di lui. Sembrava di essere in una bottega di barbiere anziché al bar per loro ormai abituale.

<<E poi non è successo più nulla. Ti giuro. È stranissimo ma non ne abbiamo più parlato. Mai, nemmeno una volta. Certo che i rapporti fra noi sono cambiati. Se ti sembra che siamo molto legati, non ci hai visto com’eravamo fra noi fino al giorno prima di questa “cosa” assurda accaduta quel pomeriggio di tre anni fa. Per esempio di te non gli ho mai detto nulla. Semplicemente ha dedotto che fosse incominciata una storia amorosa fra te e me. Figurati … tre, quattro, cinque anni fa o più sarebbe mica passato tutto liscio come adesso … e ci mancherebbe … e io che gli avrei spiegato tutto, ma sai? TUTTOOOO, gesti, parole, sensazioni fra noi … e cosa hai provato, perché, e poi che hai fatto, e cosa ha detto lui e bla bla bla … sai come si dice nei fumetti. E dunque dev’essersi doppiamente sentito colpito quando ha capito di te e di me: da un lato geloso e dall’altro trascurato. Dover fare a meno del ruolo di primo piano che aveva avuto nella mia vita fino al giorno prima; quindi, rinunciare, del pari, alla fiducia, alla confidenza che era sempre intercorsa fra noi PRIMA. Il confronto

fra il PRIMA e ADESSO dev’essere stato molto difficile per Mirko>>.

Vittorio era immobile da quando Eleonora aveva iniziato il suo difficile racconto. Il più duro mai fatto in quei quattordici splendenti complessi anni bolognesi, improvvisamente spezzati e caduti giù in quella terra mezza desertica, attorniata dai mari caldi del sud Europa, le donne spesso infilate dentro vesti nere che mandavano in frantumi la pur minima ombra di femminilità, e gli uomini che gettavano su una ragazza come lei sguardi lucidi come coltelli appena affilati e modi scostanti, e spargevano intorno odori maschi mischiando nicotina di bassa lega e sudori mattinieri e vaga muffa di vestiti troppo costretti dentro armadi murati in stanze umide.

Poi, con il botto tipico di uno scappamento d’auto, il ragazzo fece un sobbalzo e per un intollerabile misto di spavento e rabbia diede un pugno sul tavolo mandando in mille pezzi il bicchiere d’amarena ormai svuotato, facendo volare le chiavi di casa di entrambi, gli occhiali da sole neri come pece (recente vezzo di lui a imitazione di alcuni compagni di classe scafati).

Quindi come una controfigura di attore che si muova al rallenty posò gli occhi stanchi sul viso della sua ragazza egualmente stremata. Nel mentre si alzava, prendeva il cappotto, riponeva gli oggetti e i frammenti di tazza e bicchiere sul tavolino, senza dare ascolto al cameriere premuroso che cercava di rassicurarlo che non era successo nulla e ci avrebbe pensato lui. Il tutto senza mai smettere di fissare la ragazza con un paio di occhi circondati da occhiaie e disillusione, spenti e degni di un pesce pescato e ormai moribondo che rassegnato scaccia anche gli ultimi ricordi di una vita finita con un esca.

Poi si diresse con inesorabile lentezza verso la porta che aprì silenziosamente, impaurito di mandarla in frantumi come con bicchiere e tazza sul tavolo un attimo prima. Visto di spalle lo si sarebbe potuto scambiare per un pensionato che si avviava verso casa rattristato dal peso degli anni.

Eleonora lo raggiunse dopo aver pagato al padrone perplesso che mormorò un poco convinto

<<arrivedervi>>

e si piazzò davanti al suo fidanzatino.

<<E allora?>>

<<Cosa?>>, mormorò lui con un filo di voce.

<<Non dici nulla?>>.

La vocetta di lei ormai impastata di lacrime risuonò incerta, come a un esame di dizione in una filodrammatica da tempo libero.

<<Devo riflettere>>, mormorò ancora Vittorio che riprese a camminare lentamente.

Eleonora, infine, arresasi a tutto quel che le era toccato di provare quell’orribile pomeriggio, girò sui tacchi bassi e arrotondati e iniziò il lungo cammino verso casa.

Ma dopo un minuto circa dovette fermarsi e appoggiarsi a un lampione che si era appena acceso per sostituire un sole prematuramente congedatosi. Si aggrappò al lungo fusto di ghisa, quasi lo abbracciava mentre le lacrime, questa volta frequenti a ritmo di alluvione, le impedivano di tenere gli occhi aperti.

Vittorio, che non era andato lontano, si era voltato e adesso la guardava, cogliendo perfettamente netta la figura che tanto amava, curva e al contempo stretta a quell’enorme lampione ritto nel suo orgoglio luminoso.

E allora tornò indietro, verso di lei, la raggiunse e la fece alzare per abbracciarla subito, senza darle un solo istante per rendersi conto di come tutto era cambiato. Per tornare fra loro due com’era cominciato circa due mesi prima. Ma questa volta con un immenso salto verso una terra sconosciuta: quella dell’amore maturo, anche più forte e intenso e solido come la ghisa che faceva vivere quel lampione.

 

58in napoletano: io ho i coglioni