All’ombra della cappella di famiglia

 

La “chiesuzza” di Villa, come veniva spesso chiamata, era una piccola costruzione religiosa, adibita non si era mai ben capito a cosa.

Ai primi del ‘900 (era stata costruita a fine ‘700) Maria, molto religiosa – ma senza arrivare ai momenti di autentica estasi di sua figlia Irene – decise di trasformare ufficialmente la cappella in regolare edificio in cui far svolgere messe, cresime, battesimi, funerali e matrimoni. Ovvero, quel che in linguaggio comune si chiama “chiesa”. Giunse appositamente da Palermo l’assistente del cardinale, monsignor Crivelli, un lombardo molto affabile e dall’aria furba che si occupò praticamente di tutto: dal trovare la ditta per costruire altare, fonte battesimale, aquasantiere e tutto il restante accessorio, ai mastri restauratori per la messa a nuovo di affreschi e stucchi originali, fino a gessatori e indoratori. Furono “arruolate” ben quattro ditte e la metà delle spese se le accollò l’arcivescovato del capoluogo regionale; anche se Natale non ne fu entusiasta. E fu di vista buona giacchè in contraccambio “i preti” (come li chiamava il dottore con gran fastidio della moglie) ottennero una sorta di dépendence direttamente collegata alla cattedrale di Palermo. In pratica, una o due volte l’anno i proprietari di Villa Palagonia dovevano ospitare una cerimonia religiosa riservata a qualche famiglia di notabili in ottimi rapporti col cardinale in persona. In genere si trattava di matrimoni o battesimi, eventi lieti che facevano piacere alle donne di casa. Invece, Natale e Ferdinando, poi seguiti dai vari Angelo, Vincenzo, Pepito e Vittorio (man mano che crescevano), si davano alla macchia, trattandosi generalmente di sabati o domeniche o festività. Se Maria cercava di rabbonire Natale facendogli presente che in questo modo avevano risparmiato oltre quindicimila lire (equivalenti a diverse decine di migliaia di euro), lui non diceva nulla, limitandosi a mormorare qualcosa d’incomprensibile e ad accendere un sigaro solo per infastidirla.

Si profittò dell’occasione per aggiungere alcuni supporti architettonico-rituali mancanti, come l’altare e l’acquasantiera. Una volta terminati i lavori, venne l’arcivescovo di Palermo in persona a inaugurare il piccolo edificio. La cerimonia si tenne nel 1911, proprio nel giorno in cui s’inaugurava a Roma l’orrido monumento detto il “Vittoriano”, dedicato a Vittorio Emanuele II, in occasione dei primi cinquant’anni dell’Unità d’Italia. Risultato: per essere comunque presenti a un avvenimento importante, tanti bagheresi invasero letteralmente il parco di Palagonia, sostituendo il Vittoriano con la ben più modesta e nostrana “chiesuzza” della splendida villa settecentesca. Si calcolarono in oltre mille i partecipanti a quella che si trasformò nella più affollata, e a tratti caotica, manifestazione dopo la rituale festa della patrona.

A partire dai diciott’anni fu Irene a occuparsi della manutenzione della “chiesuzza”, facendosi poi aiutare da Pippo Gattuso, giovanissimo avvocato che aveva aperto uno dei pochi studi professionali di Bagheria.

Già nel 1930, ad appena ventisette anni si stava affermando come il miglior legale civilista del paese e di tutto il circondario. Rimase scapolo e non certo perché fosse un inseguitore seriale di reggiseni – come invece Vincenzo e Angelo. Per qualche tempo si pensò vi fosse del tenero fra lui e la seconda figlia dei D’Alessandro. In realtà, a guardar bene e senza nemmeno troppo sforzo, il buon Pippo, col passare degli anni, mostrava sempre più tratti misti maschili e femminili che oggi lo identificherebbero senza particolari problemi come gay. Ma che allora tacciavano automaticamente di una serie di termini dialettali pesantemente insultanti. Il tutto ovviamente alle spalle del giovane avvocato che sembrava non curarsene minimamente: spalle che si scoprì erano insospettabilmente resistenti come il marmo. In effetti, la gentilezza, i modi da squisito e un po’ femmineo gentiluomo ottocentesco, facevano il paio con un’ostinazione e un’intelligenza rare. Due doti che gli avevano consentito di affermarsi subito, e assai bene, nel non facile ambiente del foro civile palermitano. A poco a poco, fra gli anni che passavano, il logorarsi inevitabile di certe battutacce, il prestigio sociale che si era guadagnato e soprattutto l’estrema bontà di Pippo: ebbene, il provvidenziale impasto di questi elementi contribuì a far cessare quasi del tutto le sfottute e le prese in giro di colui che si scoprì essere una persona squisita e umana, capace di gettarsi a corpo morto per aiutare chiunque, dal profilo pratico, legale e perfino finanziario. Per esempio, non si contavano i figli intelligenti di famiglie disagiate che andarono a scuola diventando ragionieri, geometri, qualcuno perfino medico o ingegnere.

Irene fu naturalmente felice dell’inaridirsi della pessima vena dei compaesani sfotticchiatori e malevoli. Ormai l’avvocato Gattuso era diventato il suo migliore (anche unico) amico maschio, in un’esistenza per il resto casalinga, religiosa e di accudimento dei familiari malandati in salute e in là con gli anni. Dopo la guerra sarebbe poi passata a occuparsi dell’ultimo figlio della sorella Anna. Ma di questo più avanti.

Il sabato era religiosamente (è il caso di dire) dedicato alle pulizie e ai lavoretti per la chiesa minore. Che però tutti continuavano a chiamare “’a chiesuzza”, con relativo fastidio dei suoi due indefessi curatori. Fra i fiori freschi da sistemare e i pavimenti da spazzare, lo straccio da passare e gli innumerevoli anfratti dove lavorare di strofinacci se ne andava regolarmente mezza mattinata e più. Il risultato era un perenne intreccio di splendore, profumo e colori intensi. Anche troppo, a sentire Maria che a volte criticava sommessamente certe esagerazioni d’Irene e Pippo. Quanto poi ad Agatina, le rarissime occasioni in cui si degnava di mettere piede nella turris eburnea di esclusiva gestione di sua sorella e del suo sodale, si divertiva a mimare una signora ricca e potente che entrava in un negozio di profumi o di arredamento di lusso. Gesticolava, sculettava e si produceva in colpetti di naso con cui fingeva di aspirare l’olezzo a volte decisamente eccessivo di aromi floreali. Irene usciva regolarmente per non dover subire il rito della zuffa verbale con la sorella mezza atea e irriverente.

In ogni caso, come e più che per le cerimonie annuali delle famiglie ricche e potenti (di cui Agata amava prendersi gioco), fu un palcoscenico ideale per le nozze alquanto sudate fra Vincenzo e Amalia. Anche in quella splendida e calda giornata di luglio 1927 il giardino sembrò assai più piccolo vista la quantità di gente convenuta. Dopo la cerimonia, una volta distribuitisi gli invitati nelle decine di tavolate sparse per il parco, Natale constatò con un vago senso di raccapriccio che non aveva la minima idea di chi fosse almeno la metà dei suddetti invitati.

L’immancabile Zu Fefé, invece, mago delle relazioni sociali e supremo strafottente riguardo certe convenzioni, fece finta di conoscere tutti. E ci riusciva benissimo. In una pausa fra i primi e i secondi (il pranzo fu così lauto da durare oltre quattro ore e constare di quindici portate) Vittorio gli chiese come diavolo facesse a risultare convincente nel far credere di aver presente tutte quelle decine e decine di facce che si aggiravano fameliche fra le fresche frasche del parco palagoniese.

<<Ah semplice, basta restare sul vago. A occhio si capisce parecchio. Chi ha una faccia da pastore non sarà mai un ingegnere; se poi non riesco a cavare nessuna informazione dal primo sguardo, allora altra regola da seguire: lascia parlare l’interlocutore. Finisce sempre che qualcosa riesci a scoprirla senza dare a intendere che non hai la minima idea di chi ti trovi davanti. Terza regola: adeguati a quella che sembra essere la disposizione d’animo del tizio o della tizia con cui ti stai intrattenendo. Cioè, se li percepisci aperti e ciarlieri allora mettiti a parlare di tempo, cucina, cerimonie e parentame, sempre però restando sulle generali. Se invece ti ritrovi fra i piedi qualcuno antipatico, scontroso o triste saluta e dileguati senza farti notare. Tutto qui>>

Vittorio lo fissava estasiato, come se lo zio gli avesse confessato d’avere l’abitudine, dopo il tramonto, di farsi un bel volo digestivo sopra il promontorio con le ali che teneva nascoste nello studio.

Alla fine di quella lunghissima giornata, Natale e Maria furono gli ultimi ad andarsi a coricare. Si erano fatte quasi le due. I ragazzi erano rimasti eccezionalmente in piedi fino a mezzanotte – mancavano ancora sei settimane all’inizio della scuola.

Le cameriere se n’erano appena andate: oltre alle “tre grazie”, come certe volte le chiamava il padrone di casa (Pina, Mimma e Lia), erano venute a dar manforte altre sei donne raccolte con la solita tempestività dall’efficiente Nunzia. Ben undici parenti di vario grado e provenienza geografica (due da Roma e uno addirittura da Londra) rimasero a dormire per poter partire con calma uno o due giorni più tardi.

<<E puru chistu u ficimo, bedda Maria mia 122>>, mormorò il padre di quella nutrita famiglia, appoggiando il capo sulla spalla della moglie.

<<Ma se pensi che da sposare ci restano altri sei figli. Ti rendi conto?>>

<<Mmmh, perché tu ce le vedi sposate Agata e Irene? Io no. I maschi e Pia sicuramente si, ma loro due no. Ci scommetterei quello che ti pare>>

<<E perché mai non dovrebbero?>>, chiese con voce accorata la madre delle due candidate zitelle, come se il padre-medico avesse loro pronosticato la morte per peste bubbonica o tifo petecchiale.

<<Non ho mica detto devono, intendo vogliono non sposarsi. E ti spiego anche il perché, semplice semplice. Agata diverrà una brava professoressa: fra un anno si laurea, giusto? E a …. che ti posso dire? diciamo a venticinque, massimo ventisei, avrà la sua brava cattedra al ginnasio inferiore. Magari al superiore. Lettere e latino. Guadagnerà, sarà indipendente, viaggerà, giocherà a poker con le amiche, andrà ai concerti e sarà soddisfatta così. Quanto a Irene, lavora bene come contabile. Ma soprattutto è già predisposta con gioia a tre attività che la destinano a mai sposarsi: le cure ai familiari anziani e malandati (vedi il nonno, poi ‘a zazzà e altri seguiranno, noi due compresi); la “chiesuzza”, con il suo grande amico Pippo; la beneficenza a picciriddi e mischineddi du paisi 123. Vedi quanti figli e mariti sostituiscono quelli veri che non avrà mai? Secondo me staranno bene così>>

<<Ma caro mio, sembra che le condanni a un futuro di …>>

<<Zitelle, dillo pure, zitelle. Ma chi lo stabilì che tutti debbono sposarsi?>>

<<La voce di Dio: andate e moltiplicatevi, come c’insegna il libro della Genesi>>, protestò Maria.

<<Moltiplicatevi! Ma se già noi siamo in dieci, t’immagini se ogni nostro figlio ne sforna …. Mettiamo limitandoci, chessò … tre a testa. Otto figli per quattro (coniuge e tre figli ciascuno) sarebbe uguale a …. Trentaquattro cristiani, noi compresi. Ma chi stai babbianno? 124>>

Maria lo zittì con un bacio. I baffoni ricurvi di Natale per una volta non la fecero starnutire e una cauta ondata di passione da sessantenni, ancora miracolosamente innamorati dopo ben trentotto anni, li trasportò in pochi istanti dallo spazio del reale a quello del sogno.

122 E anche questo l’abbiamo fatto, Maria bella mia

123 bambini e poveracci del paese

124 Ma che stai scherzando?

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