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<<Adesso guardami, amor mio. Si, hai capito bene, tu sei l’amor mio …. e non è una canzone della radio questa, è la mia, anzi, no …. la nostra vita, insieme, se tu vorrai>>

Vittorio adesso era improvvisamente presente a sé stesso, solido. Ad Eleonora sembrava una replica umana di quel lampione, forte nella sua ghisa potente. Eppur capace d’illuminare una strada urbana nella sera infestata di ombre invernali. Dunque, lei gli si appoggiò abbandonando il lampione cittadino.

Lui riprese a parlare con un tono che non avevano mai sentito: né lui dentro di sé, né lei da lui.

<<Non ho ancora capito tutto quello che mi hai raccontato. Ho paura, sono confuso ma ho il coraggio di … come dire>>

<<Dirlo a noi due, a te e a me>>, completò la frase un’Eleonora che lentamente riprendeva colore e forza, negli occhi finalmente asciutti, nelle guance sanamente arrossate per il freddo e non più pallide di dolore e smarrimento, nelle mani che adesso stringevano quelle di Vittorio, cresciuto di almeno cent’anni in un solo pomeriggio.

<<Non posso pensare a me senza te vicino … sai quante serate passo con te quando sei a casa tua e io nella mia. Da quando ci conosciamo ti abbraccio con dolcezza e forza, sempre, che tu ci sia o no>>

<<E cosa pensi di questo pomeriggio, di quel che ti raccontai?>>

<<Beh, … è complicato, devo pensarci su. Intanto ti amo ancora di più perché certe cose penso che sono troppo ragazzino per poterle capire … ma una cosa la capisco e molto bene, sai? Che devi avere sofferto per tuo fratello … un fratello non fa e non dice certe cose che ha fatto e detto a te. Ma credo che non sia né un pazzo, né un cattivo o un mascalzone. Ti vuol bene, forse troppo … deve imparare anche lui, come te e come me. Ma intanto noi possiamo amarci. Dobbiamo>>

<<Dobbiamo?>>, chiese lei con un sorriso sbarazzino, su cui non era del tutto sparita l’angoscia che l’aveva invasa fino a dieci minuti prima; ma su cui una speranza ben più forte si era comunque affacciata guardando dritto nel cuore quello strano meraviglioso ragazzo dagli occhi azzurri, efelidi, capelli rossi, coraggioso, perplesso, un po’ lunatico, capace di farla sognare mano nella mano e senza paura.

Per la prima volta nei due mesi della loro storia, sempre più “loro”, si baciarono bocca a bocca, in un impasto magico di lingua e denti e palato e saliva e gengive e tutto il corpo sveglio in quel sogno reale. Nel mentre se ne fregarono della gente che passava loro attorno, davanti, dietro, soli e in gruppo, adulti e ragazzi, vecchi e coppie.

Finchè, dopo secondi su secondi e forse minuti – giacchè nessuno avrebbe potuto contarli – qualcosa si ruppe. Non fra loro, troppo folli di felicità concreta, perché più coscienti della vita complicata nel crescere. Il qualcosa che fece irrunzione fra lui e lei fu un umano sotto forma di un cinquantino bassotto, inguainato in un impermeabile inglese color crema, cervelletto coperto da una bombetta alla Charlot, un viso accartocciato, guance tagliate da due rughe come colpi di sciabola inferti in un duello malamente perduto, baffetti sottili da siculo tradizionalista, la porzione di capelli che spuntava dalla bombetta liscia e rilucente di brillantina, o forse di olio di merluzzo, chissà.

Una mano come un artiglio sollevò il ragazzo, strappandolo dall’abbraccio della ragazza. Il tutto in un frammento di tempo ritornato ordinario, in quella via Ruggero Settimo, giusto all’inizio subito dopo l’affollata piazza Politeama.

Eleonora si ritrasse spaventata e muta, mentre Vittorio sentiva un vuoto nello stomaco. Come se lo avessero fatto precipitare da un albero altissimo e sulla terra ferma non riuscisse a ritrovarsi.

<<Ma come osi ragazzino importunare questa fanciulletta? Piccolo pervertito, sparisci o chiamo le guardie, capito?>>

Ora Vittorio aveva afferrato la situazione. Si trattava di uno di quei borghesi attempati, allevati nella moralità vittoriana del <<si può, si deve, non si fa>>. Magari non riusciva più a interessare la moglie e scaricava invidia e rabbia sul primo che gli capitava sottomano.

Il “piccolo pervertito” senza pensarci un attimo sferrò un pugno con tutta la non troppa forza di cui si sentiva capace. Ma essendo ben nutrita da rabbia e senso di vendetta quella piccola forza ebbe l’effetto del colpo di coda di un dinosauro sferrato a un animaletto da nulla. Fatto sta che l’ometto scandalizzato si ripiegò su sé stesso con un improvviso rossore sul volto, manco gli avessero gettato un bicchiere di spremuta di pomodoro fresco. Rimase in bilico barcollando, per poi cadere pesantemente sul marciapiede che si affacciava sulla strada. Per un pelo non venne decapitato da un camioncino che sfrecciò carico di merci. Vittorio ebbe il sangue freddo di tirarlo dentro il marciapiede con uno strattone fulmineo che sicuramente salvò la vita a quell’incauto moralista.

Dopo qualche istante il ragazzo poté finalmente riavvicinarsi alla ragazza e le chiese come si sentisse, dandole un paio di carezze morbide. Intanto l’ometto tossì a lungo e cominciò a tirarsi in piedi. Ed ecco materializzarsi due carabinieri dall’aria scura. Vittorio ebbe appena il tempo di aiutare il loro assalitore a rimettersi in piedi, lasciandolo con una faccia più perplessa dall’aiuto che dal pugno ricevuto, e venne bloccato da uno degli uomini in divisa. L’altro si accertava che la ragazza fosse in buone condizioni, per poi fare lo stesso con il cinquantenne. Questi si stava riprendendo, tanto fisicamente quanto con la parlantina petulante che sembrava essergli propria. Si mise allora ad accusare Vittorio di <<aggressione e omicidio tentato>>.

A sentire nominare quel reato anche ai due militi scappò un vago sorriso, mentre Eleonora tentò di replicare per le rime al mascalzone; ma intervenne quello che si presentò come il brigadiere Rossi, con forte accento del Nord Italia, accompagnato dall’appuntato Scirò che rimase muto. Spiegò che erano costretti a non lasciar correre i due episodi e che dovevano accompagnare i tre in questura per le rispettive deposizioni che andavano poi confrontate.

Quello che invece declinò le propre generalità

<<cavaliere del lavoro dottor Felice Ingrassia>>

protestò essere lui la vera e unica vittima di aggressione e tentato omicidio, suscitando le rimostranze a voce alta dei due ragazzi.

Prima di seguirli nel furgoncino posteggiato a piazza Politeama, lei chiese al brigadiere perché avesse parlato di <<due episodi>>.

<<Perché, signorina, abbiamo visto sia il pugno che il suo amico sferrò al qui presente Ingrassia Felice…>>

<<Cavaliere e dottore>>, s’intromise il lì presente che però venne tempestivamente zittito da un doppio sguardo di fiele dei due militi.

<<… dicevo, e sia all’inizio l’aggressione che dal suddetto avete subito voi due ragazzi>>

<<E adesso per favore fate silenzio e seguiteci in questura. Non sarà cosa lunga>>, aggiunse il brigadiere dopo averli fatti salire nel retro del furgone nero con la sigla REGIO CORPO CARABINIERI – LEGIONE DI PALERMO.

Seduti nel freddo lungo strapuntino, tenendosi il più lontano dal cavaliere Ingrassia, Eleonora e Vittorio seguirono il percorso di una ventina di minuti fino a villa Paino, sede della questura cittadina, tenendosi per mano. Si sentivano al sicuro fra loro due: si erano difesi bene, Vittorio aveva mostrato gran coraggio fisico, dopo aver trasmesso ad Eleonora sensibilità e un’età ben più matura di quella reale.

Erano felici come mai prima d’allora i due ragazzi che scesero dal furgone nel parco della grande villa dove aveva sede la questura.

Dopo un’ora ad aspettare sorvegliati dall’appuntato Scirò, che offrì loro latte caldo e cornetti alla crema, vennero messi a confronto con l’Ingrassia. Il quale nella sua tronfia arroganza non aveva pensato a farsi rappresentare da un legale.

A differenza di Vittorio che aveva chiamato uno dei principi del foro palermitano, l’avvocato e professore Vito Seminara. Si trattava del padre di una ragazzina cui il dottor Natale aveva letteralmente salvato la vita, strappandola dalle grinfie di un medicastro trapanese le cui cure avevano di gran lunga peggiorato il quadro clinico. Il padre di Vittorio riuscì invece a imporre le proprie diagnosi e cura, capovolgendo la prognosi e guarendo la bimbetta. Il padre s’inginocchiò due volte appena saputo del <<quasi miracolo>>, come lo definì lui stesso: una prima al santuario di Santa Rosalia, sulla strada per Monte Pellegrino; una seconda volta tentò d’inginocchiarsi anche davanti al dottor D’Alessandro che però lo fermò con tutta l’energia delle braccia possenti che aveva. Il devotissimo legale promise che per il resto dei suoi giorni sarebbe sempre stato a disposizione GRATUITAMENTE (come ripetè ossessivamente non meno di una decina di volte) per qualsiasi soccorso legale si fosse reso necessario al dottore, alla moglie e ai suoi otto figli. Da allora si fece in modo di profittarne il meno possibile su specifica disposizione di Natale. Ma quella sera, alle prese con l’arroganza beghina del cavaliere Ingrassia, si decise di chiamare “l’avvocato Gratuitamente”, come veniva ormai chiamato con affetto dai D’Alessandro.

Vittorio chiamò a casa e spiegò subito senza fronzoli alla madre cos’era successo. E mamma Maria telefonò subito allo studio Seminara e figli, riuscendo a trovare l’avvocato per un pelo. Questi, anziché tornarsene a casa nella splendida palazzina che possedeva da fine ‘800 in viale della Libertà, si precipitò a villa Paino.

Si riuscì così a dirimere la questione, complici i due stessi carabinieri che avevano assistito alla scena con l’Ingrassia e il luminare penale che convinse in pochi minuti il cavaliere a soprassedere legalmente, se non voleva arrivare a conoscere perfettamente le mura interne dell’Ucciardone (il carcere palermitano attivo sin da prima metà ‘800 a iniziativa dei Borboni).

L’avvocato riaccompagnò a casa prima Eleonora, quindi Vittorio. Sotto casa di lei, restando discretamente in auto a fumarsi un paio di sigarette, lasciò che i due ragazzi si salutassero con la calma e il trasporto necessari a concludere in bellezza una giornata quasi folle. Risalendo in auto, una ventina di minuti dopo, il ragazzo aveva un leggero dolore in tutta la cavità orale a furia di sbaciucchiare la sua dolce metà. Seminara guardandolo sistemarsi nel sedile accanto scoppiò in una bella risata che finì col contagiare anche il passeggero. In quell’occasione “l’avvocato Gratuitamente”, che era un noto dipendente dalla nicotina, offrì al figlio del dottor D’Alessandro la sua prima sigaretta. Il quattordicenne, esaltato dalla conclusione di quell’intensissimo pomeriggio, non si fece pregare. E dopo una decina di colpi di tosse degni di un tisico portò a termine normalmente la sfumazzata con regolare aspirazione della prima “bionda” della sua vita. Per fortuna sarebbe stata anche l’ultima. Un ottimo modo di smettere per mai iniziare.